Capitale mortale

Capitale mortale - www.libreriauniversitaria.itNon mi capita spesso di leggere dei gialli: per piacermi devono essere davvero ben scritti, e non mi sforzo particolarmente per cercarli. Questo in particolare me l’ha prestato la mia capa, grande amante di Milano dove la storia è ambientata nonché conoscente di conoscenti dell’autore. "Visto che ti piace leggere".

La trama non è delle più originali, ma diciamocelo, quelle dei polizieschi si somigliano un po’ tutte. Una banda di ladri mette a segno una serie di furti di opere d’arte di ricchi borghesi milanesi. Il vicecommissario Brambilla si mette sulle loro tracce.

Ora, come ho già detto non mi intendo di gialli, quindi non so se la ricostruzione delle attività di polizia sia relistica o meno; di certo mi pare poco probabile che ad un agente di polizia venga affidato un caso che riguarda da vicino dei suoi congiunti.
Sono stata infastidita non poco dal turpiloquio continuo e immotivato, ma ancora di più dalla caratterizzazione superficiale dei vari personaggi.
Vogliamo parlare di Brambilla? Sulla trentina, aitante, atletico, ricco sfondato, con una casa – pure grande – in centro a Milano, si fa una ragazza dietro l’altra in virtù delle qualità sopraccitate perché ha sete di gratificazioni di poco sforzo (nota bene: delle due principali fortunate, una fa la modella e l’altra è una gnocca pazzesca che per rimorchiarlo gli lancia contro le mutande per strada, giusto per tornare al discorso del realismo) ed è diventato poliziotto perché gli piace darsi arie da duro: in parole povere, citando Leyla, un mezz’uomo. Alla milanese, un caghetta.
A proposito di Milano. Nelle intenzioni, il rapporto simbiotico del Brambilla con la città doveva essere l’elemento più lirico del libro. Beh, ecco, mi interessava soprattutto quello, visto che io con Milano ho un rapporto molto ambivalente. Ci studio e lavoro da più di dieci anni, ma non mi piace. Vivo a metà tra città e campagna e sono mezzo campagnola e mezzo cittadina pure nella testa. Perciò la visione della metropoli di un cittadino al 100% mi interessava particolarmente. Ok, non mi aspettavo Walter Benjamin, ma hey! Mi spiace dirlo, ma non ho capito granché dei vari sproloqui in monologo interiore del Brambilla, dove volessero andare a parare. A parte la citazione di qualche nome di via, la città non è nemmeno riconoscibile.

Però ci sono anche cose che ho apprezzato. Tutto il romanzo ha una voce che lo attraversa e dà alla narrazione un ritmo costante, che non è una cosa da poco.
So che l’autore leggerà il mio post, percò voglio dirgli di non scoraggiarsi. I romanzi d’esordio sono spesso dei tentativi riusciti solo a metà. Se però ha intenzione di darci dentro con la scrittura, se si dà da fare, secondo me può scrivere cose interessanti.

Autore: Alessandro BONGIORNI
Editore: Arcipelago Edizione   Anno: 2009   238 pagg.
ISBN: 978-88-7695-394-1

Il segreto del lago

Il segreto del lago - www.liberonweb.itAvete presente Piccoli omicidi tra amici (Shallow grave), il film di Danny Boyle? Le relazioni tra i personaggi e la stagnazione sotto la quale guizza una sorta di follia di questo romanzo me l’hanno fatto venire in mente subito.

