A Lucky Day (운수 좋은 날)

A lucky day(운수 좋은 날)Ancora un classico della letteratura coreana in edizione bilingue che ho trovato in biblioteca. La scoperta di questa collana è stata proprio un raro regalo del caso. Devo cercare di leggerne il più possibile fintanto che posso accedere alla biblioteca.
Quello della fortuna, o meglio il destino cinico e baro, è un tema cardine della poetica di Hyŏn Chin-gŏn, autore ventiquattrenne di questo racconto breve di miseria e malasorte.
Per l’occasione ho fatto un esperimento di adattamento fumettoso della storia. ^_^

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Lecturer Kim and Professor T

Lecurer Kim and Professor T

Un altro classico coreano moderno di cui ho sentito tanto parlare e che é stato pubblicato con il testo a fronte da Asia Publishers. Ne sto leggendo diversi in questo periodo, perché mi interessano e sono perlopiù brevi, quindi comodi da portare in giro e gratificanti da finire in questo periodo di lavoro molto intenso.

Il lettore Kim ed il professor K è ancora un’altra storia scritta e ambientata nella Corea della colonizzazione sotto l’impero giapponese.
Seoul, metà Anni Trenta. Al termine di un percorso accademico brillante, Kim viene assunto come lettore di tedesco presso un college prestigioso. Si tratta del primo ed unico coreano di un corpo docente composto esclusivamente da giapponesi, e sin dal suo arrivo è un osservato speciale. Gli studenti (giapponesi e coreani) imparano ben presto a rispettare la sua conoscenza della materia; i superiori osservano da presso il suo comportamento, per sincerarsi che non alimenti sentimenti anticoloniali; i colleghi invece perlopiù lo ignorano, non sapendo bene come trattarlo. Solo uno fra loro lo avvicina e gli presta una qualche attenzione: il professor T.
T è un tipo con le mani in pasta: annusa nell’aria chi farà carriera, conosce le ruote da ungere, cerca di crearsi un suo giro. T e Kim sono come la notte e il giorno dell’universo scolastico, e capiscono ben presto di trovarsi su campi opposti. Il professor T cercherà in tutti i modi di farlo cacciare, ed il lettore di tedesco Kim farà del suo meglio per resistere.

Il lettore Kim ed il professor K può essere visto come una storia di maneggi, di incapacità degli insegnanti di incarnare la loro professione di educatori per dedicarsi invece a giochi di potere ed intrallazzi vari (mi viene in mente Bocchan di Natsume Sōseki). Ma non è questo il punto; Kim e T non giocano ad armi pari, questo è il punto.
Lo scontro fra i due avviene su un campo per nulla neutrale: siamo nella Corea coloniale, le istituzioni scolastiche sono gestite da giapponesi per studenti giapponesi e per un numero di stretto di coreani con i mezzi o i meriti per accedervi. Essere coreani è motivo sufficiente di sospetto, e la nomina di un coreano nel corpo docente è vista quasi come una mossa ardita.

Il punto è proprio che a determinare l’opinione che dirigenti e colleghi si fanno del lettore Kim non sono tanto le sue capacità didattiche, quanto la sua origine. E questo avviene in un ambiente in cui si dà talmente per scontato che essere coreano sia una patente di inferiorità, di minore civiltà rispetto all’essere giapponese, che persino fra gli insegnanti girano storielle e battute razziste.

«”Ho scoperto perché le coreane hanno la pelle così morbida e liscia: la sera prima di andare a dormire si lavano la faccia con l’urina. Devo provare a farlo fare anche a mia moglie, aha ha ha”
Contagiati dalla risata fragorosa del Professor T, anche gli altri docenti fecero qualche risatina. A Kim invece prudevano le mani. Moriva dalla voglia di prendere il Professor T a ceffoni, ma  non poteva fare o dire niente. Niente a parte un debole “Dove l’ha sentito dire? Non ho mai sentito parlare di un’usanza simile.”
Il Professor T e gli altri docenti si voltarono a guardarlo come se lo vedessero per la prima volta. L’aria nella sala professori divenne gelida in un istante.» (p. 79/93)

Un sistema coloniale si basa su due assunti: che ci siano sistemi sociali intrinsecamente superiori, e che questi abbiano il diritto (se non il dovere) di assimilare gli altri.

