Evelina /3

Educazione e moralità
Evelina è stato associato al genere letterario della Commedy of manners. In effetti si tratta di una messinscena di personaggi ricorrenti nel teatro e nella narrativa del tempo: il fop (Sir Lovel), il rake (Sir Willoughby), la dama attempata che vuole apparire più giovane (Madame Duval, protagonista di un memorabile ballo in cui prende il posto di Evelina). La Burney però si spinge oltre il teatrino di maschere: effettua una intenta riflessione sulla differenza fra rispetto formale dell’etichetta ed autentica nobiltà d’animo. Burney usa l’indefinitezza dello status di Evelina come cartina di tornasole per misurare la profondità della beneducazione delle persone con cui entra in contatto, ed in particolare dei vari pretendenti, cascamorti e seduttori che le gravitano intorno. Il caso par excellence è Willoughby, impeccabile nei modi ma intimamente laido, attratto dalle grazie di Evelina ma privo di rispetto per la sua persona. Lo si vede chiaramento, ad esempio, nel cambiamento del modo di Willoughby di rivolgersi a lei a seconda del contesto in cui la trova; se è pressante nella prima parte del romanzo, trovandola in compagnia di aristocratici, sconfina quasi nell’oscenità quando la trova in compagnia di borghesi o gente di più bassa estrazione. La stessa scortesia, ma senza pretese ipocrite di nobiltà, si può riscontrare presso i Branghton. Dal lato opposto dello spettro troviamo Evelina e Lord Orville, indifferenti alle origini dell’interlocutore nel rivolgersi ad esso con sollecitudine e garbo. Ciò è indice del fatto che nel loro caso le buone maniere non sono dettate da considerazioni di interesse, bensì da autentica nobiltà d’animo. Una disposizione d’animo coltivata tramite l’educazione impartita da Villars.

L’inglese, Londra e i consumiEvelina_Joshua Reynolds_Jane Harrington
Un’altra ragione per cui Evelina mi ha colpita è la sua capacità di catturare un momento di cambiamento. Prendiamo innanzitutto la lingua: il romanzo è disseminato di corsivi, a segnalare l’uso di parole singolari. Si tratta di neologismi (egotism, Londonize), di parole coniate da poco per indicare attività che prima non c’erano (shopping, seeing sights), e di parole che stanno cambiando od ampliando il loro spettro semantico (nice, enthusiast, mad – nell’accezione di ‘arrabbiato’).
La lingua usata dai personaggi è anche un chiaro indicatore della loro posizione sociale e del loro grado di educazione; l’uso di slang (chat, funny, goody, fuss, joke, smart nel senso di ‘intelligente’ piuttosto che di ‘ben vestito’) da parte dei Branghton, di Madame Duval e del capitano Mirvan tradisce l’inadeguatezza delle loro maniere. Molte delle parole che al tempo della Burney erano nuove o vagamente disdicevoli ormai sono pienamente entrate nell’uso quotidiano, e senza stigmi associati.
Ma non è solo la lingua: è l’intera società inglese che affiora dalle sue pagine ad essere in piena trasformazione. La gente del bel mondo sta sviluppando una cultura urbana dei consumi: va ai balli, va a passeggiare al parco, va a fare compere. Imitata dalla piccola borghesia benestante, che cerca di dilettarsi con gli stessi divertimenti, ma in tono un po’ minore. Si può considerare Evelina alla stregua di una guida dei divertimenti della Londra alla moda di fine Settecento: l’alta società va ad ascoltare l’opera italiana, passeggia per i St. James’ Park o i Kensington Gardens e frequenta i balli privati dati da altri aristocratici di livello simile al proprio; i piccolo borgesi come i Branghton, invece, solitamente guardano teatro di prosa, passeggiano per i Marylebone Gardens o i Vauxhall Gardens e frequentano i balli pubblici ad Hampstead.

Orgoglio e pregiudizio
Confronti fra i romanzi di Fanny Burney e quelli di zia Jane ne sono stati fatti a iosa. Jane Austen era una attenta lettrice della Burney, e certi elementi di fondo (il focus sulla ricerca dell’amore romantico nel mercato matrimoniale, il gusto per il ritratto dei personaggi, la vena ironica) ricorrono in entrambi.
Una prima lampante differenza è il diverso grado di competenza tecnica fra le due autrici. Fanny Burney si lascia prendere la mano dalla scrittura e si dilunga in scene che troncano il fiato del lettore, inserisce elementi che poi non hanno seguito, non usa appieno la coralità narrativa consentita dalla forma epistolare. Jane Austen al contrario è molto più sottile, ed è capace di gestire le trame di molti personaggi con grandissima economia. Se si leggono i romanzi del periodo precedente, l’abilità tecnica della Austen come scrittrice lascia davvero a bocca aperta.
Un’altra nota interessante è l’avanzamento del processo di borghesizzazione della società inglese fra i due romanzi: se in Evelina l’eroe maschile è un conte, in Orgoglio e pregiudizio si tratta di un gentiluomo sì straricco, ma privo di titoli nobiliari (Darcy non è nemmeno baronetto).