La storia inizia con il Nostro che raggiunge la moglie presso la casa al lago di alcuni conoscenti di lei, dove trascorreranno un paio di settimane insieme ad altre tre coppie. Lo scopo del soggiorno però non è propriamente ricreativo (non per loro, almeno), visto che hanno organizzato un ritiro di studio per i figli, alle prese con l’esame di ammissione alla scuola media.
Va aperta una parentesi. Adesso c’è crisi e le cose vanno lentamente cambiando, ma in Giappone questa storia degli esami di ammissione è un’autentica ossessione collettiva. Fino a non molti anni fa ed in una certa misura ancora oggi, ai laureati di università prestigiose le aziende e l’amministrazione pubblica facevano i ponti d’oro: posto di lavoro a vita, carriera assicurata, spesso persino la casa. È naturale che i genitori cerchino di mandare i figli nelle università migliori, ma per entrare occorre passare esami di ammissione estremamente selettivi (altro che test d’ingresso…). Per aumentare le possibilità di ingresso, si cercherà allora di mandare i figli presso scuole superiori prestigiose, per entrare nelle quali occorre passare altri esami di ammissione mostruosamente selettivi e così via fin dalle elementari (i più malati, fin dall’asilo).
Sulle spalle di un ragazzino di 11 anni che si prepara all’esame id ammissione delle medie quindi grava già un discreto peso, se poco poco ha dei genitori esigenti.
Ecco, le quattr ocoppie di genitori sono dei fondamentalisti della competizione. Tutti, ad eccezione di Shunsuke, il Nostro, che mostra maggiore distacco ma intuisce l’esistenza di un vincolo particolare tra gli altri sette, un vincolo da cui è escluso.
Questo legame emerge, bianco e silenzioso, quando la moglie di Shunsuke in preda ad un raptus assassina una giovane donna: tutti cooperano all’occultamento del cadavere, a cancellare ogni traccia del delitto (tra l’altro in maniera orrenda, sfigurandolo per renderlo irriconoscibile – proprio come nel film).
Che cosa li spinge? Cosa stanno nascondendo? E qual è la natura di quel legame?

La scrittura di Higashino è scorrevole, lineare, senza raggiungere vette letterarie, ed il libro si fa leggere anche in una serata.
Mi ha colpita quanto sia cinematografico: Higashino si serve di inquadrature e falsi tempi come se stesse raccontando un film che si svolge davanti ai suoi occhi. Non stupisce perciò né il suo successo in patria, né il numero di romanzi che sono stati adattati per lo schermo – del cinema e della televisione (mi fa piacere ricordare Tantei Galileo, da cui è stato tratto il drama di cui ho già parlato).

Nel complesso, un modo piacevole di trascorrere il lunedì sera.

Autore: HIGASHINO Keigo (東野 圭吾)
Editore: Baldini & Castoldi Dalai   Anno: 2007 (Edizione originale: 2002)  270 pagg.
Titolo originale: Leikusaido (レイクサイド)
Traduttrice: Paola Scrolavezza
ISBN: 978-88-6073-191-3

Grotesque /2

Segue dalla Prima parte

Grotesque - www.amazon.co.ukKazue si sente «un superman in gonnella»: onnipotente, regina degli uffici di giorno e dei postriboli di notte; paradossalmente, la sua unica possibilità di rivincita e riscatto verso un’intera società che non le ha concesso di fiorire. Laureata, dirigente e puttana.
Anche Mitsuru, compagna di classe di Yuriko e della sorella maggiore di Kazue, è sorretta da un’ambizione vorace, come pure Zhang Zhazong emigrato a Canton dalla profonda campagna cinese in cerca di ricchezza e sbarcato in un secondo momento in Giappone; entrambi vanno similmente incontro ala tragedia che non è tanto (o non solo) un singolo evento catastrofico, quanto una vita di faticosa sopravvivenza in un mondo che li schiaccia – con l’esclusione, il tedio e la violenza.
Reincontratesi sul marciapiede dopo tanti anni, ridotte ormai a due maschere deformi e grottesche dei personaggi che avevano interpretato, Yuriko e Kazue si mettono in società, ma il sodalizio è spezzato dal loro assassinio. Sarà proprio la sorella di Yuriko, sconvolta dalla lettura del diario di Kazue, a farlo rivivere andando a prostituirsi sullo stesso lembo di marciapiede.

