La regola del quadro /2

La trasformazione del mercato dell’arte
L’apertura di un mercato “borghese” dell’arte, ovvero al di fuori della pittura ufficiale e del mercato aristocratico, è uno dei grandi temi del romanzo. Lee tratteggia la commercializzazione dell’arte in termini negativi. La potenza del mercato è personificata dal mercante Kim Chonyŏn, affetto dalla smania di comprare il talento altrui e metterlo al proprio servizio. Persino la gara “stesso soggetto, dipinti diversi” si ripete in contesto mercantile; ma se la commissione reale spingeva gli artisti a dare il meglio di sé e preludeva all’apprezzamento estetico da parte di un appassionato competente, le gare indette dai privati ne sono solo una versione commercializzata e svilita: la sfida fra i pittori diventa l’occasione per scommesse e investimenti da parte di arricchiti che trattano i dipinti più come vacche al mercato che come espressioni artistiche.
Lee presenta questo ampliamento del bacino di ricettori delle opere d’arte come un involgarimento, ed un rischio per gli stessi artisti di perdere di vista la ricerca dell’assoluto attratti dalle sirene di una gratificazione materiale meno remota. In realtà il rapporto fra mercato ed arte è sfaccettato ed ambiguo, perché se è vero che i nuovi ricchi non hanno sviluppato lo stesso discernimento e la stessa per l’arte coltivata presso l’aristocrazia, dopotutto proprio questa diversità di gusto consente agli artisti di esplorare nuove forme espressive, emancipandosi dai canoni accademici in voga presso la nobiltà.

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Kim Hongdo, Lotta (씨름)

Pittrice di donne
Una delle invenzioni del romanzo (non spoilero granché, si tratta di un elemento ampiamente strombazzato) è che Sin Yunbok sarebbe stata in realtà una donna – ipotesi formulata forse per spiegare l’attenzione alle donne come soggetti pittorici. Si tratta di una invenzione che non trova alcun riscontro storico (della vita del vero Sin Yunbok non si sa pressoché nulla), ma è una trovata intrigante, con buona pace del vero storico.
Uno dei motivi per cui amo le storie di crossdressing è che consentono di riscaldare la tensione emotiva fra i personaggi come poche altre, perché contengono intrinsecamente un divieto. Quindi il bello di queste storie consiste nella cottura a fuoco lento dei personaggi, in particolare di quello ignaro, che può svilupparsi in direzione dell’angst (alla Sungkyunkwan Scandal) o della commedia (alla Hanazakari no kimitachi e).
Purtroppo ne La regola del quadro la linea narrativa del crossdressing è sprecata, o perlomeno non sviluppata appieno: diversamente dalla tensione artistica fra Hongdo e Yunbok, raccontata con puntualità nel suo crescendo – ogni nuova opera rivela all’uno i progressi dell’altro in materia di composizione, di colore, di uso del pennello, stimolandoli a superarsi a vicenda -, la tensione emotiva e fisica è quasi inesistente. Secondo me ci sono principalmente due problemi. Per cominciare, benché Hongdo si premuri di dichiarare, sin dal prologo in prima persona, che fra i due c’era “ardente passione”, nel racconto questo bruciante desiderio carnale non va oltre qualche esclamazione vaga del tipo “Ah, non riesco a dimenticare quel volto!” – e la vaghezza è la morte del coinvolgimento del lettore; inoltre non solo nella storia c’è poco, ma quel poco non è organizzato in maniera efficace in una progressione geometrica di crescendo e scioglimento. Inoltre la scena di scioglimento mi ha perplessa.

«Quando c’incontrammo per la prima volta, quella persona era mio allievo, e io il suo maestro. Ma fui io a imparare da quel volto, e quel volto diventò mio maestro. Eravamo talmente amici da condividere i più profondi recessi dell’anima; diventammo rivali acerrimi, e saremmo morti piuttosto che lasciar vincere l’altro. Fummo amanti travolti dall’ardente passione del desiderio carnale…» (p. 4)
«Yunbok era come un foglio bianco immacolato che aspettava l’inchiostro, e Hongdo era il pennello imbevuto.» (p. 333)

Anzi, mi ha fatta sorridere. Lee evita in realtà una scena di passione intesa come consumazione, preferendo invece declinarla come attesa e imaginazione, il che va benissimo, anzi, può essere anche più efficace. Il fatto è che si serve dell’ennesima metafora pittorica, perdipiù una metafora non poco ambigua dal momento che, se facesse riferimento ad uno stato psicologico, sarebbe fuori bersaglio perché a quel punto del romanzo Yunbok e Hongdo hanno un rapporto sostanzialmente paritario (mandando a pallino il contrasto passività/attività), mentre come metafora sessuale sarebbe sorprendentemente esplicita, anche considerando l’evasività e la vaghezza dell’autore nel delineare il rapporto emotivo e fisico fra i due nel resto del libro.

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Kim Hongdo, Ragazzo danzante (무동)

Scrittura visiva
La scrittura di Lee è molto visuale. Sembra quasi raccontare un film che si svolge davanti ai suoi occhi. Al punto che le transizioni fra sequenze sono talvolta brusche, e lasciano disorientati, forse perché, essendo prive degli indicatori visivi, sono meno immediatamente interpretabili dal lettore-spettatore. Questa spiccata visualità rende la sua scrittura scorrevole, ma anche poco spessa, poco sostanziosa.
Due nei che ho notato sono l’uso disinvolto dei superlativi (tutto quello che riguarda Yunbok è geniale e straordinario, ma a furia di ripeterli, i superlativi finiscono per svalutarsi ed appiattire l’intera caratterizzazione) e l’infodumping, specialmente quando Lee descrive i metodi di preparazione del colore (molte delle informazioni in proposito sarebbero state bene in nota o in appendice).

