Folk Tales from Korea

Folk tales from KoreaHo sempre amato le fiabe. Ho iniziato a leggere da sola per non dover dipendere da mio padre ogni volta che volevo godermene una. E siccome non sono fra coloro che pensano che «arrivati ad una certa età sia il caso di leggere cose più adatte», le fiabe hanno conservato un posto nel mio cuore di lettrice.
Sono a conoscenza di una sola raccolta di fiabe e racconti popolari edita in italiano: Fiabe e storie coreane curato da Maurizio Riotto per la bellissima collana Parole di Fiaba. Così quando in biblioteca ho trovato questa raccolta di Zŏng In-Sŏb, non sono riuscita a contenere la curiosità. (Nota: il cognome dell’autore si pronuncia “Jŏng”; la “z” è un incidente di percorso prodotto dal sistema di traslitterazione del tempo.)

La raccolta contiene 99 racconti popolari coreani divisi in cinque categorie: miti (racconti della creazione del mondo e della natura), leggende (aneddoti su individui solo in parte storicamente fondati), fiabe (racconti per bambini), favole (racconti con un messaggio morale) e frammenti di romanzi antichi entrati a far parte del patrimonio popolare.
Forse il mio preferito è il numero 10, “Cipolle”. All’inizio dell’umanità, gli uomini si mangiavano l’un l’altro. Non lo facevano intenzionalmente, ma capitava talvolta che qualche persona assumesse, agli occhi degli altri, le sembianze di un bue, e fosse macellato. Così un giorno un uomo scappò dal suo villaggio in cerca di un posto in cui gli umani non fossero cannibali. Lungo la strada incontrò un lebbroso, che gli disse che si trattava di un destino comune a tutti gli uomini, perciò era inutile scappare; ma che avrebbe trovato salvezza mangiando cipolle. Il nostro non era del tutto convinto, ma tornò indietro. Giunto al suo villaggio, due amici gli vennero incontro, ma non lo riconobbero; lo scambiarono invece per un bue, e fecero per portarlo al macello. Il nostro allora, divincolandosi dalla loro presa, riuscì a lanciarsi verso la cesta di cipolle portata sulla testa da una ragazza di passaggio, e mangiatane una in tutta fretta, assunse infine un aspetto umano anche agli occhi degli amici. «Ed è per questo che si dice che la coltivazione delle cipolle fu incoraggiata per fare sì che gli uomini non si mangiassero a vicenda.» (p. 21) Si tratta di uno dei miti eziologici più strampalati e conturbanti che abbia mai letto.
Meno bislacco, ma più irriverente è il racconto numero 7, “La montagna e i fiumi”; è ambientato in un passato mitologico, precedente l’arrivo di Tangun, ed ha per protagonista un gigante. Questo gigante non aveva cattive intenzioni, ma la sua sola mole faceva sì che ogni volta che ballasse oscurasse il sole, mandando in rovina ia raccolti. Infine il re raccolse le suppliche dei contadini esasperati e mandò l’esercito a cacciarlo dalla penisola coreana. Giunto sul confine con la Mongolia, il gigante affamato si cibò della terra che si trovava da quelle parti. Non passò molto prima che le budella del gigante si ribellassero, e dive egli si fermò per liberarsi rimase una montagna di escrementi che andò a formare il monte Paektu (白頭山); quindì il gigante orinò giù per due versanti del monte, formando i fiumi Yalu (鴨綠江) e Tumen (豆滿江). L’elemento gustoso di questo racconto è il modo in cui mescola alto e basso, ricostruendo l’origine della montagna sacra coreana a partire da quando c’è di più ignobile, e allo stesso tempo giocando con una materia della quotidianità ed elevandola ad un piano mitologico.

