Sei buone ragioni per (ri)leggere La Certosa di Parma

Certosa di ParmaHo un problema: possiedo troppi libri. È stato scioccante anche solo formulare questo pensiero, ma è proprio così. Quando ho messo in ordine la libreria tirando fuori i libri dagli scatoloni e spolverando a fondo gli scaffali, mi ci sono voluti giorni e giorni. Non ho lo spazio fisico nemmeno per un foglio. Così ho adottato un criterio di ordine radicale: per ogni libro che entra, un altro deve uscire.
Ora, ci sono un paio di volumi a cui sto puntando perciò devo radiare qualcosa. La Certosa di Parma è entrato quasi subito nella rosa dei libri in uscita perché era uno dei romanzi al quale ero meno affezionata: letto con scarsissimo entusiasmo al ginnasio, mi aveva lasciato solo un blando ricordo del protagonista Fabrizio – un predicatore piagnone al ritorno da una scampagnata a Waterloo.
Mi sono dovuta in parte ricredere. Il romanzo mi ha rapita, accidenti a lui. E mentre giravo una pagina dietro l’altra continuavo a chiedermi: perché? Perché ne vale la pena? Perché è considerato un classico?

La disomogeneità. La Certosa di Parma nasce dalla fusione di due storie che non hanno pressoché niente a che fare l’una con l’altra.
La prima è il racconto della battaglia di Waterloo e, pur nella sua brevità (pp. 72-117) domina la prima parte del romanzo. Si tratta di un racconto realistico, ispirato all’esperienza personale di Stendhal della battaglia di Bautzen. Il protagonista, Fabrizio Del Dongo, lascia il castello di Grianta per unirsi alle truppe di Napoleone, ma è troppo ingenuo e inesperto del mondo per raccapezzarsi. Nella confusione di fumo e movimenti di truppe non riesce nemmeno a capire se sia riuscito a raggiungere il campo di battaglia.
La seconda storia fagocita il resto del romanzo ed è completamente diversa dalla precedente: è ambientata a Parma, è un concentrato di azione drammatica – tutta intrighi di corte e fughe rocambolesche e amori contrastati e travestimenti – ed al centro dell’azione non troviamo Fabrizio, bensì sua zia Sanseverina.
Stendhal fonde insieme le due storie ed il risultato, nel complesso, è sbilenco ma accattivante. È come un sorriso sgangherato ma illuminato da dentro, talmente radioso che non si riesce a non sorridere di rimando.

Il romanzesco. Il succedersi di intrighi e complotti, di fughe e identità segrete, di desideri frustrati e vendette, tiene l’azione in continuo movimento. La ricerca della felicità (la chasse au bonheur) dei personaggi è il loro principio dinamico, è ciò che li mette in moto. Si tratta di una felicità personale, esistenziale, che nella visione di Stendhal non si può conseguire al di fuori dalla vita pubblica. In altre parole, secondo Stendhal, l’individuo che si dedica unicamente al proprio privato non avrebbe accesso alla pienezza del sentimento della felicità.
Lo scrive chiaro e tondo nella prima pagina del romanzo:

«La partenza dell’ultimo reggimento austriaco segnò il crollo delle vecchie idee: rischiare la vita divenne di moda; e ci si rese conto che per essere felici, dopo secoli di sensazioni fiacche, bisognava amare la patria di amore vero e andare in cerca di azioni eroiche.» (p. 51)

Tuttavia, la ricerca della felicità dei personaggi, specialmente nella sua dimensione pubblica, non può non fare i conti con gli ostacoli posti dal mondo; un mondo assolutista, in cui la ricerca della felicità stessa, nella sua declinazione pubblica, è motivo di sospetto. L’assolutismo, nell’ottica di Stendhal, è colpevole soprattutto di soffocare questa dimensione dello spirito umano.
È dal contrasto continuo fra ricerca della felicità e repressione assolutista che scaturisce molta dell’azione romanzesca: le fughe, gli intrighi, i duelli, le vendette, e anche i grandi amori. Parlando di amore, il personaggio che nel romanzo ne incarna la potenza dirompente, ancora più di Fabrizio, è sua zia, Gina Valserra Pietranera duchessa Sanseverina.

