Conan il ragazzo del futuro

conan-il-ragazzo-del-futuroQuella di Conan il ragazzo del futuro è una lettura che desideravo fare da un bel pezzo. Amo molto l’opera di Hayao Miyazaki e ho letto diversi dei libri a cui si è ispirato per i suoi lavori. Inoltre da un po’ di tempo a questa parte mi sono innamorata del mare, dei grandi panorami aperti e azzurri. E in Conan, di mare, ce n’è in abbondanza.
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Il romanzo infatti è ambientato in un futuro in cui lo scioglimento delle calotte polari ha provocato l’innalzamento dei mari su tutto il pianeta. Questo sconvolgimento, ribattezzato poi “Cambio”, ha spinto i non numerosi superstiti sulle alture, trasformatesi in isole. Anche Conan è un sopravvissuto: il Cambio l’aveva separato dai suoi cari appena dodicenne, gettandolo su un’isoletta dalla quale non si vedeva anima viva. E su quell’isola era rimasto, imparando a pescare ed a costruirsi ciò di cui aveva bisogno, con la sola compagnia dei gabbiani di Lanna (ci torneremo) e dell’esortazione imperativa a resistere di una voce misteriosa.

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Questa vita di isolamento era durata cinque anni, fino al giorno in cui Conan era stato catturato da una solitaria nave di passaggio. Veniamo così a sapere che i superstiti di una delle superpotenze che esistevano prima del Cambio si sono riorganizzati nel Nuovo Ordine, un impero tecno-industriale che ambisce al dominio planetario.
Ma il Nuovo Ordine, che basa la sua potenza sull’industria, ha due punti deboli: il primo è il bisogno continuo di materie prime e manodopera giovane; il secondo è la dipendenza dagli scarsi scienziati e ingegneri sopravvissuti. Per questo motivo il Nuovo Ordine da un lato trama per conquistare High Harbor, un’isola su cui i giovani abitanti hanno coltivazioni ed allevamenti, dall’altro pattuglia i mari in cerca di Briac Roa, geniale inventore scomparso durante il Cambio.

Conan, prigioniero del Nuovo Ordine, viene marchiato con una croce rossa sulla fronte e obbligato a lavorare alle dipendenze di un vecchio ingegnere navale burbero e scostante soprannominato “Orbo”. Le sue intenzioni sono di scappare e di raggiungere High Harbor, dove vive ancora Lanna, la sua più cara amica d’infanzia, ammaliatrice di gabbiani e nipote dell’Insegnante, e da lì combattere il Nuovo Ordine.
Ma come fare a scappare? Come contrastare la superiorità tecnologica del Nuovo Ordine? E come ricostruire un nuovo rapporto con la natura?

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È interessante notare come il tema della catastrofe ecologica si intrecci a quello della guerra: il Cambio infatti è stato provocato dall’uomo, non attraverso l’inquinamento e l’effetto serra, come saremmo portate ad immaginare oggi, bensì attraverso l’uso di di un’arma di potenziale distruttivo superiore alla capacità umana di controllo nel corso di un conflitto fra superpotenze. (Visto che il conflitto era fra un impero totalitario e gli Occidentali, e visto che il libro è del 1970, il riferimento alla Guerra Fredda è piuttosto trasparente).

Un argomento tema presente è quello di conflitto e alleanza generazionale. Gli adulti del romanzo infatti sono incapaci di guidare le comunità umane: sono avidi e meschini, come gli affiliati del Nuovo Ordine, oppure sono inetti, cone Shann di High Harbor. Gli unici che possono prendere in mano la situazione ed imprimere un nuovo corso sono i ragazzi, che possiedono ciò che agli adulti manca: energia e purezza (Conan, Lanna). Ma i ragazzi non possono essere lasciati a loro stessi, o corrono il rischio di inselvatichirsi: per questo motivi occorre che stringano alleanza con la generazione degli anziani (come Insegnante) e farsi guidare dalla loro saggezza e lungimiranza.

