Evelina /3

Educazione e moralità
Evelina è stato associato al genere letterario della Commedy of manners. In effetti si tratta di una messinscena di personaggi ricorrenti nel teatro e nella narrativa del tempo: il fop (Sir Lovel), il rake (Sir Willoughby), la dama attempata che vuole apparire più giovane (Madame Duval, protagonista di un memorabile ballo in cui prende il posto di Evelina). La Burney però si spinge oltre il teatrino di maschere: effettua una intenta riflessione sulla differenza fra rispetto formale dell’etichetta ed autentica nobiltà d’animo. Burney usa l’indefinitezza dello status di Evelina come cartina di tornasole per misurare la profondità della beneducazione delle persone con cui entra in contatto, ed in particolare dei vari pretendenti, cascamorti e seduttori che le gravitano intorno. Il caso par excellence è Willoughby, impeccabile nei modi ma intimamente laido, attratto dalle grazie di Evelina ma privo di rispetto per la sua persona. Lo si vede chiaramento, ad esempio, nel cambiamento del modo di Willoughby di rivolgersi a lei a seconda del contesto in cui la trova; se è pressante nella prima parte del romanzo, trovandola in compagnia di aristocratici, sconfina quasi nell’oscenità quando la trova in compagnia di borghesi o gente di più bassa estrazione. La stessa scortesia, ma senza pretese ipocrite di nobiltà, si può riscontrare presso i Branghton. Dal lato opposto dello spettro troviamo Evelina e Lord Orville, indifferenti alle origini dell’interlocutore nel rivolgersi ad esso con sollecitudine e garbo. Ciò è indice del fatto che nel loro caso le buone maniere non sono dettate da considerazioni di interesse, bensì da autentica nobiltà d’animo. Una disposizione d’animo coltivata tramite l’educazione impartita da Villars.

L’inglese, Londra e i consumiEvelina_Joshua Reynolds_Jane Harrington
Un’altra ragione per cui Evelina mi ha colpita è la sua capacità di catturare un momento di cambiamento. Prendiamo innanzitutto la lingua: il romanzo è disseminato di corsivi, a segnalare l’uso di parole singolari. Si tratta di neologismi (egotism, Londonize), di parole coniate da poco per indicare attività che prima non c’erano (shopping, seeing sights), e di parole che stanno cambiando od ampliando il loro spettro semantico (nice, enthusiast, mad – nell’accezione di ‘arrabbiato’).
La lingua usata dai personaggi è anche un chiaro indicatore della loro posizione sociale e del loro grado di educazione; l’uso di slang (chat, funny, goody, fuss, joke, smart nel senso di ‘intelligente’ piuttosto che di ‘ben vestito’) da parte dei Branghton, di Madame Duval e del capitano Mirvan tradisce l’inadeguatezza delle loro maniere. Molte delle parole che al tempo della Burney erano nuove o vagamente disdicevoli ormai sono pienamente entrate nell’uso quotidiano, e senza stigmi associati.
Ma non è solo la lingua: è l’intera società inglese che affiora dalle sue pagine ad essere in piena trasformazione. La gente del bel mondo sta sviluppando una cultura urbana dei consumi: va ai balli, va a passeggiare al parco, va a fare compere. Imitata dalla piccola borghesia benestante, che cerca di dilettarsi con gli stessi divertimenti, ma in tono un po’ minore. Si può considerare Evelina alla stregua di una guida dei divertimenti della Londra alla moda di fine Settecento: l’alta società va ad ascoltare l’opera italiana, passeggia per i St. James’ Park o i Kensington Gardens e frequenta i balli privati dati da altri aristocratici di livello simile al proprio; i piccolo borgesi come i Branghton, invece, solitamente guardano teatro di prosa, passeggiano per i Marylebone Gardens o i Vauxhall Gardens e frequentano i balli pubblici ad Hampstead.

Orgoglio e pregiudizio
Confronti fra i romanzi di Fanny Burney e quelli di zia Jane ne sono stati fatti a iosa. Jane Austen era una attenta lettrice della Burney, e certi elementi di fondo (il focus sulla ricerca dell’amore romantico nel mercato matrimoniale, il gusto per il ritratto dei personaggi, la vena ironica) ricorrono in entrambi.
Una prima lampante differenza è il diverso grado di competenza tecnica fra le due autrici. Fanny Burney si lascia prendere la mano dalla scrittura e si dilunga in scene che troncano il fiato del lettore, inserisce elementi che poi non hanno seguito, non usa appieno la coralità narrativa consentita dalla forma epistolare. Jane Austen al contrario è molto più sottile, ed è capace di gestire le trame di molti personaggi con grandissima economia. Se si leggono i romanzi del periodo precedente, l’abilità tecnica della Austen come scrittrice lascia davvero a bocca aperta.
Un’altra nota interessante è l’avanzamento del processo di borghesizzazione della società inglese fra i due romanzi: se in Evelina l’eroe maschile è un conte, in Orgoglio e pregiudizio si tratta di un gentiluomo sì straricco, ma privo di titoli nobiliari (Darcy non è nemmeno baronetto).

L’edizione di Evelina che ho letto, nella collana dei Penguin Classics, è stata curata da una certa Margaret Anne Doody. Proprio lei, quella di Aristotele detective! In realtà è una studiosa di letteratura che nel tempo libero scrive fiction.
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Nell’introduzione a Evelina fa delle osservazioni molto interessanti sul gioco di specchi fra due tipi di performance della condizione sociale presenti nel romanzo (la rappresentazione esplicita vista a teatro, e quella implicita delle interazioni fra i personaggi che costituisce il romanzo of manners stesso) e sulla perdita della spontanietà e del contatto con se stessi sotto la cappa delle maniere.

Ci sarebbe ancora molto da dire (che dire della sensiblerie di Evelina? E dell’atteggiamento di Fanny Burney verso aristocratici e borghesi?), ma non si finirebbe più, e prima o poi i post devono finire. Quindi chiudo qui. Forse.

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

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