Angolino polemico
Indulgendo alla frivolezza, ci sono alcune cose dell’edizione che mi hanno fatta arricciare il naso. Per prima cosa, la copertina. La trovo bruttina, inspiegabilmente sui toni del viola e con le silhouette di un uomo e una donna che forse alluderebbero ad una coppia di personaggi (logicamente dovrebbero essere Hongdo e Yunbok, ma quest’ultimo non compare mai in vesti femminili… quindi forse Yunbok e Chŏng Hyang? Mistero). Non capisco questa scelta, considerando che ci sarebbe l’opera omnia non di uno, ma di ben due pittori da cui attingere. Inoltre mi è dispiaciuta l’assenza tanto di una pre/postfazione con qualche cenno sulla pittura del tempo, quando di un apparato iconografico. L’edizione così finisce per essere cara (quasi venti euro) senza essere ricca.
Non ho capito bene nemmeno il titolo: che senso ha? L’originale sarebbe “Il pittore del vento”, che mi sembrava non avesse niente che non andasse. Ma mettiamo che l’editore abbia voluto invece sottolineare la trasgressività di Hongdo e Yunbok per il loro tempo: allora sarebbe più calzante “le regole”, plurale, visto che “la regola” fa tanto monastico, oppure volendo usare ad ogni costo il singolare, “il canone”. E poi perché il quadro? Il quadro è un formato che associamo prevalentemente al dipinto su tela, ma in Corea non c’erano mica le tele, c’erano dipinti su fogli di carta destinati ad essere applicati a rotoli da appendere o a paraventi. Non so, non capisco questa scelta.

Ci sarebbe molto altro di cui discutere – delle riflessioni di Hongdo sul rapporto fra l’artista e la sua società, ad esempio. Il libro non manca di spunti. Nel complesso è stato una lettura piacevole, benché a tratti poco chiara. Ho apprezzato soprattutto le parti dedicate all’illustrazione dei dipinti, alle gare di pittura ed alla crescita artistica di Kim Hongdo e Sin Yunbok.
Mi sono divertita ad andare a cercare immagini e informazioni sui dipinti dei due protagonisti (quelli di Kim Hongdo sono conservati al National Museum of Korea, quelli di Sin Yunbok presso la Kansong Art and Culture Foundation, entrambi a Seoul). Purtroppo sono stati esposti lo scorso anno, non sapendolo me li sono persi, e per via del sistema di rotazione delle esposizioni museali difficilmente saranno esposti nuovamente al pubblico prima della mia partenza. Quanto mi brucia!rabbit-1-smiley-058

Autore: LEE Jung-myung (YI Chŏng-myŏng; hangeul: 이정명)
Editore: Frassinelli/Sperling & Kupfer   Anno: 2016 (Edizione orginale: 2007)   456 pagg.
Titolo originale: Param ŭi hwawŏn (바람의 화원)
Traduzione del titolo: Il pittore del vento
Traduttrici: Vincenza D’Urso e Benedetta Merlini
ISBN: 978-88-200-5323-9

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La regola del quadro /1

regola-del-quadroComprato lo scorso dicembre per uno sghiribizzo, pur avendo ancora lì da leggere La guardia, il poeta e l’investigatore (Sellerio), La regola del quadro è il secondo romanzo di Yi tradotto in italiano. Me ne è venuto un tale capriccio che me lo sono portata in aereo come lettura per il volo di ritorno in Corea. Il libro si fa leggere volentieri, e difatti in un paio di giorni me lo sono sbafata tutto quanto. Si tratta della biografia romanzatissima di due pittori che in Corea sono considerati autentiche glorie nazionali: Kim Hongdo e Sin Yunbok.

L’azione è ambientata nel XVIII secolo, sotto il regno di Chŏngjo (entrato nell’immaginario collettivo coreano come figura di sovrano colto, giusto e saggio per antonomasia). Kim Hongdo, già pittore di corte di chiara fama, ma non omologato all’ambiente dell’Accademia Reale dominato da convenzioni di maniera e conventicole, riconosce nell’allievo dell’Accademia Sin Yunbok un talento pari, se non superiore al proprio. Sin Yunbok è un giovane turbolento, conscio del proprio talento e insofferente della rigidità delle convenzioni compositive della pittura ufficiale. Se in Accademia si insegna a dipingere eventi ufficiali e nature morte, i soggetti preferiti da Yunbok invece sono le persone comuni còlte nella loro vita quotidiana, la loro interiorità, le loro relazioni. Non sorprende quindi che Yunbok entri continuamente in rotta di collisione con i venerabili accademici.

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Sin Yunbok, L’attesa (기다림)

Un dipinto come L’attesa scandalizza i maestri dell’Accademia perché pone al centro dell’opera una donna, e perché la sua postura sognante ed il cappello di paglia che tiene in mano suggeriscono che stia pensando ad un incontro clandestino con l’amante, un religioso buddhista. Hongdo invece è capace di guardare al di là della scabrosità del soggetto ed ammira l’armonia compositiva, l’espressività della donna pur con il volto nascosto.
Notizia del talento di Sin Yunbok giunge fino al re, che assegna ai due pittori due incarichi: dipingere per lui scene della vita quotidiana del suo popolo, onde consentirgli di conoscerlo; e risolvere il mistero della morte di due pittori uccisi dieci anni prima, forse legata alla scomparsa di un dipinto che il re vuole recuperare ad ogni costo.
La produzione di dipinti per il re prende la forma di una gara tongje kakhwa (동제각화/同題各畵: stesso soggetto, dipinto diverso), in cui i due pittori realizzano un dipinto ciascuno a partire dal medesimo soggetto. La gara spinge i due pittori a perfezionare la propria tecnica e a sperimentare nuove soluzioni compositive; si tratta di una competizione nella quale ciò che conta non è vincere, ma spingere il proprio talento verso nuovi traguardi. Al termine della gara Hongdo e Yunbok non sono più maestro e allievo, bensì artisti alla pari.