Fra l’altro, il rapporto fra giovani e anziani, spesso in contrapposizione agli adulti ed alla loro aridità, è un tema molto caro ad Hayao Miyazaki, e ritorna spesso nel suo lavoro sia di regista che di mangaka.
Per quest’ultima osservazione devo ringraziare l’input di Yupa, con il quale ho avuto il privilegio ed il grande piacere di discutere di questo aspetto del lavoro del maestro. 😊

🔖 Colgo l’occasione per una micro-segnalazione: Yupa, che è un apprezzato traduttore di manga, ha dedicato saggio breve e denso alla riflessione di Hayao Miyazaki sul rapporto fra uomo e natura, intitolato Nausicaä e la Natura. Una presentazione del libro si può leggere [QUI] ed il libro si può acquistare in formato digitale [QUI]) 🔖

Tornando a Conan, un punto che mi ha convinto poco è la faccenda delle voci. Non ho capito perché mischiare la storia delle comunicazioni fra telepati al problema della coscienza/voce divina… senza un po’ di contesto l’effetto finisce per essere “Ho visto la luce!” mentre qualche cenno in più su telepatia eccetera l’avrei gradito.
Comunque nel complesso: soggetto notevole, impianto interessante, esecuzione non altrettanto brillante. Sono contenta della lettura e sono impaziente di leggere altro fantastico.

Autore: Alexander Hill KEY
Editore: Kappa Edizioni   Anno: 2007 (Edizione originale: 1970)   171 pagg.
Titolo originale: The Incredible Tide
Titolo in italiano: La grande onda di marea
Traduttore: M. Carpino
ISBN: 9788874711673

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At the Mountains of Madness

Oggi mi sono imbattuta in questo brano di Graham Plowman ispirato al romanzo Le montagne della follia. Fa parte di un album interamente dedicato alle opere ed alle atmosfere evocative di Lovecraft: The Horror of H. P. Lovecraft [anteprime dei brani si possono ascoltare qui]. Non si tratta della colonna sonora di un film tratto dai racconti Lovecraft, ma di una colonna sonora dei racconti e del suo immaginario.
Lovecraft è una delle mie grandi lacune. Cthulhu, la Miskatonic University, l’orrore cosmico sono tutti entrati nella cultura narrativa condivisa, ma non mi accontento più che rimangano riferimenti intertestuali vaghi. A maggior ragione dopo gli incontri ravvicinati con angoscia privata e collettiva degli ultimi mesi. Ho già molte letture in programma fino all’estate, fra dovere e piacere; ma il momento giusto per Lovecraft arriverà.

Hyperion

Pagina dopo pagina, man mano che l’universo di Hyperion si dispiegava, si è fatta strada una sensazione particolare: una sorta di scampato pericolo, di piccola vertigine per aver schivato il rimpianto che non leggere questo romanzo mi avrebbe provocato. È quello che sarebbe successo, non fosse stato per alcune gentili pressioni. Tu-sai-chi, davvero grazie mille.

Hyperion costituisce una sorta di rivisitazione fantascientifica dei Racconti di Canterbury: sette pellegrini sono diretti alle Tombe del Tempo, luogo di riposo del misterioso dio assassino Shrike. Nessuno di loro è un seguace del culto dello Shrike, ma ciascuno spera ardentemente di ricevere il premio destinato, secondo la leggenda, a chi porti a termine il pellegrinaggio: veder esaudito un desiderio, quale che esso sia.
I sette si svegliano sull’Yggdrasil, astronave alberiforme dell’ordine Templare giunta ormai in prossimità del misterioso pianeta Hyperion che ospita le Tombe del Tempo; per ingannare il tempo, e per fugare la diffidenza reciproca, poiché circola voce che uno di loro sia una spia al servizio degli invasori alieni Ouster, lungo il cammino i sette raccontano ciascuno la propria storia.
Si susseguono così il Racconto del prete, del soldato, del poeta, dello studioso, dell’investigatrice e del console, man mano che i pellegrini si avvicinano alla meta attraversando gli strani paesaggi di Hyperion. Ciascun racconto rispecchia la diversa provenienza, estrazione e personalità del pellegrino cui appartiene; il suo modo di vedere le cose come pure il frammento di conoscenza che ha della situazione complessiva: un guazzabuglio che ci si inizia a figurare solo mettendo insieme i tasselli delle storie e che, non ho remore ad ammetterlo, via via che il romanzo si avvicinava alle sue battute finali, mi ha intrigata più ancora del mistero in cui erano avvolti pellegrini, pellegrinaggio, Shrike e Tombe del Tempo.

