La neve dell’Ammiraglio

La Neve dell'Ammiraglio - www.anobii.com«Segui le navi. Segui le rotte che solcano le logore e tristi imbarcazioni. Non ti fermare. Evita persino il più umile ancoraggio. Risali i fiumi. Discendi i fiumi. Confonditi nelle piogge che inondano le pianure. Rifiuta ogni sponda.»
 
(pag. 126)

Autore: Álvaro MUTIS
Editore: Einaudi   Anno: 1996 (Edizione originale: 1986)   143 pagg.
Titolo originale: La Nieve del Almirante
Traduttori: Fulvia Bardelli ed Ernesto Franco
ISBN: 978-88-06-14293-3

L’ultimo scalo del Tramp Steamer

L'ultimo scalo del tramp streamer - www.liberonweb.itQuando la bibliotecaria mi ha messo il libretto in mano, così piccolo, mi sono chiesta come potesse racchiudere il sogno fatale, complesso e vago a cui allude la quarta di copertina.

Nel suo girovagare da un porto all'altro al seguito del suo lavoro, a Mutis-narratore capita più di una volta di incrociare la rotta di un vecchio Tramp Streamer scalcinato, l'Alciòn, cadente al punto di dare l'impressione di essere lì lì per cedere da un momento all'altro. Gli rimane impresso come un'immagine melanconica, quasi fantasmatica, eppure la resistenza della vecchia nave gli ispira simpatia.
A bordo di un traghetto conosce fortuitamente Jon Iturri, il quale gli racconta le circostanze nelle quali era diventato capitano del vecchio Alciòn e di come avesse perso, insieme alla nave andata a picco tra le mangrovie, il suo ultimo grande amore; non gli era rimasta da vivere che una esistenza dimidiata, alla deriva.

Bene, ecco: io non ci credo. Non credo che la perdita della misteriosa Warda gli abbia portato via anche la capacità di amare. Il perpetuo rimpianto è uan condanna che il capitano Iturri si è inflitto da solo; in genere non si tratta forse di un piacere venato di un lieve masochismo? Il fatto poi che pensi ancora a lei con tanta nostalgia, non significa piuttosto che desideri ancora amare ed essere amato?
Gli esseri umani sono più resistenti di quanto spesso non credano. Le ferite col tempo si rimarginano da sole, la normalità riprende il sopravvento. Continuerà a ritornare.
Per questo non presto fede al tono definitivo di Mutis. Ricordare Warda con tenerezza non impedirà a Jon Iturri di perdere ancora la testa; magari un un'altra storia, in un'altro tempo. (Questo è anche il mio augurio).

Leggerò ancora Mutis: la sua scrittura sospesa tra sogno e realtà mi seduce, così come mi piacciono le storie di mare. le atmosfere delle sue mi ricordano forse un po' Corto Maltese…?

Autore: Álvaro MUTIS
Editore: Einaudi   Anno: 1999 (Su licenza Adelphi 1991; Edizione originale: 1988)   83 pagg.
Titolo originale: La última escala del tramp steamer
Traduttrice: Gabriella Bonetta
ISBN: 978-88-06-15235-2

Cent’anni di solitudine

Cent'anni di solitudine - www.liberonweb.itXX: Tu che leggi tanto, dovresti leggere "Cent’anni di solitudine".
T: L’hai letto? Com’è, bello?
XX: Non l’ho letto… Però è bellissimo! Devi leggerlo assolutamente!
T: …

Sono svariati anni che rimugino sull’opportunità di leggere Cent’anni di solitudine, ma finora avevo finito col rimandare, dissuasa da commenti di questo stampo oltre che dall’allure che circonda il Venerabile Maestro: soffro di un’insofferenza tutta particolare per le figure carismatiche e per i loro turibolanti.
Alla fine però ho compiuto il grande passo. Sono contenta di averlo fatto: me ne sento arricchita.

García Marquez racconta la vita di Macondo, villaggio sperduto, attraverso quella di José Arcadio Buendìa e della sua discendenza.
A Macondo, fondato dal furore caparbio di José Arcadio, il tempo scorre con estrema lentezza; isolato da montagne e paludi, gli unici a mettere in contatto Macondo con il resto del mondo sono gli zingari di una compagnia che vi si ferma di tanto in tanto con i suoi spettacoli e baracconi per meravigliare gli abitanti mostrando loro gli animali del circo, le calamite ed il ghiaccio.
Nemmeno gli sconvolgimenti portati dall’arrivo della ferrovia sono destinati a durare: ogni traccia della compagnia bananiera, delle loro piantagioni, dei quartieri nuovi e della prosperità dei Buendìa è cancellata da quattro anni di piogge torrenziali.

Il sottofondo dell’intero romanzo pare una sorta di permanenza nell’impermanenza – l’impossibilità di sconfiggere il potere distruttivo del tempo attraverso la costruzione di qualcosa di durevole – ma anche la forza delle cose, della natura, del mondo, che burlano il tempo tornando a riproporsi sempre uguali a se stessi proprio come i nomi dei Buendìa: Arcadio, Aureliano, Remedios che si inseguono da una generazione all’altra.
Macondo è schiacciata in un eterno presente, opprimente come l’aria troppo umida del clima tropicale: senza memoria e senza speranza, il ricordo è sostituito dalla fantasia e lo scollamento dal resto del mondo, in cui il tempo pare scorrere linearmente come noi lo conosciamo, crea una sospensione entro la quale è possibile il verificarsi di eventi magici di ogni sorta; la lettura di un’enciclopedia diviene mitopoiesi nelle parole di Aureliano Secondo, a metà strada tra la fiaba e la saga familiare.

Anche la narrazione ripropone quest’immutabilità nel divenire, incorporando numerosissime anticipazioni e retrospettive nel suo andamento pastoso. Proprio come i Buendìa, pare impegnata ossessivamente dal fare e disfare: scioglie e riintreccia i fili del tempo fino a far perdere, in chi legge, il senso di pregnanza della nozione di tempo lineare.

Poche altre volte quanto con questo romanzo le categorie del "mi piace" e "non mi piace" mi sono sembrate inadeguate: proclama con tale forza la propria esistenza che aggiungere dell’altro pare del tutto superfluo. Mi ci sono volute 300 pagine per entrare in sintonia col racconto, la prosa viscosa di García Marquez, coi suoi personaggi dal destino già tracciato, ma posso dire di essermi proprio goduta la lettura delle ultime cento.

Leggendo un po’ di critica a Mille anni di piacere (1982) mi sono imbattuta più volte in un accostamento a Cent’anni di solitudine, nel paragone tra la scrittura di Nakagami e quella di Marquez. Francamente, non vedo poi tante somiglianze. Ci sono temi che ricorrono in entrambi – il destino della stirpe (i Buendìa ed i Nakamoto), il villaggio isolato (Macondo ed i Vicoli), il confine tra naturale e sovrannaturale che viene meno – ma ho ricavato impressioni molto diverse dalle due letture, e questo per me chiude il discorso. Mille anni di piacere parla della violenza e dell’assoluta sacralità della vita, almeno secondo me,e tanto mi basta.
Per l’atmosfera magica e crepuscolare mi ha ricordato invece Menzogna e sortilegio (1948) di Elsa Morante, che amo moltissimo.
Mi sono sentita abbastanza ispirata da inserire L’isola di Arturo nella pigna dei prossimi libri da leggere.

Autore: Gabriel GARCÍA MARQUEZ
Editore: Mondadori 1988 (Edizione originale: 1967) 405 pagg.
Titolo originale: Cien años de soledad
Traduttore: Enrico Cicogna
ISBN: 88-04-31463-X