JohnLock? La relazione fra Sherlock Holmes e John Watson nei racconti di Arthur Conan Doyle

Sherlock Holmes_RaccontiForse gli autori della serie non potevano immaginarlo, o forse sotto sotto ci speravano, ma la messa in onda di Sherlock (BBC, 2010-2017) ha dato la stura ad una ricchissima produzione di fanfiction e fanart che sviluppavano il rapporto fra Sherlock Holmes e John Watson in chiave romantica. In alcuni rami del fandom si è persino creata l’aspettativa che gli sviluppi omoerotici della partnership fra Holmes e Watson sarebbero stati incorporati nella serie stessa. Non solo, ma secondo sostenitrici e sostenitori della TJLC (The JohnLock Conspiracy), la natura omoerotica della relazione di Holmes e Watson sarebbe stata implicita sin nei racconti e nei romanzi di Arthur Conan Doyle. Ma sarà stato davvero così?
Per scoprirlo, ho setacciato gli scritti Arthur Conan Doyle in cerca di indizi. Il canone originario di Sherlock Holmes è costituito da quattro romanzi (Uno studio in rosso, Il segno dei quattro, Il mastino dei Baskerville e La valle della paura) e da cinque raccolte di racconti (Le avventure di Sherlock Holmes, Le memorie di Sherlock Holmes, Il ritorno di Sherlock Holmes, L’ultimo saluto di Sherlock Holmes e Il taccuino di Sherlock Holmes) pubblicati fra il 1887 ed il 1927. In questi quarant’anni i personaggi si sono incontrati, si sono confrontati con il mondo in cambiamento, sono invecchiati e si sono persi di vista. Anche la loro relazione si è trasformata nel tempo, cementandosi in un rapporto di mutua stima e fiducia.

Per comprendere la natura di questa relazione, non resta che esaminare da vicino la vita privata di Watson, la vita privata di Holmes, e infine le interazioni fra i due, prima di fare qualche considerazione sulle ship. Ma andiamo con ordine.

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Nigel Bruce & Basil Rathbone (1939)

La vita privata di John Watson
Nei rapporti con le donne, sia per quanto riguarda gli affetti che per quanto riguarda il sesso, John Watson aderisce alle convenzioni sociali vittoriane. Ciò significa che, ferme restando le buone maniere, come per i suoi contemporanei per Watson le donne si dividono in due grandi categorie: rispettabili e non rispettabili. La conseguenza più immediata sul piano delle relazioni sociali è che solo le prime sono da marito, mentre solo con le seconde sono possibli rapporti sessuali occasionali.
Questo atteggiamento di Watson è evidente nei confronti di Mary Morstan, una cliente di cui Watson si innamora e che in seguito prenderà in moglie. Dopo l’incontro con Mary, Watson si sofferma a pensare:

«La mia mente rivedeva la nostra recente visitatrice, il suo sorriso, il timbro caldo della sua voce, lo strano mistero che avvolgeva la sua vita. (…) Rimasi cosí seduto a fantasticare finché cominciarono a frullarmi nel cervello pensieri cosí pericolosi che corsi alla scrivania e mi tuffai a capofitto nell’ultimo trattato di patologia. Cos’altro ero io se non un chirurgo militare con una gamba instabile e un conto corrente in banca ancor piú instabile, per potermi permettere di sognare simili follie?» (Il segno dei quattro)

Watson è molto colpito dalla grazia gentile di Mary, ma siccome lei è una giovane donna rispettabile e lui è in condizioni economiche precarie, il matrimonio non è fra le possibilità che John possa permettersi di contemplare, ma se il matrimonio non è possibile il senso del dovere non concede nemmeno di fantasticare su di lei; quindi Watson bandisce ogni pensiero ardito concentrandosi su una lettura sul colera o su qualche febbre tropicale.
Si potrebbe obiettare che Watson è un gentiluomo poco incline ad indulgere in pensieri impuri; se così fosse la medesima ritrosia dovrebbe manifestarsi nei confronti di qualsiasi donna, ma così non è: poche pagine prima, Watson si era vantato dell’esperienza accumulata con le altre.