Si dà il caso che i pianeti che fanno parte dell’universo di Hyperion siano confederati e governati da un unico ente esecutivo, l’Egemonia; la sua capacità di esercitare il potere di governo però si basa in larga parte su alcune tecnologie messe a disposizione dal Nucleo, un sistema di Intelligenze Artificiali autonome che hanno assiste le autorità umane per propria spontanea decisione. Il Nucleo consente all’Egemonia di gestire una immensa mole di dati; e rende possibili spostamenti interplanetari tramite delle teleporte.
L’Egemonia però è attraversata da delle linee di frattura; Dan Simmons non ne fa l’argomento principale, né le lascia completamente sullo sfondo; fa sì che periodicamente riemergano nelle storie dei pellegrini, con un andamento carsico nella narrazione delle cose.
L’Egemonia è destabilizzata dalle incursioni degli Ouster, invasori tecnologicamente più evoluti di cui non sono chiare le origini, le finalità né la strategia; di uno dei loro raid è stato testimone il colonnello. Al proprio interno, l’Egemonia sconta lo scontento di alcune popolazioni planetarie locali che non hanno beneficiato dalla connessione alla Rete interplanetaria (Racconto del console). Inoltre la dipendenza dal Nucleo la rende intrinsecamente fragile: basterebbe un cambiamento di equilibri fra le varie Intelligenze Artificiali – uno spostamento d’opinione – per alterare lo stile di vita dei cittadini dell’Egemonia nonché la capacità dell’Egemonia stessa di esercitare il suo potere di governo.
Scontro di civiltà, perdita di consenso, dipendenza da una tecnologia sulla quale non c’è controllo: un bel tris.

Tutto in una prosa bella ma non orpelluta, anzi equilibrata; azzarderei quasi: classica. Le pagine introduttive fino al Racconto del prete mi hanno fatta penare, imbruttite come sono dalla prosa prosaica americana, dalla quale però Simmons magicamente frulla via non appena entra in Hyperion e nelle vite dei suoi personaggi.

Se c’è una cosa che amo del fantastico è la disinvoltura con cui consente ai narratori di maneggiare i limiti del reale. Adoro quando i personaggi si innamorano di graziose serpi all’ombra di un sambuco, quando montano su cavalcature volanti per andare sulla Luna, quando stormi di anatre selvatiche si portano via interi laghi ghiacciati e chi ha ricevuto in ricompensa dell’oro fatato si ritrova con la saccoccia piena di foglie secche. È intrigante quando l’autore ricorre al fantastico per rivelare aspetti poco evidenti del reale; ma ci si può beare anche solo del galleggiare con la fantasia in un mondo alternativo.
Lo scarso interesse verso robot e pistole laser mi ha tenuta lontana dalla fantascienza per molto tempo, lasciandomi ora il piacere della scoperta.

Autore: Dan SIMMONS
Titolo originale: Hyperion
Traduttore: G. L. Staffilano
Editore: Interno Giallo Anno: 1991 (Edizione originale: 1989) 422 pagg.
ISBN: 8835600545

Il gioco di Ender

Ancora fantascienza, ed ancora un consiglio proveniente da una persona che spesso e volentieri si è divertita a gettarmi dei sassolini ed a restare a guardare da riva se nello stagno si formavano dei cerchi. In questo caso non ci sono state solo increspature sparse: Il gioco di Ender ha provocato una specie di onda anomala. Leggendolo (divorandolo) ho avvertito un crescente senso di nostalgia: da quanto tempo non mi capitava in mano un romanzo che prendeva in quel modo, con quella urgenza? Ad agire è stato uno sprone molto diverso dal turbine di divertimento de Il gioco degli equivoci: piuttosto una smania intenzionale, una curiosità che invadeva ogni dimensione della storia.