Yu era un modernizzatore e credeva nella necessità per la Corea di “civilizzarsi” adottando saperi ed istituzioni occidentali moderni, magari seguendo l’esempio del Giappone nella loro appropriazione limitando la perdita di identità. Tuttavia la sua esperienza di coreano “modernizzato” con successo gli aveva mostrato i meccanismi perversi che si venivano a creare in ambito coloniale fra colonizzatori e colonizzati.

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Dal lato dei colonizzatori, l’asimmetria strutturale nelle relazioni con i colonizzati li rendeva riluttanti a riconoscere la parità dell’altro. In altre parole, se essere giapponesi assegnava loro una sorta di superiorità nei confronti dei coreani, col cavolo che vi avrebbero rinunciato, a prescindere dalle qualità della persona che si trovavano davanti. Anzi, benvenuti stereotipi e pregiudizi sui coreani, se andavano a costuire una barriera difensiva del loro prestigio sociale di giapponesi, visto che la loro identità era basata sulla discriminazione.
Ne Il lettore Kim e il professor T, gli insegnanti non sanno per che verso pendere Kim, elemento di perturbazione della loro aula docenti in precedenza popolata di soli giapponesi. Perlopiù lo schivano, operano la rimozione di qualcosa che li mette a disagio: un coreano loro pari. Il più intraprendente fra loro, il professor T, addirittura si attiva per liberarsene.

Dal lato dei colonizzati, il sistema faceva sì che il colonizzato avesse sempre qualcosa da dimostrare. Per questo, quando la necessità di adeguarsi al modello di comportamento del colonizzatore veniva interiorizzata, il colonizzato finiva per perdere se stesso nel tentativo continuo di aderire alle richieste del colonizzatore.
La colonizzazione raccontata da Yu è un processo alienante. Kim e gli altri coreani che cercano di emanciparsi sono costretti ad un esercizio di contorsionismo sociale nel quale rischiano di smarrirsi, come individui (e come gruppo aggiungo io).

«Fra tutti, gli intellettuali erano obbligati ad avere non due o tre, ma otto o nove personalità. L’importante era che, nel loro intimo, sapessero quale fra le tante fosse quella autentica. Alcuni avevano avuto l’accortezza di capirlo, e cambiavano personalità a seconda delle circostanze. Altri invece rimanevano incantati dal gioco delle molte maschere, e finivano per non riuscire più a riconoscere quella vera.» (p. 23/24)

Abbiamo un gruppo dominante (i giapponesi), abbiamo un gruppo dominato (i coreani), ed abbiamo istituzioni preposte ad integrare i secondi fra i primi. Yu mostra come in realtà quelle medesime istituzioni riproducano l’asimmetria fra i due gruppi. Per questo imho Il lettore Kim ed il professor T è un apologo affascinante sul tema dell’integrazione.
Le differenze con l’oggi sono molte, ma non così tante da non riconoscere la spirale perversa che può essere innescata dalla creazione di un gruppo sociale connotato come intrinsecamente inferiore.

Autore: YU Chin-o (hangŭl: 유진오; hanja: 兪鎭午)
Editore: Asia Publishers   Anno: 2015 (Edizione originale: 1935)   124 pagg.
Collana: Bi-lingual Edition Modern Korean Literature #092
Titolo originale: Kim kangsawa T kyosu (hangŭl: 김강사와 T교수)
Traduzione del titolo: Il lettore Kim ed il professor T
Traduttore: Sohn Suk-joo
ISBN: 979-11-5662-069-3