«Nonostante la mia esperienza in fatto di donne, coltivata in numerosi paesi di tre diversi continenti, non avevo mai visto un volto che rivelasse un temperamento tanto raffinato e sensibile.» (Il segno dei quattro)

Ora, Watson era un medico militare scapolo, il che significa che l’esperienza in fatto di donne doveva averla accumulata prima da studente, e poi al seguito l’esercito coloniale britannico, perlopiù incontrando concubine e prostitute.
Watson è un uomo del suo tempo, un gentiluomo vittoriano, sensibile sia al richiamo della carne che a quello degli affetti, che concepisce la soddisfazione simultanea dell’una e degli altri solo con una donna entro il vincolo matrimoniale.
Il vero caso atipico, fra i due, è Holmes.

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Jeremy Brett & David Burke (1984)

La vita privata di Sherlock Holmes
La vita affettiva di Sherlock Holmes è estremamente contenuta, esclude quasi interamente le donne, e rimane limitata a rade amicizie omosociali.
Sherlock Holmes ha un rapporto difficile con le donne perché ne ha un’opinione piuttosto bassa: le considera troppo emotive, irrazionali, e svenevoli. Non mancano però personaggi femminili che si conquistano la sua ammirazione: una è Irene Adler, descritta dallo stesso Sherlock come «una donna stupenda con un viso che avrebbe fatto struggere qualsiasi uomo» (Avventure, “Uno scandalo in Boemia”); Irene rimane impressa nella considerazione di Holmes non solo grazie alla sua bellezza, ma anche per il suo sfoggio di risolutezza ed acume. Mary Morstan, futura signora Watson, pur non potendo rivaleggiare con Irene Adler per avvenenza, dà prova di intelligenza nervi saldi, e Sherlock le rivolge un complimento non da poco, proveniendo da lui:

«è una delle ragazze piú graziose che io abbia mai conosciuto, e il suo contributo ci è stato di fondamentale aiuto nel nostro lavoro. Ha un vero intuito investigativo» (Il segno dei quattro)

Un’altra donna, poco citata perché compare nelle ultime storie, quando Holmes è già avanti con gli anni e si è ritirato in campagna, è Maud Bellamy; di lei Sherlock si spinge a dire:

«appena vidi quel volto dai lineamenti perfetti e dai colori freschi e delicati come quelli delle colline, capii che nessun giovanotto poteva rimanere insensibile al suo fascino. (…) oltre a una grande bellezza, possedeva anche una notevole forza di carattere. Ricorderò sempre Maud Bellamy come una donna assolutamente completa ed eccezionale.» (Taccuino, “L’avventura della criniera del leone”)

Infine c’è Violet Hunter, una giovane istitutrice osservatrice acuta e dall’intelligenza pronta, che suscita in Watson la speranza (ovviamente frustrata) di un interessamento romantico da parte di Holmes (Avventure, “L’avventura di Copper Beeches”). Quindi Holmes non è immune al fascino femminile, purché in donne scevre dai tratti di debolezza e sentimentalismo tipici della femminilità vittoriana; è quindi quest’ultima, e non le donne in quanto tali, a suscitare l’avversione di Holmes.

Pur incontrando donne che vanno incontro alla sua ammirazione, Sherlock non ha alcuna intenzione di sposarsi. Nel canone si parla di matrimonio per Sherlock una sola volta, e anche quella volta la faccenda è legata ad un caso da risolvere:

«- Lei di certo non mi riterrà un uomo da sposare, non è vero, Watson?
– Francamente, no!
– Allora, le interesserà sapere che sono fidanzato.
– Amico mio, mi congrat…
– Con la cameriera di Milverton.
– Mio Dio! Holmes!
– Avevo bisogno di informazioni, Watson!» (Ritorno, “L’avventura di Charles Augustus Milverton”)

(Trovo sempre molto interessanti le reazioni di Watson. Per prima cosa, Watson liquida sbrigativamente le prospettive matrimoniali di Holmes – non per scarsità di mezzi, ma per il carattere e le abitudini asociali; alla notizia del fidanzamento di Holmes, Watson si congratula con un certo entusiasmo; ma sentendo che la promessa è una cameriera, quindi al di sotto dello status sociale di Holmes, rimane scandalizzato. Non ce n’è, Watson è proprio la voce dello zeitgeist vittoriano.) rabbit-1-smiley-013
Ma non è solo il matrimonio che Sherlock Holmes rifiuta: allo stesso modo, respinge il sentimento amoroso in generale. È lo stesso Holmes a spiegare il motivo del suo atteggiamento:

