Elizabeth and Essex

Elizabeth and EssexElizabeth and Essex è il secondo libro di Lytton Strachey che ho la fortuna ed il grande piacere di leggere. La scorsa estate mi ero concessa la sua biografia della regina Victoria, che avevo trovato incantevole nonostante lo scadimento nella prosaicità dopo la morte di Albert – ma era dovuto alla clausura della vita di Victoria più che ad un deterioramento della scrittura.

Anche Elizabeth and Essex è una biografia, ma non ripercorre l’intera vita di Elisabetta I (1533-1603); si concentra invece su una singola dimensione: il suo intricato rapporto con gli uomini, ed in particolare con uno dei suoi favoriti: Robert Devereux, Earl of Essex (1565-1601).
I Devereux erano stati elevati a conti di Essex dalla stessa Elisabetta, e la loro appartenenza alla nobilità titolata datava appena dal secolo precedente; tuttavia la loro ascendenza poteva risalire fino a John of Gaunt, della casa dei Plantageneti. Si trattava, di fatto, di una famiglia che era ascesa grazie al favore dei Tudor, cosa che Elisabetta, a differenza di Robert, non dimenticò mai.
Robert Devereux approdò a corte appena diciannovenne al seguito del patrigno, Robert Dudley, Earl of Leicester, che raccomandò alla regina il figliastro. Elisabetta, cinquantunenne, si compiacque delle attenzioni del giovane, ed in breve tempo ne fece un proprio favorito. La loro relazione continuò a giocare su questi medesimi binari per anni: da un lato Elisabetta, gratificata dal corteggiamento à la mode di Essex, gli conferiva favori e rendite, cedendo ai capricci di Essex, ma non gli concesse mai una autorità indipendente né favori che non potessero essere revocati; dall’altro Essex cercava di fare uso del proprio ascendente amoroso sulla regina per prendere le redini del governo del Paese, attività per la quale riteneva che la regina, in quanto donna, non fosse qualificata.
Lo squilibrio di potere fra i due fu determinante durante tutto il corso del loro tempestoso rapporto: Elisabetta voleva essere adorata incondizionatamente, mentre Essex in cambio di questi omaggi avrebbe voluto un sostegno politico incondizionato che Elisabetta si guardò bene dal concedergli. In contrasto con la prudenza a volte persino esasperante della regina, Essex aveva un carattere impetuoso ed un atteggiamento sicuro di sé e sfrontato che Elisabetta trovava affascinante in un ammiratore, ma inadatto in un politico. Voleva che stesse presso di lei a corte, a venerarla e dedicarle versi, mentre lei affidava gli incarichi di governo a personaggi meno galanti, ma più competenti e deferenti al suo volere.
Era inevitabile che Essex trovasse la situazione profondamente frustrante, e periodicamente si arrivava alla rottura, con Essex che si ritirava dalla corte fumante di rabbia ed Elisabetta che dopo qualche tempo lo richiamava, incapace di resistere alla sua assenza, con la promessa di qualche beneficio. Le cose andarono peggiorando col tempo e si verificarono episodi sempre più gravi che videro Robert contravvenire agli ordini della regina durante una spedizione militare nonché, da ultimo, un tentativo di rivolta armata per rovesciare il governo della corona che gli costò la vita.

Come già per Vittoria, anche nel caso di Elisabetta, Lytton Strachey compone un ritratto complesso nel quale trovano posto dovere, temperamento, visione e debolezza. La regina è dipinta come un’opportunista, una temporeggiatrice astuta, vanesia ma sempre capace di non lasciarsi abbagliare dai successi di oggi e spingere verso il domani uno sguardo disincantato. Elisabetta emerge come una politica scaltra e prudente, ed una donna desiderosa di affascinare; una regina che vuole essere obbedita come un re e vezzeggiata come una principessa. A colpirmi maggiormente di questo ritratto è stata la libertà con la quale Lytton Strachey l’ha concepito: si avverte un intenso rispetto nei confronti della regina in quanto materia di studio e scrittura, ed al contempo una totale assenza di riverenza.
Con la medesima onestà LS descrive la corte elisabettiana come un luogo in cui essenzialmente coesistevano sonetti e clientelismo, tortura e contraddanze. È forse una nostra deformazione vedere in tutto ciò una contraddizione: per gli elisabettiani, la coerenza di insieme di questi elementi diversi era un dato di fatto. O forse questa compattezza è un’impressione trasmessa dalla prosa composta, elegante e sottilmente ironica di Lytton Strachey. Perché LS scrive veramente bene. Mostra un controllo della materia, della parola e delle emozioni sorprendente.