L’edizione di Evelina che ho letto, nella collana dei Penguin Classics, è stata curata da una certa Margaret Anne Doody. Proprio lei, quella di Aristotele detective! In realtà è una studiosa di letteratura che nel tempo libero scrive fiction.
rabbit-emoticon-017

Nell’introduzione a Evelina fa delle osservazioni molto interessanti sul gioco di specchi fra due tipi di performance della condizione sociale presenti nel romanzo (la rappresentazione esplicita vista a teatro, e quella implicita delle interazioni fra i personaggi che costituisce il romanzo of manners stesso) e sulla perdita della spontanietà e del contatto con se stessi sotto la cappa delle maniere.

Ci sarebbe ancora molto da dire (che dire della sensiblerie di Evelina? E dell’atteggiamento di Fanny Burney verso aristocratici e borghesi?), ma non si finirebbe più, e prima o poi i post devono finire. Quindi chiudo qui. Forse.

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Evelina /2

Evelina è un romanzo ricchissimo di spunti. Davvero, ricchissimo. Basta iniziare a tirare e ne vengono fuori a bizzeffe, come i fazzoletti annodati dal cappello di un prestigiatore. In parte ciò è dovuto al fatto che sotto il profilo della forma romanzo, Evelina è ancora un po’ primitivo. Per dire, la Austen, che era una lettrice appassionata della Burney, stava già su un altro pianeta, letterariamente parlando.

Identità incertaEvelina_Joshua Reynolds_Sara Campbell
Evelina è la figlia naturale di un aristocratico, e questa condizione, benché accuratamente mantenuta segreta, le causa un mare di problemi. Il primo e principale è che non consente di definire la sua posizione sociale. Il riconoscimento ufficiale da parte del padre le consentirebbe di fare parte a pieno titolo dell’alta società, ma in assenza del riconoscimento paterno Evelina rimane in una sorta di limbo.
Da un lato, l’indefinitezza della posizione sociale di Evelina la espone a molte impertinenze, sia da parte degli aristocratici che non la riconoscono come “una dei loro”, sia da parte di coloro che, come i Branghton, osteggiano i suoi modi da signorina beneducata. Dal punto di vista dei rapporti con l’altro sesso, non avere una famiglia alle spalle la espone anche a molti pericoli, perché personaggi come Sir Willoughby non si sentono scoraggiati dal nutrire nei suoi confronti mire disoneste.
D’altra parte è vero anche che la sua situazione di liminalità fra alta società e piccola borghesia le consente di avere accesso a diversi strati della società del suo tempo, e di osservarne i costumi con uno sguardo candido e straniato.

Amore romantico e matrimonio
Una cosa che colpisce è il periodo della vita di Evelina coperto dal romanzo. Si tratta di un periodo ben preciso e delimitato, che va dall’ingresso nella società londinese alle nozze. I periodi precedenti (formazione) e successivo (matrimonio) sono completamente esclusi. Penso che il motivo sia abbastanza chiaro: sono privi di tensione narrativa.  L’età da matrimonio era il periodo nel quale una donna era esposta all’avventura, perché si affacciava fuori dalla famiglia d’origine ma non era ancora entrata in quella del marito.
Il matrimonio era l’evento centrale nella vita di una donna perché da esso dipendeva il suo sostentamento fino alla vecchiaia; era anche una diretta misura della posizione sociale delle famiglie degli sposi. La possibilità di “avventura” all’epoca di Evelina era data dal fatto che le ragazze partecipavano attivamente al mercato matrimoniale, ed il loro consenso era necessario per portare a termine l’unione. E a che tipo di unione aspira la nostra eroina? Evelina cerca un uomo che possa prendere il posto del suo tutore come guida morale; un uomo sostenuto da una salda etica, quindi, e capace di nutrire rispetto genuino di lei in quanto persona, di apprezzare le sue qualità personali (bellezza, moralità, cultura, buone maniere) e non dare importanza all’incertezza delle sue origini, ed all’esiguità della sua dote.