«l’amore è uno stato emotivo, e tutto ciò che è emotivo si oppone a quella fredda ragione che per me sta al di sopra di tutto il resto. Io non mi sposerei mai, appunto per paura di inficiare i miei giudizi.» (Il segno dei quattro)

In altre parole, Sherlock è un nerd incallito della scienza dell’investigazione. Più di una volta fa riferimento al proprio intelletto come ad uno strumento che è necessario mantenere sempre attivo ed efficiente (questa necessità è il motivo, fra l’altro, dell’abuso di sostanze stimolanti quando non ha un caso a cui applicare le sue facoltà). Perciò non può sorprendere più di tanto che faccia del suo meglio per evitare una condizione che porterebbe ad un parziale offuscamento del suo raziocinio.

Si potrebbe pensare che l’esigenza di evitare ogni perturbazione emotiva risulti in una completa astensione da qualsiasi legame affettivo, ma c’è un tipo di rapporto interpersonale che Holmes coltiva, sebbene con misura: le amicizie omosociali. Il rapporto più importante, naturalmente, è quella con John Watson, ma nel canone di ACD compaiono altri due amici di Holmes: uno è Victor Trevor, un suo compagno di università. Sherlock racconta:

«È stato l’unico amico che abbia avuto durante i due anni in cui ho frequentato l’università. Non sono mai stato molto socievole, Watson; preferivo di gran lunga rimanere nella mia camera a rimuginare ed elaborare i miei particolari metodi di analisi, perciò non passavo molto tempo con i ragazzi della mia età. (…) Trevor era un ragazzo sincero, spontaneo, vivace e pieno di energia, per molti aspetti il mio assoluto contrario, ma avevamo alcuni interessi in comune, e il primo legame che ci unì fu quando seppi che anche lui, come me, non aveva amici.» (Memorie, “Il mistero del ‘Gloria Scott'”)

L’altro è Harold Stackhurst, il preside di una scuola situata nella contea del Sussex in cui Sherlock era andato a vivere dopo essersi ritirato dall’attività di investigatore consulente. Holmes ci informa unicamente che

«a suo tempo era un noto canottiere Blue e un uomo dalle vaste competenze. Facemmo amicizia fin dal giorno in cui arrivai, ed era l’unica persona con la quale avessi un rapporto tale per cui, la sera, potevamo capitare uno a casa dell’altro senza bisogno di invito.» (Taccuino, “L’avventura della criniera del leone”)

L’omosocialità delle amicizie di Holmes è stata letta come una riprova della sua omosessualità latente, ma io credo che sia vero esattamente l’opposto: se coltiva relazioni sociali maschili ed evita quelle femminili, è perché proprio queste ultime potrebbero turbarlo ed allontanarlo dalla “fredda ragione”. I rapporti interpersonali con altri uomini invece costituiscono un porto tranquillo al riparo dai marosi della passione. Peraltro, non è che Holmes li coltivi con particolare intenzione; se le donne sono off limits, anche dagli uomini tende a mantenere una certa distanza:

«L’avversione per le donne e la riluttanza a stringere nuove amicizie erano tipiche del suo temperamento freddo e distaccato» (Memorie, “L’interprete greco”)
«Chi può essere a quest’ora? Un suo amico, forse?
– All’infuori di lei non ne ho altri, – fu la risposta. – Io non incoraggio certo le persone a farmi visita!» (Avventure, “L’avventura dei cinque semi d’arancia”)

Tutto considerato, quindi, lo Sherlock Holmes che emerge dalle storie di ACD è un nerd celibe presumibilmente eterosessuale. Con Watson però stringe un legame particolarmente intimo. Che relazione c’è fra John Watson e Sherlock Holmes?

