Heroic Failure. Brexit and the Politics of Pain /3

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Circuito E: Sado-populismo
Sebbene la campagna referendaria per il Leave abbia attivato tutti questi circuiti – autocommiserazione, fantasia di oppressione, pathos del perdente eroico, retorica del buonsenso – il suo vero carburante è stato il disagio dei tanti che, negli ultimi dieci o vent’anni, hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita e opportunità di lavoro. E che non hanno viste prese sul serio le loro preoccupazioni, né dalle istituzioni nazionali né da quelle dell’Unione. Scrive O’Toole:

«[L’élite tecnocratica europea] ha dimenticato che povertà, disuguaglianza, insicurezza e senso di impotenza hanno ripercussioni politiche drastiche.»
«It [the European technocratic elite] has forgotten that poverty, inequality, insecurity and a sense of powerlessness have drastic political repercussions.» (p. 109)

Ciò che ha messo le ali alla campagna del Leave è stato dare a quel disagio «un nome ed un luogo – immigrati, e burocrati di Bruxelles» (p. 109) attivando tutti i circuiti di cui si è detto.Paradossalmente, però, i leader del progetto Brexit – ovvero David Cameron, l’euroscettico che ha indetto il referendum; Boris Johnson, il rivale che ha sfruttato il referendum per insidiarne la leadership; Nigel Farage, un sovranista il cui unico programma coerente sinora è stato assicurarsi un posto al sole a carico del contribuente – hanno tutti un’estrazione completamente establishment: provengono da famiglie facoltose, hanno studiato negli stessi istituti, e/o hanno un background nell’ambiente finanziario londinese. Sì insomma, sono casta.

Tuttavia, dando al disagio un nome ed un luogo, hanno indicato ai sostenitori del Leave il punto contro il quale dirigere il loro scontento. O’Toole discute dell’illusione di circoscrivere e controllare quella sofferenza e della scarica di piacere derivante dall’infierire in prima persona in termini di dinamiche sado-masochistiche.

«Risponde al loro senso di impotenza con un momento di autentico potere – la Brexit è, in effetti, un gesto enorme da compiere. Ma rimane pur sempre autolesionismo.»
«It counters their sense of powerlessness with a moment of real power – Brexit is, after all, a very big thing to do. But it’s still self-harm.» (p. 109)

Si tratta di una tecnica per dare sfogo all’ansia, e anche di una manovra diversiva da parte dei leader del Leave, visto che puntando l’indice contro Bruxelles sono riusciti ad evadere da qualsiasi responsabilità rispetto alla situazione di malessere sociale; sono riusciti nel gioco di prestigio di presentarsi come parte di un popolo oppresso, invece che come sua classe dirigente con responsabilità dirette di governo e indirette di sostenitori di politiche latitanti – a voler essere benevoli – nei confronti di chi era rimasto ai margini.

Ma il vero colpo da maestri è stato, nel ruolo di portavoce delle rivendicazioni popolari, infilare fra queste ultime delle istanze storiche dell’establishment conservatore. Fra le fette di pane dei regolamenti europei assurdi su curvatura delle banane e uso dei palloncini, hanno spalmato i loro veri obiettivi. le tutele europee di lavoratori e ambiente.

«Per i cinici leader della campagna per la Brexit, la libertà che desiderano è la libertà di smantellare le tutele ambientali, sociali e del lavoro che chiamano ‘vincoli oppressivi’. Vogliono eliminare le ultime limitazioni sulle forze di mercato che hanno provocato la sofferenza.»
«For the cynical leaders of the Brexit campaign, the freedom they desire is the freedom to dismantle the environmental, social and labour protections that they call ‘red tape’. They want to sever the last restraints on the very market forces that have caused the pain.» (p. 109)

La trovata propagandistica più eclatante e spregiudicata della campagna Vote Leave è stata la promessa, stampata a caratteri cubitali sulla fiancata di un pullman rosso, di destinare la somma versata dal Regno Unito come contributi comunitari al finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (National Health Service, NHS). Una promessa indirizzata proprio alla fetta di elettorato che fa maggiore affidamento sui servizi pubblici essenziali per difendere la propria sicurezza sociale; ma una promessa mendace, sia perché sovrastimava surrettiziamente il contributo britannico all’Unione Europea, sia perché proveniva da un’area politica che ha tentato per anni di privatizzare in tutto o in parte l’NHS. Una visione condivisa anche Nigel Farage e Arron Banks, leader della campagna rivale Leave.EU, che hanno proposto addirittura di smantellare il sistema sanitario nazionale britannico in favore di un sistema assicurativo privatistico su modello di quello statunitense.

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Andrew Mayeda, “Mr. Brexit Came to Washington, and Then Things Got a Bit Awkward”, Bloomberg, 10 maggio 2016

Nonostante queste ambiguità, il messaggio della campagna del Leave ha avuto successo anche perché ha potuto contare sull’attivazione del circuito cognitivo-emotivo identitario inglese.