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Sin Yunbok, Storia sul lungofiume (계변가화)

Linee narrative
Il romanzo intreccia parecchie linee narrative:
✏ Giallo della morte di Kang Suhang e Sŏ Ching e della scomparsa di un dipinto;
✏ Rapporto maestro-allievo che diventa paritario e di rivalità fra Kim Hongdo e Sin Yunbok;
✏ Crossdressing di Sin Yunbok e liaison con Kim Hongdo;
✏ Trasformazione degli stili pittorici e del rapporto fra artista e mercato;
✏ Liaison artistica e sentimentale fra Sin Yunbok e la cortigiana e musicista Chŏn Hyang;
✏ Destino di Chŏn Hyang.
Ho riepilogato qui le principali, ma se ne potrebbero probabilmente estrapolare diverse altre. Me ne interessano in particolar modo due.

[continua]

Autore: LEE Jung-myung (YI Chŏng-myŏng; hangeul: 이정명)
Editore: Frassinelli/Sperling & Kupfer   Anno: 2016 (Edizione orginale: 2007)   456 pagg.
Titolo originale: Param ŭi hwawŏn (바람의 화원)
Traduzione del titolo: Il pittore del vento
Traduttrici: Vincenza D’Urso e Benedetta Merlini
ISBN: 978-88-200-5323-9

Come cenere nel vento

Tornata a casa dopo una giornata di lavoro è davvero distensivo accendere il computer, raccogliere i pensieri, e tentare di buttare giù due righe sull’ultima lettura fatta. Specie quando si è trattato di una lettura spassosa come questa.
Non ho molta dimestichezza con il romance, ma lavorando alla tesi ho letto diversi saggi sul romance – uno dei quali, Reading the Romance, è stato un’autentica folgorazione. Così mi sono incuriosita e girellando su anobii ho deciso di provare a leggere questo.

Fin dalle primissime pagine facciamo la conoscenza dei personaggi principali: un ometto greve ed arrogante che arriva a New Orleans a fare affari mentre ancora infuria la Guerra Civile; un ragazzo cencioso e incrostato di sudiciume che viaggia sul suo stesso battello; un fascinoso capitano dell’esercito nordista che cava d’impaccio il ragazzo cencioso mentre si aggira per le strade di New Orleans pronto ad attaccare briga con ogni giubba blu; una avvenente signorina di buona famiglia di cui il ragazzo cencioso dice d’essere cugino.
Un po’ divertito ed un po’ impietosito dal ragazzino, il capitano Latimer gli offre un modesto impiego come inserviente presso l’ospedale militare dove lavora come chirurgo; Al deve inghiottire l’irritazione e l’ostilità verso i nordisti ed accettare, per alleviare la sua situazione di bisogno. Inizia così a lavorare all’ospedale battibeccando per ogni nonnulla con il Capitano Latimer, che inizia a fare una blanda corte alla avvenente cugina, Roberta Craighugh.
Sotto i panni cenciosi di Al tuttavia si cela la diciassettenne Alaina MacGaren, sudista convinta, fuggita dalla piantagione della famiglia in seguito all’arrivo dell’esercito nordista.
Il capitano Latimer potrebbe rimanere all’oscuro dell’inganno in eterno, ma una notte avviene un fattaccio. Al lo ripesca annaspante e ciuco fradico dal fiume, e non sapendo dove accompagnarlo se lo porta a casa dai Craighugh. Al/Alaina lo sta mettendo a letto in qualche modo quando Latimer, in uno sprazzo di snebbiamento alcolico, si rende conto di essere in una stanza con una donna sconosciuta. Approfittando di un attimo di distrazione dei propri neuroni Alaina lo convince che si trova in un bordello (non sto scherzando!) ed a quel punto Latimer, che è ufficiale e gentiluomo ma anche – come si vedrà nelle pagine successive – straripante di virilità, per così dire, reclama un po’ della merce che in genere nelle case di piacere viene offerta in abbondanza. Alaina abbozza, ma non è in grado di respingerlo, ed i due vivono una notte indimenticabile di ardente passione.
Il risveglio per il capitano Latimer, ancora nuotante nella beatitudine della notte precedente, non è dei più tranquilli: si trova spianata sotto il naso la colt del padrone di casa che gli intima di sposare la fanciulla da lui così ignobilmente disonorata nella notte. A Latimer l’idea di legare a sé una così bella dispensatrice di insperati godimenti mica spiace, e di lì a un’ora si trova davanti all’altare con Roberta. Un attimo, Roberta?!? Oh yes, nessun’altra che lei! Insospettita dai rumori, si era alzata a metà notte giusto in tempo per vedere Alaina scappare dalla stanza del capitano, tutta vergognosa e confusa dopo il fattaccio, ed aveva pensato che non le sarebbe capitata occasione migliore per impalmare il fascinoso e ricco (che non guasta mai) capitano nordista.
Quando Al/Alaina si sveglia i due sono già indissolubilmente marito e moglie; non le resta che inghiottire anche quest’amarezza e sfogarsi continuando a insolentire il medico e capitano nelle sue vesti di inserviente e moccioso. Prima o poi però tutti i nodi vengono al pettine e quando Latimer, insospettito dalla freddezza della consorte nei rapporti coniugali, intravede Alaina senza travestimento (per essere precisi senza niente addosso), fa due più due e si dà del colossale idiota. La frittata però è fatta, e valutando le alternative ad una vita al fianco di Roberta Craighugh, che oltre che frigida si dimostra velenosa, egoista e bugiarda, si offre volontario come attaché medico ad un battaglione in partenza per una rischiosa campagna militare.
Sentendo che l’aria in casa Craighugh si sta facendo decisamente pesante anche per lei, Alaina pure leva le tende: torna a vedere per un’ultima volta la tenuta di famiglia, travestendosi questa volta da mulatto. Nel corso del viaggio ritrova lo schiavo Saul, grande e grosso e rimasto sempre fedele ai padroni, che la aiuta nelle sue peripezie e che, nei momenti di felicità, si mette a ballare. Non fatemici ripensare che scoppio a ridere senza fermarmi più. Mentre di aggira dietro le linee dei campi di battaglia sui quali eserciti del nord e del sud continuano a scannarsi, chi ti ritrova Alaina? Cole Latimer, ferito ed incosciente, a cui salva la vita riportandolo rocambolescamente a New Orleans.
Pieno di gratitudine per la sua salvatrice ma ombroso per il suo desiderio ognora frustrato, Latimer si congeda dall’esercito e parte insieme alla consorte per il Minnesota, terra fredda e selvaggia dove possiede vaste tenute (e te pareva). Molto presto però i Craighugh ricevono dal Minnesota una missiva in cui Latimer annuncia asciuttamente la morte di Roberta per un aborto, e chiede la mano di Alaina. Il vecchio Angus Craighugh, ritenendolo resposabile della morte della sua diletta ed unica figliola, fa sì che la nipote accetti, ma pone malevolmente delle clausole e delle condizioni tali da creare incomprensioni fra i due nuovi sposi, convincendoli che si tratterà di un’unione sulla carta destinata ad un rapido annullamento non appena la situazione a New Orleans si sarà calmata (già perché nel frattanto sulla testa di Alaina MacGaren è stata messa una lauta taglia).
Così Alaina parte a propria volta per il Minnesota e non appena riunitasi a Cole Latimer fa del proprio meglio per tenerlo a distanza. Il suo meglio non dura a lungo, e chiariti gli equivoci (in poco meno di duecento pagine) i due recuperano il tempo perduto sollazzandosi alquanto nel talamo. Alaina naturalmente si dimostra una perfetta padrona di casa, i cattivi vengono sconfitti a suon di colpi di scena telefonati, l’amore trionfa e vissero tutti eccetera eccetera.