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Martin Freeman & Benedict Cumberbatch (2010)

John e Sherlock
Il rapporto fra John e Sherlock non è mai al centro della narrazione; si sviluppa invece nella cornice dei racconti dei vari casi. Fra l’altro, l’ordine cronologico dei casi non corrisponde con quello di scrittura e pubblicazione dei racconti, perciò non è semplice ricostruire come si siano sviluppati i rapporti fra i due. Alcune cose però si possono dire. La prima e più importante è che ciascuno dei due, senza saperlo, va a colmare un bisogno inespresso dell’altro.
Quando incontra Holmes, Watson è un medico militare all’incirca trentenne congedato dal servizio per ragioni di salute (ha subìto una ferita di arma da fuoco, risente ancora dei postumi di una febbre tropicale, e soffre di stress post traumatico). Non ha famiglia, non ha amici, non ha mezzi, e conduce una vita dignitosa ma inattiva ai margini di Londra. Sherlock gli offre l’opportunità di sfoderare le sue qualità migliori – coraggio, lealtà, integrità – quando agli occhi del resto della società John Watson è poco più di un peso morto in giacca e panciotto.
Inizialmente, Sherlock chiede a Watson di accompagnarlo unicamente per dargli una dimostrazione pratica dell’efficacia della scienza della deduzione; quindi iniza a farsi accompaganre nelle missioni rischiose, quelle in cui gli farebbe comodo avere una spalla nel caso che si arrivi alla colluttazione.

«– A proposito, dottore, avrò bisogno della sua collaborazione.
– Ne sarò onorato.
– Non la preoccupa violare la legge, vero?
– Nemmeno per idea.
– …e nemmeno correre il rischio di un arresto?
– No, se si tratta di una giusta causa.
– Oh, guardi, la causa è sacrosanta!
– Allora sono pronto!
– Ero sicuro di poter contare su di lei!» (Avventure, “Uno scandalo in Boemia”)

Man mano che Watson dà prova di affidabilità, un caso dopo l’altro, la sua presenza diventa per Holmes un motivo di sostegno psicologico particolarmente gradito nei casi in cui le indagini sono ad un punto morto o richiedono particolare tatto.

«È stato molto gentile da parte sua venire, Watson, – disse. È davvero importante per me avere qualcuno di cui possa fidarmi ciecamente.» (Avventure, “Il mistero di Boscombe Valley”)
«Faccia colazione, Watson, poi usciremo insieme a vedere che cosa si può fare. Sento che oggi ho davvero bisogno della sua compagnia e del suo sostegno morale.» (Ritorno, “L’avventura del costuttore di Norwood”)

La rassicurazione fornita dalla presenza di Watson però si estende ben al di là dell’assistenza nei casi rischiosi: la solidità morale di Watson diviene un sostegno insostituibile per un uomo cinico e pessimista come Holmes. Holmes – come quasi tutte le persone impiegate nelle forze dell’ordine che abbia conosciuto – vede il mondo in termini cupi, attraverso le lenti della sua deformazione professionale.

«Deve sapere, Watson, – rispose, – che una delle maledizioni di una mente come la mia è che osserva qualsiasi cosa in relazione all’oggetto del suo principale interesse. Lei contempla queste case sparpagliate nel verde ed è impressionato dalla loro bellezza. Io, invece, le guardo e penso a quanto siano isolate e a quanti crimini impuniti si possano commettere qui.» (Avventure, “L’avventura di Copper Beeches”)

Quindi la stabilità di Watson, ovvero il suo attaccamento ai principî etici vittoriani quanto la sua lealtà personale, procurano a Holmes un sollievo di cui egli stesso non si rende subito conto di avere bsogno. Gradualmente Sherlock abbassa la guardia e concede a John di oltrepassare «la barriera di reticenze dietro cui si trincerava per tutto quanto concernesse la sua sfera personale» (Uno studio in rosso). Un piccolissimo episodio (il mio preferito) che illustra questa raggiunta intimità si trova in un racconto delle Memorie: non essendoci casi su cui indagare all’orizzonte, Watson trascina Holmes a fare una passeggiata nel parco, ed i due apprezzano la reciproca compagnia senza bisogno di discorsi.