«There is no young creature, my Lord, who so greatly wants, or so earnestly wishes for, the advice and assistance of her friends, as I do; I am new to the world, and unused to acting for myself, – my intentions are never wilfully blameable, yet I err perpetually! – I have, hitherto, been blessed with the most affectionate of friends, and, indeed, the ablest of men, to guide and instruct me upn every occasion; – but he is too distant, now, to be applied to at the moment I want his aid; – and here, – there is not a human being whose counsel I can ask!» (p. 340)

Che una donna fosse in grado di fare valutazioni in autonomia ed agire per se stessa, naturalmente, era fuori discussione.

[continua]

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Evelina /1

EvelinaFino a qualche giorno fa non conoscevo né Evelina né Frances Burney. Proprio mai sentite nominare. Poi sono comparse in un documentario che parlava del romanzo romantico inglese come precursore del grande romanzo dell’Ottocento. La curiosità ha avuto la meglio (come sempre, del resto), e del resto una biblioteca ben fornita le ha fatto da sponda.

Evelina, la protagonista del romanzo, è una giovane di grande bellezza, beneducata e di buon cuore, ma di origini oscure. Si tratta infatti della figlia di un peronaggio dell’alta società, il quale però non ha ancora riconosciuto ufficialmente la paternità. Uno dei due grandi motori di Evelina quindi è la ricerca dell’identità della protagonista. La ragazza è divisa fra l’affetto paterno nei confronti del tutore che l’ha cresciuta ed educata, il Reverendo Villars; il dovere venato di disagio nei confronti della nonna materna, la straripante Madame Duval; ed il desiderio di riavvicinarsi al padre, Sir John Belmont, la cui assenza le ha lasciato un vuoto affettivo ed una grande incertezza sul suo posto nella società. Il secondo grande motore del romanzo è la ricerca dell’amore. Nel mondo di Fanny Burney, questo amore consiste nella combinazione di ammirazione, rispetto, ed un destino matrimoniale.
Le avventure di Evelina iniziano con il viaggio a Londra al seguito dei Mirvan, all’inizio della primavera; Londra è una città in piena espansione, che offre una serie di nuovi diletti all’alta società: oltre ai balli ci sono le passeggiate al parco, i fuochi artificiali, e lo shopping. La Londra di Evelina testimonia la nascita, solo per i più abbienti naturalmente, di una cultura dei consumi voluttuari. Il romanzo si sviluppa a partire dagli eventi sociali ai quali Evelina prende parte, e presso i quali ha occasione di incontrare una varietà di maschere e personaggi. Fra si essi Sir Lovel, un fop, ovvero un damerino impomatato, dai modi vistosamente cerimoniosi ma intimamente meschino; Sir Clement Willoughby, un libertino (rake) dai modi affabili ma dalle intenzioni men che onorevoli; Lord Orville, affascinante aristocratico di ottime maniere e saldi principii, con il quale però le cose iniziano col piede sbagliato; e scendendo nella scala sociale i Branghton, famiglia piccolo borghese “volgarmente” attaccata al soldo ed imparentata con Madame Duval; Mr Macatney, giovane e smunto poeta inquilino presso i Branghton, oggetto del loro disprezzo per via delle origini scozzesi; e Mr Smith, giovanotto vanesio ignaro della propria posizione sociale e dell’etichetta in voga nel bel mondo.
Il romanzo è diviso in tre parti, corrispondenti ai tre volumi in cui era diviso il romanzo: nella prima Evelina visita Londra al seguito dei Mirvan, ed entra in contatto con l’alta società; nella seconda visita nuovamente Londra come compagna di Madame Duval, e frequenta la piccola borghesia in ascesa; infine nella terza parte Evelina visita Brighton, cittadina termale meta di coloro che potevano permettersi la villeggiatura.

Si potrebbe considerare Evelina un romanzo di avventura (le avventure di una ignara fanciulla perbene nella giungla metropolitana), tuttavia la nostra eroina troverà il grande amore nel primo uomo con il quale abbia mai danzato: Lord Orville. Le cose fra i due iniziano con un malinteso, perché al loro primo incontro Evelina è talmente imbarazzata dalla propria inesperienza ed inferiorità sociale da non riuscire a spiccicare se non qualche monosillabo. Orville ne deduce di avere a che fare con una campagnola un po’ sciocca, lo dice ai suoi amici, ma viene sentito da Miss Mirvan che lo riporta ad Evelina. La quale ne deriva una enorme mortificazione e la convinzione che Orville non si interesserà mai a lei. Orvile impiegherà più di quattrocento pagine per cambiare idea su Evelina e (soprattutto) per convincerla di essere innamorato di lei e di volerla sposare.
Avviso spoiler: lieto fine su tutti i fronti.