Mi rendo conto adesso, riguardando il testo, della spaventosa lunghezza del mio riassunto: ed è persino assai parziale! Leggendo Come cenere nel vento alla stregua di un qualsiasi romanzo storico, sarei rimasta delusa nelle mie pretese di non dico realismo, ma almeno sensatezza. Mi sono resa conto però che il romance richiede tutt’altro approccio. Conviene sospendere un po’ di categorie, e concedersi il grande spasso che la lettura (molto scorrevole: complici due viaggi in treno, le seicento pagine sono volate via nel giro di un fine settimana) può dispensare.
Quindi non mi sono troppo seccata del paternalismo un po’ retrogrado con cui viene presentato il tormentato ma intenso rapporto fra Cole Latimer e Alaina (lui si innamora pazzamente di lei per il grande coinvolgimento fisico, lei vede in lui una sorta di figura protettiva, come si evince dalla più che trasparente metafora della casa).

Cole sostenne il suo sguardo con freddezza. “Signora mia, quello scricciolo di ragazzina, con tutte le sue finte arie da maschiaccio, potrebbe tener lezione sull’arte di essere donna presso il locale bordello.” (p. 195)

Fu una compenetrazione. Una fusione. Un incontro totale. Uomo e donna. Marito e moglie. Tenerezza che si arrendeva alla saldezza. Stupore che si tramutava in estasi. Corpi che si tendevano e si avvinghiavano. Due esseri travolti dalla felicità assoluta della loro unione, che procedevano insieme con avida, incurante urgenza, concedendo tutto all’altro e ricevendone in cambio ogni cosa e anche di più. (p. 491)

Il letto pareva chiamarli, e ne cercarono la morbidezza di piuma assieme, come una sola carne, marito e moglie. Per Alaina, fu come ritrovarsi a casa dopo una lontanaza durata un’eternità. Lui era la casa per lei e lei era al sicuro nelle sue braccia. (p. 506)

Una punta di irritazione l’ho provata sulla conclusione del romanzo, dove l’autrice, con un piccolo escamotage che si poteva francamente risparmiare, mostra come ogni tentativo di Alaina di salvaguardare la propria indipendenza in realtà fosse viziato e dipendente dalla protezione di lui. Non bastava che si fossero sposati e che Alaina si fosse volentieri sottomessa ad un destino coniugale di brava massaia, donna di mondo e madre di innumerevole prole?
Comunque la lettura è stata gradevole nella sua leggerezza, una variante alle biografie di teste coronate che ogni tanto mi concedo quando ho voglia di piluccare qualcosa senza sforzarmi troppo. Della Woodiwiss è stato tradotto parecchio in italiano, e penso che mi divertirò a leggerla ancora.

La citazione da ricordare è di un personaggio secondario: la vecchia Tally Hawthorne, che ci regala uno dei pochi momenti di ironia volontaria e riuscita del libro.

“Ho ormai superato l’età della sconvenienza. Qualsiasi cosa faccia ora è lecita, morale e decisamente scialba.” (p. 547)

Autrice: Kathleen E. WOODIWISS
Editore: Sonzogno Anno: 1981 (Edizione orginale: 1979) 603 pagg.
Titolo originale: Ashes in the wind
Traduttrice: Adriana Dell’Orto
ISBN: 978-88-45415852

Seongkyunkwan Scandal

Finalmente ho capito come fanno ad incastrarmi – a fare sì che mi beva tutti gli episodi, uno dopo l'altro; che li aspetti con impazienza, persino. Non che ci voglia molto: sono una spettatrice molto collaborativa, e non aspetto altro che di farmi intortare a dovere ^^' Anche i produttori però ci mettono del loro.
In questo caso la mia rovina sono state le anticipazioni di fine episodio. Alla fine di ciascun episodio vengono presentato un montaggio di una trentina di secondi con i punti salienti dell'episodio successivo. A quel punto, io che sono una boccalona matricolata, devo assolutamente sapere se le cose vadano proprio così come me le sono immaginate ^^'
 

