Legal High /1

Ultimamente sono troppo presa da esami, paper, assistantato e lavoro si tesi per dedicarmi alla scrittura sul blog (e, purtroppo, sono spesso troppo occupata anche per le letture di piacere). Dalla scorsa estate però ho ripreso a fare una cosa che non facevo più da un pezzo: guardare drama, ovvero telefilm prodotti in Asia Orientale.
Mi ero quasi dimenticata del motivo (non il solo, ma non un motivo secondario) per cui me ne sono innamorata e li amo tuttora: la loro splendida capacità di essere allo stesso tempo densi e leggerissimi, ti toccare argomenti complessi e di prendersi in giro senza ritegno.
Ne è un esempio meraviglioso Legal High (リーガル・ハイ), un drama giapponese a sfondo legale che avevo seguito nel 2012 e nel 2013, in corrispondenza con la messa in onda delle due serie che lo compongono su FujiTv. Proprio oggi me ne sono capitati sottomano due spezzoni che illustrano splendidamente la compresenza dell’alto e del basso, di densità e leggerezza, serietà e lepidezza; protagonista di entrambi – come delle due serie – è Komikado, un avvocato di successo avido, cavilloso, meschino e sordo alla voce della coscienza ma, per contrasto, profondo conoscitore dello spirito della legge. (Il personaggio di Komikado da solo meriterebbe un intero post ^^ ).

(1) Komikado e i limiti della legge e della volontà popolare in un regime democratico.

(2) Komikado alle prese con un caso di plagio nel mondo delle aidoru. X,,D

Secondo me Legal High è puro genio, e nessuno avrebbe potuto interpretare un Komikado adorabile e detestabile nel modo in cui l’ha fatto Sakai Masato. ~ ❤

Bridal mask

Bridal Mask è un drama che ha riscosso un successo mostruoso in Corea e che anche da queste parti ha fatto furore, in un crescendo febbrile di attesa dei nuovi episodi per raggiungere il culmine con la sua tragica conclusione. Commozione. Partecipazione. Anticipazione. Man mano che seguivo gli episodi, tuttavia, mi sono accorta che la mia reazione prevalente era di irritazione. Ci sono voluti tempo, rimuginamenti e lunghissime discussioni per cercare di rintracciare la scaturigine di questo mio fastidio.

Al centro del drama ci sono due amici, Kangto (Ju Wŏn) e Shunji (Pak Ki-ung), che vengono divisi dal mondo e dalla storia. Siamo negli anni Trenta, la Corea è stata annessa dal Giappone che la sfrutta come fonte di risorse e testa di ponte logistica per le operazioni militari in Cina. Tutto questo non importa poi molto a Kangto e Shunji: il primo è un coreano integrato nella polizia giapponese, e non esita ad usare modi spicci e violenti nei confronti dei suoi compatrioti pur di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; il secondo è un giapponese di ottimi natali che però ha voltato le spalle alla famiglia di origine per diventare insegnante elementare, molto benvoluto dai suoi alunni e dalle loro famiglie (tutti coreani).

Da qualche tempo però Kangto ha una spina nel fianco: un eroe dal volto nascosto da una gaksit’al (una maschera da sposa) compie scorribande ai danni delle autorità giapponesi in Corea; Kangto è sempre sulle sue tracce, ma Gaksit’al ogni volta riesce a dileguarsi nel nulla.
Dopo mille trappole e appostamenti, Kangto riesce finalmente a catturarlo ed a ferirlo a morte, ma la scoperta della sua vera identità lo sconvolge. Travolto dall’ira indossa a propria volta la gaksit’al e vendica i torti subiti dalla propria famiglia massacrando a mani nude l’uomo che considera responsabile: il suo diretto superiore Kenji, fratello maggiore di Shunji. Tutto questo avviene sotto gli occhi esterrefatti di Shunji, e da quel momento il destino di entrambi subisce un cambiamento radicale.
C’è una scena, molto bella, in cui si riesce quasi a toccare l’incrinatura appena accennata che finirà per spaccare le vite di entrambi: Shunji e Kangto attraversano in bicicletta un campo fiorito; Shunji pedala e Kangto, quasi inebetito dagli eventi, è seduto dietro di lui. Ad un certo punto Shunji ferma la bicicletta ed inizia a piangere la perdita del fratello. Kangto, la fronte appoggiata alla schiena di Shunji, inizia a piangere a propria volta, ma quello che prova è molto più intricato: dolore e senso di colpa per la perdita dei propri familiari, orrore per quanto ha commesso, per aver fatto del male a Shunji. Piangono nello stesso momento, ma non piangono insieme. Dissolvenza.

Intera sequenza qui.

La loro vita non sarà più la stessa, e anche loro non saranno più gli stessi. Kangto inizia una doppia vita, diurna come poliziotto e notturna come nuovo Gaksit’al – in un primo momento solo per portare a termine la vendetta del suo predecessore, più avanti come vero e proprio combattente indipendentista coreano; Shunji prende il posto del fratello in polizia  con la missione di catturarlo.
Il primo percorre un cammino di redenzione, di immedesimazione nelle sofferenze e nei torti subiti dai connazionali sotto il tallone degli occupanti giapponesi, mentre il cammino del secondo è di dannazione, una spirale di furia e violenza che cancella ogni traccia della sua vita precedente.