Circuito F: Nazionalismo inglese e disgregazione del Regno Unito
L’ultimo circuito è il ritorno del nazionalismo inglese. Secondo Fintan O’Toole, infatti, l’organismo politico la cui crisi ha precipitato la Brexit in realtà non è l’Unione Europea, bensì l’Unione del Regno di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.
Il Regno Unito è una costruzione politica che unisce quattro nazioni distinte: Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda. Per secoli la storia delle due Isole Britanniche è stato un alternarsi di tentativi dell’Inghilterra di sottomettere le altre tre, e delle altre tre di liberarsi dal dominio inglese. Diversamente dal Galles, che fu sottomesso già nel Medioevo, Scozia e Irlanda rimasero una spina nel fianco dell’Inghilterra fino in epoca moderna. L’intuizione politica fu quella di trasformare le nazioni da rivali sulle Isole Britanniche a partner nell’Impero: aderendo all’Unione con Inghilterra e Galles nel 1707, la Scozia entrava in un’unione monetaria e doganale di libero scambio con l’Inghilterra ed otteneva l’accesso ai mercati imperiali in cambio della rinuncia ad avere monarchi cattolici; nel 1801 entrò nell’Unione anche l’Irlanda.
Ma con la perdita dell’Impero, che aveva agito da collante dell’Unione, e l’adesione ai trattati europei, che hanno creato un ambiente favorevole ai regionalismi, Irlanda e Scozia hanno iniziato a domandare maggiore autonomia da Londra.
In realtà, osserva O’Toole, anche il nazionalismo inglese, a lungo quiescente, si è riattivato; ma lo scontento ha finito per incanalarsi nei confronti dell’Unione Europea, a lungo additata come aliena, minacciosa e dispotica.

«La Brexit è uno strano ibrido – un’autentica rivoluzione nazionale contro un oppressore fittizio. Ha l’aspetto di un movimento di liberazione, senza averne il contenuto.»
«Brexit is a strange hybrid – a genuine natural evolution against a phoney oppressor. It has the form of a movement of liberation without the content.» (p. 116)

Perdipiù, il progetto politico della Brexit è capace di soddisfare, sul piano dell’immaginario, le esigenze divergenti di due famiglie di nazionalismo: al nazionalismo che rivendica la liberazione dall’oppressione di un invasore esterno, promette indipendenza; a quello che aspira ad una proiezione politica, commerciale e militare, promette la creazione di un blocco commerciale alternativo di cui essere potenza egemone (la cosiddetta Global Britain, o Impero 2.0).

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La conclusione di O’Toole è che per gli inglesi l’integrazione europea non è mai diventata un orizzonte comune condiviso con gli altri popoli del continente perché l’intero progetto dell’Unione è nato da una precisa lettura continentale della Seconda Guerra Mondiale come il prodotto mostruoso di un eccesso di nazionalismo e dalla conseguente determinazione di non ripetere la storia e di forgiare uno spazio comune di pace e cooperazione (pur con i difetti ed i problemi sotto gli occhi di tutti); per molti inglesi invece la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale è stata un’iniezione di steroidi al nazionalismo ed ha consolidato un atteggiamento di diffidenza nei confronti dell’Unione che, nei desideri dei governi britannici, non avrebbe dovuto tendere all’integrazione ma rimanere unicamente un mercato comune.

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Ma non si tratta di una struttura di sentimento presente in maniera uniforme nella popolazione: se per gli inglesi over 50 e delle zone rurali l’Europa è fonte di perplessità e diffidenza, per la mia – per la nostra – generazione è una componente identitaria complementare.
Tutti noi in realtà abbiamo ormai identità multiple – ad esempio io sono lombarda, italiana ed europea; l’autore di Heroic Failure è dublinese, irlandese ed europeo – e l’uscita dall’Unione Europea, per chi è nato e vissuto all’interno di quell’orizzonte, equivale ad un’amputazione. Questo circuito cognitivo-emotivo purtroppo non si è attivato, o non si è attivato abbastanza, al momento del voto.