Questa volta non è possibile accusare il caso: Sungkyeonkwan Scandal me lo sono proprio andata a cercare, sentito che si trattava di una storia di crossdressing con ambientazione storica (il tardo periodo Joseon, ovvero Regno di Corea fra il XVII ed il XIX secolo). Visto il primo paio di episodi, l'efferato marchingegno delle anteprime mi ha costretta a guardarli tutti quanti. ^^'

Kim Yun-Shik (Park Min Yeon) ha una conoscenza quasi enciclopedica dei classici cinesi ed una felice predisposizione per la calligrafia; sembrerebbe proprio un candidato ideale per Sungkyeonkwan, una specie di ENA che laurea i futuri funzionari del regno sulla base dei principi confuciani. Ci sono almeno due ottimi motivi per cui Yun-Shik non tenta nemmeno l'esame d'ammissione: uno è che proviene da una famiglia povera, composta da un fratello malato ed una madre indebitata che deve sostenere economicamente.  Yi Seon-Jun (Micky Yuchun), figlio del potente Ministro della Sinistra (è il nome della carica, non c'entra niente con destra e sinistra politiche di oggi ^^'), è di ben altro avviso. Giovane dotto ed idealista, riesce con un sotterfugio a fargli sostenere l'esame di ammissione. Seon-Jun naturalmente ignora il secondo buon motivo dell'interdizione a Sungkyeonkwan: Yun-Shik in realtà si chiama Yun-Hi ed è una ragazza (ooh, non ve l'aspettavate, eh? ^^'). Gli studenti devono frequentare le lezioni, partecipare ad una serie di attività e gare sportive, e quel che è peggio vivere nei dormitori dell'università.
La madre di Yun-Hi inorridisce alla sola idea che la figlia possa "perdersi" in un ambiente del genere. Per assicurarlee l'avvenire decide di venderla ad un ricco e potente vecchiaccio, ripianando così anche i propri debiti. "La lettura è il tuo veleno", le dice. Yun-Hi però ha ben altre aspirazioni. Ha uno spirito vivace e critico, e per quanto ami la madre, non può accettare di ridurre il valore della propria esistenza al suo prezzo come concubina (vai, Yun-Hi!!). Così Yun-Hi se la dà a gambe ed entra a Sungkyeonkwan sotto le mentite spoglie di Yun-Shik.
Per colmo di sventura però i suoi compagni di stanza sono proprio l'algido Seon-Jun e Mun Jae-Shin, (Yu A In) pluriripetente più occupato in scazzottamenti che con Confucio: le frizioni sono immediate. Completa il quartetto Gu Yong-Ha (Song Jung Ki), facoltoso modaiolo e donnaiolo inveterato, che capisce al volo la situazione e ne trae un grandissimo spasso. Le loro provenienze di ceto e fazione politica sono le più diverse, cosa molto insolita nella scuola, così finiscono per rappresentare una sorta di curioso esperimento di convivenza; tuttavia ciascuno dei quattro nasconde un segreto che non può essere rivelato ad anima viva, tantomeno agli altri tre.

Ovviamente, trattandosi di un drama di crossdressing, i tre maschietti della situazione devono perdere la testa per la fanciulla en travesti, che siano consapevoli del segretuccio o meno. Credo che sia il minimo sindacale XD
Purtroppo la produzione ha pensato di premiare la coppiata con Seon-Jun, che a mio immodesto parere è il personaggio più scialbo e scolorito dell'intero gruppo; tifavo per (anzi, shippavo – ho scoperto questo termine tecnico ^^') la coppia Yun-Hi – Jae-Shin, molto più vivace  (specie quando si scopre che Ji-Shin è lui pure un avido lettore, nonostante le apparenze davvero, sono esageratamente prevedibile ^^').
Le vicende dei nostri si intrecciano ai sommovimenti politici che agitano la Corea, già sotto qualche pressione da parte degli occidentali, ed alla ricerca di un misterioso documento che potrebbe rivoluzionare l'ordinamento politico. Uno dei quattro potrebbe possedere la chiave per entrarne in possesso, ma quale di loro?

Sungkyeonkwan Scandal è l'ennesimo esempio di come la gioiosa macchina drama-produttiva coreana riesca a prendere certi cliché narrativi, ad impastarli con un po' di suspance ed a sfornare storie che, pur non discostandosi di molto dalle aspettative che suscitano, riescano a rimanere fresche ed attraenti, anche grazie allo sfruttamento di sotto-trame che stornano l'attenzione e la tensione dai rami principali della storia (la mia preferita è quella della cortigiana Cho Seon, gran personaggio).
Ho notato in questo drama, una volta di più, la presenza di una precisa tipologia di personaggio ricorrente: quella dell'adulto saggio, comprensivo e lungimirante, a cui i giovini protagonisti possono fare riferimento come ad una benevola figura paterna (talvolta materna). Una figura del genere compare in quasi tutti i drama coreani che ho visto sinora, e pure in un sacco di produzioni taiwanesi (mentre in Giappone mediamente è più facile che la figura adulta in primo piano sia un antagonista). In questo caso, si tratta del Re di Joseon (niente po' po' di meno). Non ne so abbastanza per capire se ci siano riferimenti sociali specifici, però.
Ho visto Sungkyeonkwan con grande piacere, ed è stato un po' un esperimento, visto che si tratta del primo drama coreano in costume che guardo. In genere tendo ad evitare, mi paiono polpettoni interminabili. In questo caso il numero relativamente esiguo di episodi ed il target insolitamente giovane mi hanno incoraggiata, e tutto sommato è andata bene. Purtroppo, come al solito, le ultime 3-4 puntate erano sottotono rispetto alle precedenti. Vabbé. Non lamentiamoci.