Il libro di Lytton Strachey era un saggio storico per il pubblico del suo tempo, ma siccome dal 1928 ad oggi i criteri che definiscono un saggio storico riconosciuto dagli specialisti del settore sono cambiati, oggi farlo rientrare nella categoria della saggistica è diventato assai più problematico. Per dirne una, nel testo non c’è una sola nota a pié di pagina. LS non cita le sue fonti, il che sarebbe inaccettabile in un saggio contemporaneo. Eppure si è ben documentato, come dimostrano i riferimenti alla corrispondenza fra i vari personaggi. C’è da chiedersi se al suo tempo un certo livello di squisitezza stilistica della scrittura fosse considerato, per la composizione di saggistica di alto livello, un requisito più necessario della notazione puntuale delle fonti.

Ogni volta che mi imbatto in uno di questi autori non di primo piano, ma che magari fra i contemporanei furoreggiavano (e quindi evidentemente capaci di catturare lo spirito del tempo), mi chiedo perché siano ignorati quando studiamo storia della letteratura. Ma forse questo dipende dalla definizione di letteratura, e dunque dalla delimitazione del suo campo: nel nostro ordinamento scolastico, per letteratura si intende puramente il culmine del gesto artistico di scrittura, e quindi è comprensibile che la presenza di autori come Galileo, Darwin o Lytton Strachey entro il florilegio letterario sia oggetto di controversia; ma se per letteratura si intende invece la produzione di testi all’interno di un contesto in cui si intersecano le istanze di autori, lettori e mercato, l’inclusione dei “minori” diviene una conseguenza naturale.
Certo, non tutti i minori scrivono con la sicurezza comme il faut di Lytton Strachey, ma per capire il panorama letterario del Novecento Liala è forse più necessaria di Joyce. (Per quanto la lettura di Dubliners mi dia i brividi di piacere, mentre sulla Liala è meglio sorvolare. Ma si aprirebbe un discorso sul gusto, e su chi abbia i titoli per dettarlo, ed il post di oggi – già lunghissimo – non finirebbe più).

Autore: Giles LYTTON STRACHEY
Editore: University of Adelaide ebooks [qui]

Versione cartacea:
Editore: Penguin   Anno: 2009 (Edizione orginale: 1928)  312 pagg.
ISBN: 9780141390253

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2 thoughts on “Elizabeth and Essex

  1. Interessante il libro e molto interessante la riflessione finale. Temo che, almeno alle scuole superiori, sia per lo più una questione di tempo e di programmi, ma il discorso dovrebbe essere diversi per gli studi universitari. E’ vero che leggere autori considerati minori permetterebbe di dare profondità a periodi che altrimenti rischiano di apparire monocromatici e uniformi, e sappiamo bene che nella storia della letteratura non è mai così. Grazie!

    • Grazie del commento 🙂
      Più mi capita di leggere autori di secondo piano, e più mi interrogo sui criteri adoperati per la selezione delle opere “classiche”, sulle caratteristiche che fanno entrare un romanzo nel Parnaso del canone letterario di un paese – e nello specifico in quello italiano.
      La nostra scuola perpetua un approccio alla cultura museale, che insegna a venerare le opere, più che a comprenderle ed apprezzarle. Forse è questo uno dei motivi per cui il canone letterario ottocentesco, improntato al classicismo, viene tramandato ma non messo in discussione?

      I due ricordi legati all’insegnamento della letteratura in università non sono incoraggianti. Uno riguarda un unico corso di letteratura italiana che sembrava avere lo scopo di colmare le lacune accumulate alle scuole superiori (“Ragazzi, dovete sapere che sono esistiti dei poeti chiamati stilnovisti…”); l’altro l’eliminazione della Commedia dal programma degli studenti di Lettere. Ho il timore che attualmente nelle università si stia facendo una battaglia di posizione per cercare di salvare il salvabile della cultura classica in erosione.

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