Valutazione complessiva: aaa_arancia(shimizumari)aaa_arancia(shimizumari)aaa_arancia(shimizumari)aaa_coni(shimizumari)

Ho consultato
James Bartholomew, “Boris Johnson’s closing speech was the defining moment of the campaign”, The Spectator, 22 giugno 2016
Sharon Begley, “Why Our Brains Love Horror Movies: Fear, Catharsis, a Sense of Doom”, Daily Beast, 13 luglio 2017
Adam Bienkov, “Here are all the times UKIP has called for NHS privatisation”, Business Insider, 12 febbraio 2017
William Booth e Karla Adam, “Want to understand Boris Johnson, Britain’s probable next prime minister? Read his incendiary journalism.”, Washington Post, 20 luglio 2019
“Brexit Blitz spirit: Why does it always come back to the war?”, Channel 4 News, 25 febbraio 2019
Jim Brunsden, “How Boris Johnson’s Brussels years helped pave the way to Brexit”, Financial Times, 1 luglio 2019
Nick Cohen, “One thing now unites Britons – a sense of national humiliation”, The Guardian, 23 marzo 2019
Michelangelo Coltelli, “Dai campanelli alle banane: le panzane anti-UE”, Lettera 43, 18 novembre 2018
“EU Referendum: Boris Johnson stands by Hitler EU comparison”, BBC News, 16 maggio 2016
Andrew Glazzard, “Why thriller writers love to imagine Britain being invaded by Nazis”, New Statesman, 12 febbraio 2017
Joe Guinan e Thomas M. Hanna, “Lexit: the EU is a neoliberal project, so let’s do something different when we leave it”, New Statesman, 20 luglio 2017
Christian Jarrett, “The lure of horror”, The Psychologist, November 2011, Vol. 24 (pp.812-815)
Alexander Boris Johnson, “Beyond Brexit: a Global Britain”, Primo discorso a Chatham House come Ministro degli Esteri, 2 dicembre 2016
“L’Ue e la forma dei cetrioli: una vecchia storia dura a morire”, Pagella Politica, 29 maggio 2019
Andrew Mayeda, “Mr. Brexit Came to Washington, and Then Things Got a Bit Awkward”, Bloomberg, 10 maggio 2016
Leo McKinstry, “Why the Dunkirk spirit will make Brexit a success”, Express, 7 agosto 2017
Fintan O’Toole, “The Ham of Fate”, The New York Review of Books, 19 luglio 2019
Mike Pattenden, “Why is Britain obsessed with heroic failure?”, The Telegraph, 30 marzo 2016
Allison Pearson, “For Brexit to work, we need Dunkirk spirit not ‘Naysaying Nellies'”, The Telegraph, 1 agosto 2017
Bernard Porter, “Heroic Failure and the British by Stephanie Barczewski review – why have the defeated been prized in the UK?”, The Guardian, 19 febbraio 2016
Sonia Purnell, “Boris Johnson is about to inherit a crisis his EU-bashing helped spawn”, The Guardian, 15 luglio 2019
“The UK’s EU membership fee”, Full Fact, 8 luglio 2019
Tim Ross, “Boris Johnson: The EU wants a superstate, just as Hitler did”, The Telegraph, 15 maggio 2016
CJ Sansom, “My nightmare of a Nazi Britain”, The Guardian, 19 ottobre 2012,
Arj Singh, Kate Ferguson, Emma Clark e Georgia Diebelius, “Nigel Farage’s Brexit victory speech in full”, Mirror, 24 giugno 2016
Alfred, Lord Tennyson, The Charge of the Light Brigade (1854), The Poetry Foundation
Margaret Thatcher, Speech to Conservative Rally at Cheltenham, 3 luglio 1982
Amy Walker, “Do mention the war: the politicians comparing Brexit to WWII”, The Guardian, 4 febbraio 2019
Adam Withnall, “EU referendum: Nigel Farage’s 4am victory speech – the text in full”, The Independent, 24 giugno 2016

Altre risorse
TLDR News su Youtube
Intervento di Fintan O’Toole su World Affairs

Titolo: Heroic Failure. Brexit and the Politics of Pain
Autore: Fintan O’TOOLE
Editore: Apollo   Anno: 2018   200 pagg.
EAN: 9781789541007 / 9781789540987

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2 pensieri su “Heroic Failure. Brexit and the Politics of Pain /3

    • Dei vecchi inglesi. XD
      Comunque O’Toole non fa un’analisi del voto; studia piuttosto la disaffezione britannica nei confronti dell’Unione Europea da un punto di vista culturale e identitario. Voglio sottolinearlo, come pure che le ultime considerazioni del post sono mie e non dell’autore del libro.

      Peraltro è molto interessante vedere come alcuni di questi “circuiti emotivi” siano attivi anche altrove – anche da noi. Penso in particolar modo al vittimismo, alla retorica del buonsenso e al sado-populismo.
      Tuttavia, al di là del fatto che sono alimentati in maniera artificiale (c’è pieno di gente erroneamente convinta che esistano norme/accordi europei volti espressamente alla penalizzazione dei prodotti italiani «perché Francia e Germania ce l’hanno con noi»), se si attivano è perché esiste una base reale di disagio presso coloro che vivono una situazione di incertezza.
      Quindi il discorso delle “colpe” ci porterebbe molto lontano.

      Grazie del commento Yupa e buon lavoro con il film di One Piece!

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