Titolo originale: 성균관 스캔들 (Seongkyunkwan Scandal)
Televisione: KBS2 (Corea del Sud)
Anno: 2010
Episodi: 20
Per vedere la serie sottotitolata in inglese: www.mysoju.com oppure www.dramacrazy.net

You’re handsome

Minami shineyoEra un po’ che volevo scrivere qualcosa, ma la scarsità di tempo, la preoccupazione per l’esame in avvicinamento ed un po’ di sana pigrizia hanno finito per farmi desistere. Ultimamente però mi è capitato di vedere la serie coreana 미남이시네요 (Minami shineyo), e visto che l’ho trovata piena di riferimenti interessanti, ho deciso di fare lo sforzo…

Go Mi-nyeo (Park Shin-hye) conduce una vita pacifica presso il convento dove è cresciuta, in attesa di prendere i voti, senza sospettare di essere in un drama e che quindi cambiamenti repentini si nascondano dietro ogni angolo. Le si presentano sotto le spoglie del manager del fratello gemello, Go Mi-nam, che sta tentando di sfondare come idolo pop: dovrebbe firmare un contratto che lo farà diventare il quarto membro del famosissimo gruppo pop A.N.JELL, consentendogli di realizzare il proprio sogno. Il problema è che Mi-nam è bloccato negli Stati Uniti per cause di forza maggiore, e dovrà essere lei a prenderne temporaneamente il posto.
 
Mi-nyeo è esitante, ma la somiglianza trae tutti in inganno, e così la Nostra va a vivere insieme agli altri tre A.N.JELL, dove porta scompiglio: se Kang Shin-woo (Jung Young-hwa) si accorge ben presto che Mi-nam è una ragazza e di innamora di lei, Jeremy (Lee Hong-ki) si scopre attratto da lei senza sapere che si tratta di una ragazza.  È il terzo, il carismatico ed arrogante Hwang Tae-kyung (Jang Geun-suk, già salito agli onori di questo blog grazie alla serie Beethoven Virus), ad esserle più ostile. Cerca in ogni modo di buttarla fuori, e quando scopre il suo segreto, pensa di usarlo a tale scopo. Senonché Tae-kyung, suo malgrado, prende un certo gusto a battibeccare con Mi-nyeo, finisce per tirarla sempre fuori dai guai, e trattandosi si un drama, il risvolto romantico non tarda ad emergere, ma il tempo stringe: il ritorno del vero Mi-nam non è lontano, mentre un reporter ficcanaso mette in pericolo il segreto di Mi-nam…
 


Mi-nyeo si traveste da Mi-nam ed entra negli A.N.JELL (episodio 1)
Prima osservazione: un’altra serie in cui compaiono identità segrete e gender bending! Nella breve presentazione della trama che ho letto, You’re handsome veniva spacciato per una serie sulla vita "dietro le quinte" di un gruppo pop, perciò speravo non dico in una ricostruzione credibile, ma almeno in una ricostruzione di un qualche genere, ed invece, manco a farlo apposta… (non che il tradimento delle aspettative mi sia stato molesto ).
La scrittura non è eccezionale; la serie si lascia guardare, senza particolari picchi, ma il bello (ci si diverte come si può) è che è piuttosto agevole da smontare: gli sceneggiatori hanno fatto man bassa senza vergogna di cliché narrativi, senza nemmeno peritarsi di nasconderli sotto il tappeto.

Il poligono preferito dagli sceneggiatori
Se si guarda un drama, non ci si può aspettare di  scampare al fatale triangolo. Qui gli autori, in particolare scadimento creativo, ne hanno messi in campo due, uno per ciascuno dei protagonisti: quindi abbiamo Hwang Tae-kyung e Kang Shin-woo in lizza per Mi-nyeo, ed allo stesso tempo Mi-nyeo e la modella fidanzatina di Corea Yoo He-yi in competizione per Tae-kyung. È incredibile come questo particolare elemento narrativo non manchi mai.
Nel caso specifico, la presenza di Shin-woo (cavalier servente) serve per rendere consapevole Tae-kyung (tipo ore-sama) dei propri sentimenti verso Mi-nyeo (protagonista inetta); suona trito e ritrito? Forse Hana yori dango e la costellazione di imitazioni ci dicono qualcosa. Invece He-yi? Vediamo subito a cosa serve lei.
 


Mi-nyeo canta Maldo eopsi lasciando tutti senza parole (episodio 7)

La protagonista inetta e la rivale sgamata

Quello della protagonista inetta è uno stilema su cui ha attirato la mia attenzione la webmistress di questo sito, avida lettrice di manga ed autrice di alcune osservazioni illuminanti (cercate sotto la voce "Shoujo manga plot devices" ). Mi-nyeo, la nostra eroina, non fa che cacciarsi nei guai, richiedendo ogni volta l’aiuto di uno o più degli affascinanti fustacchioni di contorno, che così hanno tutto l’agio di mostrare a lei ed al pubblico il lato più cavalleresco del proprio carattere; inoltre è anche spaventosamente tonta, incapace di leggere fra le righe (ma neanche sopra, o sulle righe stesse!) e priva di buon senso.
Questo tipo di personaggio è estremamente ricorrente nei manga quanto nei drama e sorge spontanea la domanda: perché mai? Io ho varie teorie. La prima, che troverebbe applicazione ben più ampia del solo campo orientale, è che un’eroina tonta favorisce l’identificazione senza complessi di inferiorità (questa mi è venuta in mente pensando al personaggio di Bella Swan).
La seconda è nata pensando al confronto impari con la Rivale. Perché non basta che la Nostra abbia una rivale: la Rivale è sempre bellissima, alta, affascinante, intelligente ed amata da tutti. La Nostra è piccolina, come abbiamo visto non brilla per intelligenza, ed in genere non ha nemmeno particolari talenti; ciononostante, sarà lei ad avere la meglio, conquistando il cuore del Nostro (che, tristemente, sembra essere l’unica cosa che conta). Cosa rende la Nostra così desiderabile? La Nostra è pura, ingenua e kawaii. Ma si potrebbe anche rispondere che a renderla irresistibile è la sua vulnerabilità, il suo essere inoffensiva e bisognosa di protezione, confermando la prerogativa maschile della forza. Viceversa una donna di successo sarà dipinta come minacciosa (non di rado le Rivali infatti si rivelano autentiche arpie, ed è questo anche il caso di He-yi).