«Camminammo per due ore, quasi sempre in silenzio, come spesso accade fra due persone che si conoscono intimamente.» (Memorie, “La faccia gialla”)

Questa consuetudine fa sì che Sherlock finisca per incorporare John nel proprio quotidiano di uomo fortemente abitudinario ma eccentrico:

«Holmes era un uomo metodico, dalle abitudini rigide e limitate, nelle quali rientravo anch’io. Ero diventato un’istituzione, come il violino, il trinciato forte, la vecchia pipa nera, gli album dei ritagli e delle annotazioni e altre consuetudini forse meno scusabili. [Watson sta alludendo all’uso di cocaina, n.d. Tama] Quando si trattava di agire attivamente in un caso e occorreva un compagno sul cui coraggio potesse contare, il mio ruolo era evidente. Ma si serviva di me anche per altri scopi. Ero una pietra su cui affilare la sua mente. Lo stimolavo. Gli piaceva pensare ad alta voce in mia presenza. Non si poteva certo dire che le sue osservazioni fossero indirizzate a me; in effetti, molte avrebbe addirittura potuto rivolgerle alla spalliera del letto. In ogni caso, proprio per abitudine, gli era in qualche modo utile che io lo ascoltassi, intervenendo di tanto in tanto. Se una certa mia metodica lentezza mentale lo irritava, quell’irritazione serviva a far divampare piú rapida e piú vivida la fiamma delle sue intuizioni e delle sue sensazioni. Tale era il mio umile ruolo nel nostro sodalizio.» (Taccuino, “L’avventura dell’uomo che camminava a quattro zampe”)

Detto tutto ciò, il temperamento freddo di Holmes e la sua reticenza alle esternazioni sentimentali non fanno di lui un uomo completamente impervio alle emozoni; anzi, se possibile hanno l’effetto di amplificare il riverbero narrativo delle sue rare dimostrazioni emotive. (Si tratta di un vecchio trucco, e costituisce fra l’altro il meccanismo di fondo dell’idealtipo caratteriale kūdere nell’animazione giapponese). Ne è un caso la «profonda commozione di fronte alla lode spontanea di un amico» in riconoscimento dell’eccellenza della sua scienza della deduzione (Ritorno, “L’avventura dei sei Napoleoni”); come pure il lampo di «qualcosa che somigliava alla tenerezza» nello sguardo di Holmes, quando ritrova in uno Watson ormai invecchiato la medesima prontezza ad agire che lo aveva animato da giovane (Ultimo saluto, “L’avventura dei piani Bruce-Paddington”); o la sua sollecitudine nei confronti di Watson quando viene ferito, in un episodio citatissimo nella TJLC:

«– È ferito, Watson? Per l’amor di Dio, mi dica che non è ferito!
Valeva una ferita, molte ferite, scoprire la profondità della devozione e dell’affetto che si celavano dietro quella sua maschera impassibile. Per un attimo, i suoi occhi duri come l’acciaio si appannarono e le labbra gli tremarono. Per la prima e unica volta, intravidi in lui un grande cuore, oltre che una grande mente. Tutti quegli anni di umile ma fedele servizio culminarono in quel momento della verità.
– Non è niente, Holmes, è solo un graffio.» (Taccuino, “L’avventura dei tre Garrideb”)

L’usuale riserbo di Holmes rende agli occhi di Watson, voce narrante di questo racconto, ogni minima manifestazione emotiva sorprendente e significativa. Considerando il ruolo di sostegno morale che Watson è venuto ad occupare nella vita di Holmes, non sorprende che Holmes si scopra vulnerabile quando Watson si trova in pericolo (perdipiù quando, come in questo caso, è stato Holmes ad esporlo al pericolo). Questo però non costituisce una prova della natura omoerotica della relazione fra i due, quanto della dipendenza di Sherlock da John. John e Sherlock sono personaggi complementari, ma la complementarità di per sé non comporta che la relazione fra i due sia romantica. Nel canone di ACD, il rapporto fra John Watson e Sherlock Holmes è complementare, ma non romantico.

