I turbamenti del giovane Törless

I turbamenti del giovane Torless - www.liberonweb.itUna cittadina dell'Impero Austro-Ungarico, fine dell'Ottocento oppure inizio del Novecento. Törless accompagna i genitori alla stazione al termine della loro breve visita. I signori Törless tornano a Vienna, il loro unico figlio alla vita monotona nel prestigioso collegio di W., dove alloggia e studia da ben quattro anni. Da qualche tempo si sono verificati dei furtarelli ai danni dei ragazzi, senza che si fosse riuscito ad indivisuare il colpevole.
Lo scoprono per caso Beineberg e Reiting, due amici di Törless, di qualche anno più grandi: si tratta di Basini, un ragazzo fatuo ed un po' sprovveduto, periodicamente assillato dai debiti di gioco e gozzoviglie varie. I tre però non lo denunciano: Beineberg e Reiting decidono di "graziarlo" per consentirgli di redimersi seguendo le loro indicazioni; in realtà, due si godono la situazione di tenere una persona sotto costante ricatto; Basini, avendo tutto da perdere da una denuncia, sta al loro gioco.
Ben presto però Törless scopre quale piega torbida abbia preso il dominio dei due su Basini: non solo viene adoperato per ogni sorta di esperimento, ma ne fanno il proprio amante.
Törless è sconvolto: dalla efferatezza dei due compagni, dalla bassezza del loro insensato accanimento, ma anche dalla remissività fatalista con la quale Basini accetta tutto; più di tutto però lo turba il corpo nudo del ragazzo – serico e flessuoso, ancora quello di un efebo avvenente – che lo eccita e lo attrae. La candida nudità di Basini è quasi l'incarnazione degli interrogativi intorno ai quali Törless si arrovella: le diverse concezioni dell'etica che guidano il comportamento umano, le fondamenta irrazionali (e dunque inesistenti) della matematica, la scaturigine dell'attrazione. Törless non la comprende ma vi soggiace.
Quando Reiting e Beineberg decidono di intensificare ulteriormente le violenze su Basini, e questi va a supplicare Törless di salvarlo, il Nostro taciturno si troverà costretto a compiere una scelta difficile tra i due compagni, capaci di sottili vendette spietate, e Basini, incapace persino di difendersi.

Lo lessi la prima volta nel -ahimé- lontano 2000, quando ero ero più o meno coetanea di Törless e compagni. Non ho nemmeno la sensazione che sia passato poi tutto questo tempo. Leggendolo però mi sono trovata a soffermarmi su cose alquanto diverse da quelle che mi avevano colpita la prima volta.
I problemi – intellettuali ed emotivi – a cui Törless fa riferimento alla prima lettura mi erano risultati spesso oscuri, benché in teoria fosse quella l'età in cui avrei dovuto percepire quelle questioni con maggiore intensità. A distanza di dieci anni molti punti mi sono risultati più chiari, e mi è sembrato di aver vissuto quegli interrogativi a mia volta, benché al tempo evidentemente non fossi riuscita a dar loro un nome. Mi chiedo se non si tratti in parte di una proiezione indietro di speculazioni successive – se Musil nel Törless non abbia fatto lo stesso: elaborato a distanza di anni quegli interrogativi dalla sua prospettiva ormai non più adolescenziale.
Tuttavia, molte di quelle domande me le pongo tutt'ora, sempre senza successo nelle risposte. Mi sento meno dipendente da quest'indeterminatezza, però. Forse "crescere" non è stato trovare risposte, ma imparare a porsi le medesime domande in maniera più complessa e più serena. Chissà.
In realtà continuo a non sentirmi granché "cresciuta", al massimo meno impaziente.

La scrittura di Musil è imperfetta. Privilegia spesso la speculazione alla scorrevolezza. Talvolta lancia degli acuti, delle punte di bellezza e stile dense di allusioni, per poi tornare a perdersi nei grumi di elucubrazioni. Ad esempio, una sera in cui Törless era insonne nel suo letto del dormitorio, Musil scrive che si sentiva come se affianco al letto passassero delle infermiere in bianco, con cui non incrociava lo sguardo; questo mi ha reso un'idea di oppressione ed immobilità sotto le coperte molto più intensa che se avesse scritto semplicemente che le coperte gli pesavano addosso, chessòio. Intrigante.