Sulla carta le premesse sono ottime sia per un bel thriller drammatico con qualche risvolto narrativo dickiano (Kangto ha una doppia identità e deve indagare su se stesso senza destare sospetti), sia per una rivisitazione critica del periodo dell’occupazione coloniale giapponese in Corea (1910-1945), un periodo estremamente complesso e tuttora controverso, attorno al quale si coagulano ancora oggi tensioni diplomatiche fra Corea e Giappone (due casi di cui di recente è arrivata eco fin qui sono le controversie intorno alla schiavitù sessuale – ufficialmente non riconosciuta dal Giappone benché ampiamente documentata  anche negli archivi giapponesi – ed alla sovranità sull’isola di Dokdo/Takeshima). In realtà ben presto il drama prende una strana piega.
Sotto il profilo drammatico, la trama funziona abbastanza bene, nonostante il logoramento dovuto al tira-e-molla della doppia vita di Kangto (viene arrestato e scagionato più volte, incastrato e liberato più volte) dovuto in parte al fatto che il drama è stato notevolmente prolungato in corso d’opera. La tensione più intensa ovviamente è scatenata dall’attesa del momento in cui Shunji scoprirà che il suo migliore amico e Gaksit’al, l’assassino di suo fratello, sono la stessa persona: come reagirà? Cosa farà? Che effetto avrà sulla spirale di follia in cui è precipitato? Salveranno la loro amicizia o prenderanno atto di trovarsi irrimediabilmente su due fronti opposti della barricata?

A mio (im)modesto parere, il contrasto fra amicizia e contrapposizione storica e politica era più che sufficiente, ed il tentativo degli autori di infilarci una specie di triangolo amoroso (con un personaggio trascurabile, tra l’altro) ha solamente intorbidito la tensione emotiva, ma pace, ed in fin dei conti gli ascolti in patria sembrano aver dato loro ragione. Non che questo basti a farmi cambiare idea.

Comunque so far, so good; i problemi grossi di Bridal mask vanno cercati altrove.

Innanzitutto nella caratterizzazione dei personaggi, che va di pari passo con la messa in scena delle relazioni fra giapponesi e coreani: fino alla sesta-ottava puntata possedevano molte sfumature di complessità: ad esempio, Kangto, in quanto integrato nelle autorità giapponesi, subisce un ostracismo molto violento presso i coreani stessi, che però non potendo prendersela direttamente con lui aggrediscono la madre ed il fratello disabile, dimostrando non poca vigliaccheria; una ragazza coreana entra in contatto con il movimento indipendentista e diventa una delatrice; il comandande in capo del corpo di polizia, Konno, pur non esitando ad utilizzare il pugno duro per mantenere l’ordine pubblico, ha un comportamento equanime nei confronti di Kangto, non tollera la discriminazione strisciante di cui è oggetto e crede nell’integrazione dei coreani e nella possibilità di consentire il massimo sviluppo dei loro talenti (benché pur sempre in un sistema di dominazione). Kangto stesso vede il lavoro in polizia sia come un mezzo per sostenere economicamente la famiglia, che grava interamente sulle sue spalle, sia come una straordinaria possibilità per mettere in luce le sue capacità: non si limita a fare il suo dovere, ma punta ad eccellere, a competere con i giapponesi sul loro stesso terreno (proprio all’inizio del drama assistiamo alla sua promozione ad ufficiale).
Dopo la morte di Kenji e del primo Gaksit’al, e lo sconvolgimento delle vite di Kangto e Shunji che ne segue, però, gli autori si appiattiscono su una prospettiva manicheistica e superficiale. Viene tracciata una linea molto netta fra i buoni ed i cattivi. Dopo altre quattro o cinque puntate interlocutorie, nelle quali vengono fatti entrare in scena gli ultimi personaggi di rilievo (in particolare l’assassina Ueno Rie/Ch’ae Hong-ju, interpretata da Han Ch’ae-a), non rimane più molto da scoprire circa l’identità di buoni e cattivi. Questa nettezza di giudizio si riflette anche nell’evoluzione dei personaggi principali, che vivono in maniera sofferta la propria identità e che nel corso del drama giungono a riconoscerla e ad accettarla.
Kangto, dopo averla indossata una volta per portare a termine la sua vendetta, si trova legato alla gaksit’al: aver ucciso Kenji non lo libera dal tormento suscitato dalle ingiustizie subite dai coreani, che ora percepisce sulla propria pelle; continua a colpire mosso da motivi personali, ma anche e sempre di più saldando le proprie azioni a finalità politiche collettive, aiutando il movimento indipendentista, e sempre più consapevole del fatto di rappresentare, grazie alla gaksit’al, un simbolo identitario e di speranza. Kangto, attraverso un lungo travaglio interiore, riesce a trovare un proprio posto, un proprio ruolo, e ad esso infine si immola anima e corpo. Il finale lo vede combattere insieme ad altri insorti, tutti travestiti da Gaksit’al: Kangto si dissolve come individuo, mentre a sorgere sono i coreani (tutti eroi?), uniti nella causa comune dell’affermazione della propria identità e della rivendicazione dell’indipendenza.

