La regola del quadro /2

La trasformazione del mercato dell’arte
L’apertura di un mercato “borghese” dell’arte, ovvero al di fuori della pittura ufficiale e del mercato aristocratico, è uno dei grandi temi del romanzo. Lee tratteggia la commercializzazione dell’arte in termini negativi. La potenza del mercato è personificata dal mercante Kim Chonyŏn, affetto dalla smania di comprare il talento altrui e metterlo al proprio servizio. Persino la gara “stesso soggetto, dipinti diversi” si ripete in contesto mercantile; ma se la commissione reale spingeva gli artisti a dare il meglio di sé e preludeva all’apprezzamento estetico da parte di un appassionato competente, le gare indette dai privati ne sono solo una versione commercializzata e svilita: la sfida fra i pittori diventa l’occasione per scommesse e investimenti da parte di arricchiti che trattano i dipinti più come vacche al mercato che come espressioni artistiche.
Lee presenta questo ampliamento del bacino di ricettori delle opere d’arte come un involgarimento, ed un rischio per gli stessi artisti di perdere di vista la ricerca dell’assoluto attratti dalle sirene di una gratificazione materiale meno remota. In realtà il rapporto fra mercato ed arte è sfaccettato ed ambiguo, perché se è vero che i nuovi ricchi non hanno sviluppato lo stesso discernimento e la stessa per l’arte coltivata presso l’aristocrazia, dopotutto proprio questa diversità di gusto consente agli artisti di esplorare nuove forme espressive, emancipandosi dai canoni accademici in voga presso la nobiltà.

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Kim Hongdo, Lotta (씨름)

Pittrice di donne
Una delle invenzioni del romanzo (non spoilero granché, si tratta di un elemento ampiamente strombazzato) è che Sin Yunbok sarebbe stata in realtà una donna – ipotesi formulata forse per spiegare l’attenzione alle donne come soggetti pittorici. Si tratta di una invenzione che non trova alcun riscontro storico (della vita del vero Sin Yunbok non si sa pressoché nulla), ma è una trovata intrigante, con buona pace del vero storico.
Uno dei motivi per cui amo le storie di crossdressing è che consentono di riscaldare la tensione emotiva fra i personaggi come poche altre, perché contengono intrinsecamente un divieto. Quindi il bello di queste storie consiste nella cottura a fuoco lento dei personaggi, in particolare di quello ignaro, che può svilupparsi in direzione dell’angst (alla Sungkyunkwan Scandal) o della commedia (alla Hanazakari no kimitachi e).
Purtroppo ne La regola del quadro la linea narrativa del crossdressing è sprecata, o perlomeno non sviluppata appieno: diversamente dalla tensione artistica fra Hongdo e Yunbok, raccontata con puntualità nel suo crescendo – ogni nuova opera rivela all’uno i progressi dell’altro in materia di composizione, di colore, di uso del pennello, stimolandoli a superarsi a vicenda -, la tensione emotiva e fisica è quasi inesistente. Secondo me ci sono principalmente due problemi. Per cominciare, benché Hongdo si premuri di dichiarare, sin dal prologo in prima persona, che fra i due c’era “ardente passione”, nel racconto questo bruciante desiderio carnale non va oltre qualche esclamazione vaga del tipo “Ah, non riesco a dimenticare quel volto!” – e la vaghezza è la morte del coinvolgimento del lettore; inoltre non solo nella storia c’è poco, ma quel poco non è organizzato in maniera efficace in una progressione geometrica di crescendo e scioglimento. Inoltre la scena di scioglimento mi ha perplessa.

«Quando c’incontrammo per la prima volta, quella persona era mio allievo, e io il suo maestro. Ma fui io a imparare da quel volto, e quel volto diventò mio maestro. Eravamo talmente amici da condividere i più profondi recessi dell’anima; diventammo rivali acerrimi, e saremmo morti piuttosto che lasciar vincere l’altro. Fummo amanti travolti dall’ardente passione del desiderio carnale…» (p. 4)
«Yunbok era come un foglio bianco immacolato che aspettava l’inchiostro, e Hongdo era il pennello imbevuto.» (p. 333)

Anzi, mi ha fatta sorridere. Lee evita in realtà una scena di passione intesa come consumazione, preferendo invece declinarla come attesa e imaginazione, il che va benissimo, anzi, può essere anche più efficace. Il fatto è che si serve dell’ennesima metafora pittorica, perdipiù una metafora non poco ambigua dal momento che, se facesse riferimento ad uno stato psicologico, sarebbe fuori bersaglio perché a quel punto del romanzo Yunbok e Hongdo hanno un rapporto sostanzialmente paritario (mandando a pallino il contrasto passività/attività), mentre come metafora sessuale sarebbe sorprendentemente esplicita, anche considerando l’evasività e la vaghezza dell’autore nel delineare il rapporto emotivo e fisico fra i due nel resto del libro.

