Scenes from the Enlightenment /1

scenes-from-the-enlightenment-%eb%8c%80%ed%95%98È una strana condizione, quella di “italiana all’estero”. Sempre con la testa in due posti, sempre divisa fra la volontà di immergermi in questo paese, nel qui e adesso finché quest’adesso dura, e la nostagia di casa. Anche con la lettura funziona un po’ così: da un lato vorrei fare il pieno di letteratura del luogo (gran parte della quale in Italia sarebbe pressoché irreperibile); dall’altro sento acutamente lo sfasamento rispetto al tempo dell’editoria italiana. Pur sapendo che si tratta di una sensazione ingannevole, perché anche a casa un po’ sfasata lo sono sempre stata.

Comunque. Questo sproloquio era per introdurre un romanzo coreano inedito in Italia, che ho letto in traduzione inglese. Non è il primo libro coreano di cui parlo su Asaki, ma in questo caso come non mai si tratta di un titolo sconosciuto, entrato nei radar di un pugno di specialisti, forse. Un peccato! Il romanzo è bellissimo. E siccome è improbabile che qualcun altro ne parli, bisogna proprio che lo faccia io.

Scenes from the Enlightenment (che per brevità in seguito chiamerò con il suo titolo originale: Daeha) è un romanzo corale ambientato in un villaggio non lontano da P’yŏngyang (attuale Corea del Nord) negli anni ’20. Al centro dell’azione c’è la famiglia Bak, composta da Bak Seonggwon, le sue due mogli, cinque figli, una nuora e due nipoti (oltre ad un numero imprecisato di domestici e servi vari).
La narrazione procede secondo un andamento non lineare, che si curva seguendo azioni e ricordi ora di uno, ora di un altro dei personaggi. Dev’essere stato per questo motivo che l’edizione inglese ha deciso di tradurre il titolo come “scene di”. A me però il titolo originale, Daeha, che allude a un grande fiume o a una forte corrente, piace molto; più avanti spiego perché.

Intrico di trame
Bak Seonggwon non aveva ricevuto in eredità dal padre nient’altro che un cumulo di debiti, ma con una serie di speculazioni, nelle quali ha dato prova di scaltrezza e assenza di scrupoli, è riuscito ad ammassare una fortuna. Per mascherare le origini umili si è trasferito in paese con moglie e concubina, installando la prima in una grande casa centrale e la seconda in una casetta nel sobborgo di Dumutgol, ed ora, raggiunti i quarant’anni, può compiacersi della posizione sociale raggiunta, del successo negli affari, del potere accordatogli dall’attività di usuraio.

Completamente diverso è il destino della servetta Ssangne, venduta ai Bak ancora bambina e poi ceduta da questi ad un loro dipendente. Bak aveva pensato di assicurarsi la fedeltà del servo con la concessione di un beneficio accessorio, mentre Lady Choe, prima moglie di Bak, era ansiosia di allontanare da marito e figli la potenziale tentazione di una ragazza che si stava facendo donna; nessuno aveva pensato di chiedere il parere di Ssangne. Ssangne che, il giorno delle nozze del primogenitor dei Bak, si era rintanata in cortile a piangere per l’amarezza di non avere una vita propria. E tuttavia il suo desiderio di vita e di felicità è tale da spingerla a sognare al di fuori dei limiti segnati dalle consuetudini.

Per Lady Yun (Tansil) invece l’incontro con Bak è stato provvidenziale: rimasta vedova del primo marito ancora giovanissima, era stata restituita dai suoceri ai genitori, dove era rimasta esposta alle recriminazioni ed alle sbornie manesche del padre fino a quando Bak non li aveva visitati per riscattare un debito. Bak si era invaghito di lei, ed aveva messo a frutto le sue abilità truffaldine ed i titoli di debito sottoscritti da Babbo Yun per ottenere lei, Tansil, in contropartita. Per Tansil non era stato un cattivo affare: era solo una concubina, ma Dumutgol era la padrona di casa, e le sue uniche preoccupazioni erano premurarsi che Hyeonggeol non ricevesse un trattamento troppo diverso da quello dei figli della famiglia principale, e implorare gli dèi di conservarle l’aspetto ancora giovanile.

Hyeongjun, primogenito di Bak, non ha nemmeno queste preoccupazioni: poco più che ventenne, sposato con due figli piccoli, è troppo giovane per prendere in mano le redini degli affari di famiglia, e troppo adulto per unirsi alle scorribande dei fratelli. Non sapendo cosa fare di se stesso, Hyeongjun marina nell’indolenza. Il motivo ricorrente che lo accompagna in Daeha è il tentativo di fare qualcosa e vincere la noia.

[continua]

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