Borne

BornePrendete una città portata al collasso da una catastrofe ecologica. Prendete una giovane donna dal passato nebuloso che vive alla giornata fra le rovine del paesaggio urbano. Prendete un vorace mostriciattolo gelatinoso puccioso più di un Pokémon. Siamo nel regno del bizzarro, e da qui parte Borne per raccontare la storia di un legame madre-figlio tantopiù intenso perché atipico, contronatura, ma forse l’unico possibile in un mondo impazzito.

La Compagnia, una fantomatica azienda di biotecnologie, ha perso il controllo su alcune creature sperimentali, e non è riuscita ad impedire che queste si rivoltassero contro i loro creatori e gli abitanti della città. La più tremenda fra loro è Mord, un orso sanguinario alto quanto un palazzo e che per una certa parte del romanzo è anche capace di volare. Mord piomba sulle rovine della città divorando, dilaniando, devastando, apparentemente immune agli effetti delle sostanze tossiche che hanno avvelenato l’ambiente.
Rachel vive facendo la cacciarifiuti: setaccia le macerie in cerca di scarti meccanici e biologici che poi il suo compagno Wick riusa o rivende. In una delle sue spedizioni, Rachel trova una specie di piccolo anemone gelatinoso bioluminescente; lo chiama Borne, e decide di allevarlo. Borne è una fonte continua di sorprese: sviluppa tentacoli e occhi, impara a parlare ed a fare ragionamenti via via più complessi. Rachel non sa bene cosa Borne sia, ma lo tratta come se fosse una persona («il mio bambino», dice spesso), e fantastica di tenerlo sempre con sé. La scoperta di se stesso invece fa sì che Borne si allontani da Rachel, si renda indipendente da lei pur rimanendole legato con amore profondissimo.
La situazione precipita quando Rachel e Wick vegnono attaccati dai mostri alla Scogliera, il loro rifugio fortificato. I due si addentrano in quello che resta del quartier generale della Compagnia, in cerca delle medicine di cui Wick ha bisogno; fuori dall’edificio, Borne e Mord si scontrano.

Sulla carta, Borne avrebbe tutto: c’è la storia di un rapporto madre-figlio intenso e fuori dall’ordinario (Borne è un figlio adottivo con “special needs”, come si suol dire); un personaggio principale accattivante alle prese con un problema enorme (l’incompatibilità fra la sua natura e una vita sociale normale); un’ambientazione originale e intrigante (VanderMeer non è nuovo alla fantascienza a tematica ambientale). Ciononostante la sua è stata una lettura frustrante, perché Borne non decide mai del tutto che cosa voglia essere.

Un romanzo che mette al centro la trama? In realtà nel romanzo succede poco, e quel poco di solito dipende da forze esterne ai personaggi, i quali anzi faticano a comprendere cosa stia succedendo; e siccome il narratore è interno (più precisamente nella persona di Rachel), in generale capiamo ben poco anche noi.
Dalla prima all’ultima pagina Rachel si limita a cercare di sopravvivere adattandosi alle circostanze. Per un certo periodo si prende cura di Borne, ma dopo che Borne se ne va di casa sappiamo molto poco anche di lui. La risoluzione finale è innescata da un attacco contro la Scogliera che obbliga Wick e Rachel a sloggiare, ma lo scontro all’ultimo sangue fra Borne e Mord che ne segue rimane sullo sfondo; invece, in primo piano troviamo (1 – azione) lo sforzo di Rachel per penetrare negli stretti cunicoli della sede sventrata della Compagnia, (2 – flashback) la storia di come Rachel perse i genitori, e (3 – azione) il dialogo fra Rachel e quel personaggio sommamente nebuloso e inutile che è la Maga. Ho trovato tutte e tre le cose francamente poco interessanti, e prive di conseguenze ai fini della trama.
Ma non è che l’autore fosse a corto di idee: lo si capisce chiaramente da un commento fugace di Rachel mentre osserva lo scontro fra Borne e Mord:

«Ora Mord lottava contro Borne (…). Il mostro allevato da me contro il mostro allevato da Wick.» (p. 328)

A questo punto avrei preso il libro e l’avrei tirato in testa al signor VanderMeer, chiedendogli perché mai non avesse sviluppato questo tema: lo scontro fra due creature, entrambe dotate di grandi poteri, ma allevate da umani in maniera completamente diversa. (Ho subito pensato a Shuro e Izak in ES di Sōryō Fuyumi.) Perché non fare della genesi di Mord una contronarrazione speculare, discreta ma potente, del rapporto di Rachel e Borne?
L’unica spiegazione che mi sento di azzardare è: perché non era quello che all’autore premeva raccontare. Perché era altro quello di cui voleva parlare.

Un romanzo che mette al centro l’ambientazione? Va detto che il mondo del romanzo è una delle componenti più affascinanti del libro. Realtà urbana post-apocalittica, bizzarra commistione fra biologico e tecnologico, e collasso di ogni forma di organizzazione sociale formano un complesso intrigante. Purtroppo, raramente si eleva a qualcosa di più di un cartonato corredato di accessori che funge da sfondo alle avventure dei personaggi.
Per dirne una, non viene mai chiarita l’origine della crisi che ha condotto al collasso ambientale: rimane implicito, accettato dai personaggi come dato e mai chiarito. Non solo, ma le stesse leggi del mondo del romanzo (ad esempio: esiste la magia?) non sono mai del tutto chiarite.

Si tratta allora di un romanzo che mette al centro i personaggi? È l’ipotesi più probabile, benché anche nel loro caso non manchino dei buchi.
Borne è il personaggio che ho preferito. Non solo perché è semplicemente adorabile, ma perché è il più coeso, pur nella sua complessità. È un groviglio di contraddizioni, un mostro umano, troppo umano. In lui convivono tenerezza e spietatezza, un’innocenza non del tutto demolita dalla presa di coscienza di sé e della propria diversità, una vocazione per le relazioni in contrasto con un istitinto che gliele rende impossibili, il desiderio di rendersi indipendente da Rachel e allo stesso tempo di ottenere il suo affetto e la sua approvazione.
Conosciamo Rachel solo attraverso i suoi rapporti con Borne e con Wick, perché per quanto rigarda ogni altra cosa è una narratrice poco affidabile. Spesso desideri e preoccupazioni ne offuscano il giudizio, per non parlare del fatto che non possiede nemmeno tutti i propri ricordi. Ma alla fine, tutto questo è poco importante: Borne è la storia della loro relazione, della crescita umana di entrambi – di Rachel non meno che del suo mostriciattolo adottivo.
Il povero Wick invece avrebbe potuto giocare un ruolo maggiore se l’autore fosse stato interessato a sviluppare di più la trama; così stanti le cose invece rimane ai margini del rapporto fra Rachel e Borne, nella parte ingrata del compagno geloso delle attenzioni di cui una madre gratifica il figlio.

Non considero nemmeno l’ipotesi che l’intento centrale dell’autore potesse riguardare la qualità della prosa: si tratta di un classico show don’t tell americano per il quale non vado pazza, che in qualche passaggio, fortunatamente breve, cede alla tentazione di essere pretenzioso.

In definitiva, come storia d’amore materno/filiale Borne è un libro dolce, persino commovente a tratti, e impietoso quando ce n’è bisogno; sul versante della fantascienza invece l’ho trovato confusionario e frustrante, per via del modo in cui spreca molte delle possibilità che apre. Ma va riconosciuta la capacità di aprirle, quelle potenzialità. E poi Borne è Borne.

Valutazione complessiva: aaa_arancia(shimizumari)aaa_arancia(shimizumari)aaa_coni(shimizumari)

Titolo: Borne
Autore: Jeff VANDERMEER
Editore: Einaudi Anno: 2018   (Edizione originale: 2017)   344 pagg.
Titolo originale: Borne
Traduttore: Vincenzo Latronico
Illustratore: LRNZ (Lorenzo Ceccotti)
ISBN: 978-88-06-23680-9

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