Scenes from the Enlightenment /2

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Altri grovigli
Diversamente da Hyeongjun, che ha una presenza carsica nel romanzo, Bopu compare e scompare come una fiamma al fosforo, occupando la scena per intero per poi ritrarsi nell’ombra delle stanze interne di Casa Bak. La cogliamo a sgattaiolare furtivamente per andare a vedere il volto del suo promesso, a poco meno di un’ora dalle nozze. Le hanno detto che è un figlio di Bak Seonggwon, ma quale? Quello che aveva visto di sfuggita un giorno e su cui aveva fantasticato tanto a lungo? Scottata dalla delusione, Bopu non può che sciogliersi in lacrime. Quindi si ricompone, indossa il suo abito da sposa, si rifà il trucco e va incontro allo sposo nella stanza in cui trascorreranno insieme la notte per la prima volta senza esitare nemmeno per un passo.

Il matrimonio è un pensiero costante per tutti i personaggi, una volta che raggiungono l’età pubere. Per Ssangne è un fulmine a ciel sereno. Bobu lo attende con curiosità. Daebong, compagno di scuola e di scorribande di Hyeonggeol, invece continua a sperare che gli impegni presi dal padre con la famiglia della sua promessa non arrivino a nulla, che per qualche ragione il matrimonio vada a monte. Così passa le sue serate irrequiete a zonzo con l’amico, oppure a casa di Chilsung, quando è sicuro che lui non ci sia, per giocare a carte e chiacchierare con la sua di moglie, la ragazza di P’yŏngyang.

Benché non ci sia un protagonista vero e proprio del romanzo, fra tutti i personaggi uno dei maggiori catalizzatori dell’azione è Hyeonggeol. Diciannovenne irrequieto a cui sta stretta la vita di paese,  è la personificazione dei sommovimenti dell’epoca in cui è ambientata la storia. Hyeonggeol si taglia i capelli corti (mentre tradizionalmente gli uomini tenevano i capelli lunghi legati in una crocchia), si oppone al matrimonio, appare sempre alla ricerca di qualcosa, anche se forse non sa bene cosa.

La grande corrente
Se è vero che l’attenzione di Kim Namch’ŏn per le vicende dei singoli personaggi crea una narrazione frantumata, è vero anche che il romanzo non è privo di unità. Daeha racconta la storia di due generazioni di una famiglia attraverso gli occhi dei suoi vari membri, ed attraverso di essa mette in scena la storia di una comunità. Ma in Daeha c’è anche un’altra narrazione, legata al momento storico in cui è ambientato il romanzo: è la storia dell’avvento delle “cose moderne” in Corea, dell’infiltrazione di merci e istituzioni moderne che si fanno strada attraverso le crepe della tradizione – una partita di calzini di foggia occidentale, un innario, un taglio di capelli, un torneo di atletica interscolastico.

La grande corrente allora può essere quella della vita del villaggio, che va avanti più forte dei drammi privati dei singoli personaggi.
Oppure può essere quella dei tempi moderni, e dell’ingresso del piccolo villaggio nell’alveo del grande fiume in cui scorre il resto del mondo.

Anche stilisticamente, il romanzo è molto bello. Ogni personaggio ha la sua temporalità, perciò l’effetto complessivo è di duttilità del tempo, di perdita di assolutezza del tempo collettivo.
L’inflenza del modernismo si sente – anzi, a questo punto mi piacerebbe capire meglio quale sia stata la formazione letteraria di Kim Namch’ŏn. Non so nemmeno quanti studi ci siano, perché per via della sua biografia tormentata (nel ’45 scelse il Nord comunista, dove però si rese inviso alle autorità prima di morire nei primi anni ’50) le sue opere sono state oggetto di censura fino al 1988 al Sud, mentre al Nord non so.