[continua]

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Il pilota di Hiroshima. Ovvero: La coscienza al bando /3

Col procedere della lettura, è emerso un tema ben più inquietante di quello atomico. Claude Eatherly venne internato in un ospedale psichiatrico perché con qualche maldestro tentativo di reato (una rapina nel corso della quale si era persino dimenticato di prendere il malloppo) aveva messo in imbarazzo l'Esercito degli Stati Uniti, e venne giudicato, più che un criminale, psichicamente instabile. Eatherly accettò l'internamento di buon grado, tanto che risultava "ospite volontario" della struttura, ma quando, dopo qualche tempo, ritenne di aver riflettuto abbastanza, di aver trovato un nuovo equilibrio e di poter riprendere la vita civile, la sua domanda di dimissioni venne ripetutamente respinta.

Il problema che affliggeva Eatherly era un dilemma di origine etica, non una psicosi; la riflessione ed il dialogo lo avevano aiutato a prenderne coscienza, a riconoscerlo, a fare sì che orientasse il suo agire senza il bisogno di infierire su se stesso o su altri. Il medico curante stesso riconosceva che Eatherly non era un individuo pericoloso, e allora perché il suo rilascio non fu consentito? Cos'era successo nel frattempo?

Nel frattempo, la storia del pilota di Hiroshima perseguitato dal senso di colpa aveva fatto il giro del mondo: si scrivevano articoli su di lui, i periodici pubblicavano servizi sulla sua vita, e la sua adesione al movimento pacifista aveva fatto un certo scalpore. In breve, Eatherly godeva di una visibilità sgradita ai vertici della struttura in cui era internato.
Nel momento in cui era entrato nell'ospedale aveva rinunciato a diritti politici e civili, si era trovato a dipendere interamente da una struttura che poteva esercitare su di lui un enorme potere di interdizione, un autentico potere di vita e di morte (sentite un'eco foucaultiana? Avete un buon udito  ), e quella struttura nella quale si era spontaneamente messo in mano ora aveva tutto il potere di non lasciarselo scappare. Il suo rilascio doveva essere deciso da una corte, ma nel corso delle udienze la giuria popolare, non avendo conoscenze specifiche in materia psichiatrica, si limitò a ratificare il parere del "collegio di esperti terzi" chiamati a dare un parere sul suo caso; purtroppo essi si dimostrarono completamente sordi alla natura etica del dilemma di Eatherly (uno giunse a scrivere che nei fumi della psicosi, l'ex pilota era giunto a fabbricarsi un senso di colpa fittizio per l'operazione bellica in cui era stato coinvolto – il medico escludeva categoricamente che il gesto in sé potesse suscitarne alcuno!) o particolarmente ricettivi rispetto alle istanze dell'Esercito, oppure entrambe le cose. Tra l'altro Eatherly scrive ad Anders di non aver avuto con alcuno di loro nemmeno un colloquio, per cui il "parere terzo" che fornirono si basò unicamente sugli incartamenti clinici. Inoltre al termine di ogni respingimento della sua domanda di dimissioni, veniva spedito nel ramo dei maniaci violenti ed imbottito di sedativi – una misura che, da ogni parte la si guardi, pare unicamente punitiva.

Personalmente stento a credere che Claude Eatherly fosse tenuto in manicomio per effetto di un disegno deliberato dell'Esercito, ma posso supporre che, in tempo di Guerra Fredda, bastava che il proprio caso dipendesse dalla firma di un funzionario troppo zelante per non riuscire più venirne fuori. Sono documentati casi speculari in ex-URSS, in cui oppositori della linea politica prevalente venivano bollati come "matti" e spediti in manicomio, dove, a suon di farmaci e punizioni, uscivano matti per davvero.
Fa molto riflettere che un potere così totale sulla vita di individui sia legittimato da una scienza che risente enormemente dello zeitgeist nella definizione del proprio campo e del proprio oggetto di interesse (la malattia mentale). A seconda delle epoche e dei climi ciò che viene inteso come patologia può cambiare radicalmente. L'esempio più eclatante che mi viene in mente è quello dell'omosessualità: è stata ufficialmente depennata dalla lista delle malattie mentali solamente pochi anni fa. L'impressione è che "malattia mentale" sia una categoria in cui vengono gettati tutti i comportamenti che agli occhi della comunità psichiatrica deviano dalla norma. Ma siccome la "norma" non solo è un'astrazione, ma è pure un'astrazione nient'affatto affatto costante da luogo a luogo e da tempo a tempo, quanta autorità e quanta autorevolezza sarà sensato attribuirle? Non si tratta di una decisione "tecnica", che può essere presa dai soli psichiatri in quanto in possesso di una competenza specifica, bensì politica.
(Con questo non voglio dire che la psichiatria non abbia senso od una sua utilità in assoluto, eh. Solo che, in quanto individuo con le sue belle stranezze, spero di non incontrare mai un suo esponente sulla mia strada).
 

