Infanzia in tre culture. Cina, Giappone e Stati Uniti

Infanzia in tre culture - www.raffaellocortina.itFaccio uno strappo alla regola di non parlare di libri di testo letti in preparazioni di esami perché un’opinione su Infanzia in tre culture mi è stata esplicitamente richiesta e mi sembrava poco carino rifiutare, specie visto che il libro mi è pure piaciuto.

Il testo di Tobin, Wu e Davidson è il frutto di una ricerca durata svariati anni e che ha coinvolto decine di bambini, genitori ed educatori in Giappone, Cina e Sati Uniti.
Per la ricerca hanno adottato di cui non conosco precedenti: scelte tre scuole per l’infanzia "rappresentative", hanno realizzato un documentario filmato sulla giornata tipo di una classe; il filmato è stato poi mostrato separatamente a bambini, genitori ed educatori coinvolti, e successivamente ad educatori di altre scuole e degli altri due Paesi.
Per farla breve, questi filmati sono stati utilizzati come elemento provocatore per testare le reazioni dei vari attori che partecipano alla vita di un’istituzione scolastica per l’infanzia in ciascuno dei tre Paesi.

Il problema intorno al quale verteva il lavoro dei ricercatori era: quali aspetti (della propria e delle altre due culture) presenti nella scuola sarebbero emersi come maggiormente problematici?

I punti toccati sono numerosi e complessi, e forse solo un pedagogista sarebbe in grado di apprezzarli pienamente nelle loro sfumature. Personalmente, sono rimasta colpita dalla diversa enfasi data nelle tre scuole alla socializzazione intesa come interazione con un gruppo (di pari); dalla diversità delle maniere in cui il suo sviluppo viene incoraggiato ed interpretato come tappa sul percorso di autonomizzazione del bambino.

Nella vulgata Cina e Giappone sono conosciuti come patrie del collettivismo, mentre gli Stati Uniti dell’individualismo; in effetti, lo sviluppo di queste doti veniva esaltato proprio in questo senso nelle direttrici esplicite che guidavano il percorso educativo in ciascuno dei tre Paesi.
I tre ricercatori però svelano come la pratica possa discostarsi dalle dichiarazioni d’intento: per fare un esempio, il tempo dedicato alla socializzazione di gruppo nella scuola degli USA non era significativamente inferiore a quello della scuola giapponese, con la differenza che negli USA si trattava di attività non formalmente strutturate dagli educatori; il fatto che l’enfasi fosse posta altrove rendeva loro difficile vedere quanto attività come il pranzo o certi momenti di gioco servissero proprio quello scopo da cui formalmente si dicevano alieni.

Un’altra cosa che mi ha affascinata è la diversa modalità di intendere questo "collettivismo" in Giappone ed in Cina: se in quest’ultima l’armonizzazione del singolo col gruppo prevede la presenza di un adulto che fornisce  le istruzioni necessarie per emulare un modello e reprime le difformità (lezione frontale con un insegnante), nella scuola giapponese ad emergere è stato il non interventismo da parte dell’educatore (o della figura adulta di turno). Socializzare col gruppo significa comprenderne le dinamiche interne ed adeguarvisi, indipendentemente dagli adulti, che possono essere presenti o meno. L’iniziativa di inserimento non parte dagli adulti ma dai bambini stessi, che non vogliono correre il rischio di un’esclusione dal gruppo — la pedagogia giapponese parrebbe così considerare la peer pressure come il più importante strumento educativo a disposizione degli insegnanti (che non intervengono, nemmeno su esplicita richiesta dei bambini al verificarsi di palesi ingiustizie o quando un bambino si è messo a picchiarne un altro).

Un aspetto di questa ricerca che è piaciuto molto alla piccola antropologa in erba che  in me è la generale riluttanza a procedere con generalizzazioni, assolutamente non comune nelle ricerche transculturali. I ricercatori sottolineano spesso la specificità degli ambienti studiati, nonostante i loro sforzi si fossero concentrati su scuole quanto più possibilmente "nella media" e nonostante l’obiettivo della loro ricerca fosse proprio individuare, nell’organizzazione scolastica e nel modo in cui è fruita dai vari attori, tracce di un’impronta culturale di quel Paese; la consapevolezza che quanto emerso nel corso della ricerca ha comunque portata limitata nello spazio quanto nel tempo (difatti il testo è piacevolmente datato), e che le ricostruzioni proposte non saranno condivise da tutti.

Autori: Joseph J. TOBIN, David Y.H. WU, Dana H. DAVIDSON
Editore: Raffaello Cortina   Anno: 2000 (Edizione originale: 1989)  296 pagg.
Titolo originale: Preschool in three cultures
Traduttore: Claudio Bove
ISBN: 9788870786217

Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione

Hikikomori - www.anobii.comEccomi qua, finalmente. Ho rimuginato un po’ se postare qualcosa su questo libro o meno, per varie ragioni. La lettura (e poi la rilettura) mi aveva lasciata a dir poco perplessa, però poi i vari post sull’argomento di Yupa mi hanno dato altro materiale su cui riflettere.