Shunji all’inizio della storia è un insegnante mite e gentile, molto amato dai suoi piccoli alunni, che mantiene il riserbo sui propri legami con la famigerata famiglia Kimura. Dopo aver visto Gaksit’al uccidere Kenji, torna dal padre (con il quale aveva rotto ogni rapporto) e gli chiede la possibilità di vendicarsi, catturando Gaksit’al. In quello stesso colloquio lo tranquillizza aggiungendo di aver capito “di essere giapponese fino al midollo”. In quel momento la regia ammicca al pubblico suggerendo che potrebbe darsi di un espediente per assicurarsi l’appoggio paterno; tuttavia Shunji ci viene mostrato al ritorno in classe dopo i fatti del fratello, ed è un uomo diverso: è già diventato estremamente severo, persino ostile nei confronti dei bambini che, come tutti i coreani, idolatrano Gaksit’al e le sue gesta. Dà prova di una efferatezza che non farà che aumentare in seguito al suo ingresso in polizia: il mite Shunji non si fa scrupolo di adoperare minacce, torture fisiche e psicologiche, di uccidere a sangue freddo per il solo gusto di farlo. La spirale di odio, violenza e smania di dominio in cui precipita sfugge al suo controllo – lui stesso ogni tanto si blocca inorridito dalla folgorazione dell’enormità delle proprie azioni, ma l’esitazione dura lo spazio di un istante, e la sua furia e le sue ossessioni hanno ogni volta la meglio.
Shinji e Kangto non sono gli unici personaggi in lotta con se stessi per ritrovare la propria identità: ampio spazio è dato a Ch’ae Hong-ju, che ripudiato le proprie radici e dopo essere stata adottata da un potente uomo d’affari giapponesi ha cambiato nome in Ueno Rie, ma in seguito all’incontro con Kangto entra in una profonda crisi personale e riscopre infine la propria coreanità; una piccola finestra è aperta anche per Lee Hae Suk/Tamao, giovane rampollo di una nobile famiglia coreana alleatasi con le autorità giapponesi, che si riscuote dal proprio stile di vita vacuo e decadente per fedeltà ai compatrioti.
(La scelta dei doppi nomi per i personaggi alle prese con una identità molteplice non è casuale: verso la fine degli anni ’30 le autorità giapponesi avviarono un’opera di nipponizzazione della società coreana – come avevano già fatto con la società giapponese, in origine estremamente eterogenea; fra i provvedimenti ci fu il bando della lingua coreana e l’obbligo di adottare un nome giapponese. Lo stesso Kangto ha un nome giapponese, Sato Hiroshi, con il quale decide di farsi chiamare in polizia dopo l’assunzione dell’identità segreta di Gaksit’al: si tratta però solamente di un’altra maschera, a beneficio dei giapponesi con i quali ha continuamente a che fare.)

Sorge il dubbio che, nella rappresentazione degli autori, esista una precisa continuità fra le scelte di vita dei personaggi e la loro appartenenza etnica e identitaria. Kangto cerca di vivere da giapponese, ma non ci riesce. Shunji cerca di vivere da coreano, ma non ci riesce. Il sangue ha la meglio, sempre. È un destino. Non lo si può eludere, non gli si può voltare le spalle, se non rinunciando alla propria dignità.
I risvolti di queste scelte di caratterizzazione sono estremamente ambigui. Non è chiaro se la violenza e l’oppressione siano associati al sistema di dominio istituito dai giapponesi in Corea od ai giapponesi in quanto popolo. C’è un solo personaggio giapponese (di sangue) non violento, e si tratta di una spalla comica. Tutti gli altri si possono incasellare in categorie piuttosto rigide alle quali è associato in maniera implicita un giudizio di valore. Sotto il profilo narrativo, prima ancora che da un punto di vista storico, si tratta di un approccio assurdo. BTW, a me dà anche molto sui nervi. (Senza contare che è il genere di discorso fornisce argomenti ai nazionalisti giapponesi che si lamentano del bashing in Corea; ora, dare argomenti a simili figuri è di per sé imperdonabile!).

Il problema vero, che si ripete e ripropone in ogni ambito del drama, è la sua visione bicroma del periodo coloniale giapponese. Ci sono gli occupanti giapponesi, animati da una non meglio chiarita smania di dominio, ed i compatrioti coreani, le cui aspirazioni sono di libertà, giustizia e felicità. Bianco/nero. Buoni/cattivi. Be’, un fico secco.
Quelle coloniali sono sempre esperienze estremamente controverse, sulle quali è difficile tracciare bilanci; quella giapponese in Corea poi è stata doppiamente controversa, complicata dalla selva di discorsi contraddittorii prodotti da tutti gli attori in gioco. Per fare un esempio, il colonialismo europeo in Asia ed Africa era fortemente caratterizzato dall’ideologia razziale, mentre nel caso coreano i giapponesi stessi si presentarono come colonizzatori “razzialmente omogenei” ai coreani, proponendo una via alternativa in chiave anti-bianca. In realtà poi la discriminazione si ripropose, con altre declinazioni.
In Giappone c’erano molte voci diverse in seno allo stesso governo intorno alla politica da seguire in Corea; sulla sedia di Governatore generale si avvicendarono personaggi diversi, con orientamenti anche molto distanti. Le politiche assimilazioniste per le quali i giapponesi sono più ricordati oggi in Corea (e nessuno intende sostenere che non fossero violente) furono adottate solamente nell’ultimo decennio, con lo Stato Maggiore che cercava di incrementare il controllo sulla penisola per assicurare sostegno alle truppe impantanate in Cina; secondo me non è giusto adottarle come unica lente attraverso la quale cercare di valutare quel periodo.