Appello in favore della spalla comica
In buona parte delle storie di gender bending o cross dressing che mi è capitato di leggere o vedere sinora, c’è un personaggio che non si è reso conto dell’identità della Nostra e si tormenta creando situazioni comiche. In You’re handsome l’ingrato ruolo tocca a Jeremy, il batterista degli A.N.JELL, il quale avverte subito che c’è qualcosa di particolare in Mi-nyeo, ma si convince di essere lui ad avere grossi problemi.
 


(la dura vita della spalla comica)
Ora, la cosa triste è che la spalla comica non viene mai preso in considerazione come possibile controparte romantica della Nostra; da parte degli sceneggiatori è un’autentica crudeltà. Perché non dare anche a loro una chance? Perché ad avere la meglio finiscono per essere sempre il fustacchione gentile dal fascino adulto o, più soesso ancora,  il tipo antipatico che nasconde un cuore d’oro? Un giorno vorrei vedere un manga od un drama che, invece di finire tra le lacrime, veda la Nostra affrontare il domani insieme alla spalla comica, a suon di risate.

Mistero dietro la nascita di uno dei protagonisti
Dopo Marmalade boy è un cliché di cui non ci si è riusciti a liberare. Sempre più spesso dietro alla nascita di uno o di entrambi i protagonisti gli sceneggiatori celano un segreto che rischia di compromettere i loro rapporti, o meglio ancora ventilano l’ipotesi che siano fratelli o fratellastri. Naturalmente poi non è così, ed i Nostri possono  – dopo aver molto penato – tirare un sospiro di sollievo insieme agli spettatori.
Non so perché venga usato così spesso, in genere appare pesante e superfluo (era questo il caso in Coffee prince, e lo è anche in You’re handsome).

Titolo originale: 미남이시네요 (Minami shineyo)
Televisione: SBS (Corea del Sud)
Anno: 2009
Episodi: 16
Per vedere la serie sottotitolata in inglese: www.mysoju.com

The 1st Shop of Coffee Prince

Coffee Prince - www.amazon.comStavo facendo tutt’altro, immersa nello splendido grembo della natura della bergamasca, quando all’improvviso mi è venuta voglia di scrivere un post su Coffee Prince. Le mie sinapsi riescono ancora a stupirmi.

Eun Chan (Yoon Eun Hye) ha 24 anni ed un discreto carico di responsabilità: per mantenere la madre vedova e la sorella liceale che vuole fare la velina (tutto il mondo è paese ^^;) fa tutti i lavori che le capitano a tiro, e mettere insieme i soldi per il mutuo ed il resto è il suo pensiero fisso.
Uno che non ha problemi di soldi invece è Han Kyul (Gong Yoo), o meglio, non ne aveva finché la sua famiglia non gli pone un ultimatum: o cerca moglie e si mette a lavorare nell’azienda di famiglia, o gli taglieranno i viveri. Messo alle strette, Han Kyul accetta: dovrà andare agli appuntamenti al buio organizzati dalla sua famiglia e gestire con successo un caffè scalcinato. Han Kyul però non ha alcuna intenzione di accasarsi, e l’incontro fortuito con Eun Chan gli dà un’idea per mandarli a monte: la ingaggia per fingersi il suo *ragazzo* in modo tale che le varie candidate, credendolo gay, si tirino indietro da sole.
L’espediente ha successo, e Han Kyul assume Eun Chan come *cameriere* per il caffè di prossima apertura: nel locale, che si chiama The 1st Shop of Coffee Prince, dovranno lavorare solo bei ragazzi (i "principi"), per attirare una clientela giovane e femminile. Proprio così: Han Kyul ha scambiato Eun Chan per un ragazzo. L’equivoco è anche scusabile: Eun Chan è un maschiaccio ed una vera attaccabrighe, è forte come un bue e mangia come una fogna. Dal canto suo, Eun Chan si dice che suo primo lavoro fisso val bene una piccola bugia… o no?

Naturalmente (siamo pur sempre in un drama) accade l’inevitabile, e fra Eun Chan e Han Kyul scocca la scintilla. Disastro! Han Kyul si trova a dover accettare di essere attratto da un altro uomo, mentre Eun Chan è macerata dal dubbio e dal timore di perdere il lavoro.

Il colpo di genio degli sceneggiatori, secondo me, è stato di intersecare questa linea della trama, un po’ da shōjo manga, con un’altra che le conferisse maggior spessore (ed attirasse spettatori di fasce di età più alte): i protagonisti questa volta sono Han Sung (Lee Sun Gyun) e Yoo Joo (Chae Jung Ahn).
La storia inizia con il ritorno di Yoo Joo dagli Stati Uniti, dove due anni prima aveva seguito l’uomo col quale stava tradendo Han Sung. Adesso però sembra voler ricominciare con Han Sung, che l’ha attesa per tutto questo tempo. Han Sung la accoglie a braccia aperte per poi darle il benservito dopo una notte, al solo scopo di ferirla. E qui, vi assicuro, ho fatto un balzo sulla sedia: pur ritenedomi quasi una veterana in materia di commedie sentimentali made in Estremo Oriente, non mi era mai, mai capitato di imbattermi in due personaggi positivi così poco edulcorati.
Yoo Joo ha un sacco di doti (intelligente, gentile, artista di talento e naturalmente bellissima, figurarsi), ma non riesce a vivere serenamente una relazione stabile a causa delle insicurezze che cova; Han Sung è  gentile e comprensivo, ha tollerato i suoi tradimenti e l’ha aspettata (il che fa molto eroe sdolcinato da soap), ma alla prima occasione la mortifica per risentimento, ed inizia a frequentare un’altra ragazza. L’edulcoramento si esaurisce sul piano materiale, visto che sono entrambi degli artisti (pittrice lei, compositore lui), e decisamente benestanti (mai che i protagonisti siano una parrucchiera ed un elettricista, eh!).