Mi piacerebbe rileggerlo. Dico di più: mi piacerebbe leggerlo in originale. Chissà se lo trovo alla mia libreria dell’usato di fiducia. Potendo esprimere una velleità totale, sarebbe bello provare a tradurlo.
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Autore: KIM Namch’ŏn (hangŭl: 김남천; hanja: 金南天)
Editore: Dalkey Archive Press   Anno: 2014 (Edizione originale: 1939)   254 pagg.
Titolo originale: Daeha (hangŭl: 대하; hanja: 大河)
Titolo in italiano: Il grande fiume, oppure La grande corrente
Traduttore: Charles La Shure
ISBN: 978-1-62897-068-5

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scenes-from-the-enlightenment-%eb%8c%80%ed%95%98È una strana condizione, quella di “italiana all’estero”. Sempre con la testa in due posti, sempre divisa fra la volontà di immergermi in questo paese, nel qui e adesso finché quest’adesso dura, e la nostagia di casa. Anche con la lettura funziona un po’ così: da un lato vorrei fare il pieno di letteratura del luogo (gran parte della quale in Italia sarebbe pressoché irreperibile); dall’altro sento acutamente lo sfasamento rispetto al tempo dell’editoria italiana. Pur sapendo che si tratta di una sensazione ingannevole, perché anche a casa un po’ sfasata lo sono sempre stata.

Comunque. Questo sproloquio era per introdurre un romanzo coreano inedito in Italia, che ho letto in traduzione inglese. Non è il primo libro coreano di cui parlo su Asaki, ma in questo caso come non mai si tratta di un titolo sconosciuto, entrato nei radar di un pugno di specialisti, forse. Un peccato! Il romanzo è bellissimo. E siccome è improbabile che qualcun altro ne parli, bisogna proprio che lo faccia io. Continua a leggere

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La caduta
Il tema centrale del romanzo è quello della caduta della protagonista: non solo la sua perdita di status sociale, ma anche – anzi, soprattutto – la sua perdita di statura morale.
Per capire meglio la faccenda della caduta, occorre tenere presente che la società coreana è stata divisa per secoli in un sistema piuttosto rigido di classi sociali: la posizione più alta era occupata dagli studiosi confuciani, seguiti dai contadini, da artigiani e commercianti, e infine da schiavi e fuoricasta. La famiglia di Poknyŏ è formata da studiosi impoveriti e divenuti contadini; la ragazza invece, sposata ad un fannullone, percorre in breve tempo l’intera piramide sociale in discesa, passando da contadina a lavoratrice a servizio, e infine a fuoricasta.
Avrebbe potuto essere la storia patetica dell’umiliazione di una donna costretta dalle circostanze materiali a tradire i valori in cui crede; Kim Tong-in invece prende una strada più complessa. Quello che colpisce di Patate, infatti, è il pervertimento del sistema di valori di Poknyŏ: l’accettazione di comportamenti che l’educazione confuciana impartitale in famiglia le aveva insegnato a rigettare. Poknyŏ trasgredisce, una dietro l’altra, a tutte le norme che avevano delimitato il suo mondo, e lei stessa esce trasformata da questo processo.
Le patate del titolo simboleggiano proprio i bisogni materiali, modesti ma indispensabili, che fungono da incentivo alle trasgressioni di Poknyŏ. La caduta di Poknyŏ corrisponde quindi allo spostamento del centro del suo mondo morale dagli imperativi appresi in famiglia al cesto di patate, ovvero al soddisfacimento dei bisogni materiali.

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Nella postfazione, Bruce Fulton presenta due letture critiche della parabola discendente di Poknyŏ; la lettura tradizionale sottolinea la subalternità di Poknyŏ rispetto ai ruoli previsti per le donne dalla società del tempo (padrona di casa, serva, prostituta); Fulton invece sottolinea il suo ruolo attivo nel disporre strategicamente di se stessa in faccia alle circostanze contingenti.
Non so fino a che punto abbia senso cercare di definire il personaggio di Poknyŏ come subalterno o proattivo (dopotutto, a quali donne era concesso di emanciparsi dai suoli sociali canonici? e d’altro canto, l’intrapendenza di Poknyŏ non è forse parte integrante della sua caduta?), e ho qualche dubbio che fosse questo l’intento dell’autore.
A me sembra che la questione centrale del racconto sia la trasformazione sociale e morale del personaggio. Il bilancio di questa trasformazione dipende dal valore attribuito dal lettore al cesto di patate: se si pone l’accento sui valori, Poknyŏ è vittima di una perversione dettata dalle circostanze; se invece si assegna il primato alla sopravvivenza, quella di Poknyŏ è una emancipazione da norme oppressive.