Kirino Natsuo è una giallista ed anche Grotesque è un romanzo giallo. Ma decisamente sui generis. Ci sono due delitti e gli incartamenti del processo, ma non indagini. Non compare nemmeno un investigatore. L’unica ad indagare è la sorella di Yuriko, che non nasconde nemmeno per un momento l’astio che prova verso le due donne: che Yuriko fosse una sgualdrina l’aveva sempre sospettato, così come le era stato chiaro sin da principio che Kazue – inammissibilmente simile a lei stessa – fosse una fallita. Hanno trovato la morte che si meritavano.
Piuttosto che intrigare il lettore lanciandogli la sfida della soluzione del caso, la Kirino preferisce andare a scavare sempre più in profondità, arrivando a riportare alla luce quanto ci sia di più torbido ma anche di più puro nel cuore e nel consorzio umano. Grotesque è un atto d’accusa alla società giapponese ed ai meccanismi che la regolano; in particolare all’apparente coesione sociale, in realtà una mano di vernice "democratica" su di un persistente elitarismo.
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Sul versante narrativo, l’intersecarsi delle voci di quattro narratori che differiscono per punto di vista e divergono sui fatti confondendo i ricordi, produce un effetto destabilizzante. Il narratore viene abbandonato, disorientato e privo di appigli, tra i vari racconti: una tipica situazione da bambino perso nel supermercato. (Un altro autore giapponese aveva già compiuto la medesima operazione: Akutagawa Ryūnosuke, con il celebre racconto breve Nel bosco da cui Kurosawa ha tratto il film Rashōmon).
L’esito è, di nuovo, la dissoluzione dei fatti: rimangono i personaggi con le loro impressioni e ricordi, l’angoscia e l’intero torrente di sentimenti, ma vengono meno gli eventi da cui ogni cosa è scaturita.
Come esperienza narrativa è veramente qualcosa di pazzesco.
Dopo aver riempito totalmente la testa di immagini e parole (scorrono che è una bellezza, ma si tratta pur sempre di più di novecento pagine), questo magma si mette a scindersi e scoppiettare, come un ammasso di cellule in rivolta. Dentro la vostra testa.
Sarò io particolarmente spostata e soggetta a queste emicranie narrative (non lo nego), ma mi ci sono voluti giorni prima che potessi riprendere in mano un libro di narrativa, e che mi riuscisse di dissipare lo stato d’animo cupo e di spietatezza con cui il libro mi aveva contagiata.

Ancora una volta Kirino-sensei non mi ha delusa. Non vedo l’ora di leggere il prossimo romanzo che verrà tradotto (previa debita disintossicazione ed eliminazione delle tossine di Grotesque).

Autrice: KIRINO Natsuo (桐野夏生), pseodumimo di HASHIOKA Mariko
Editore: Neri Pozza   Anno: 2008 (Edizione originale: 2003)  928 pagg.
Titolo originale: Gurotesuku (グロテスク)
Traduttore: Gianluca Coci
ISBN: 978-88-545-0248-2

Grotesque /1

Grotesque - www.anobii.comMi spiace aggiornare così di rado; purtroppo il tempo è veramente poco e preferisco trascorrerlo leggendo piuttosto che al computer. Però vedo che c’è comunque un certo numero di aficionados che continua farmi visita: grazie mille!

Grotesque è uno di quei romanzi che uccidono il genere in cui nascono: fa a pezzi canoni e cliché, ma è sostenuto da tale potenza e bellezza da giungere a creare qualcosa di nuovo.

