Furore /2

Se ci si pensa un attimo, le narrazioni collettive sono un po’ uscite dai radar della narrativa contemporanea. La narrativa di maggiore successo commerciale, negli ultimi decenni, è stata incentrata su vicende individuali di personaggi che hanno qualcosa di straordinario. Furore invece ci spinge a pensare al collettivo, a riconoscere di far parte di un gruppo; ed una volta abbracciata la dimensione collettiva, ci spinge ad osservare come i gruppi entrino in relazione con altri, utilizzando ciascuno gli strumenti istituzionali esistenti per promuovere i propri interessi. Nel romanzo, questo allargamento dello spazio sociale abitato dai personaggi è simboleggiato dal passaggio di Tom e degli altri dalla famiglia (“the fambly”) al popolo (“the folk”). Quella di popolo è una categoria che può suonare un po’ stantia, ma che, evidentemente, ancora oggi non ha esaurito il suo potenziale di applicazione.

Sottraendosi al rischio di fare retorica vieta, nel narrare la nascita degli Okie come gruppo sociale autocosciente Steinbeck non finge di non vedere le pulsioni diverse, le contraddizioni interne, i contrasti che si trovano al fianco di solidarietà ed unione di fronte all’ingiustizia di un sistema marginalizzante. Il risultato è una sorta di racconto delle origini di respiro epico, con momenti di grande bellezza, che a volte trascende la verità stessa. La prosa di Steinbeck non è particolarmente raffinata, ma è potente e diretta, ed è in queste qualità che si può trovare molta della sua bellezza. Come in molta letteratura americana, il sostrato stilistico ha le sue radici nel testo biblico, più che nella tradizione classica come succede invece in Europa.

In Furore Steinbeck denuncia aspramente il sistema di produzione capitalistico, presentando il conto umano dell’economia di scala e di un efficientamento delle linee produttive che taglia fuori dal sistema centinaia di migliaia di persone. Come ci si può facilmente immaginare, negli anni Quaranta del Novecento ed anche in seguito queste posizioni critiche gli valsero accuse di essere un simpatizzante comunista. In realtà il suo ideale di società non si basava sul collettivo operaio, bensì sugli yeoman farmer, piccoli proprietari terrieri che conducevano una attività a base familiare, incarnazioni di autonomia ed indipendenza secondo l’ideologia jeffersoniana. Un modello fuori del tempo, che però per Steinbeck rappresentava l’autentica American way of life.
Rimase invece piuttosto diffidente nei confronti sia del comunismo come ideologia, sia dei comunisti, specialmente quelli ortodossi, che considerava troppo ideologizzati ed irrigimentati.

La traduzione di Perroni pubblicata da Bompiani nel 2013 va a colmare una lacuna piuttosto grave, siccome la traduzione in circolazione dal 1940 aveva rimaneggiato profondamente il testo, appesantendolo di uno stile classicheggiante estraneo allo spirito originale del testo ed eliminando i riferimenti a pratiche cristiane eterodosse e soprattutto i discorsi considerati eccessivamente eversivi (per maggiori dettagli, su Tradurre c’è un ottimo resoconto). A maggior ragione, visti i tempi e vista la temperie culturale che non aiuta a leggere questo nostro strano tempo, penso che Furore sia una lettura che merita di essere fatta. Insomma, a me ha dato tanto e penso che tanto possa dare a tutti.

Autore: John STEINBECK
Editore: Bompiani Anno: 2013 (Edizione orginale: 1939) 633 pagg.
Titolo originale: The Grapes of Wrath
Traduttore: Sergio Claudio Perroni
ISBN: 978-8845274053

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