Mi piacerebbe poterlo rileggere sedicenne, ma purtroppo temo che non sia proprio possibile. Sarebbe stato un esperimento assai interessante.

Autore: Robert MUSIL
Editore: Einaudi 1990   (Edizione originale: 1906)   191 pagg.
Titolo originale: Die Verwirrungen des Zöglings Törless
Traduzione del titolo: I turbamenti dell'allievo Törless
Traduttrice: Anita Rho
ISBN: 978-88-06-11696-5

Annunci

La signorina Else

La signorina Else - www.adelphi.itLa signorina Else è uno dei racconti più letti di Schnitzler, dopo Doppio sogno. Come lo so? Non lo so. È una sensazione che ho da anni. Così finalmente l’ho letto, chiedendomi costantemente se fosse fondata o meno…

Else, diciannove anni, di famiglia piccolo borghese, viene raggiunta, mentre si trova in vacanza ospite di una zia facoltosa, da una lettera della madre in cui la implora di procurarsi una certa somma, ad ogni costo: il padre ha contratto un altro debito e la sua mancata estinzione avrebbe provocato senz’altro la rovina della famiglia. La madre si spinge fino ad indicarle la persona a cui chiedere: un ospite dello stesso albergo di Else, von Dorsday, mercante d’arte sulla sessantina che già una volta li aveva cavati d’impiccio.
Else è disgustata dalla lettera – dal tono lamentoso eppure pragmatico della madre così come dall’ennesim dimostrazione di irresponsabilità del padre, ma si prepara lo stesso per la cena mettendo particolare cura nella toeletta.
Per elemosinare i trentamila fiorini necessari al padre, Else calpesta il proprio orgoglio; eppure viene colta del tutto impreparata dalla condizione posta da von Dorsday: in cambio del denaro vuole poterla guardare, per un quarto d’ora, completamente nuda.
La proposta la lascia di stucco. Else dibatte dentro di sé combattuta tra il comune senso del pudore, la ripulsa per il commercio del proprio corpo e l’urgenza di aiutare la famiglia. È soprattutto il senso di indegnità dello scambio mercenario a torturarle i nervi rempiendola di rabbia nei confronti di von Dorsday e dei propri familiari, che sembrano volerla spingere incuranti verso un punto di abiezione dal quale non c’è ritorno e dopo il quale non vede futuro. Escogita così un piano per soddisfare la richiesta di von Dorsday senza cedergli del tutto.
In preda ad una sorta di febbre vaga per l’albergo avvolta in un mantello nero che si lascia scivolare dalle spalle davanti a von Dorsday rivelando al mercante ed agli altri presenti la propria bianca nudità, poco prima di svenire in preda ad un attacco di nervi.
Presa per pazza, Else viene riportata nella sua camera ed in un dormiveglia delirante trangugia una dose eccessiva di barbiturici, scivolando in un sonno dal quale non è certo che si sveglierà.

Il tema dominante de La signorina Else sono senz’altro i soldi. Benché non vengano citati espressamente se non di sfuggita, sono il motore della vicenda nonché un basso continuo che non viene mai meno, od anche una sorta di lente deformante attraverso la quale guardare gli uomini. Il denaro spinge i ricchi ad una decadenza oziosa e gli altri ad un abbassamento ad ogni sorta di meschinità; una doppia caduta morale nascosta superficialmente da una verniciata di perbenismo e pruderie.
Per questo racconto Schnitzler adopera la tecnica del flusso di coscienza, che dà a sensazione di venir risucchiati dentro la mente di Else. Imprigionati là seguiamo il precipitare degli eventi al di sotto dei gorghi dei suoi pensieri, interrotti talvolta dai dialoghi con qualche personaggio solo per riprendere più intensi, più tormentati.
Yess, mi è piaciuto. Ma non ho ancora capito come mi sia messa intesta che sia poi così letto.