Per finire, è profondamente sbagliato – oltre che pericoloso – appiattire un gruppo umano disomogeneo, definito su basi etniche perdipiù!, alle politiche di una autorità politica. C’erano giapponesi sinceramente innamorati della cultura coreana e che vi hanno dedicato tutta la vita, come c’erano personaggi biechi e brutali per i quali i coreani non avevano più dignità di vivere di un qualsiasi animale, come c’erano funzionari giapponesi ai quali interessava solamente arrivare a fine mese e di quel che capitava ai coreani importava poco e niente. Allo stesso modo c’erano coreani che hanno salutato favorevolmente l’arrivo dei giapponesi perché erano esasperati dalla loro classe dirigente incapace, corrotta ed ipocrita, come c’era chi cercò di instradare la Corea (che ancora nei primi del ‘900 era un Paese feudale) su un percorso di ammodernamento e si dovette scontrare con l’opposizione interna della nobiltà, poco disposta a rinunciare ai privilegi di casta ed al sistema schiavile, c’era chi mise la testa nella sabbia ed auspicò che la Corea rimanesse isolata dal resto del mondo, e chi semplicemente doveva mettere insieme il pranzo con la cena, sia che alla guida della Corea ci fosse il re sia che ci fosse un generale giapponese.
La sfida maggiore del drama sarebbe stata riuscire a rendere (almeno in parte) questa complessa varietà; gli autori invece hanno trovato più facile o utile realizzare un polpettone in salsa moralistico-nazionalista, sfornato in una confezione succulenta (costumi, scene, musiche e coreografie dei combattimenti sono estremamente curati).
Ma per me che amo il dubbio, la complessità, la destabilizzazione, partire dal complesso per arrivare a due chiare caselline è irritante, ed ancor di più deludente.

Mi piace chiudere un post così polemico con un’immagine di Ju Wŏn e Pak Ki-Ung che fanno gli scemi sul set dell’ultimo episodio. Il video, come il secondo del post di White Christmas, è stato realizzato da Valinor, con la quale ho allegramente bisticciato a lungo sui messaggi veicolati da questo drama e sui suoi personaggi.

Titolo: Gaksit’al (각시탈)
Traduzione del titolo: La maschera da sposa
Regia: Yun Sŏng-shik
Sceneggiatura: Yu Hyŏn-mi
Opera originale: manhwa omonimo di Hŏ Yŏng-man (1975)
Interpreti principali: Jun Wŏn, Pak Ki-ung, Jin Se-yŏn, Shin Hyŏn-jun, Han Ch’ae-a
Episodi: 28
Paese (canale, anno): Corea del Sud (KBS2, 2012)

Summer scent

Non sono un tipo particolarmente romantico (o forse il mio senso del romanticismo va poco d’accordo con quello della gran parte degli sceneggiatori e registi su piazza, chi lo sa?), e generalmente trovo le storie smancerose piuttosto stomachevoli anziché no. Quindi sono rimasta sorpresa io stessa dal delicato piacere innescato dalla visione di Summer scent, che è uno dei drama più romantici che abbia avuto occasione di vedere, e forse che siano mai stati prodotti (mi riferisco alla prima decina di puntate; la seconda metà del drama invece sprofonda nel melodramma e va un po’ in aceto).

Yu Min-u ha perso la ragazza che amava alla vigilia delle nozze; per non dover affrontare ogni giorno i ricordi, il dolore ed i luoghi che abitavano insieme si rifugia in Italia, in una specie di esilio volontario. Quando, passati due anni, torna a Sŏul, si rende conto di non essere riuscito a lasciarsi tutto alle spalle, e non è convinto di restare.
Shim Hye-wŏn è una ragazza romantica e solare, che ama gli oggetti vissuti e la natura aperta. La sua salute ha costantemente preoccupato Jŏng-jae, il suo ragazzo da sempre, ma un trapianto cardiaco le ha consentito di voltare pagina e vivere la vita che ha sempre desiderato: fa una lavoro che ama, la fiorista, abita insieme alla sua migliore amica e collega, e sta preparando le nozze con Jŏng-jae.
Un giorno – come spesso le capita di fare nei fine settimana liberi – va a fare una passeggiata in montagna per scattare fotografie ai fiori selvatici, ma il tempo cambia bruscamente e smarrisce la strada in mezzo al bosco. Il caso vuole che si imbatta in Min-u, insieme al quale trascorre la notte in una baita; inizialmente Hye-wŏn è diffidente (per tenerlo a distanza gli dice subito di essere sposata), ma entra presto in sintonia con lui: passano la serata ridere e a giocare alle ombre cinesi, ed il mattino successivo, durante la discesa, chiacchierano ancora di montagna e di natura. Arrivati a valle Hye-wŏn viene frettolosamente riportata a Sŏul da Jŏng-jae, e non fa nemmeno in tempo a salutare Min-u o a chiedergli come si chiami. Non si fa però troppi problemi: le rimane il ricordo piacevole di un fine settimana e di un incontro insolito. Min-u invece è più inquieto: c’era qualcosa di inafferrabile, di indefinibile, di caro in quella sconosciuta. Quasi custodisse le chiavi di una stanza dimenticata, in cui non era più voluto entrare.

Naturalmente il caso vuole che i due si incontrino ancora, anzi, che debbano lavorare gomito a gomito: Min-u infatti viene reclutato come architetto responsabile di un progetto diretto da Jŏng-jae, mentre Hye-wŏn viene incaricata della cura del verde. Il luogo è un paese fuori città, immerso nel verde, ed al di là delle occasioni di lavoro tutto il team creativo si ritrova per passare insieme le serate: si ride, si chiacchiera, si ascoltano vecchi vinili saltati fuori da qualche cantina o si cena tutti insieme in qualche posto suggestivo.
Min-u e Hye-wŏn scoprono un giorno dopo l’altro di avere molte cose in comune; senza nemmeno farlo apposta si ritagliano dei momenti per parlare fra loro, ma si intendono al volo anche senza parole. La loro sintonia è prodigiosa, e spontanea come l’atto stesso del respirare. Hye-wŏn e Min-u vivono intimamente disarmati la scoperta, i lievi smottamenti emotivi , il reciproco riconoscimento, la resa di fronte all’inevitabile.
Ho trovato impossibile resistere al fascino delicato di questa prima decina di puntate. Quasi tutto rimane implicito; è anzi forse proprio il silenzio dei diretti interessati a rinforzare narrativamente il loro legame: è sufficente l’accenno di un fremito quando le spalle nude si sfiorano a causa di un sobbalzo dell’autobus, durante un viaggio in cui non viene scambiata una parola; l’atmosfera sospesa della luce ancora blu, nelle primissime ore del mattino, in riva ad uno specchio d’acqua coperto di ninfee.