Per cominciare, hikikomori è un termine usato per indicare un particolare comportameto asociale, che perlopiù insorge nell’adolescenza o preadolescenza e si protrae fino all’età adulta; coloro che vanno in hikikomori spezzano volontariamente le relazioni sociali rifiutandosi di andare a scuola od al lavoro e più radicalmente di uscire di casa o dalla propria stanza: respingono i contatti interpersonali, specialmente con i genitori.
Il primo ad isolare e studiare questo comportamento come fenomeno è stato lo psichiatra giapponese Saitō Tamaki, che l’ha anche battezzato con il nome che porta tutt’oggi: shakai hikikomori ("ritiro sociale"; il saggio omonimo è del 1998). Ora, il Dottor Saitō ha descritto il fenomeno utilizzando gli strumenti teorici che il suo retroterra di medico e psicoterapeuta gli metteva a disposizione, perciò hikikomori viene descritto come una sindrome con tanto di sintomi, un decorso, probabili esiti patologici; infine il discorso cade sulle possibili terapie, su come curare i casi di hikikomori.

Me l’ha detto il medico
Veniamo al libro: Ricci fa completamente propria questa prospettiva, non la affronta mai in maniera esplicita  e problematica, perciò è difficile prenderla sul serio quando, dopo pagine e pagine dedicate a sintomi e derive patologiche, viene a dire che però hikikomori «non è una malattia» (pag. 28) e che non ritiene la medicalizzazione il metodo migliore per venirne fuori (pag. 84). Se lo pensa, perché non ha sviluppato un approccio alternativo a quello psichiatrico? O non si è accorta di propugnarlo implicitamente lei stessa? Come che sia, mi pare un difetto di impostazione piuttosto serio.

Mal nipponico
Secondo punto, ovvero secondo presupposto del libro di Ricci: hikikomori sarebbe una sindrome «peculiarmente giapponese». Anzi, sarebe una diretta conseguenza dello «spirito giapponese». Verbigrazia, perché? L’ansia alla prospettiva di relazioni umane complesse è forse esclusivamente giapponese? Ed il rifiuto scolastico, che è stato indipendentemente individuato nel Regno Unito? O forse è il senso di inadeguatezza rispetto alle aspettative familiari ed ambientali di integrazione e successo sociale ad essere sconosciuto al di fuori dell’Impero del Sol Levante?

L’analisi di Ricci tenta di tenere insieme tutto quanto: rifiuto scolastico, violenza domestica, amae di Dōi Takeo e filosofia di Kuki Shūzō; pesca a piene mani, ancora una vota senza problematizzare alcunché, da autori spesso accostati al Nihonjinron, una corrente di pensiero che propugna una irriducibile "diversità" (e dunque necessità di "purezza") biologica e culturale del popolo giapponese (preso come un gruppo omogeneo… come se lo fosse!) dalle altre genti dell’universo.

Ricci a giustifica l’unicità nipponica del comportamento di hikikomori effettuando paragoni con presunti comportamenti standard degli Occidentali (presi come un gruppo omogeneo… come se lo fossero!), che finiscono per diventare idealtipi privi di consistenza: Occidente regno dell’individuo, della creatività, della civiltà della colpa vs civiltà della vergogna, della terapia farmaceutica vs "cura dell’anima" e così via. L’idea che i Giapponesi siano incolmabilmente "diversi", però, cozza decisamente con il riferimento al DSM-IV, IL testo di riferimento della psichiatria Occidentale: se la loro cultura è così diversa, come supporre che gli strumenti per  individuare e curare la sofferenza psichica – e la qualità della sofferenza psichica medesima – possano essere i medesimi?

La sofferenza psichica del cruscante
Già che abbiamo davanti l’amaro calice, buttiamolo giù tutto. Il libro è scritto in un italiano che grida vendetta al cielo. La punteggiatura è atroce, gli errori di sintassi fioccano, e non di rado le parole sono utilizzate in maniera lessicalmente scorretta.
La mancanza di uniformità nella formattazione del testo e la totale casualità con cui i termini giapponesi ricorrono in romaji, hiragana, katakana, kanji od un misto, con e senza traduzione, completano il quadro che denuncia una impressionante incuria editoriale. Dopo tre pagine avrei voluto tirare il libro, peraltro nemmeno a buon mercato (13 € per una novantina di pagine), dietro al redattore della Franco Angeli responsabile di questo scempio.

Salvare il salvabile
Quindi sarebbe tutto da buttare? Secondo me no. Tanto per cominciare, buona parte dell’attività di ricerca di Ricci si è svolta in comunità di recupero e supporto terapeutico per hikikomori, aprendo scorci davvero rari sulla cura del disagio mentale in Giappone.
Inoltre è interessante, e secondo me anche piuttosto fine e centrata, la sua descrizione del contesto familiare come fonte primaria di disagio sociale e relazionale, che i ragazzi scelgano la via dell’hikikomori oppure no.

Però ecco, magari non merita la spesa. Se proprio lo volete leggere, cercatelo in biblioteca.

Nonostante il cattivo servizio reso da Ricci a questa tesi, rimango dell’idea che qualche retaggio culturale giapponese influenzi effettivamente il comportamento hikikomori, ma rimane da chiarire l’estensione di questa influenza, la sua profondità, la rilevanza nel confronto con sinonimi simili che si verificano in altri angoli del mondo, magari senza cadere in schematismi francamente ridicoli.
Prima di partire alla ricerca di fantomatici retaggi culturali, però, sarebbe forse opportuna una ridefinzione con occhio critico di hikikomori, per capire se e fino a che punto si possa distinguere dal ritiro scolastico, dalla timidezza, dall’ansia da prestazione applicata alle relazioni sociale e dal "disagio della civiltà".

Autrice: Carla RICCI
Editore: Franco Angeli   Anno: 2008   88 pagg.
ISBN: 978-88-464-999-8