Orizzonti progressisti. Crisi di un progetto e necessità di un nuovo umanesimo

Orizzonti selvaggi_159x250Era uno di quei pomeriggi uggiosi così tipici dell’autunno milanese, in cui la pioviggine contro i vetri appannati e lo sferragliare sui binari isolano completamente dal mondo, e ci vuole una certa dose di consuetudine, o d’intuizione, per scendere dal tram alla fermata giusta. Nessuna delle due mi è stata di grande aiuto, ma sono riuscita lo stesso ad infilarmi in via Pierlombardo ed a prendere posto in teatro giusto in tempo per non perdere l’inizio della presentazione del libro.
Sebbene non abbia condiviso ogni argomentazione o punta polemica, ho ascoltato la presentazione di Carlo Calenda un senso generale di sollievo. Sollievo perché finalmente qualcuno si era deciso ad affrontare di petto il problema della debolezza di visione del progressismo. Un problema che è andato suppurando da almeno due decenni e che, inspiegabilmente, non è stato in cima all’agenda della classe dirigente (politica, intellettuale, giornalistica, imprenditoriale) di quello che resta del centrosinistra.
All’uscita da teatro i lampioni ormai erano accesi, le auto sfrecciavano sulle pozzanghere di viale Monte Nero, e io non vedevo l’ora di cercare confronto e conforto nel libro.


Orizzonti selvaggi prende le mosse dalla disamina critica del progetto politico al quale le forze politiche occidentali “tradizionali”, ovvero conservatori e progressisti, hanno più o meno consapevolmente aderito dopo la caduta del Muro. L’adagio che si sentiva ripetere fino alla nausea negli Anni ’90 era quello della “fine delle ideologie” – ed era chiaro sin da subito che si trattava di una colossale impostura, perché se fino all’altroieri le ideologie contrapposte erano due, parlare della fine di entrambe significava scaricare il connotato ideologico su quella perdente e contrabbandare l’ideologia che aveva prevalso come un progetto di sistema investito dell’inevitabilità di un teorema. Cosa che infatti è avvenuta, e con una tale penetrazione da lasciare molti esponenti di area progressista afasici al manifestarsi di tensioni e scompensi di sistema.
Calenda chiama “mondo piatto” l’orizzonte che sembrava profilarsi all’indomani della fine dell’Unione Sovietica: il prevalere dell’alleanza atlantica avrebbe preluso alla diffusione globale del capitalismo di mercato e, di conseguenza, del sistema politico democratico liberale. Un balletto Excelsior 2.0 prefigurante sorti magnifiche e progressive per un’umanità occidentalizzata.

Queste promesse però si sono realizzate solo in parte: a fronte di grosse porzioni di umanità che sono riuscite ad accedere ad opportunità di promozione fino ad ora impensabili (quando ero in Corea del Sud ne ho conosciuti, di studenti del Sud Est Asiatico, gli occhi scintillanti di fiducia nella possibilità di costruire un avvenire migliore per sé e per la propria comunità), il ceto medio occidentale si è ritrovato esposto ad una crescente insicurezza sociale, e nel 2008 un pezzo di sistema finanziario è imploso in una crisi autoindotta. Sul versante politico le cose non sono andate meglio, con gli attentati dell’11 settembre 2001 a cui gli Stati Uniti hanno risposto in maniera disastrosa, e con l’ascesa di forze inneggianti al protezionismo autoritario in tutto il mondo, perfino nel cuore stesso dell’Occidente.

Orizzonti selvaggi_libro 500x370

Un elemento centrale del discorso di Calenda nel libro riguarda la paura. Visto come vanno le cose, è difficile non averne: la «messa in mobilità generalizzata dei rapporti di lavoro» (Castel 2011, 35-38), giustificata citando esigenze di produttività e concorrenza delle quali non ho gli strumenti per dubitare, ha fatto sì che la flessibilità si sia spesso tradotta in insicurezza cronica; l’inadeguatezza del sistema di governo dell’immigrazione si è pienamente manifestata nel corso della crisi del 2015-2016, lasciando molte delle persone stabilitesi in Italia negli ultimi anni per scelta o per ventura ignare dei diritti e dei doveri che spettano a tutti i residenti; ci si interroga sulla sostenibilità del sistema economico stesso in termini di compatibilità ambientale e tutela della salute, sulle prospettive demografiche; e, negli ultimi tempi, ci si è chiesti se l’accesso ai Big Data da parte dei pochi che ne hanno i mezzi non rischi di deformare irreversibilmente l’ordinamento democratico. Di fronte a tante incognite, nella società si è fatta largo una domanda di protezione (già alla base, in tempi ormai quasi remoti, del fenomeno degli operai settentrionali con in tasca la tessera della FIOM e della Lega Nord).
Purtroppo, la risposta di area progressista a queste paure molto concrete è stata improntata ad un ottimismo della volontà incomprensibile. Ho trovato esemplare, in questo senso, un passaggio dell’ultimo libro di Fassino – peraltro imho una delle personalità migliori, più impegnate e specchiate, espresse dal Partito Democratico, eppure portatrice di tutti i limiti di visione della “vecchia guardia”:

«Il riformismo insomma è “una sinistra che non abbia paura”. Non abbia paura della globalizzazione, ma si ponga l’obiettivo di costituzionalizzarla, dandole una guida democratica. Non abbia paura della flessibilità, ma si ponga l’obiettivo di affermare nel mercato del lavoro mobile diritti e tutele irrinunciabili, sconfiggendo così la precarietà. Non abbia paura di trasformare la natura perché … la sfida appassionante è utilizzare le potenzialità delle moderne tecnologie per realizzare quello sviluppo ecologico e sostenibile della cui necessità tutti oggi siamo consapevoli.» (Fassino 2018, 88)

C’è una distanza emotiva fantastica fra l’esortazione di Fassino a non avere paura della flessibilità e quello che mi passa in animo ogni volta che penso al mio contratto in somministrazione part-time o al mutuo che mio fratello continua a pagare per la casa nella regione in cui lavorava quattro (presto cinque) aziende fa. D’altronde è sempre meglio l’ottimismo bendato alla condiscendenza noncurante che hanno sfoggiato altri esponenti di spicco delle istituzioni; penso ad esempio ad una recente intervista a Giuseppe De Rita nella quale è riuscito a rilasciare la seguente surreale dichiarazione:

«I figli del ceto medio italiano oggi possono cominciare a lavorare portando le pizze nel cubo, come capita a molti ragazzi. Ma non faranno quel mestiere tutta la vita. Quando erediteranno la casa dei loro genitori avranno a disposizione un patrimonio che potranno decidere di sfruttare perché le case italiane sono ricercate.» (Griseri 2018)

In quanto esponente – mio malgrado – della categoria dei figli del ceto medio italiano, quando ho letto quest’intervista ho mentalmente indirizzato a De Rita una poderosa pedata nel sedere: quello che si prospetta per noi è la minorità perpetua all’ombra dei nostri genitori, vivi o morti? E parlando di mancanza di rispetto, come dimenticare l’invito dell’ex ministro del lavoro Poletti a cercarsi un lavoro facendo networking informale in spogliatoio?
Calenda sembra fra i pochi ad aver compreso la persistenza vischiosa della paura nell’esperienza quotidiana e la centralità del suo riconoscimento per sperare di riprendere un dialogo abbandonato da una controparte repulsa dalla retorica punteggiata di disprezzo degli sdraiati choosy, dei gufi, e degli sfigati.

«Dal mio punto di vista, se c’è ancora una ragione di esistere della sinistra, va fatta [politica] per chi non possiede gli strumenti culturali e per difendere chi ha paura, non chi non ce l’ha. Purtroppo da 30 anni i progressisti sono impegnati ad alimentare un distacco emotivo con l’elettorato che oggi presenta il conto. Se vogliamo ricostruire un pensiero progressista, riconoscere un diritto di cittadinanza alla paura è fondamentale. (…) La puoi affrontare con più o meno grinta, ma negarla davanti a chi la prova davvero è un insulto.» (Pagani 2018)

Per questo ho provato sollievo, durante la presentazione e poi leggendo il libro, quando Calenda ha preso sul serio paura, rabbia, e risentimento riconoscendo che sono altrettanti segnali della crisi della rappresentanza in area progressita. E quando ha riconosciuto che alla base di tutto c’è stata la mancata ricezione della richiesta di protezione che si è levata, anche in maniera male articolata e sporca, ma non per questo meno degna di ascolto, da parte della “base”. La richiesta nei confronti della politica è stata di prendersi delle responsabilità e intraprendere iniziative incisive per uscire dall’attuale impasse.

Orizzonti selvaggi_02-richiesta protezione

La latitanza dell’area progressista si è riflessa nei livelli del suo dibattito pubblico. Ai tempi della campagna elettorale de l’Unione i vertici furono impegnati a bisticciare se la dicitura più rispettosa delle rispettive tradizioni identitarie fosse “centrosinistra” (tutto attaccato), “centro sinistra” (staccato) o “centro-sinistra” (con trattino), e menomale che poi si è imposto il “csx”, ma c’è quasi da rimpiangerli, quei tempi, visto che la parvenza di dialogo che rimbalza sui media oggigiorno ricorda di più una lotta per bande di animali spazzini intenti a contendersi la carcassa di quello che resta della dirigenza del partito. Allora come adesso le istanze di tutela e di definizione di un progetto sociale in cui identificarsi erano relegate ad un ruolo marginale.
Gli unici ad aver recepito l’importanza della paura, della richiesta di protezione e di intervento da parte della politica sono stati i populisti, e poco importa se la loro ricetta di chiusura (nella sintesi di Boris Johnson: “tenersi la torta e mangiarsela”) non sia realistica. È rassicurante ed è quello che conta. Come diceva Donald Trump in campagna elettorale quando si rifiutava di discutere il suo programma con la stampa: tanto non mi voteranno per il mio programma, spiegava, ma perché vedranno in me una persona di cui fidarsi.