Vale peraltro la pena di ricordare che Kim Tong-in, riprendendo il tema della donna caduta, rivisita un grande classico del Naturalismo francese (vedi il già citato Germinie Lacerteux dei fratelli Goncourt, o Gervaise ne L’Assommoir di Zola).

Porta dei Sette Astri (Ch’ilsŏngmun) di P’yŏngyang [fonte]

Geografie dell’esclusione
Prima di concludere il post, volevo prendere nota di due cose segnalate da Fulton; ad una non avevo fatto caso, mentre l’altra non mi era sfuggita.
La prima riguarda la geografia del racconto. Non è casuale il fatto che che Poknyŏ e suo marito risiedano fuori dalle mura di P’yŏngyang. Kim lo sottolinea sin dall’incipit:

«Rissa, adulterio, omicidio, furto, detenzione… i bassifondi fuori della Porta dei Sette Astri erano un terreno da cui nascevano ogni tragedia e violenza di questo mondo. Prima di andare ad abitare lì, Poknyŏ e suo marito erano stati contadini.» (p. 8/9)

L’esclusione geografica di Poknyŏ e suo marito dalla città potrebbe alludere alla loro esclusione dalla società civile. Ci si può poi dividere se questa esclusione abbia una valenza negativa (ostracismo dalle relazioni comunitarie “normali”) o positiva (liberazione da strutture sociali rigide, simboleggiate dalle mura). Secondo me Kim Tong-in avrebbe propeso per una lettura negativa.
La seconda riguarda la geografia sociale del racconto: l’amante fisso di Poknyŏ, Wang, infatti è cinese, ed a giudicare dalle somme pagate a Poknyŏ in cambio dei suoi favori, è anche benestante – o lo è al confronto degli abitanti del quartiere della Porta dei Sette Astri. Sarebbe interessante saperne di più sugli “stranieri dell’Impero” residenti nella Corea coloniale, sui loro rapporti con coreani e giapponesi, e sulle loro sorti dopo il 1945.

Sono davvero contenta di questa lettura. Finché mi trovo qui cercherò di approfittare della biblioteca universitaria perciò chissà, in una forma o in un’altra la letteratura coreana troverà di nuovo spazio qui su Asaki. ^_^

Autore: KIM Tong-in (hangŭl: 김동인; hanja: 金東仁)
Editore: Asia Publishers   Anno: 2015 (Edizione originale: 1925)   68 pagg.
Collana: Bi-lingual Edition Modern Korean Literature #086
Titolo originale: Gamja (hangŭl: 감자)
Traduzione del titolo: Patate
Traduttore: Kevin O’Rourke
ISBN: 979-11-5662-060-0

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potatoes-%ea%b0%90%ec%9e%90Questo libretto mi è capitato in mano mentre gironzolavo fra gli scaffali della biblioteca universitaria in cerca di tutt’altro. È stata una casualità entusiasmante, perché questo racconto, con la sua fama di essere una delle opere fondative della letteratura coreana moderna, è stato fra i miei desiderata per un sacco di tempo.

La giovane Poknyŏ vive insieme al marito, un nullafacente molto più anziano di lei, in un quartiere malfamato sorto fuori dalle mura di Pyŏngyang. Patate è il racconto della caduta di Poknyŏ, un graduale degrado morale innescato dalla miseria e dall’incapacità della ragazza di mantenersi ligia agli imperativi etici ai quali era stata educata anche al mutare delle circostanze.
Poknyŏ infatti proviene da una famiglia di studiosi confuciani caduti in disgrazia e ridottisi a tirare avanti come contadini. L’infelice matrimonio combinatole dalla famiglia ad un uomo cronicamente incapace di tenersi un lavoro è lo scivolo che conduce entrambi ad una condizione di sempre maggiore indigenza. Finiti sul lastrico come contadini, cercano prima di lavorare a servizio, e sono infine costretti a trasferirsi fuori dalle mura di Pyŏngyang.
Poknyŏ alterna l’accattonaggio e qualche lavoretto saltuario, quindi finisce per prostituirsi on gli altri mendicanti del quartiere; infine ricorre al furto, e quando viene colta sul fatto a rubare un cesto di patate, il proprietario dell’orto, un cinese di nome Wang, ne fa la propria mantenuta con il beneplacito del marito.