Le due trame si intrecciano perché la ragazza frequentata da Han Sung non è altri che Eun Chan, inoltre Han Sung è il cugino di Han Kyul il quale da tempo si porta dietro una cotta per Yoon Joo (sembra complicato, ma è davvero uno schema molto ricorrente).

La serie è leggera e frizzante, molto piacevole da vedere. Le gag tra i quattro camerieri, il vecchio barista zozzone ed il manager (Han Kyul) non si contano. Forse un po’ lente le ultime tre o quattro puntate, incentrate sulle beghe familiari di Han Kyul e piuttosto superflue nell’economia della storia (probabilmente sono state aggiunte per allungare un po’ la serie).

È sempre interessante osservare come cornici narrative già usate, se non straabusate, vengano riutilizzate dagli autori in maniera innovativa. Prendiamo il gender bending (non mi piace molto usare il termine inglese, ma l’equivalente italiano, "travestitismo", si presta a troppe ditorsioni): è vecchio come il mondo, e credo si trovi un po’ in tutte le tradizioni del mondo (tra gli antenati "nobili" si possono citare Boccaccio, Shakespeare e Stevenson, tra quelli popolari la fiaba Fanta-Ghirò raccontata da Calvino e la sua versione cinematografica omonima di Lamberto Bava – una pietra miliare della mia infanzia, tra l’altro). Si possono già fare varie osservazioni: sono quasi sempre le donne a travestirsi da uomini, ed è in quella veste che possono vivere svariate avventure, ma il lieto fine prevede un rientro nei ranghi e nei ruoli.
Ikeda Riyoko riempì la duplicità di genere della protagonista di Lady Oscar (Versailles no bara) di significati diversi: Oscar è alla ricerca di una emancipazione dalle costrizioni sociali (di genere e di rango) e di una giustizia sociale – una istanza che va messa in relazione con il periodo della pubblicazione: il Giappone degli anni ’70 in pieno boom economico e le (scarsissime) prospettive di realizzazione nella vita attiva per le donne dell’epoca. Più di recente è stato Hana-Kimi di Hisaka Nakajo (un fumetto tradotto anche in Italia e ben due serie televisive, prima o poi ne parlerò) a rilanciare con successo il gender bending sulla scena narrativa orientale (Giappone, Corea, Taiwan), stimolando la creazione di opere narrative che riprendono il medesimo tema, quando non imitazioni piuttosto smaccate.
Coffee Prince rientra per certi versi nel filone, ma lo sviluppa non senza originalità. Intanto il gender bending non è legato all’inquietudine del bender, bensì solamente a ragioni di interesse spiccio. Quello che vive l’intera faccenda in maniera probematica non è Eun Chan, bensì Han Kyul. Il fulcro del dramma non è il ruolo sociale di lei, bensì l’identità sessuale di lui. L’accettazione della propria presunta omosessualità è un percorso lungo e complesso che ha più spesso sfumature drammatiche che comiche (diversamente da Hana-Kimi).
Poi vabbé, Eun Chan è una ragazza e Coffee Prince una commedia sentimentale, perciò un lieto fine zuccheroso oltre ogni dire non ci viene risparmiato. Ma intanto l’accettazione della propria "omosessualità" da parte del protagonista (personaggio positivo e non "disordinato") e perdipiù in prime-time c’è stata; in Italia per molto meno si scatenano gazzarre impressionanti, vista la linea editoriale filoconservatrice prevalente (consiglio la lettura delle dichiarazioni di un ex Presidente della Commissione di Vigilanza Rai a cui porta il link).

Video tratto dal 9° episodio (nb: Han Kyul non sa ancora che Eun Chan è una ragazza)

Tutti i video presenti in questo post contengono spezzoni della serie montati sulle musiche originali. Questo delle musiche è un punto fondamentale,  perché è uno dei fattori decisivi del successo delle varie serie televisive dell’intera area (Corea, Giappone, Taiwan). Le musiche fanno da sottofondo ai dialoghi e non di rado li sostituiscono del tutto, sottolineando la tonalità emotiva della scena. Talvolta addirittura ciascun personaggio di una certa importanza ha un proprio tema musicale. Senza contare le canzoni orecchiabili che vengono speso utilizzate come sigle (quella di Coffee Prince è intitolata Lalala, it’s love, giusto per avere un metro del livello di canticchiabilità). Di questo prima o poi parlerò con maggior diffusione, perché è troppo interessante, e perdipiù costituisce un punto di fusione tra industria musicale e televisiva (è ovvio, le colonne sonore vendono un sacco e c’è una doppia spinta pubblicitaria reciproca a beneficio della serie & degli artisti).
Voglio dire, quando è stato mandato in onda Tutti pazzi per amore la scorsa stagione di Rai1 sembrava che i creatori della serie avessero scoperto l’America perché avevano inserito musiche con un qualche ruolo narrativo. Oooh, a Raifiction qualcuno ha scoperto l’esistenza delle colonne sonore! Chapeau!

Titolo originale: 커피프린스 1호점
Televisione: MBC (Corea del Sud)
Anno: 2007
Episodi: 17 + 1 special
Per vedere la serie sottotitolata in inglese: www.mysoju.com