Hirata Yuriko viene trovata cadavere, uccisa e derubata da un cliente. Dotata di una bellezza conturbante sin da bambina, aveva iniziato a prostituirsi giovanissima e man mano che la sua avvenenza era stata vilipesa dal tempo, aveva preso a vendersi in ambienti via via meno altolocati, sempre più infimi, fino a ridursi a battere la strada.
Dopo qualche mese anche Satō Kazue viene uccisa da un cliente, e questa volta il suo assassinio diventa un caso mediatico di risonanza nazionale. Non solo Satō Kazue conosceva Hirata Yuriko (avevano frequentato lo stesso liceo), ma di giorno svolgeva un lavoro normale, rispettabile anzi di prestigio: Direttrice della sezione Ricerca e Sviluppo di un’importante società di costruzioni.
È la sorella maggiore di Yuriko ed ex compagna di classe di Kazue a raccontare la loro storia: una voce narrante senza nome, quasi ossessiva nella sua presenza eppure dotata di un’identità sfumata, mai del tutto definita.
Nel suo racconto si innestano i diari di Yuriko e Kazue ed il memoriale del loro assassino, un immigrato cinese di nome Zhang Zhazong.

Il racconto della sorella di Yuriko parte da lontano: dai primi segni di quella bellezza sconvolgente e da come questa avesse allargato le crepe che già iniziavano a mostrarsi nella famiglia Hirata. Questa sua qualità quasi soprannaturale infatti l’aveva messa al riparo dalle sfuriate del padre tirannico così come dall’ostilità strisciante e rancorosa della madre, ereditata poi anche dalla narratrice. Agli occhi della sorella, Yuriko appare come un vero e proprio mostro di bellezza disumana, verso il quole prova un livore sempre più violento.
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Anche Yuriko si rende conto di essere resa speciale da tanta bellezza, diversa da tutte le altre persone che conosce. Si tratta però di un’arma a doppio taglio: se da un lato le conquista la benevolenza altrui, dall’altro la imprigiona nel ruolo di giocattolo, privo di qualsiasi scopo che non sia il compiacimento del prossimo. Yuriko impara ben presto a riconoscere il turbamento negli occhi di chi la guarda, che anzi diventa la principale conferma della sua esistenza. Sono proprio queste ondate di desiderio a suggerirle la missione della sua vita: il giocattolo sessuale, che attrae gli uomini e li compiace, ma in fondo rimane per loro un oggetto estraneo. Yuriko non ha altre orizzonte che l’esercizio di questo magnetismo.
È una donna sorprendentemente priva di ambizioni, in un romanzo in cui tutti i personaggi dall’ambizione invece sono rosi.

Satō Kazue desidera più di ogni cosa il riconoscimento altrui. Figlia maggiore in una famiglia che fa i salti mortali per mantenerla agli studi presso il prestigioso liceo Q, è stata cresciuta nella fede che impegno, sforzo e disciplina ferrea non potranno non ottenerle il successo. L’ingresso a Q frustra ogni suo sforzo di ragazzina borghese di integrarsi in un ambiente di figli di papà, e pur non potendo -o non volendo- ammettere il fallimento, qualcosa dentro di lei si spezza: estende la disciplina maniacale ad ogni altro ambito della propria vita, compresa l’alimentazione, e si ammala di anoressia. Il suo credo le dà la forza di proseguire con distinzione gli studi ed essere assunta in posizione di vertice presso una grande azienda. Quando si rende conto che la sua carriera è stata congelata, nonostante le energie che ha speso per mettere in luce le proprie qualità, per nessun’altra ragione se non il suo essere donna, nemmeno il suo regime alimentare ossessivo pare più uno sfogo sufficiente, e decide di darsi alla prostituzione.

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Storia di Tomoda e Matsunaga

Oooh, una storia sul Doppio. Adoro le storie sul Doppio. Quella del Doppio è una bella ossessione.

Autore: TANIZAKI Jun’ichiro

Editore: Marsilio   Anno 1994 (Edizione originale 1926)   108 pgg

Titolo originale: Tomoda to Matsunaga no hanashi

Traduttrice: Elisabetta Procchieschi

ISBN: 88-317-6100-5

La più famosa è Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr. Hyde, in cui il protagonista grazie ad una pozione scinde da sé la propria parte malvagia la quale però finisce per prendere il sopravvento.