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Émile Zola a P’yŏngyang
Il motivo per cui Patate occupa un posto non di secondo piano nella storia della letteratura coreana moderna è che si tratta della prima opera letteraria del Naturalismo coreano.
Il Naturalismo è un movimento nato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento sull’onda dei progressi della scienza e della sua promessa positivistica di riuscire un giorno ad afferrare e spiegare la realtà nella sua interezza. Ciò che i naturalisti si proponevano di fare era di introdurre il metodo scientifico in letteratura: quindi di raccontare storie aderenti alla realtà, utilizzando un metodo di scrittura che mirava all’analisi minuta delle vicende e riduceva ai minimi termini gli interventi del narratore. Il risultato sono stati romanzi corposi, terribili, e bellissimi (ricordo ancora la lettura di Gérminale di Zola come un graffio di indicibile splendore – seguito dalla decisione di non leggere più di un Zola all’anno).
Ora, questa idea – e le opere nate sulla sua scorta – ebbe tanto successo che fece presa anche fuori dalla Francia. Normalmente alle superiori si accenna alla sua diramazione italiana – il Verismo – e lì ci si ferma. Ma ci si perde il bello! Le opere dei naturalisti (soprattutto di Zola) infatti arrivarono fino in Giappone, prima in traduzione inglese ed in un secondo momento nell’originale francese; qui, nei primissimi anni del Novecento, furono ripubblicate in traduzioni giapponesi variamente infedeli (per renderle più accessibili al grande pubblico a personaggi furono dati nomi giapponesi e così via). Fu proprio una di queste traduzioni di Zola a finire in mano a Kim Tong-in mentre era in Giappone a fare l’università, a folgorarlo, e a spingerlo a cimentarsi lui stesso nella scrittura di un racconto naturalista: si tratta di proprio di Patate, che nel 1925 introdusse il naturalismo anche in Corea.
Fra la pubblicazione di Germinie Lacerteux (1865) e di Patate (1925) trascorsero sessant’anni: tanto il tempo impiegato da un’idea per coprire la distanza fra Parigi e P’yŏngyang. Sessant’anni sono un sacco di tempo. Mi piace pensare a questa idea che si mette in cammino, che cambia abiti e parlata dopo aver incontrato gente diversa ed averne accettato l’ospitalità, e ogni volta si rimette in viaggio. Un giorno lo studente Tong-in la incontra sulla bancarella di una libreria di Tōkyō, le offre ospitalità, la invita anche ad accompagnarlo a casa.
Si tratta di un pensiero che funge da contravveleno all’ansia da velocità da cui siamo afflitti: un’idea sufficientemente potente arriverà ovunque ci siano orecchie disposte ad ascoltarla, e questo indipendentemente da tempo e distanze.

[continua]

La regola del quadro /2

La trasformazione del mercato dell’arte
L’apertura di un mercato “borghese” dell’arte, ovvero al di fuori della pittura ufficiale e del mercato aristocratico, è uno dei grandi temi del romanzo. Lee tratteggia la commercializzazione dell’arte in termini negativi. La potenza del mercato è personificata dal mercante Kim Chonyŏn, affetto dalla smania di comprare il talento altrui e metterlo al proprio servizio. Persino la gara “stesso soggetto, dipinti diversi” si ripete in contesto mercantile; ma se la commissione reale spingeva gli artisti a dare il meglio di sé e preludeva all’apprezzamento estetico da parte di un appassionato competente, le gare indette dai privati ne sono solo una versione commercializzata e svilita: la sfida fra i pittori diventa l’occasione per scommesse e investimenti da parte di arricchiti che trattano i dipinti più come vacche al mercato che come espressioni artistiche.
Lee presenta questo ampliamento del bacino di ricettori delle opere d’arte come un involgarimento, ed un rischio per gli stessi artisti di perdere di vista la ricerca dell’assoluto attratti dalle sirene di una gratificazione materiale meno remota. In realtà il rapporto fra mercato ed arte è sfaccettato ed ambiguo, perché se è vero che i nuovi ricchi non hanno sviluppato lo stesso discernimento e la stessa per l’arte coltivata presso l’aristocrazia, dopotutto proprio questa diversità di gusto consente agli artisti di esplorare nuove forme espressive, emancipandosi dai canoni accademici in voga presso la nobiltà.