Al di là del contenuto delle varie fiabe, ho trovato molto interessante il contesto di composizione del libro. Sia la Prefazione di W. Simon che l’Introduzione di Zŏng si sforzano di inserire il libro in un progetto culturale patriottico.
Il significato dell’interesse di Zŏng per il racconto popolare, infatti, è collegato al progetto fondativo di una tradizione nazionale di narrativa popolare. Zŏng scrive nell’Introduzione: «Nel 1922, quando entrai nell’università Waseda a Tokyo ed iniziai a fare ricerca sulla letteratura inglese, mi imbattei in alcuni libri di W.B. Yeats ed altri sul movimento dell’Irish Renaissance. Fu allora che mi resi conto che un risveglio della coscienza letteraria nel mio paese natale doveva essere un risveglio dell’interesse per il racconto popolare.» (p. vii)
La prima conseguenza di questa risoluzione fu la fondazione di una Società Folklorica Coreana insieme ad altri studiosi, e la raccolta di prima mano racconti popolari; quindi Zŏng nel 1927 pubblicò la raccolta  Ondoru yawa (Veglie sull’ondol), che costituisce anche la fonte principale da cui sono tratti i racconti di Folk Tales from Korea. Si trattava di una raccolta in giapponese, ed è significativo: Zŏng voleva che la tradizione folklorica coreana avesse un riconoscimento, e la lingua culturalmente egemone nell’universo letterario in cui si muoveva al tempo era il giapponese.
L’intento di promozione e riconosicmento della letteratura coreana è confermato dalle sue attività successive: Zŏng partecipò alla standardizzazione del sistema di scrittura coreano hangeul ed alla traduzione di opere letterarie coreane in lingue straniere. (p. viii) Dopo il ’45, la lingue straniera di riferimento diventò stabilmente l’inglese. C’è una continuità fra la pubblicazione di Ondoru yawa e Folk Tales from Korea: si tratta in entrambi i casi di raccolte di racconti popolari coreani. L’intento però è sempre il medesimo: ottenere riconoscimento della pari dignità della attività letteraria coreana a quella delle altre nazioni.
L’importanza della dimensione patriottica del lavoro di Zŏng ha anche un altro motivo: su di lui pesavano trascorsi di collaborazione col governo coloniale (specialmente nel periodo 1938 – 1941). Perciò non era di secondaria importanza sottolineare che Zŏng fosse «ispirato dai più alti motivi patriottici» (W. Simon, Foreword, p. v).

Può sembrare paradossale che un intellettuale impegnato nella causa nazionalista fosse anche un collaborazionista, ma in realtà si trattava di una situazione comune a una grossa fetta del ceto intellettuale della Corea coloniale. Buona parte di essi non aveva mai conosciuto altro regime di quello coloniale giapponese, molti (fra i quali lo stesso Zŏng) si erano formati presso università giapponesi, erano consapevoli delle opportunità che derivavano della partecipazione ad un vasto impero multinazionale, ed erano uniti da un’ideologia di solidarietà panasiatica che si opponeva all’imperialismo bianco/occidentale. Non risparmiavano critiche alle politiche portate avanti dal governo coloniale in Corea, e in particolare alla discriminazione nell’accesso ai servizi subita dai coreani; ma in fin dei conti lo accettavano, magari come un male minore.

Tornando alle fiabe, ho sempre trovato interessante che le raccolte favolistiche, dai fratelli Grimm in avanti, siano state momenti di definizione fondativa di tradizioni narrative nazionali; proprio le fiabe, i cui tropi hanno viaggiato di bocca in bocca a dispetto di qualsiasi confine. Lo stesso Zŏng dedica diverse pagine dell’Introduzione all’associazione dei racconti popolari della raccolta a tradizioni delle regioni con le quali la Corea ha i maggiori debiti culturali: Cina, Giappone, India, Mongolia, Tibet, Manciuria e Siberia (p. xx).
Per il mio particolare gusto, il punto debole di questo libro è che alcuni dei racconti non sono capaci di suscitare quella sospensione del tempo ed immersione nel fantastico tipica delle fiabe. Certe storie sono troppo brevi, troppo scheletriche; e poi ci sarebbe molto da discutere sulla nozione di scioglimento e lieto fine di questi racconti. Ci sarebbe parecchio da discutere anche su alcuni elementi ricorrenti, ad esempio la stupidità femminile, il ruolo ambiguo delle tigri, o l’onnipresenza dei pidocchi. Ma credo di aver scritto già abbastanza. Dovrei cercare una bella raccolta di fiabe per coreani, e guardare quali temi ricorrano lì. Sarà per un’altra lettura.
rabbit-1-smiley-052

Autore: ZŎNG In-Sŏb (정인섭 鄭寅燮 / Nome giapponese: Tōwara Ensetsu 東原寅燮)
Editore: Hollym Corporation Publishers   Anno: 1970  257 pagg.
ISBN: // (di una riedizione recente: 9780930878269)