Due parole a proposito di istinto narrativo, coppie, ship, e fandom
La complementarità è una base estremamente efficace sulla quale costruire una relazione sentimentale nell’universo della narrazione: lo sa bene, consapevolmente o intuitivamente, il fandom che indulge nel piacere della scrittura di fanfic. In un interessante articolo sui parallelismi fra le ship Destiel (Supernatural) e Johnlock (Sherlock BBC), KallA scrive:

«Apparentemente il personaggio A e il personaggio B bastano a se stessi (soprattutto il B); ma in realtà sono incompleti.
Tutto appare chiaro quando il personaggio A e B si incontrano. Il personaggio B salva (varie accezioni) il personaggio A all’inizio della storia, e praticamente per il solo fatto che il personaggio B vede sin da subito in A qualcosa di speciale, che A non riesce (più) a vedere. A con B accanto si sente (varie accezioni) vivo, scopre un motivo per continuare la sua patetica esistenza.» (“Dean Watson e Castiel Holmes”, Fuplandia)

Una dinamica simile, sebbene in termini meno borderline e perentori, è presente anche fra il John Watson e lo Sherlock Holmesi di ACD. Per questo non mi stupisce affatto che i sostenitori e le sostenitrici della TJLC siano stati tentati di retrodatare JohnLock alle storie del canone originario di Sherlock Holmes.

La complementarità entra in risonanza con il nostro istinto narrativo. I personaggi complementari, dello stesso sesso o di sesso diverso, sono stabilmente i beniamini del fandom, i più amati e shippati. Questo è doppiamente vero nel caso delle storie con una componente d’azione, perché il pericolo fa sempre salire la temperatura di una relazione, ed il surriscaldamento di una relazione complementare produce tensione sessuale (unresolved sexual tension) fra i due personaggi. Si potrebbe persino condensare questa norma in una formula:

C(omplmentarità) x P(ericolo) = UST²

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fanart*

Un esempio di relazione complementare a cui sono affezionata è quella fra Fox Mulder e Dana Scully (X Files). Guidato dalla fede e insofferente alle regole lui, in cerca di prove concrete e ligia alle regole lei, uniti dal medesimo fine e da reciproca fiducia e stima, i fan della serie ne hanno caldeggiato per anni il coinvolgimento romantico. Gli autori della serie hanno accontentato i fan, imho finendo per banalizzare il rapporto fra i due e contribuendo alla parabola discendente della serie. Nel frattanto però il will-they-won’t-they? aveva tenuto spettatori e spettatrici appiccicati allo schermo almeno quanto i misteri sull’invasione aliena. Sono le possibilità, le continue aspettative, a stuzzicare i fruitori di una storia. Prendo ancora in prestito le parole di KallA:

«(…) il non vedere accadere niente rende tutto possibile, e così è possibile bearsi di una serie di infiniti mondi paralleli in cui la coppia in questione ha altrettanto infiniti modi di relazionarsi.» (“Dean Watson e Castiel Holmes”, Fuplandia)

Il «bearsi di una serie di infiniti mondi paralleli» è uno dei piaceri specifici della fruizione narrativa. È un’attività intermedia fra la ricezione e la produzione di storie. Spesso e volentieri, è la molla che determina il passaggio dall’una all’altra – a livello amatoriale, si parla di fanfiction e fanart, ma un discorso simile vale per le rivisitazioni da parte di professionisti della narrazione.
La JohnLock caldeggiata dagli alfieri della TJLC è solo una delle versioni del rapporto fra Sherlock Holmes e John Watson che abitano l’universo narrativo, e non rispecchia in maniera fedele quella narrata da Arthur Conan Doyle. Quello che voglio dire è che ci sono tante configurazioni della relazione fra Holmes e Watson quanti sono stati autori e attori che li hanno reinterpretati. Nessuna è meno degna di narrazione e di fruizione delle altre; quello che conta è che siano narrate bene.

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Ho consultato:
Doyle, Arthur Conan. “Uno studio in rosso” in Sherlock Holmes. Tutti i romanzi, Einaudi
Doyle, Arthur Conan. “Il segno dei quattro” in Sherlock Holmes. Tutti i romanzi, Einaudi
Doyle, Arthur Conan. “Il mastino dei Baskerville” in Sherlock Holmes. Tutti i romanzi, Einaudi
Doyle, Arthur Conan. Sherlock Holmes. Tutti i racconti, Einaudi

Link:
Canon of Sherlock Holmes su Wikipedia
Dean Watson e Castiel Holmes su Fuplandia
Context Analysis di Rebekah TJLC Explained – purtroppo i video di Rebekah sono ormai offline
La Johnlock non è un’opinione di Penelope Light
Tsundere, Kuudere, Yandere e gli altri stereotipi caratteriali di anime e manga su Hanahaki

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