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Kim Hongdo, Lotta (씨름)

Pittrice di donne
Una delle invenzioni del romanzo (non spoilero granché, si tratta di un elemento ampiamente strombazzato) è che Sin Yunbok sarebbe stata in realtà una donna – ipotesi formulata forse per spiegare l’attenzione alle donne come soggetti pittorici. Si tratta di una invenzione che non trova alcun riscontro storico (della vita del vero Sin Yunbok non si sa pressoché nulla), ma è una trovata intrigante, con buona pace del vero storico.
Uno dei motivi per cui amo le storie di crossdressing è che consentono di riscaldare la tensione emotiva fra i personaggi come poche altre, perché contengono intrinsecamente un divieto. Quindi il bello di queste storie consiste nella cottura a fuoco lento dei personaggi, in particolare di quello ignaro, che può svilupparsi in direzione dell’angst (alla Sungkyunkwan Scandal) o della commedia (alla Hanazakari no kimitachi e).
Purtroppo ne La regola del quadro la linea narrativa del crossdressing è sprecata, o perlomeno non sviluppata appieno: diversamente dalla tensione artistica fra Hongdo e Yunbok, raccontata con puntualità nel suo crescendo – ogni nuova opera rivela all’uno i progressi dell’altro in materia di composizione, di colore, di uso del pennello, stimolandoli a superarsi a vicenda -, la tensione emotiva e fisica è quasi inesistente. Secondo me ci sono principalmente due problemi. Per cominciare, benché Hongdo si premuri di dichiarare, sin dal prologo in prima persona, che fra i due c’era “ardente passione”, nel racconto questo bruciante desiderio carnale non va oltre qualche esclamazione vaga del tipo “Ah, non riesco a dimenticare quel volto!” – e la vaghezza è la morte del coinvolgimento del lettore; inoltre non solo nella storia c’è poco, ma quel poco non è organizzato in maniera efficace in una progressione geometrica di crescendo e scioglimento. Inoltre la scena di scioglimento mi ha perplessa.

«Quando c’incontrammo per la prima volta, quella persona era mio allievo, e io il suo maestro. Ma fui io a imparare da quel volto, e quel volto diventò mio maestro. Eravamo talmente amici da condividere i più profondi recessi dell’anima; diventammo rivali acerrimi, e saremmo morti piuttosto che lasciar vincere l’altro. Fummo amanti travolti dall’ardente passione del desiderio carnale…» (p. 4)
«Yunbok era come un foglio bianco immacolato che aspettava l’inchiostro, e Hongdo era il pennello imbevuto.» (p. 333)

Anzi, mi ha fatta sorridere. Lee evita in realtà una scena di passione intesa come consumazione, preferendo invece declinarla come attesa e imaginazione, il che va benissimo, anzi, può essere anche più efficace. Il fatto è che si serve dell’ennesima metafora pittorica, perdipiù una metafora non poco ambigua dal momento che, se facesse riferimento ad uno stato psicologico, sarebbe fuori bersaglio perché a quel punto del romanzo Yunbok e Hongdo hanno un rapporto sostanzialmente paritario (mandando a pallino il contrasto passività/attività), mentre come metafora sessuale sarebbe sorprendentemente esplicita, anche considerando l’evasività e la vaghezza dell’autore nel delineare il rapporto emotivo e fisico fra i due nel resto del libro.