Il gioco di Ender è la storia di tre bambini, tre fratelli del tutto fuori dell’ordinario: Peter, Valentine e per l’appunto Ender. Tutti partecipano al programma di screening che ha per scopo l’individuazione dei soggetti più promettenti nel campo della strategia militare. Peter e Valentine sono entrambi molto dotati, ma le autorità terrestri i scartano entrambi: troppo volitivo, innamorato del potere e sadico il primo, troppo tenera di cuore la seconda. Sarà invece Ender ad essere scelto: perché ragiona in termini di vantaggio tattico, ed accetta dolore e morte come evenienze necessarie; non si trattiene dall’infierire sull’avversario qualora ciò comporti un sostanziale vantaggio, ma rifugge da ogni violenza gratuita. Questa mentalità fa di lui un omicida riluttante ed allo stesso tempo uno stratega privo di scrupoli morali: un candidato ideale. Così intorno ai sei anni viene spedito presso la scuola di guerra della Federazione terrestre.
Il preside della scuola stimola continuamente Ender per fargli fare progressi sempre più rapidi, ma allo stesso tempo studia di impedirgli di trovare conforto nell’amicizia con i compagni. Il piano ha successo: Ender diventa uno stratega sempre più abile e sempre più isolato. In capo a pochi anni impara tutto ciò che c’è da imparare ed anche di più, e non ancora dodicenne viene mandato alla Scuola di Comando per un addestramento speciale: a seguirlo sarà Mazer Rackham, l’ormai quasi leggendario condottiero della prima battaglia spaziale contro gli Scorpioni.
Nel frattanto, sulla Terra, Peter e Valentine hanno intrapreso un gioco pericoloso: utilizzando gli pseudonimi di Locke e di Demostene sono riusciti ad imporsi come opinionisti e promotori di due linee politiche opposte: moderata e conciliante quella di Locke (impersonato da Peter), aggressiva quella propugnata da Demostene (impersonato da Valentine dietro direttive di Peter). Peter sa che dopo lo scontro finale con gli Scorpioni l’unità della Federazione terrestre verrà meno, ed ha intenzione di approfittare della istuazione per conquistare una posizione di potere.
Ender di tutto questo non sa nulla. Si esercita in simulazioni di battaglia ogni giorno, e Mazer Rackham ogni giorno lo pone davanti a prove sempre più impegnative e sfibranti, senza dargli un attimo di tregua. Ma c’è una cosa che né Mazer né gli altri responsabili della Federazione terrestre gli hanno detto sullo scopo delle sue esercitazioni; e quando si trova ad affrontare la responsabilità di milioni di vite perdute, Ender prende una decisione radicale…