Autori: Günther ANDERS e Claude EATHERLY
Editore: Linea d'Ombra   Anno: 1992 (Prima edizione italiana: 1962, Edizione originale 1961)   217 pagg.
Titolo originale: Off limits für das Gewissen
Traduttore: Renato Solmi
ISBN: 978-88-09-00750-5

Il pilota di Hiroshima. Ovvero: La coscienza al bando /2

Il pilota di Hiroshima - www.anobii.comFinalmente trovo il tempo di diffondermi un po' su questo interessante volumetto, scoperto quasi per caso nel corso di una pigra ricerca bibliografica sugli effetti del bombardamento atomico del Giappone. Si tratta di un argomento che mi interessa molto, ed ancora di più in seguito alla visita del Museo della Bomba di Hiroshima ed agli scambi di idee in materia con alcuni conoscenti giapponesi.

Günther Anders è stato un filosofo e sociologo un po' particolare, visto che non ebbe mai una cattedra e fece conoscere le proprie idee soprattutto con un'intensa attività pubblicistica e la partecipazione a movimenti d'opinione quali quello pacifista e contro la corsa agli armamenti atomici.
Claude Eatherly invece era un normale ragazzo della provincia americana a cui toccò in sorte di far parte dell'equipaggio cui fu assegnata la missione di sganciare la prima bomba atomica all'uranio sulla città di Hiroshima, il 6 agosto 1945. Dieci anni più tardi, tormantato dal senso di colpa e dalla sua incongruenza con il trattamento da eroe di guerra ricevuto in patria, Eatherly cercò di attirarsi la riprovazione popolare commettendo qualche maldestrissima rapina, nella speranza di trovare sollievo proprio nel biasimo, ma ottenne solamente di essere impacchettato e spedito in un'ospedale psichiatrico militare dall'Esercito, desideroso di tacitare l'intera vicenda.
Le strade dei due si incrociarono quando Andersi scrisse ad Eatherly e questi rispose, iniiando una corrispondenza piuttosto fitta, pubblicata già all'epoca (su iniziativa di entrambi) in questo volume.

Il problema etico di Eatherly nasce dalla coscienza di essere materialmente repsonsabile di un atto alla cui decisione non aveva avuto parte alcuna, e le cui (tragiche) conseguenze non aveva potuto prevedere. Non si era trovato nelle condizioni di compiere una scelta consapevole.
Anders scrive ad Eatherly riconoscendo sin da principio la matrice etica, e non psichiatrica della sua impasse; secondo Anders con la costruzione di ordigni ad altissimo potenziale, quali la bomba atomica o la bomba H, la tecnica ha raggiunto livelli di distruttività tali da derubare l'uomo della sua capacità di immaginarne le conseguenze. Inoltre, a cuasa della tecnica, persino l'operatore si scopre incapace di intervenire su un processo avviato o di calcolarne le ricadute. La tesi di Anders è suggestiva: quella tella téchne fredda e disumanizzante come marca "della nostra epoca" è un'idea, o quasi ormai uno slogan, che ha fatto strada con parecchia fortuna. Devo confessare però di non esserne troppo convinta.