Nel caso di Matsunaga la scissione è identitaria e culturale, non frutto di una reazione chimica: Matsunaga, figlio della prima generazione di giappoonesi occidentalizzati moderna, rigetta la cultura tradizionale giapponese, in cui non si riconosce; questa sua irrequietezza lo conduce a Parigi, dove però non riesce a vivere neanche una vita da occidentale.

Matsunaga si trova sempre al bivio, senza essere in grado di scegliere uno stile di vita perché la sua identità culturale è composita, duplice, qualsiasi scelta gli lascia un forte senso di incompletezza.

Non essendoci punti di contatto tra Oriente e Occidente, ed essendo quindi impossibile qualsiasi forma di meticciato e ricomposizione, Matsunaga è condannato a vivere un dimidiamento irreconciliabile.

Un romanzo breve e molto insolito per Tanizaki, lontano dai suoi temi usuali (e certamente ispirato da Poe ed Akutagawa) ma lo stesso intrigante. Il tema, problematico e carico di fascino, è quello della convivenza delle diverse identità. Quindi: un Doppio ed una crisi di identità. Mmmmmh, che ingredienti appetitosi.

Nordest



Autore: Massimo CARLOTTO e Gianfranco VIDETTA
Editore: e/o    Anno: 2005    200 pgg
ISBN: 88-7641-681-1

Quando uscì, questo libro sollevò non poche chiacchiere; ricordo di aver letto, ai tempi, un’intervista all’autore su Repubblica di cui in realtà mi rimasero impresse soprattutto delle osservazioni sull’uso letterario del dialetto. Comunque, ho aspettato che arrivasse in biblioteca e, dopo averci girato un po’ golosamente attorno, finalmente l’ho preso in prestito.

Il romanzo si apre con l’omicidio di Giovanna, brillante avvocato trentenne, da parte del suo amante. Dopo essersi inizialmente indirizzate su Francesco Visentin, il fidanzato, le indagini si arenano e Francesco, avvocato a sua volta, decide di portarle avanti da solo con metodi più o meno ortodossi.
Dalla parte “dei buoni” ci sono a fiancheggiarlo il padre Antonio Visentin, titolare dello studio presso il quale Giovanna lavorava, Carla – amica di Giovanna, l’ispettore Mele ed il redivivo padre di Giovanna Alvise, reduce da una serie di rovesci.
Man mano che vengono scoperti nuovi elementi, e che i sospetti si spostano da una persona all’altra, vengono svelati gli scheletri nascosti degli abitanti dell’anonima cittadina del Nordest in cui è ambientata la vicenda, ed altrettanti tasselli trovano posto nel mosaico della vita in penombra del paese, che porterà allo smascheramento del reale assassino.

La narrazione è un alternarsi tra narratore onnisciente e la voce di Francesco, che racconta in prima persona i progressi della sua investigazione e la caduta delle sue illusioni, delle sue credenze, della sua fiducia.
Tutto il romanzo risente di una scrittura asciuttissima, spiccia: è afflitto da una velocità che toglie respiro alla narrazione ed al lettore, che resta appiccicato al libro fino all’ultima pagina rimanendo però con un pugno di mosche, una concatenazione asettica di azioni e di reazioni emotive immediate. …una sorta di sindrome televisiva?
Questa fretta nel tratteggio delle situazioni porta inevitabilmente ad una certa superficialità, stilistica e di analisi. Ma non è neanche detto che una comprensione che si spinga in profondità fosse uno degli obiettivi degli autori dopotutto.
Ciascun personaggio è rappresentato attraverso la prospettiva deformante di un chiodo fisso: per Francesco è la verità sulla morte di Giovanna, per Giovanna la verità sulla rovina del padre, per Alvise la vendetta, per la contessa Selvaggia il rispetto, per Carla la giustizia, per il giudice istruttore il quieto vivere, per il giornalista dell’emittente locale lo share.
L’impressione che lasciano è di una certa meccanicità, di agire in un’unica direzione spinti da un unico movente; in ultima analisi, una sorta di volatilità. Questo è tanto più vero nel caso di personaggi interessanti e centrali come Giovanna ed i Visentin.