Il romanzo è straordinario, non avrei molto altro da aggiungere. Ender esplora le tecniche di comando, le subisce e le riproduce a propria volta quando cerca maldestramente di avvicinare gli altri ragazzi, e continua a perfezionarsi diviso fra lo spirito agonistico ed il sospetto nei confronti dei comandanti della Federazione terrestre. Né fa male a nutrire dei dubbi circa le loro intenzioni. La vittoria sugli Scorpioni ottenuta da Mazer Rackham aveva ricacciato gli invasori e difeso il pianeta Terra, ma i vertici militari sanno che il prossimo scontro è solo una questione di tempo. Anzi, sanno esattamente quando si svolgerà, e sono decisi ad ottenere la collaborazione di Ender ad ogni costo. Ender però entra in crisi.
Sono rimasta davvero impressionata dalla semplicità, l’apparente assenza di fatica con la quale Card individua i punti di snodo delle vicende e li snocciola uno dietro l’altro. Va dritto al sodo e poi passa ad altro.
La prosa è gradevole e scorrevole, ravvivata di tanto in tanto da qualche termine insolito o desueto, di quelli che sembrano fatti apposta per mandarmi in un brodo di giuggiole. Ogni volta che ne compariva ho provato l’impulso di stringere le mani al traduttore in segno di riconoscenza. Quando ho letto delle critiche alla qualità letteraria della prosa inglese di Card però mi è venuto qualche dubbio: fino a che punto la scelta di quelle parole così belle era giustificata dal testo, e fino a che punto era frutto di un arbitrio del traduttore?
In linea generale, sarei per un approccio filologico, ovvero: quel che c’è in originale va messo in traduzione, senza che il traduttore si lasci prendere troppo la mano. Al ginnasio, dove ho appreso le mie poche (modestissime) nozioni di tecnica di traduzione, ci insegnarono così: quel che c’è va messo; quel che non c’è non va messo; se l’originale stilisticamente è brutto, non è consentito abbellirlo nella traduzione. Avrei continuato a pensarla così senza pormi troppo domande se non fossi venuta a sapere della storia dell’adattamento italiano de I Cavalieri dello Zodiaco. L’indomabile logorrea aulica dei personaggi (“Porrò fine alla tua vita anche se ciò mi ripugna”, “a cosa giova una vittoria se non sei più vivo per gioirne”, “nobili parole con cui mi togli da ogni obbligo”, “recondito”, “velleità”, “insani propositi”) è il frutto di una scelta degli adattatori italiani dell’anime che non ha riscontro nell’originale. Uno choc. Le mie (modestissime) nozioni mi dicevano che si era trattato di una violazione della deontologia professionale, ma la fruitrice di narrativa che è in me è troppo affezionata all’adattamento italiano, per quanto ridondante e prolisso. Già da marmocchia, quando guardavo l’anime in tv, ero affascinata da quella lingua altisonante.
E quindi torniamo alla domanda: è lecito che un traduttore/adattatore si prenda simili licenze? Quando è più importante il rispetto dell’opera originale e quando la confezione di un’opera che possa essere fruita con soddisfazione?
Naturalmente non ho risposte ad una domanda così difficile. Però vale la pena chiederselo, credo.

Autore: Orson Scott CARD
Editore: Nord Anno: 1989 (Edizione originale 1985) 377 pagg.
Titolo originale: Ender’s Game
Traduttore: Gianluigi Zuddas
ISBN: 978-88-429-1310-8

Gli anni alieni

C’è un grosso vantaggio nel dover stare a casa in malattia: un sacco di tempo per leggere e, magari, buttare giù un post. In realtà al netto delle solite cose da fare il tempo non è poi così tanto, ma rimane sifficiente per dedicarmi alla lettura di due discreti mattoni (tenevo da parte David Copperfield per un’occasione come questa) e prendere qualche appunto su altre letture. Come Anni alieni, per esempio, che ho finito un sacco di tempo fa senza aver avuto modo di fissare qualche pensiero. Peccato, perché ne vale davvero la pena.