Già nell'Ottocento, Balzac scriveva che la trasformazione di un atto in una procedura burocratica e parcellizzata consentiva la deresponsabilizzazione di ciscuno di coloro che vi prendeva parte.
Non mi risulta che molti piloti che riversarono tonnellate di ordigni incendiari su Tokyo, Dresda e tutte le altre città, pur essendo materialmente e direttamente responsabili della morte di un numero di persone superiori alle vittime di Hiroshima e Nagasaki, si siano considerati in seguito degli assassini: si era in guerra, obbedivano a degli ordini, insomma agivano in risposta ad un'istanza superiore che dirigeva e giustificava le loro azioni.
La fondamentale discontinuità introdotta dalla bomba atomica secondo me è la sproporzione fra i suoi effetti (già all'epoca si parlava di annichilimento della specie umana dal pianeta) e l'istanza superiore rappresentata dall'esercito, dallo stato di guerra, od -in seguito- dalla contrapposizione ideologica. Quando si maneggia un oggetto del genere, si ha poi il diritto di declinare ogni responsabilità? Ha senso invocare gli ordini ricevuti a fronte dell'entità delle devastazioni? Non c'è una stridente differenza di peso?
Secondo me il problema di Eatherly potrebbe essere nato dal cortocircuito fra il carattere inaudito del gesto compiuto e la parcellizzazione deresponsabilizzante del contesto in cui quel gesto era inserito. Eatherly si è trovato all'imporvviso a guardare al proprio gesto fuori contesto, e non è più risucito a vivere una vita serena.

Anders prefigurava l'avvento di una sorta di Uomo Nuovo dell'Era Atomica, tutto teso al controllo del mostro che dorme, ma in realtà, a cinquant'anni di distanza, nessuno di noi passa più notti insonni per via degli arsenali atomici oggi esistenti, di gran lunga superiori a quelli degli anni '50 in termini di quantitativi e potenziale distruttivo, senza dimenticare che sono in mano anche a parecchia gente poco raccomandabile. Si può dire allora che il problema risiedesse nella tecnica di per sé? O piuttosto nel modo in cui le comunità si sono organizzate per usufruirne, ed hanno poi rappresentato vari risvolti esistenziali ed etici delle possibilità che si aprivano?

In realtà c'è un aspetto della corrispondenza di Anders ed Eatherly che mi ha fatto sì venire i brividi giù per la schiena.

(continua…)

Il pilota di Hiroshima. Ovvero: La coscienza al bando /1

«Lettera 12
A Günther Anders

senza data
[agosto o settembre 1959]

Vorrei ringraziarti delle buone parole che mi hai scritto perché non cerco la notorietà di un contratto cinematografico. Se una cosa del genere ha da farsi, deve avvenire nel modo da te descritto. Si ha una sola vita, e se le esperienze della mia vita devono essere utilizzate per il bene dell'umanità, è questo il modo in cui sarà utilizzata: non per denaro o per gloria, ma per la responsabilità che ho verso tutti. Così facendo, ne avrò gran beneficio, e mi sentirò liberato dalla mia colpa. Il denaro ricevuto – se dovessi riceverlo per altri scopi – non farebbe che ricordarmi le trenta monete d'argento che Giuda Iscariota ricevette per il suo tradimento. (Anche se ho sempre avuto l'impressione che il vero colpevole dell'assassionio giudiziario del Cristo fosse il gran sacerdote Caifas, rappresentante della gente pia e rispettabile, della "brava gente convenzionale" di tutti i tempi e anche del nostro). Anche se essi non sono condannabili nello stesso senso di Giuda, sono tuttavia colpevoli in un senso più sottile e più profondo di lui. È per questo che è così difficile indurre la società a riconoscere il fatto della mia colpa, che io stesso ho compreso da molto tempo. La verità è che la società non può accettare il fatto della mia colpa senza riconoscere al tempo stesso la sua colpa ben più profonda. Ma naturalmente è quanto mai auspicabile che la società si renda conto di questo: ed è perciò che la mia e la nostra storia è d'importanza così vitale. Ora sono pronto ad ammettere che è improbabile che possa ottenere questo riconoscimento mettendomi nei guai con la legge, come avevo fatto nella mia determinazione di distruggere l'"immagine eroica" che la società si era fatta di me per poter continuare a compiacersi di se stessa.
[…] Il mio dottore mi ha detto che dovrei poter lasciare l'ospedale nei prossimi giorni. Mi ha anche detto che sarebbe disposto ad aiutarci nell'interpretazione della vicenda dal lato medico, se ci risolvessimo a metterla per iscritto. [..]
Spero che tu stia bene in ogni senso.

Claude Eatherly»

(pagg.71-2)

Autori: Günther ANDERS e Claude EATHERLY
Editore: Linea d'Ombra   Anno: 1992 (Prima edizione italiana: 1962, Edizione originale 1961)   217 pagg.
Titolo originale: Off limits für das Gewissen
Traduttore: Renato Solmi
ISBN: 978-88-09-00750-5