La seconda metà del drama è dedicata alla miriade di conflitti innescata dal loro legame, nel momento in cui diventa impossibile da nascondere o negare: Hye-wŏn deve affrontare Jŏng-jae e famiglia, e la delusione e disistima verso se stessa per essere stata incapace di rimanergli fedele; Min-u invece deve lasciarsi alle spalle il ricordo della sua ragazza scomparsa: deve chiuderlo nel passato, ed aprirsi a Hye-wŏn, imparare a conoscerla e ad accettarla. Il problema è che nessuno dei due ci riesce. Passato e presente continuano a sovrapporsi, a creare reciproche interferenze: perché un conto è innamorarsi, un altro è organizzare la propria vita ponendo il rapporto con un’altra persona nelle fondamenta. Né per Hye-wŏn né per Min-u si tratta di un processo facile o indolore.
Hye-wŏn entra in crisi per il timore che Min-u cerchi in lei le sembianze della sua innamorata; quando scopre che era suo il cuore ricevuto in trapianto, inizia a dubitare anche di se stessa, a temere di aver vissuto in una bolla di sapone, e tutto sembra andare in pezzi.

Con Summer scent sono arrivata alla terza tappa della visione integrale di Endless love, una serie di quattro drama indipendenti ma con un unico filo conduttore realizzati dagli stessi autori (Autumn tale, Winter sonata, e Spring waltz, che ancora mi manca).
Diversamente dalla stragrande maggioranza dei drama a sfondo sentimentale, Summer scent non racconta la storia del primo amore dei protagonisti, bensì del secondo, con tutto il vagone di sensi di colpa per gli impegni mancati, le promesse non mantenute, l’incapacità di mantenersi fedeli ad una persona con la quale si credeva che si sarebbe trascorso il resto della vita (ma gli autori giustificano tutto quando arriva il Vero Amore™).
Ci sono alcuni elementi ricorrenti nei tre drama che ho visto sinora, per i quali pare che gli autori abbiano una predilezione.

Segni e presagi
Un legame di Vero Amore (il “filo rosso del destino”) non si istituisce per caso né per libera iniziativa degli interessati: al contrario, è una faccenda al limite della predestinazione, scritta nelle stelle. Fa parte dell’architettura dell’Universo. Quindi la presenza dell’altro, il suo avvicinarsi o il suo allontanarsi, si riverberano in una serie di fenomeni collaterali. Si tratta di un’idea talmente abusata in passato (basti pensare alle leggende di presagi che anticipano la nascita di personaggi storici dell’antichità) da sembrare adesso ingenua, eppure non è priva di una sua logica. In Winter sonata la predestinazione è resa manifesta dal ritrovamento dell’Arcano maggiore degli Amanti; in Summer scent da un ciondolo condiviso da Min-u e dalla sua ragazza scomparsa che viene donato Hye-wŏn. Detto così sembra molto pacchiano, ma il gioco è condotto allusivamente, con garbo, e funziona piuttosto bene.

Piani temporali
Questa è forse la vera libidine di sceneggiatrice&regista: continuare ad annodare presente e passato – un passato trasfigurato, inavvicinabile e quindi perfetto, reso con immagini a rallentatore e lievemente fuori fuoco (infanzia in AT, adolescenza in WS, giovinezza in SS). I protagonisti vivono nel presente, ma talvolta qualche retaggio di allora riaffiora imprevisto nelle loro vite ed inizia a destabilizzarle. I grovigli fra i piani temporali possono essere anche piuttosto complessi, e costituiscono uno dei motivi di conflitto fra i personaggi e nell’interiorità dei personaggi stessi.

Natura
La dicotomia natura/città è un altro elemento costante, anche nel modo in cui interagisce con le relazioni fra i personaggi: la prima accoglie il legame di Vero Amore come parte di se stessa senza soluzioni di continuità con i campi arrossati dall’autunno o la vegetazione in pieno rigoglio, inumidita dalle piogge estive; la seconda al contrario lo respinge ponendo i personaggi di fronte ad obblighi, a responsabilità, a relazioni sociali di cui farsi carico. Fra le due dimensioni della vita dei personaggi si scatena inevitabilmente un conflitto, che è poi l’asse portante della narrazione.

In questo periodo sono troppo presa da altre cose per stare a guardare drama, ma per amore di completezza voglio senz’altro vedere anche l’ultimo drama della serie. Lo stesso regista recentemente ha realizzato un’altro drama con il medesimo tema, Love rain. Ecco, quest’ultimo invece penso che me lo perderò volentieri.