La lettura è scorrevole, il tema estremamente interessante (la quarta di copertina recita ‘il rapporto tra padri e figli’, ma io credo che sia piuttosto il rapporto degli abitanti del Nordest con il loro territorio e la loro comunità; di certo non definirei il libro ‘una saga familiare’ come ho trovato da qualche parte) e secondo me potrebbe essere giustamente valorizzato da una trasposizione televisiva… ammesso che in RAI si trovi ancora qualcuno che sappia scrivere un copione decente, cosa che non darei per scontata data la sbobba che propinano sotto il nome di ‘fiction’. ;P Spezziamo una lancia in favore di Fausto Paravidino?

Curiosità: varie allusioni lasciano pensare che la cittadina in cui è ambientato Nordest sia la stessa dove finisce con lo stabilirsi Giorgio Pellegrini di Arrivederci amore, ciao. …oppure è solo una mia impressione?

Arrivederci amore, ciao


Autore: Massimo CARLOTTO
Editore: e/o Anno: 1999 214 pgg
ISBN: 88-7641-443-6

Traduzioni: The goodbye kiss, Europa editions

Ho preso in prestito questo libro in maniera abbastanza casuale. Ero andata alla biblioteca del mio comune cercando Nordest, dello stesso autore, ma una volta davanti allo scaffale invece di Nordest ho preso questo; forse anche perché mi incuriosì il trailer del film. Due sere più tardi, l’avevo già divorato.

Arrivederci amore, ciao narra la storia di un’iniziazione criminale che è allo stesso tempo una redenzione sociale: Giorgio Pellegrini, figlio della Bergamo bene ed ex militante poco convinto della sinistra extraparlamentare, stanco di una latitanza in clandestinità durata dieci anni, ritorna in Italia dopo aver trattato con i reduci dell’organizzazione di cui aveva fatto parte e con le autoritˆ italiane il riesame della sua condanna all’ergastolo (banda armata e strage, se ben ricordo).
Tornato in libertà grazie ad un azzeccagarbugli ex sinistrorso ora lanciatissimo in un neonato partito di centrodestra (e qui credo che ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti sia voluto), divorato dal desiderio di diventare un uomo di successo, pianifica la sua scalata sociale – alla quale sono funzionali tanto l’attività di ristoratore quanto quella criminosa, condotta insieme ad un poliziotto corrotto di cui è divenuto l’informatore.
Nel Nordest trova una regione congeniale alla sua nuova ascesa, e qui porta a termina la sua riabilitazione grazie alla cooperazione con un avvocato di successo, per il quale continua a delinquere ma in maniera socialmente accettata.

Arrivederci amore, ciao è narrato in prima persona dal protagonista, Giorgio Pellegrini, uno dei personaggi più ripugnanti che abbia mai incontrato sulla carta stampata.
Giorgio è avido, vigliacco, brutale, privo di scrupoli; coltiva le relazioni interpersonali nella misura in cui possano tornargli utili e sulle donne sfoga con violenza la sua frustrazione ed il desiderio di dominio.
Da un certo punto di vista invidia le persone che possono condurre una vita normale e prova verso di loro un desiderio di rivalsa per questa loro normalità di cui lui non può godere, ma allo stesso tempo le disprezza, se non sono riuscite ad arrampicarsi su per tutta la scala sociale.

La scrittura è secca, stringata, paratattica.
È una narrazione avvincente, anche se per qualche pecca e banalità non può dirsi un romanzo pienamente riuscito.

Adesso però voglio assolutamente vedere il film, e magari leggere qualche altro romanzo; fortunatamente in biblioteca se ne trovano con gran facilità.