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Kim Hongdo, Ragazzo danzante (무동)

Scrittura visiva
La scrittura di Lee è molto visuale. Sembra quasi raccontare un film che si svolge davanti ai suoi occhi. Al punto che le transizioni fra sequenze sono talvolta brusche, e lasciano disorientati, forse perché, essendo prive degli indicatori visivi, sono meno immediatamente interpretabili dal lettore-spettatore. Questa spiccata visualità rende la sua scrittura scorrevole, ma anche poco spessa, poco sostanziosa.
Due nei che ho notato sono l’uso disinvolto dei superlativi (tutto quello che riguarda Yunbok è geniale e straordinario, ma a furia di ripeterli, i superlativi finiscono per svalutarsi ed appiattire l’intera caratterizzazione) e l’infodumping, specialmente quando Lee descrive i metodi di preparazione del colore (molte delle informazioni in proposito sarebbero state bene in nota o in appendice).

Angolino polemico
Indulgendo alla frivolezza, ci sono alcune cose dell’edizione che mi hanno fatta arricciare il naso. Per prima cosa, la copertina. La trovo bruttina, inspiegabilmente sui toni del viola e con le silhouette di un uomo e una donna che forse alluderebbero ad una coppia di personaggi (logicamente dovrebbero essere Hongdo e Yunbok, ma quest’ultimo non compare mai in vesti femminili… quindi forse Yunbok e Chŏng Hyang? Mistero). Non capisco questa scelta, considerando che ci sarebbe l’opera omnia non di uno, ma di ben due pittori da cui attingere. Inoltre mi è dispiaciuta l’assenza tanto di una pre/postfazione con qualche cenno sulla pittura del tempo, quando di un apparato iconografico. L’edizione così finisce per essere cara (quasi venti euro) senza essere ricca.
Non ho capito bene nemmeno il titolo: che senso ha? L’originale sarebbe “Il pittore del vento”, che mi sembrava non avesse niente che non andasse. Ma mettiamo che l’editore abbia voluto invece sottolineare la trasgressività di Hongdo e Yunbok per il loro tempo: allora sarebbe più calzante “le regole”, plurale, visto che “la regola” fa tanto monastico, oppure volendo usare ad ogni costo il singolare, “il canone”. E poi perché il quadro? Il quadro è un formato che associamo prevalentemente al dipinto su tela, ma in Corea non c’erano mica le tele, c’erano dipinti su fogli di carta destinati ad essere applicati a rotoli da appendere o a paraventi. Non so, non capisco questa scelta.

Ci sarebbe molto altro di cui discutere – delle riflessioni di Hongdo sul rapporto fra l’artista e la sua società, ad esempio. Il libro non manca di spunti. Nel complesso è stato una lettura piacevole, benché a tratti poco chiara. Ho apprezzato soprattutto le parti dedicate all’illustrazione dei dipinti, alle gare di pittura ed alla crescita artistica di Kim Hongdo e Sin Yunbok.
Mi sono divertita ad andare a cercare immagini e informazioni sui dipinti dei due protagonisti (quelli di Kim Hongdo sono conservati al National Museum of Korea, quelli di Sin Yunbok presso la Kansong Art and Culture Foundation, entrambi a Seoul). Purtroppo sono stati esposti lo scorso anno, non sapendolo me li sono persi, e per via del sistema di rotazione delle esposizioni museali difficilmente saranno esposti nuovamente al pubblico prima della mia partenza. Quanto mi brucia!rabbit-1-smiley-058

Autore: LEE Jung-myung (YI Chŏng-myŏng; hangeul: 이정명)
Editore: Frassinelli/Sperling & Kupfer   Anno: 2016 (Edizione orginale: 2007)   456 pagg.
Titolo originale: Param ŭi hwawŏn (바람의 화원)
Traduzione del titolo: Il pittore del vento
Traduttrici: Vincenza D’Urso e Benedetta Merlini
ISBN: 978-88-200-5323-9