La Sanseverina. È uno splendido esempio di personaggio femminile stendhaliano lanciato alla ricerca della felicità senza riguardi per la scia di cuori infranti, leggi violate, e convenzioni sociali calpestate lasciata dal suo passaggio. Ciò che queste donne cercano è l’appagamento personale tramite le relazioni con gli altri; un appagamento sentimentale, intellettuale, fisico, e buona pace se possono raggiungerlo solo intrecciando relazioni con più uomini. (Stendhal venerava le donne di questo stampo; riservava loro l’omaggio impudente del titolo di catin, ovvero “sgualdrina”, ma cadeva ai loro piedi, quasi fossero esseri superiori cui tutto fosse concesso.)
La Sanseverina è proprio un personaggio di questo tipo, sempre alla caccia della felicità: prima accanto ad un marito amatissimo, quindi con una vedovanza sprezzante delle avances ricevute da più parti, infine con la disinvolta gestione di un poligono sentimentale che la vede fisicamente e intellettualmente legata al conte Mosca, sentimentalmente legata a Fabrizio, legalmente legata al secondo marito, il tutto mentre gioca con la vanità ed il desiderio del principe di Parma.
Il rispetto provato da Stendhal nei suoi confronti si manifesta chiaramente nel modo in cui le fa desiderare Fabrizio: la Sanseverina infatti non è una cougar che aspetta solo il momento buono per spolparsi il malcapitato toy boy; lei lo ama perché si sente viva e vuole condividere con lui energia ed entusiasmo, progetti e confidenze. Non vuole nutrirsi della sua gioventù; vuole fargli dono di quella che le resta.

⛪ Fabrizio Del Dongo. Si tratta di uno dei personaggi più emo della storia della letteratura (quantificabile come un 9/10 sulla scala Werther). All’inizio del romanzo ha diciassette anni e la sua ricerca della felicità è smaniosa e sconsiderata: insegue Napoleone a Waterloo, solo per scoprire che le battaglie sono faccende complicate, e che in mezzo alla confusione del fumo e delle eco degli spari un piglio deciso ed una pistola carica valgono più di un animo pieno di puri ideali. Di ritorno in Italia, continua a dare la caccia alla felicità, ma amore e felicità gli sfuggono. Specialmente l’amore gli sembra un enigma insolubile: passa da una relazione all’altra chiedendosi cosa sia l’amore, e cosa si provi quando ci si innamora davvero.
La continua ricerca di ciò che rende umani gli umani, percepito come profondamente alieno, e di conseguenza la convinzione di essere diverso, lo renderebbero un tipico eroe romantico; allo stesso tempo però Stendhal lo ritrae anche con lo sguardo dell’ironia, punzecchiandone la sprovvedutezza, l’ignoranza, e la tendenza a lasciarsi trasportare dall’immaginazione. Insomma, Stendhal tira giù Fabrizio dal suo piedistallo di eroe romantico mostrandone i lati più spiccatamente adolescenziali.

