La grande bellezza

Siccome tutti ne parlano, anzi, impazza la polemica, posso ben dire anch’io la mia. Visto che ne ho sentite dire di tutti i colori, è improbabile che possa peggiorare la qualità della discussione.
ConiglioPazzo050

Il film inizia con la festa per il sessantacinquesimo di compleanno di Jep Gambardella, il nostro protagonista: oggi lavora per una rivista in qualità di articolista d’arte; in gioventù aveva scritto un unico romanzo il cui discreto successo gli aveva aperto le porte, a ventisei anni, della mondanità romana. I soli lasciti di quel romanzo sono una sorta di profumo di raffinatezza artistica, rimastogli addosso come un dopobarba, e l’eco distante di quel successo ormai inghiottito dal tempo e dall’accidia.
La vita di Jep si è ormai trasformata prevalentemente in una vita di relazione: con le persone, alle feste ed alle performance più o meno stravaganti alle quali partecipa per lavoro o per diporto, e con la città di Roma in tutta la sua immensa bellezza. Anzi è forse con Roma che nutre la relazione più sincera, più aperta e variegata, attraverso lunghe passeggiate sul fare del giorno [qui si possono vedere alcuni luoghi che hanno fatto da cornice al film].

Con il sessantacinquesimo per Jep iniziano i bilanci, ed è questa la storia raccontata dal film: la constatazione che quarant’anni di frequentazioni non gli hanno lasciato niente che valga la pena tenere con sé. Nessun sentimento, nessun ricordo: il vuoto, debitamente rivestito di paillettes e di un certo qual garbo mondano; i trenini che sono i migliori perché non portano da nessuna parte. È per questo motivo che Jep non è più stato in grado di scrivere nulla.
Non è il solo ad essersi perso in questo niente: tutti i suoi compari e comari in qualche modo lo sono, ma solamente Jep ha la forza di guardare il proprio fallimento in faccia, per quello che è, senza farne drammi, e stando vicino agli altri per un senso di solidarietà, gentilezza e disincanto.

Così a Jep viene voglia di frequentare anche altre persone d’altro genere; non è un caso se non è alle sue vecchie conoscenze, ma a Ramona, una donna che possiede ancora una certa dose di candore e di capacità di provare dolore, che fa da guida attraverso gli splendori nascosti di Roma, è a lei che fa aprire le porte di giardini e palazzi.
Nello stesso periodo, venuto a conoscenza della morte del suo primo amore, si rende conto di averla quasi dimenticata: compie un enorme sforzo per recuperare il ricordo di loro due, di quei sentimenti, di ciò che all’epoca l’aveva travolto gettando i semi del suo primo ed unico romanzo.
Questo percorso di Jep dentro di sé, al fianco di altri e nel grembo di Roma sollecitano nuovamente la sensibilità emotiva che quarant’anni di dissipazione avevano lasciato dormiente ed un poco atrofica: Jep inizia a pensare ad un secondo romanzo.

In merito ad alcune critiche che ho letto in giro…

Il film è una critica sferzante al berlusconismo/alla vacuità della sinistra/del progressismo/dei radical chic/delle avanguardie artistiche/di… (aggiungere a piacere) [Ad esempio qui]
Mi sembra un modo molto comodo per piegare una narrazione molto complessa alle proprie personali simpatie ed antipatie. Innanzitutto lascia intendere che Sorrentino salga in cattedra per agitare la propria personale morale, il che è assurdo: non ha girato un sermone in formato cinematografico; non viene mai meno l’affetto del regista per tutti i suoi personaggi. Penso ad esempio a Dadina, la direttrice della rivista per la quale scrive Jep: ebbene, si tratta di una festaiola impenitente, ma anche un’amica leale e tenera. Oppure allo scambio di battute con Stefania (di cui ho inserito il filmato qui sopra), il cui fulcro non è tanto la demolizione delle pretese allo stesso tempo ingenue ed ipocrite della donna, quanto l’invito finale a volersi un po’ bene. C’è una resa dei conti con la realtà, ma non è mai disgiunta da un’indulgenza bonaria, da un ideale abbraccio.