Titolo: Yŏrŭm hyangki (여름향기)
Traduzione del titolo: Profumo d’estate
Regia: Yun Sŏk-ho
Sceneggiatura: O Su-yŏn
Interpreti principali: Song Sŭng-hŏn, Son Ye-jin, Ryu Jin, Han Ji-hye
Episodi: 20
Paese (canale, anno): Corea del Sud (KBS2, 2003)

White Christmas

«Mi hai macchiato e mi hai fatto sentire una nullità
Mi hai trasformato in un Mostro-degli-angoli
Mi hai tolto la voce
Hai riso delle mie false speranze
Hai preso l’unica cosa che avevo e l’hai fatta passare per tua
Ho teso la mano verso di te, ma tu non l’hai afferrata
Mi hai cancellato dai tuoi occhi
Cammina lungo il sentiero vicino agli alberi di zelkova e fra otto giorni troverai un morto sotto la torre dell’orologio.»

Sette ragazzi ricevono questa lettera in una busta nera e decidono di fermarsi a scuola per le vacanze invernali, invece di tornare a casa.

La scuola è un istituto superiore di élite, ipermoderno, che ammette solamente studenti estremamente dotati e che mantiene fra loro un livello di competizione altissimo; al fine di privarli di ogni distrazione, gli studenti vivono all’interno della scuola stessa, che comprende dormitori e varie strutture, ed  è stata costruita in una regione montuosa piuttosto remota.
La neve cade tutt’intorno, rendendo indistinto e silenzioso il paesaggio; la scuola vi galleggia dentro, con le sue grandi ventrate vuote e le geometrie disegnate dai corridoi che si intersecano a mezz’aria; all’interno soltanto i ragazzi della lettera ed un docente. Poco dopo si unisce a loro un uomo coinvolto in un incidente d’auto poco lontano, uno psicologo.
Prima di smettere di funzionare per via delle pessime condizioni atmosferiche, a ragazzi e adulti seduti insieme a tavola, la radio trasmette la notizia della cattura di un pluriomicida, suscitando le chiacchiere dei presenti. “Chissà se un “mostro” nasce così oppure lo diventa vivendo…” Poi l’argomento della conversazione cambia, cambia ancora, e nessuno ci pensa più.

I ragazzi sono molto più interessati alla ricerca del mittente della lettera: probabilmente uno di loro, che l’ha inviata anche a se stesso per sviare i sospetti. Iniziano così ad indagare, e collegano le accuse contenute nella lettera alla morte di uno studente, suicidatosi durante le vacanze invernali dell’anno precedente. Una vendetta forse? Orchestrata da chi?
Ma la vera domanda, scopriranno i ragazzi, è un’altra: perché c’è un mostro fra di loro, un mostro a cui piace giocare con il dolore e la vita altrui; per sopravvivere devono trovarlo e tenerlo a bada. Dov’è? Cos’è? Come lo si può controllare?

White Christmas è un drama straordinario, uno dei più belli che abbia mai visto. Innanzitutto racconta una storia, ma lo fa tramite l’articolazione di molte trame. Lo spunto iniziale è la famosa lettera: una lettera anonima che prende le parti di un ragazzo morto l’anno precedente – schiacciato dalla vita che faceva nella scuola iperselettiva e ipercompetitiva, non a caso soprannominata anche “Istituto-prigione”. Le indagini dei ragazzi li portano a conoscersi meglio di quanto non avessero fatto nei mesi precedenti, scoprendo come ciascuno avesse una propria zona d’ombra, un punto dolente che non sopportava venisse toccato: per uno le aspettative esorbitanti delle persone che lo circondano, per un altro il senso di profonda alienazione rispetto ai propri genitori, per un altro ancora la disabilità, per un altro la coscienza della propria fragilità e debolezza.
Un giro di vite lo dà la scoperta in cortile del cadavere del professore; le comunicazioni interrotte per via della neve e l’unico altro adulto fuori gioco (l’incidente d’auto ha lasciato lo psicologo malconcio e febbricitante), i ragazzi devono trovare un modo per chiamare aiuto ma allo stesso tempo non possono fidarsi l’uno dell’altro: fra loro si aggira un assassino. Nel tentativo di smascherarlo rischiano quasi di ammazzarsi a vicenda.
Quando lo psicologo riesce a superare la fase critica della febbre ed a riaversi, arriva un altro giro di vite, ed inizia un gioco al massacro.
Ogni giro di vite fa sviluppare e crescere la storia, e quando se ne inizia ad intravedere lo scioglimento, e si assapora un istante di sollievo, la vite viene stretta ancora e l’atmosfera si carica di nuova angoscia. Gli sceneggiatori manovrano questo meccanismo fino alla fine (tremenda, anticatartica) senza mai eccedere, senza mai rendere la visione insostenibile: al contrario è magnetica, irresistibile.
La fotografia, le luci e tutto ciò che pertiene alla costruzione estetico-visiva è stato oggetto di una cura particolare. Oggetti e luoghi (corridoi, sale comuni, stanze private, aule e laboratori, e poi il cortile innevato, i sentieri sai quali sono scomparsi i passi, le scalinate) non di rado rubano  la scena agli attori in carne ed ossa; anche la colonna sonora, insolitamente poco pop con i suoi effetti sonori ed ammiccamenti alla musica elettronica, reclama il suo spazio.
Il finale mi ha suscitato un moto di rifiuto, mi ha levato il sonno. Un giro di vite per lo spettatore, che viene lasciato solo, fuori dalla storia, a dibattersi col proprio sgomento.

Un thriller psicologico, un horror, un dramma attraversato da venature di farsa. Insomma, mi ha colpita & rapita, e non posso che consigliarlo, mettendo allo stesso tempo in guardia lo spettatore: è duro, è ingannevole, è crudele e cercherà di strapparvi di dosso ogni speranza; ma è potente, e splendido.