La Storia. Stendhal la concepisce magmatica, caotica, un garbuglio di forze che travolgono tutto e tutti. Questo pessimismo radicale non stupisce in un uomo che era sopravvissuto all’avventura napoleonica e nell’Europa della Restaurazione si era trovato sul versante perdente. Stendhal getta i suoi personaggi in balìa delle forze della Storia, come naufraghi sopra una zattera sul mare agitato; nella loro affannosa ricerca della terraferma devono fare fronte all’urto delle onde: qualche volta riusciranno a cavalcare l’onda, ma più spesso saranno schiaffeggiati dai marosi.
Non solo gli individui non esercitano alcun controllo sulla Storia, ma, secondo Stendhal, non è possibile nemmeno scorgere alcun senso alla direzione presa dagli eventi. Il movimento della Storia è irrazionale, e nemmeno gli agenti più scaltri, come la Sanseverina e il conte Mosca, sono in grado di opporvisi efficacemente. Fabrizio, che è conscio dei propri limiti, neanche ci prova: fugge dal mondo ritirandosi nella Certosa.
Nemmeno Manzoni è così radicale nel suo pessimismo: sebbene la peste faccia strage senza riguardi nella popolazione di Milano, Renzo e Lucia riescono comunque a costruirsi un lieto fine. Stendhal invece ha ben chiaro sin dal principio che la Storia consentirà ai suoi personaggi solo di spegnersi lentamente in un’atmosfera crepuscolare.

La Stendhalia. Ovvero l’Italia, trasfigurata dall’immaginazione di Stendhal. Perché per fare fronte alla pressione schiacciante della realtà, Stendhal si costruisce un altrove in cui costruire utopie di felicità. Questo altrove è l’Italia, divenuto il termine opposto di un sistema di opposizioni binarie con la Francia della Restaurazione: se la Francia era il Paese del conformismo bigotto, della civiltà, e delle forme, l’Italia era quello della libertà, della barbarie creativa, e della sostanza. Era un Paese nel quale era ancora possibile praticare la chasse au bonheur.
Poco importava che questa Italia fosse più aderente alle istanze dell’immaginazione di Stendhal che alla realtà dei fatti: la Stendhalia è un luogo dell’immaginazione. Quell’altrove nel quale potremmo ricominciare da capo, e realizzare i nostri sogni. Per qualcuno è un’isoletta caraibica sulla quale aprire un baretto lasciandosi alle spalle un mesto lavoro impiegatizio; Stendhal la sua Puerto Escondido la trova in qualsiasi regno, principato, e ducato italiano.

In buona sostanza, quindi, La Certosa di Parma è un esercizio virtuosistico di collage nel quale Stendhal dice: Possiamo lasciarci portare alla deriva dalla vita, o attraversarla a nuoto sfidando le correnti, ma solo in quest’ultimo modo possiamo realizzarci fino in fondo come umani. Una donna può cercare la propria sodidsfazione dove vuole, un uomo può interrogarsi sulla natura della sua felicità; potranno combinare qualche guaio, ma nessuno ha il diritto di biasimarli. La Storia, il mondo, con il loro caos prendono a pedate le persone. L’immaginazione però consente di creare uno spazio di fuga per la nostra ricerca della felicità.

Non male. Il mio problema di spazio però non l’ho risolto.

Titolo: La Certosa di Parma
Autore: STENDHAL (Pseudonimo di Marie-Henri BEYLE)
Editore: Mondadori   Anno: 1980 (Prima edizione: 1838)   522 pagg.
Titolo originale: La Chartreuse de Parme
Traduttrice: Franca Zanelli Quarantini
ISBN: 978-88-04-32011-1

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3 thoughts on “Sei buone ragioni per (ri)leggere La Certosa di Parma

  1. Bellissimo post. Io no l’ho mai letto, ma proprio in questi giorni stavo cullando l’idea di rileggere dei classici, primi tra tutti Il rosso e il nero e Madame Bovary, che ho adorato da ragazzina. Magari prima comincio da questo. Grazie.

    • Grazie a te. ^_^ Secondo me vale sempre la pena leggere i classici: se sono sopravvissuti tanto a lungo in genere è perché contengono qualcosa di potente. Ed è bello riscoprirlo a distanza di anni, con uno sguardo diverso.
      Se ti capita di leggere La Certosa di Parma, passa di nuovo a lasciarmi un tuo parere!

  2. Pingback: Duemilaediciotto | Vacuo sognare

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