Autore: Arthur SCHNITZLER
Aditore: Adelphi   Anno: 1988 (Edizione originale: 1924)  123 pagg.
Titolo originale: Fräulein Else
Traduttrice: Renata Colorni
ISBN: 88-459-0274-9

Tempo di spettri

Tempo di spettri - www.adelphi.itTempo di spettri parla di due cose: della vendetta e dell’inarrestabile scorrere del tempo.

Al suo ritorno a Vienna il giovane ufficiale Georg Vittorin non ha che un pensiero: tornare in Russia ed uccidere Seljukov, colpevole ai suoi occhi di aver accelerato la morte di un commilitone. Il ricordo dell’atteggiamento sferzante e gratuitamente vessatorio del capitano, che a Vittorin ed ai suoi compagni, in qualità di comandante in capo del campo di prigionia in cui erano rinchiusi, aveva rifiutato di riconoscere qualsiasi dignità, acceca ancora Vittorin, rendendolo insofferente alle avvisaglie di cambiamento della società austriaca, ai segnali di sofferenza della sua famiglia, alle sollecitazioni della fidanzata.
Il perseguimento della vendetta gli dona uno scopo; e così, forte di un senso da dare ad ogni sua azione, parte alla ricerca di Seljukov attraverso la Russia in cui infuria la guerra tra rivoluzionari e controrivoluzionari, e quindi attraverso mezza Europa, sulle tracce degli esuli russi.
Quando, dopo più di due anni di peregrinazioni, riesce a trovare l’ex capitano Seljukov, si trova infine faccia a faccia col tempo trascorso, con il mondo che è andato avanti a dispetto dell’orgoglio ferito di un giovane ex ufficiale del fu Impero Austro-Ungarico. La vita ha seguito il suo corso incurante della tragedia personale di Vittorin, che più della perdita di un compagno in circostanze drammatiche pare essere stata l’incapacità di adattarsi a vivere nel proprio tempo.

Con la mia solita frivolezza, ho scelto questo libro attirata dalla copertina e dal numero contenuto di pagine (avevo molta fretta quel giorno e chissà perché ho preso tutti libri sottili).
Non avevo mai sentito nominare Leo Perutz e sono contenta dell’esperimento. Diversamente da Schnitzler (di cui era contemporaneo ed amico), che racconta il disfacimento del mondo dell’Impero cogliendone i sintomi nelle pieghe della vita dei borhesi di Vienna, Perutz lascia cadere il suo sguardo sulle cose – i soprammobili, gli oggetti, i dialoghi di corcostanza – alcuni aspetti materiali della quotidianità, che presi nel loro complesso offrono un quadro quais tangibile delle trasformazioni in atto.
Questi riferimenti materiali rendono la scrittura di Perutz molto più veloce, agile e moderna dell’approccio analitico, quasi da naturalista, di Schnitzler. Sia ben chiaro, mi piacciono tutti e due.

Autore: Leo PERUTZ
Editore: Adelphi   Anno: 1998 (Edizione originale: 1928)   242 pagg.
Titolo originale: Wohin rollst du, Äpfelchen…
Traduzione del titolo: Dove vai rotolando, piccola mela…
Traduttrice: Rosella Carpinella Guarnieri
ISBN: 88-459-1384-8

Il sentiero nel bosco

Il sentiero nel bosco - www.adelphi.it«Gli parve cosa incredibilmente insensata non essersene accorto subito. Ora invece tutto era talmente chiaro. Non sapeva che accade sempre così a chiunque vada per i boschi. I boschi si svelano pe gradi, si discihudono piano alla comprensione del viandante, finché si mutano per lui in bellezza e gioia.»