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Kim Hongdo, Ragazzo danzante (무동)

Scrittura visiva
La scrittura di Lee è molto visuale. Sembra quasi raccontare un film che si svolge davanti ai suoi occhi. Al punto che le transizioni fra sequenze sono talvolta brusche, e lasciano disorientati, forse perché, essendo prive degli indicatori visivi, sono meno immediatamente interpretabili dal lettore-spettatore. Questa spiccata visualità rende la sua scrittura scorrevole, ma anche poco spessa, poco sostanziosa.
Due nei che ho notato sono l’uso disinvolto dei superlativi (tutto quello che riguarda Yunbok è geniale e straordinario, ma a furia di ripeterli, i superlativi finiscono per svalutarsi ed appiattire l’intera caratterizzazione) e l’infodumping, specialmente quando Lee descrive i metodi di preparazione del colore (molte delle informazioni in proposito sarebbero state bene in nota o in appendice).

Angolino polemico
Indulgendo alla frivolezza, ci sono alcune cose dell’edizione che mi hanno fatta arricciare il naso. Per prima cosa, la copertina. La trovo bruttina, inspiegabilmente sui toni del viola e con le silhouette di un uomo e una donna che forse alluderebbero ad una coppia di personaggi (logicamente dovrebbero essere Hongdo e Yunbok, ma quest’ultimo non compare mai in vesti femminili… quindi forse Yunbok e Chŏng Hyang? Mistero). Non capisco questa scelta, considerando che ci sarebbe l’opera omnia non di uno, ma di ben due pittori da cui attingere. Inoltre mi è dispiaciuta l’assenza tanto di una pre/postfazione con qualche cenno sulla pittura del tempo, quando di un apparato iconografico. L’edizione così finisce per essere cara (quasi venti euro) senza essere ricca.
Non ho capito bene nemmeno il titolo: che senso ha? L’originale sarebbe “Il pittore del vento”, che mi sembrava non avesse niente che non andasse. Ma mettiamo che l’editore abbia voluto invece sottolineare la trasgressività di Hongdo e Yunbok per il loro tempo: allora sarebbe più calzante “le regole”, plurale, visto che “la regola” fa tanto monastico, oppure volendo usare ad ogni costo il singolare, “il canone”. E poi perché il quadro? Il quadro è un formato che associamo prevalentemente al dipinto su tela, ma in Corea non c’erano mica le tele, c’erano dipinti su fogli di carta destinati ad essere applicati a rotoli da appendere o a paraventi. Non so, non capisco questa scelta.

Ci sarebbe molto altro di cui discutere – delle riflessioni di Hongdo sul rapporto fra l’artista e la sua società, ad esempio. Il libro non manca di spunti. Nel complesso è stato una lettura piacevole, benché a tratti poco chiara. Ho apprezzato soprattutto le parti dedicate all’illustrazione dei dipinti, alle gare di pittura ed alla crescita artistica di Kim Hongdo e Sin Yunbok.
Mi sono divertita ad andare a cercare immagini e informazioni sui dipinti dei due protagonisti (quelli di Kim Hongdo sono conservati al National Museum of Korea, quelli di Sin Yunbok presso la Kansong Art and Culture Foundation, entrambi a Seoul). Purtroppo sono stati esposti lo scorso anno, non sapendolo me li sono persi, e per via del sistema di rotazione delle esposizioni museali difficilmente saranno esposti nuovamente al pubblico prima della mia partenza. Quanto mi brucia!rabbit-1-smiley-058

Autore: LEE Jung-myung (YI Chŏng-myŏng; hangeul: 이정명)
Editore: Frassinelli/Sperling & Kupfer   Anno: 2016 (Edizione orginale: 2007)   456 pagg.
Titolo originale: Param ŭi hwawŏn (바람의 화원)
Traduzione del titolo: Il pittore del vento
Traduttrici: Vincenza D’Urso e Benedetta Merlini
ISBN: 978-88-200-5323-9

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