La fine del dibattito pubblico

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Non so quanti altri si trovino nella mia condizione, ma non apro quasi più facebook perché non ce la faccio più a leggere quello che scrivono i miei contatti. Ho conoscenti simpatizzanti di destra autoritaria, di sinistra anticapitalista, cattolici tradizionalisti, e pur non condividendo molte delle loro opinioni – anzi, proprio perché non le condivido – sono interessata al loro modo di vedere le cose. Divergenze e convergenze sono rimaste sempre quelle, ma le parole si sono fatte via via più perentorie e oltranziste, il confronto aggressivo e sterile. Discuterne non è servito a niente, così ho deciso di seguire l’esortazione di Virgilio a Dante: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Perché non ne posso più. Ma non è una soluzione.

Questo tipo di aggressività non si incontra solo nei discorsi che fa la gente: gli stessi toni rimbombano da anni nelle dichiarazioni di molti esponenti politici e negli interventi di non pochi giornalisti. Di recente alcuni commentatori hanno puntato il dito contro i social media, ma Mark Thompson – una carriera dietro le quinte di varie testate giornalistiche – inserisce la sua analisi in una una visuale più ampia e riconduce la crisi di istituzioni politiche, organi di informazione, e sfera pubblica al degrado del discorso pubblico.

«al cuore del problema c’è il linguaggio stesso. (…) Le nostre strutture civiche, le nostre istituzioni e organizzazioni, sono organismi viventi del linguaggio pubblico, e quando cambia la retorica loro fanno altrettanto. La crisi della nostra politica è una crisi del linguaggio pubblico.» (p. 29)

Cosa sta dicendo Thompson? Che nei sistemi democratici il processo decisionale passa attraverso l’argomentazione, a differenza dei sistemi autoritari, nei quali si basa sul principio di autorità; e che quindi il discorso pubblico costituisce il cuore pulsante della vita democratica di un Paese. Perciò il degrado del discorso pubblico finisce per ripercuotersi sulla qualità delle istituzioni politiche, degli organi di informazione, e della sfera pubblica in generale. E, scrive Thompson, negli ultimi anni c’è stata un’accelerazione del degrado della qualità di questo linguaggio.

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La tesi di Thompson quindi è chiara: la crisi della rappresentanza, la sfiducia nei media, l’imbarbarimento dei confronti di valori hanno comune origine nel degrado subito dal linguaggio pubblico.
Thompson dedica gran parte del libro ad esaminare quelle «forze politiche, culturali e tecnologiche» che, secondo la sua analisi, sono alla radice di questo degrado. Fra le principali: il ricorso a concetti semplicistici per fare fronte a problemi complessi; il trincerarsi degli esperti dietro ad una terminologia di difficile comprensione per i profani (chiunque abbia provato a leggere un bando pubblico capirà immediatamente a cosa mi riferisca); nell’informazione, lo spazio riservato alle notizie di ultim’ora a scapito di inchieste e analisi; la contaminazione del linguaggio pubblicitario; e la tensione fra libertà d’espressione ed istanze di riconoscimento e rispetto – due principii che negli ultimi anni sono stati evocati per giustificare, da un lato, discorsi apertamente offensivi e discriminatori, e dall’altro, eccessi di politicamente corretto sconfinanti con la censura preventiva.

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Sono tutti temi di estremo interesse, ma non sempre sono ben articolati rispetto alla tesi principale. Thompson li sviluppa in singoli capitoli che ricalcano le lezioni da cui il libro è stato tratto, risultando talvolta dispersivo, meno incisivo di quanto avrebbe potuto essere con una struttura più chiara e compatta.

Fra le parti più intriganti del saggio ci sono le analisi dei discorsi offerti da vari personaggi pubblici, specialmente i confronti fra quelli resi in circostanze simili (ad esempio, le richieste ai rispettivi parlamenti di intervento armato di Tony Blair nel 2003 e di Lyndon Johnson nel 1964). In queste analisi Thompson trova di volta in volta riscontro alle sue argomentazioni, e spesso sono occasione per qualche digressione che rende la prosa più gustosa, ma contribuiscono anche ad incrementare la dispersività del testo.

Tornando al mio problema, Thompson lo ricondurrebbe al più complessivo scadimento del linguaggio di politica e mezzi d’informazione. Il suo consiglio è di fare esercizio di tolleranza e relativismo, e soprattutto di portare pazienza:

«Prima o poi dovrebbe spuntare un nuovo linguaggio della persuasione ragionevole. Solo che non sappiamo ancora quando.» (p. 377)

In fondo Thompson ha fiducia nella fondamentale ragionevolezza delle persone, e crede che il vento cambierà. Un ottimismo balsamico, viste le circostanze, ma può darsi che fino ad allora continui ad usare facebook solo per gli auguri e Candy Crush…
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Link
Prima Humanitas Lecture di Mark Thompson presso University of Oxford
Recensione sulla rivista Pandora

Titolo completo: La fine del dibattito pubblico. Come la retorica sta distruggendo la lingua della democrazia
Autore: Mark THOMPSON
Editore: Feltrinelli Anno: 2017   (Edizione originale: 2016)   429 pagg.
Titolo originale: Enough Said. What’s Gone Wrong With the Language of Politics?
Traduttore: Giancarlo Carlotti
ISBN: 978-88-07-17314-1
Valutazione complessiva: aaa_arancia(shimizumari)aaa_arancia(shimizumari)aaa_arancia(shimizumari)aaa_coni(shimizumari)

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