«Invece di farci la morale, di guardarci con antipatia, dovresti guardarci con affetto. Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia e prenderci un poco in giro. O no?»

È possibile che i commentatori che si sono lanciati in questo genere di apprezzamenti abbiano deciso di chiamare il grande vuoto che Jep si ritrova a scrutare con uno di quei nomi: “berlusconismo”, “progressismo”, “radical-chic”, “sinistra”: ma si tratta di una loro scelta arbitraria. L’improduttività, la miopia, la vacuità, la noia e lo spaesamento delle classi elevate imho non coincidono con il fenomeno del berlusconismo (inteso come festino perenne di chi può nell’indifferenza verso chi non può) o con l’orientamento radical-chic: al più saranno fra i fattori che li hanno prodotti.

Il film è «un sermone funebre sulla decadenza di Roma e dell’Italia» [ancora qui], «Il referto medico-legale in forma artistica di un Paese morto di futilità e inutilità» [qui]
Ecco, questo significa essere davvero ingiusti con il film di Sorrentino: una parte sostanziosa della sua godibilità risiede nella sua leggerezza. Si può dire a voce alta? La grande bellezza è un film divertente. L’assurdità tragica dello spreco di tempo e di vita costituisce il leit-motiv del film, ma è il precipitato di una serie di situazioni comiche o farsesche: si ride e tanto. Basti pensare all’apertura del film: un gruppo di turisti ammira il panorama di Roma dall’alto e la bellezza della scena è tale che uno di essi non regge e gli viene un coccolone; a mente fredda si tratta di un evento triste, ma nel film il contrasto lo rende un momento ridicolo. E che dire dell’intervista alla pretesa artista di avanguardia che si butta contro i muri? Degli scrupoli dinastici dei nobili a noleggio?
Un’altra ingiustizia è trattare il film da documentario o da docufiction: quella città e quella società, raccontate in quel modo, per esplicita ammissione di regista ed attori non esistono: sono libere rivisitazioni che servono al regista per interagire con il protagonista nel suo percorso personale. Questo dovrebbe essere reso tantopiù evidente dall’estetica visiva sfacciatamente pop di Sorrentino, attenta a creare disposizioni geometriche, simmetrie e contrasti cromatici (la citazione felliniana più evidente sono gli svolazzi coreografici delle tonache di preti e suore: viene subito in mente Roma).
Un’ultima ingiustizia è quella di prendere il film come se fosse un prodotto a tinta unita perdipiù cimiteriale; non abbiamo solamente la storia di uno scrittore che non scrive per quarant’anni, dedicandosi a “futilità e inutilità”, ma anche anzi soprattutto la storia di uno scrittore che dopo quarant’anni di caroselli e trenini ricomincia a scrivere.

Sembrerà paradossale, ma guardando il film, proprio dallo spreco di vita e dalla bellezza ho avvertito una grande potenza. Il disincanto totale di Jep sfocia infine in una spinta vitale e creativa.

Ultimo link: il commento più intelligente che abbia ascoltato (e, non penso sia un caso, non razzola nella ricerca di indignazione ad ogni costo; non vengono citati né B, né  i radical chic, né altre piccole miserie nostrane).

Regista: Paolo SORRENTINO
Interpreti: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli
Paese: Italia
Anno: 2013 150 min.

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Mahjong

Ooooh, ammirate questo capolavoro della cinematografia contemporanea!! Ecco cosa capita a che studia troppo il giapponese…
Oh, bando alle ciance, secondo me è bellissimo. A parte il fatto che ci siamo divertiti un mondo a girarlo, è venuto proprio bene.
Non vedo l’ora di girare quello di quest’anno che viene… anche se temo che sarà l’ultimo… sarebbe un vero peccato.

Regia: Alex Cambiaghi
Interpreti: Secondo anno del serale di Giapponese dell’Is.I.A.O. di Milano
Anno: 2005