Interpreti principali: Baek Sŏng-hyŏn, Kim Yŏng-kwang, Lee Su-hyŏk, Kim Hyŏn-jung, Kwak Jŏng-uk, Song Jun
Episodi: 8
Canale: KBS2
Anno: 2011
Paese: Corea del Sud

Soulmate /1

Tratto da Soulmate (Corea del Sud, MBC, 2006).
Passato quasi inosservato in patria e fuori, possiede l’impalpabile andamento e respiro del classico, eppure al tempo stesso è intimamente anticonvenzionale. Un giorno gli dedicherò un post lunghissimo.
La canzone, C’mon through di Lasse Lindh, si può ascoltare per intero qui.

Seigi no mikata

Ero in un periodo di drama tendenti al tragico e sentivo l’esigenza di qualcosa di più leggero quando mi hanno consigliato di provare con Seigi no mikata: un consiglio azzeccatissimo, perché si tratta di una commedia lieve ma tutt’altro che stupida, briosa, con tanto ritmo, personaggi a cui è facile affezionarsi ed ottimi interpreti.

Le protagoniste sono due sorelle: la minore è una quindicenne, Yōko (Shida Mirai), una ragazza nella media in tutto e per tutto: non va granché bene a scuola, non è una bellezza, non è un asso dello sport; le piace dormire fino a tardi, divertirsi con le amiche e mangiare i piatti che le prepara la mamma. O meglio: le piacerebbe farlo, perché per un verso o per un altro non ci riesce mai: subisce la personalità decisamente dispotica della sorella maggiore, Makiko (Yamada Yū), che è tutto quello che lei non è: adulta, bellissima, intelligente, laureata con ottimi voti ed impiegata presso il Ministero della Giustizia. Fuori di casa Makiko raccoglie universale ammirazione, ma in realtà dire che è viziata è poco: è un’egocentrica, manipolatrice, sfruttatrice, avida ed opportunista. Ha sempre diritto al boccone più grande, al posto più comodo, e la vita di Yōko consiste nel servire la sorella maggiore, obbedendo ad ogni suo capriccio.

Un giorno però viene trasferito al Ministero Yoshikawa (Mukai Osamu), un funzionario già lanciato su una carriera brillante per la sua età, di famiglia benestante, di bell’aspetto e pure gentile. Makiko ne è subito colpita e decide di farsi sposare da Yoshikawa continuando a dare di sé un’immagine angelica. Nella speranza di sbarazzarsi della sorella attraverso il matrimonio, Yōko si fa in quattro per darle una mano. Ma un matrimonio del genere sarebbe in grado di durare, anyway?

In ogni puntata si segue un episodio delle avventure di Makiko (colpire Yoshikawa, farsi sposare, conoscere i parenti di lui, gestire la casa in cui vanno a vivere insieme, fare una buona impressione all’intero clan degli Yoshikawa e via dicendo), la cui malignità finisce sempre rocambolescamente per fare il bene di qualcuno; parallelamente anche Yōko si rende conto di dover vivere la propria vita, anche se ben di rado i suoi tentativi di liberarsi della sorella maggiore vanno a buon fine…

La storia è carina e vivace, scorre senza difficoltà, né troppo rapida né troppo lenta, e si fanno un sacco di risate. La scena demenziale che mi ha fatto più scompisciare in assoluto è stata quella in cui una vecchia megera scorbutica si alza miracolosamente dalla sedia a rotelle sulle note di Così parlò Zarathustra – mi aspettavo quasi che esclamasse: «Mein Führer, cammino!» XD XD XD

Ciò che mi ha fatto davvero amare Seigi no mikata però è una sua qualità più sfuggente: il modo in cui porta lo spettatore in una dimensione quotidiana ma a suo modo eccezionale, entrandovi come un raggio di sole. Suscita un senso di pienezza, quasi di nostalgia; o forse solo di desiderio per un mondo i cui colori non assumono mai sfumature troppo cupe, perché ogni potenziale dramma può improvvisamente capovolgersi, ed ogni personaggio, anche il più compassato, lasciar emergere una vena di assurdo.

Traduzione del titolo: Dalla parte della giustizia
Interpreti principali: Shida Mirai, Yamada Yū, Mukai Osamu, Kanata Hongo
Episodi: 10
Canale: Nippon Television
Anno: 2008
Paese: Giappone

Tae wang sa shin gi /2

[prima parte]

Nel corso di queste campagne militari Damdŏk viene riconosciuto legittimo re anche dai Guardiani del Sigillo del Drago Blu e della Tigre Bianca, benché quest’ultimo fosse stato trovato da Hogae versando fiumi di sangue. Incurante dei segni del Cielo, Hogae desidera a ogni costo consumare la propria vendetta e quando perde esercito e titolo, esiliato da Koguryŏ, si allea più strettamente con gli Hwachŏn, guidando la loro armata conto Damdŏk.
Nel frattempo però sta per consumarsi nuovamente l’antica tragedia: Kiha, reincarnazione non della Fenice bensì della Fenice Nera, perde la ragione e con essa ogni controllo sul potere del Fuoco. Damdŏk si accinge ad ucciderla, come Hwanung a suo tempo aveva fatto, ma decide infine di spezzare il ciclo del destino celeste riportando in Cielo le Quattro Divinità per lasciare agli uomini il controllo completo sul proprio destino.

Il finale mi ha suscitato sentimenti contrastanti. Mi ha colpita molto, e molto positivamente, il rifiuto dell’obbedienza al Cielo come compimento di una storia che ha nelle corrispondenze celesti e nella predestinazione uno dei suoi elementi narrativi centrali. Tutte le scelte politiche di Damdŏk come re non poggiano sulla certezza della propria ascendenza celeste, bensì sulla consapevolezza della necessità difondare legami umani, etsi deus non daretur. Il rifiuto del potere del Cielo e la scelta di lasciare i destini del regno (e del mondo) in mano agli uomini giunge come il coronamento del regno di Damdŏk.