Autore: Adalbert STIFTER
Editore: Adelphi   Anno: 1999  (Edizione originale: 1845)  114 pagg.
Titolo originale: Das Waldsteig
Traduttrice: Margerita Belardetti
ISBN: 88-459-1469-0

Il castello di Dumala

Il castello di Dumala - www.anobii.com È un piacere al quale non riuscirò mai a rinunciare quello di girare per una biblioteca soffermandomi davanti agli scaffali per prendere dei libri così, sull’ispirazione del momento. Le ragioni che mi spingono, in quel momento, a scegliere un libro piuttosto che un altro possono essere davvero le più varie, dall’aver letto parecchio dell’autore al non averlo mai sentito nominare fino alle motivazioni più frivole – perché mi attira la foggia della copertina, perché ho voglia di leggere un libro di quella collana, o solo perché la scheda dei prestiti è ancora bianca e voglio essere la prima a scriverci sopra cedendo al medesimo impulso che ci spinge a lasciare le nostre impronte su di una distesa intatta di neve fresca (certo, quando sulle schede si segnava nome e data era molto, molto più divertente; mi piaceva che il mio nome rimanesse legato al libro). Nel caso de Il castello di Dumala ho esitato parecchio non tanto davanti al nome sconosciuto dell’autore, quanto al color tuorlo della copertina che mi dava l’impressione di stonare con l’ambientazione nordica del romanzo. In effetti, non stona soltanto con quella, ma tant’è.
In una terra ammantata dalla neve e dal gelo (azzardo: Pomerania?) si trova un paesino di cui Erwin Werner è il pastore (nel senzo di sacerdote protestante, non di guardiano del gregge – bè insomma, quasi). È un uomo giovane, alto e bello, letteralmente adorato dalla moglie; svolge scrupolosamente i suoi uffici e quasi ogni sera va a visitare il vecchio barone Werland, nel vicino castello di Dumala. Queste assidue visite lo portano ad invaghirsi della baronessa Karola, giovane moglie di bellezza seducente del barone, che trascorre il suo tempo a dedicarsi amorevolmete alla cura del marito invalido. Lo struggimento che in lui producono gli occasionali incontri con la baronessa nello splendido paesaggio innevato lo conduce ad una muta adorazione. La situazione sembra destinata a non mutare, quando arriva in zona il barone Rast che con la sua brillante mondanità affascina Karola. Werner assiste, muto e paralizzato, al cedere della baronessa alle profferte di lui ed, infine, alla loro fuga in Italia.
Ciò che colpisce Werner è il destino di solitudine che accomuna gli uomini senza tuttavia renderli capaci di reale comunione; il ritorno di Karola non fa che accrescere questo senso di straniamento.
«"Strano!" pensò Werner. "Si crede di essere fortemente e dolorosamente legati a qualcuno, di essergli molto vicino, e poi ognuno va per la sua strada senza sapere cosa è’ accaduto nell’animo dell’altro. Al massimo uno saluta l’altro nell’intimo della propria solitudine!"» (pag. 167)

Il tema della solitudine in effetti è quello che sta più a cuore all’autore, proprio della solitudine esistenziale che negli anni Settanta sarebbe diventata di moda sotto l’etichetta di ‘incomunicabilità’. È la solitudine di non riuscire mai a penetrare completamente l’animo altrui, e dell’impossibilità di essere a propria colta compresi. Tanto più acuto è il senso di questa solitudine, tanto meno ci si riesce ad adattare alla vita; anche Karola, che cerca di sfuggire a questo destino con una fuga, è costretta a tornare dopo essersi resa conto del fallimento del suo tentativo.
Nella postfazione del traduttore – molto interessante, visto che l’autore mi era del tutto sconosciuto – si accosta Keyserling a Schnitzler. Keyserling era uno junker, ma dopotutto di stabilì nella Vienna fin de siécle. Avranno in comune l’ambiente ad alcune tematiche, ma tra i due permangono differenze insormontabili. Per dirne una, Schnitzler scrive come un dio. Pur non essendo disprezzabile, non si può davvero dire lo stesso di Keyserling.

Autore: Eduard VON KEYSERLING
Editore: Marcos y Marcos   Anno: 2005  (Edizione originale: 1907)  191 pagg.
Titolo originale: Dumala
Traduttore: Giuseppe FARESE
ISBN: 88-7168-411-7