Tutto inizia con l’arrivo di alcune astronavi aliene sulla Terra. Dalle navicelle scendono alcune creature – altissime, ieratiche, impenetrabili – che si aggirano n po’ nei paraggi prima di tornare a bordo. Ovviamente l’umanità è presa di sorpresa: che fare? Parlamentare? Dar loro il benvenuto? Attaccarli per farli tornare da dove sono venuti? Qualche mezzo tentativo viene fatto, ma ogni approccio alle misteriose entità si risolve in un fiasco su tutta la linea: esse possiedono facoltà tanto superiori a quelle umane che ogni interazione sembra preclusa; addirittura paiono non considerare l’uomo una forma di vita intelligente (secondo la loro concezione di intelligenza), bensì semplicemente una forma di vita di cui disporre, per i propri scopi.
Poco tempo dopo l’atterraggio, decidono di impossessarsi del pianeta (per farci chissà che cosa). Non hanno bisogno di orchestrare un’invasione: per qualche tempo sospendono le proprietà elettromagnetiche dei conduttori, facendo capitolare la civiltà umana e le sue organizzazioni; dopodiché mandano qualche epidemia, giusto per lasciar intendere di quale potere schiacciante sono capaci. Alla fine gli uomini capiscono: non chi siano queste entità o che cosa vogliano, ma il differenziale di potenza, e che ogni resistenza è destinata al fallimento. C’è chi collabora, chi cerca di tirare avanti come può, e qualche irriducibile che cerca ancora di organizzare una qualche forma di resistenza. E qui Silverberg incentra la sua storia.
Il colonello Charmichael, già in pensione al momento dello sbarco, organizza sin da subito un comitato di resistenza. In realtà non è che, materialmente, possano resistere granché: le entità potrebbero spazzare via tutti con uno starnuto. Però, in qualche modo, come possono, resistono. Tutta la famiglia allargata Charmichael va a vivere nel ranch californiano del colonnello, vivendo del lavoro dei campi e rifiutandosi di collaborare con il governo delle entità; inoltre gli uomini di famiglia (quelli che non sbiellano per il cambiamento di vita, mentre le donne hanno un ruolo grossomodo ancillare) si impegnano nello studio delle reti telematiche delle entità, alla ricerca di un punto debole per sferrare un attacco.
Quando al ranch arriva Khalid (personaggio che ho davvero amato), che in Inghilterra un’entità l’ha uccisa, sembra finalmente aprirsi lo spiraglio tanto atteso. Riusciranno i Charmichael a liberare la Terra dalle entità? Ormai sono passate generazioni, e l’umanità ha perso il ricordo di un mondo “libero”…

Finita la lettura, ho scambiato le prime impressioni con la persona che me lo ha consigliato (nonché prestato: due volumi Urania vissuti, le pagine incorniciate da un principio di ingiallimento).

X: Allora, ti è piaciuto? Che ne pensi?
T: Mi è piaciuta tantissimo l’idea. ^_^
X: Nevvero? ^_^
T: L’unica cosa è la scrittura di Silverberg: così piatta, così pedestre, priva di guizzi. Riesce a raccontare tutto quello che vuole, eh. A delineare i personaggi, a scrivere una storia convincente. Solo è così…
X: …piatto?
T: Sì…
X: Da parte di una che ama Murakami è tutto dire
T:
[ricostruzione approssimativa]

Sono passati quasi due mesi, e scorrendo di nuovo qualche capitolo la mia impressione non è mutata molto: l’idea di questa separazione completa rispetto alle entità, della totale impotenza umana nei loro confronti, e della vita che va avanti (con i suoi idealisti, profittatori, sciacalli, vigliacchi, nimby, quelli che hanno una reputazione da difendere e quelli che, alieni o meno, aspirano alla tranquillità) – mi è sembrata fantastica.
Meno fantastico invece è il mondo narrativo costruito da Silverberg: una specie di periferia americana dell’immaginario, qualcosa di piatto, fatto in serie, pertinente al mediocre e privo di spessore. Forse non è un suo problema, ma un mio problema con la narrativa americana (pardon: statunitense) in generale, perché ho avvertito anche altrove questo fastidio.
Be’, nulla che mi impedisca di leggerne ancora.

Autore: Robert SILVERBERG
Editore: Mondadori Urania Anno: 1999 (Edizione originale: 1998) 250 (vol. 1360) + 272 (vol. 1362) pagg.
Titolo originale: The Alien Years
Traduttrice: Cecilia Scerbanenco
ISBN: ?

Le Guide del Tramonto

Le guide del tramondo - www.anobii.comUh! Ecco un libro che ho letto ormai un po' di tempo fa ed il cui post si era smarrito in quel guazzabuglio dello spazio-tempo che è la mia scrivania.
Non so se anche ad altri capiti mai di prendere nota di romanzi o film citati in altri romanzi o film, e di andarseli a leggere. A Childhood's end era dedicato un lungo primo piano, sul comodino d'ospedale di un personaggio importante, terminale di tumore al cervello in un dorama giapponese con tutt'altro argomento. L'ho preso come un consiglio spassionato ed ho chiesto in biblioteca…