“Chiunque può commettere degli errori. Lo dirò al Cielo. L’uomo è fatto così: rimedia i suoi errori ed impara ciò che  ignorava. Il Cielo adesso ci sta domandando: riusciremo a stare sulle nostre gambe? Oppure  abbiamo bisogno di un Cielo che ci governi?
Il Re di Jushin è stato chiamato a rispondere a questa domanda. Il suo compito consiste in questo. Allora la mia risposta è: io credo nell’uomo. Credo che Jushin ne uscirà vittorioso. Tutto ciò che non  riuscirò ad ottenere, lo conseguiranno i miei discendenti. Restituirò al Cielo i suoi poteri.” (episodio 24)

Quello che del finale mi ha lasciata interdetta è che, per restituire al Cielo i suoi Poteri e riportarvi le Quattro Divinità, Damdŏk debba uccidere con le sue mani i Quattro Guardiani. Parliamo di personaggi che sono al fianco di Damdŏk per buona parte delle vicende – un suo maestro e consigliere, un guerriero di Paekje posseduto da un demone, un suo compagno di avventure, e non da ultimo il suo grande ed impossibile amore Kiha – e con i quali stringe forti legami di rispetto, cameratismo, fiducia, affetto. E Damdŏk li uccide tutti quanti. L’audacia della sceneggiatrice mi ha lasciata davvero disorientata perché, pur creando un finale estremamente interessante, non indietreggia minimamente di fronte alla possibilità di amareggiare gli spettatori. La scena finale di tutti loro che, in mezzo alla foga della battaglia, si trovano improvvisamente con la vita recisa, è stata una delle più strazianti che mi sia capitata divedere in un drama.

Abbassando un po’ la manopola dell’emotività soggettiva, si possono fare alcune osservazioni interessanti.
Il personaggio di Damdŏk romanza la figura storica del re di Koguryŏ Kwang’gaetŏ (374 – 413 d.C.), ricordato soprattutto per le sue conquiste militari e per la grandiosa sepoltura in una parte del suo regno che oggi si trova su territorio cinese.
Una delle cose che mi hanno colpita del drama è il fatto che tutti gli abitanti dei vari regni e delle regioni limitrofe con cui Damdŏk si trova ad interagire paiono pienamente coscienti di condividere sangue, lingua e cultura, e soprattutto un manifesto destino comune. L’unificazione della Corea, una prospettiva politica e culturale storicamente anacronistica in questa epoca, viene presentata invece come un obiettivo condiviso sul piano politico e già attuato su quello culturale, oltre che come un retaggio primordiale disceso dal mito. Sarei curiosa di sapere quando il mito di Tang’un è stato codificato come mito di fondazione della Corea; da quello che ho letto so che fu ripescato e reinterpretato in chiave politica nel ventesimo secolo dai nazionalisti coreani che si opponevano alla colonizzazione giapponese.
Peraltro il progetto di un grande regno coreano come poteva accarezzarlo un sovrano di Koguryŏ storicamente non si è concretizzato: buona parte del territorio del Regno di allora oggi si trova in Cina od in Mongolia, mentre a compiere l’unificazione fu il Regno di Shilla, che però implose poco dopo.
Una curiosità: nella gestione dei rapporti con regni e popoli vicini, anche quando si trova in una posizione di superiorità militare schiacciante, Damdŏk non pretende dagli avversari la sottomissione, bensì offre loro di stringere relazioni diplomatiche amichevoli. Usa una parola: 형제, “fratelli”. Damdŏk cerca di instaurare legami di interdipendenza economica fra i popoli coreani per rafforzare il senso di unica appartenenza e rendere eventuali futuri conflitti una faccenda sempre meno vantaggiosa per tutte le parti in gioco. Tuttavia dietro a questa scorza di lungimiranza pacifista (che ben poco ha a che fare con la figura storica di Kwang’gaetŏ) si può scorgere un preciso disegno egemonico: la relazione fra fratelli infatti non è paritaria, anzi è uno dei paradigmi delle relazioni sociali di subordinazione nell’etica confuciana (è curioso che sia il modello scelto per descrivere, alcuni secolo più tardi, la relazione fra Regno di Corea e di Cina). Damdŏk tesse una tela politica che mira a rendere i vari Regni e popoli di Corea satelliti di Koguryŏ, a creare una forza centripeta che faccia sì che tutti rimangano stretti nel suo abbraccio; si tratta però di una forza umana, non celeste. Il regno unitario di cui cerca di gettare le fondamenta non cerca la legittimazione nel Cielo, bensì nel consenso dei popoli che condividono la medesima origine.

Tae wang sa shin gi non mantiene alcune delle promesse che fa nelle prime puntate, nelle quali pecca di una certa prolissità; verso la metà a prende il volo e con le sue scelte insolite, a volte difficili da accettare, lascia il segno. Ha spazzato via la mia diffidenza nei confronti dei drama ad argomento storico, e non mi sentirò più particolarmente intimidita dal numero elevato di puntate.

Traduzione del titolo: Leggenda del Gran Re e delle Quattro divinità
Interpreti principali: Bae Yong-jun, Mun So-ri, Yun Tae-yŏng, Ch’oi Min-su, Lee Ji-a
Episodi: 24 + 2 SP
Canale: MBC
Anno: 2007
Paese: Corea del Sud