Orizzonti selvaggi_dedica 600x390

Nella seconda parte del libro, Calenda individua tre sfide per il futuro (tre “orizzonti selvaggi”): la questione del potenziamento tecnico, ovvero dell’impatto dello sviluppo tecnologico sulla fisiologia dei sistemi democratici – l’uso dei Big Data per personalizzare non solo il messaggio politico, ma anche l’offerta informativa è una prospettiva preoccupante per tutti coloro che, diversamente da Baricco, non riescono ad accogliere con entusiasmo la perdita di peso specifico e profondità della nozione di verità (Baricco 2018, 276-293) – ma anche sull’automazione e la trasformazione del lavoro.
Il problema della sostenibilità del sistema economico, ovvero della conciliazione fra necessità occupazionale e qualità della vita, ma anche del governo delle migrazioni – che mi ha fatto piacere abbia affrontato senza aderire né alla retorica securtaria né al pietismo paternalistico, e non solo in chiave emergenziale ma in una prospettiva strutturale.

Infine si discute di una questione di cui non sento parlare abbastanza: l’isolamento. Per un verso il bagaglio di conoscenze necessario per accedere alle opportunità lavorative e non solo, al di fuori della propria comunità di prossimità, è cresciuto, aumentando ulteriormente l’isolamento di coloro che hanno difficoltà di comprensione dei testi e di ragionamento quantitativo (analfabetismo funzionale). Per un altro, la decollettivizzazione si è tradotta in «una fortissima individualizzazione del rischio» (126), specialmente per «tutti coloro che non possono contare su altre risorse che non siano derivate dal loro lavoro» (Castel 2011, 39), ovvero proprietà e/o reti relazionali informali. La reazione istintiva di difesa da un ambiente di difficile comprensione e generalmente ostile è di ulteriore chiusura. Un serpente che si mangia la coda. Non so se la proposta di ampliamento del programma scolastico avanzata nel libro sia praticabile, ma almeno è un tentativo di affrontare il problema.

Nel complesso, la risposta di Calenda – che di formazione è un liberale – è una chiamata a costruire un nuovo umanesimo, individuale e collettivo, dal quale ripartire per affrontare gli “orizzonti selvaggi” che si profilano nel futuro prossimo.
Ci sono anche delle proposte, ma è chiaro che l’elemento più militante del libro è il suo stesso essere un tentativo di aggiornare l’approccio e l’agenda dell’area progressista. Si tratta solo di un primo passo, ma è sufficiente a lasciar sperare che qualcosa si muova. Per questo motivo la lettura di Orizzonti selvaggi mi ha dato un po’di conforto.

Così una sera sono salita in auto (di proprietà dei genitori), ho tagliato la nebbia fino alla sezione del Partito Democratico del mio comune, in una specie di locale caldaie intonacato fresco, e ne ho dette quattro ad uno dei candidati del coordinamento metropolitano milanese. La settimana successiva sono tornata sulla scena del delitto e ne ho dette quattro anche ad un’altra candidata. È stato il mio primo passo di ripresa di dialogo con un partito con il quale avevo tagliato i ponti da non so più quanti anni, e non ho molte illusioni, ma sono disposta a tentare, e vediamo come va.

Ho consultato anche:
Baricco, Alessandro. The Game, Einaudi 2018
Battista, Pierluigi. “Sveglia, cari liberali. Di corsa a studiare”, su La Lettura de Il Corriere della sera, 11 novembre 2018
Calenda, Carlo. Intervento presso Prepararsi al futuro, Politecnico di Torino, 20 dicembre 2018
Castel, Robert. L’insicurezza socale. Che signfica essere protetti?, Einaudi 2011
Cottica, Alberto. “Da Star Trek a Happy Days: una riflessione su Orizzonti selvaggi di Carlo Calenda (lungo)”, su Contrordine compagni, 6 novembre 2018
Fassino, Piero. Pd davvero, La nave di Teseo 2018
Feltri, Stefano. “Orizzonti (poco) selvaggi, perché Calenda non basta”, su Il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2018
Griseri, Paolo. “De Rita: ‘In Italia la borghesia non c’è, Grillo usa il rancore per cercare voti'”, su Repubblica, 13 novembre 2018
Pagani, Malcom. “Calenda: ‘Rinascere o morire'”, su Vanity Fair, 3 ottobre 2018
Quadrelli, Federico. “Orizzonti selvaggi. Recensione al libro di Carlo Calenda” su Formiche.net, 19 novembre 2018

Un ringraziamento sentito a Carlo Calenda per la dedica sul libro. I Paperi hanno tutti apprezzato molto.

Titolo: Orizzonti selvaggi. Capire la paura e ritrovare il coraggio
Autore: Carlo CALENDA
Editore: Feltrinelli Anno: 2018 216 pagg.
EAN: 978-88-07-17350-9

Annunci

One thought on “Orizzonti progressisti. Crisi di un progetto e necessità di un nuovo umanesimo

  1. Pingback: Duemilaediciotto | Vacuo sognare

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...