Siamo in piena guerra fredda e corsa allo spazio delle due superpotenze, quando l'arrivo di una gigantesca astronave tarpa ogni altro tentativo di esplorazione dello spazio da parte dell'umanità. L'astronave trasporta misteriosi esseri onniscienti, dai poteri apparentemente illimitati, che gli umani iniziano a chiamare Superni con un misto di riverenza e diffidenza. Dopo secoli di silenziosa osservazione degli umani, hanno deciso di intervenire direttamente prima che la specie umana si autidistrugga. In meno di un decennio, impartendo direttive dall'astronave, riescono a far raggiungere al mondo pace, stabilità ed unità politica; in un cinquantennio sollevano l'umanità dal lavoro e diffondono benessere ed abbondanza.
L'umanità è grata per i progressi scientifici e materiali, ma rimane insoluto l'interrogativo intorno al vero scopo dei Superni: perché spendere tempo ed energie per la civilizzazione dell'umanità?
La risposta forse arriva con la nascita di una generazione di bambini dalle facoltà inaudite, e con la scoperta che l'umanità potrebbe non essere altro che una pedina in un gioco che impegna i Superni ed entità più potenti di loro…

"Childhood's end" sul comodino di Date Naoto in "Jotei"Lettura scorrevole ed assai godibile, Le guide del tramonto trasuda mestiere dell'autore. Tratteggiando le vicende dei vari personaggi, Clarke riesce a dare corpo ad un quadro d'insieme piuttosto coerente ma non troppo massiccio o gravoso.
C'è un problema, però, con la "esplosiva rivelazione finale" promessa dalla quarta di copertina, o perlomeno, se c'è stata l'ho trovata piuttosto insoddisfacente. Fin troppi fenomeni capitano senza alcuna spiegazione, a partire dalla nascita di una generazione di non Homo sapiens da genitori Homo sapiens. Com'è possibile?
È piuttosto interessante la descrizione degli sviluppi dell'umanità in un mondo sazio e pasciuto: diffusione dell'istruzione di alto livello, perdita delle abilità manuali (essendo tutto meccanizzato), fine dei conflitti, della creatività e dell'avventura. Devo dire che però non mi ha molto convinta: certo molti conflitti sociali affondano le proprie radici in sperequazioni di ordine materiale, ma ce ne saranno altrettanti che hanno origine altrove. L'immagine di questa umanità ben nutrita ed abbioccata, tenedo presente che si tratta in ogni caso di una rappresentazione controfattuale e finalizzata a far proseguire il racconto in una certa direzione, mi lascia qualche dubbio.

Post scriptum: il volume giaceva in uno scaffale, dimenticato dal gennaio 1999. Povero volume, che sorte ingrata! Sono sempre contenta di aggiungere una data più recente sulla scheda di prestito di un libro, soprattutto quando è ingiallito e trascurato come questo. Coccoliamo di più i libri!

 

Autore: Arthur C. CLARKE
Editore: Urania Mondadori   Anno: 1955 (Edizione originale: 1953)   249 pagg.
Titolo originale: Childhood's End
Traduzione del titolo: La fine dell'infanzia
Traduttore: Giorgio Monicelli

The Sky Crawlers

The Sky Crawlers - www.amazon.comMentre mi trovavo nell'emisfero orientale non ho affatto perduto il mio vizietto, anzi! La libreria dirimpetto alla scuola mi attirava al proprio interno quasi ogni volta che ci passavo davanti. Se non avessi avuto la preoccupazione del peso eccessivo del bagaglio, mi sarei portata via anche gli scaffali ed i commessi prodighi di inchini.
Ho scoperto in seguito che a scuola ero conosciuta come "quella dei romanzi"…

Kannami Yūhichi viene svegliato da un sogno particolarmente vivido, ed essendo ormai quasi mattino, fa quattro passi fino all'hangar, per ammirare il suo aereo. Kannami Yūhichi infatti è un pilota, è stato appena assegnato alla base, e già dalla prima missione di ricognizione si mette in luce per l'abilità non comune.
In seguito alla Terza Guerra Mondiale, gli Stati hanno messo al bando la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; tuttavia l'hanno esternalizzata, specializzata, affidata ad aziende che mettono in campo piloti ed aerei, ma non coinvolgono civili. Grazie ad esse il mondo vive un duraturo periodo di pace. Non tutti i piloti sono umani: alcuni sono kildre, bambini costruiti in laboratorio in modo tale che non invecchino né muoiano mai.
Yūhichi è un kildre; come lui, lo sono molti suoi colleghi, così come il pilota che è stato chiamato a sostituire, Kurita, e la loro diretta superiore Kusanagi.
Intorno a Kurita però aleggia uno strano silenzio. Della morte di Kurita nessuno sembra voler parlare, perlomeno non con Yūhichi. Yūhichi però non riesce a togliersela dalla testa.
Qual è il legame che unisce Kurita, Yūhichi e Kusanagi? E se fosse vero che Kurita è stato ucciso a sangue freddo da Kusanagi, potrebbe essere in pericolo anche Yūhichi? Qual era il motivo del suo gesto?


La narrazione si snoda lentamente al seguito di Yūhichi e della sua vita quotidiana alla base: la manutenzione del velivolo, i vari incarichi, lo scambio di opinioni con i colleghi. Fa tutto parte del lavoro, ed in quanto tale Yūhichi lo svolge con diligenza, ma anche con disarmante indifferenza. Che i suoi colleghi siano simpatici o no, non gli importa poi così tanto. Che la base sia imporvvisamente sotto attacco se lui è in pausa, non lo allarma. Può abbattere due o tre piloti nemici e poi andare a giocare a bowling senza battere ciglio. La stessa prospettiva di non avere davanti a sé una morte naturale non gli suscita particolari pensieri.
Di fronte a qualsiasi complicazione, Yūhichi si fuma una sigaretta e rimane ad osservare la piega che prendono gli eventi. (Yūhichi da solo fuma due o tre anni di bilancio del Montenegro, e l'unico non fumatore della brigata si inabissa fra i flutti a metà romanzo; mi chiedo se Sky Crawlers abbia vinto il Philip Morris Book Prize…)
Tuttavia questa sorta di anestesia perenne stessa può essere una forma di tormento: Kusanagi non riesce più a sopportarla, e giunge al punto di rottura. E non è stata la sola.
È questo il problema di gestione presentato dai kildre alle aziende belliche, che escogitano un modo per salvaguardare l'investimento economico, di competenze, di know-how e di materiali costituito dai kildre stessi, anche quando decidessero di togliersi la vita.
Il romanzo lascia aperta una serie di interrogativi, ma li lascia perlopiù in sottofondo, ai margini delle vicende narrate.

{brani tradotti su cipangu}


Una volta superati gli ostacoli posti da termini poco familiari quali "aviorimessa", "perlustrazione", "pista di rullaggio" e così via, la lettura si è rivelata abbastanza scorrevole. Certo, trattandosi pur sempre di 330 pagine in giapponese, ci ho messo un bel po' di tempo. Di questo passo finirò solo fra un secolo la vagonata di romanzi che ho comprato.
Di The Sky Crawlers esiste anche una versione animata, firmata niente po' po' di meno che da Oshii Mamoru, ma se devo essere sincera il charachter design mi piace poco (me li ero immaginati molto diversi – con l'eccezione di Tokino! :> ), così come non mi ha convinta la canzone per voce sola trasudante lirismo nella parte finale del trailer, che promette una grande storia d'amore: nel romanzo d'amore non c'è traccia, né c'è spazio per tutto questo patetismo. I toni sono dimessi, smorzati, avvolti da una sorta di noncurante banalità. Ecco, si potrebbe dire che si tratta di un romanzo bicromo: azzurro come il cielo e grigio come la quotidianità priva di slanci della vita alla base. Sono contenta che anche la copertina rispecchi questa bicromia.

{altri brani tradotti su cipangu}

Titolo: スカイ・クロラ – The Sky Crawlers
Autrice: MORI Hiroshi (森博嗣)
Editore: Chūōkōron Shinsha (中央公論新社)   Anno: 2004   334 pagg.
ISBN: 4-12-204428-6