La strada di Swann

madeleine-1bSanto cielo che imbarazzo. Allora è così che ci si sente quando ci si trova di fronte a qualcosa di una bellezza e di una complessità tale da superare ogni nostra capacità di misurarle o anche solo di capacitarcene, e ancora estasiati e schiacciati dalla riverenza, si cerca di infilare qualche pensiero – di scrivere un post! XD – coscienti che non c’è modo di evitare di dire qualche colossale stupidaggine. Chiedo venia in anticipo. Ma siate indulgenti: sragiono per troppa bellezza.
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La strada di Swann è il primo dei sette romanzi che compongono Alla ricerca del tempo perduto, il colossale opus magnum di Marcel Proust. A sua volta si compone di tre parti ben distinte, tre romanzi quasi autonomi, uniti però dal filo comune della voce narrante (Marcel) e dal corso e ricorso dei medesimi personaggi: i genitori di Marcel, la sua famiglia di nonni e zie varie, la servitù di casa, e poi il signor Swann, Odette Crécy, e la varia società paesana e parigina frequentata dagli uni e dagli altri.
Di solito riservo la prima parte del post alla trama e la seconda alle mie impressioni, ma in questo caso sarebbe poco utile, è difficile parlare di “trama”. Non che non ci sia; solo che è esile e sommersa da tante altre cose assai più interessanti. Posso comunque fare un breve riassunto (e non so se riuscirei a farne uno meno breve): in Combray Marcel ricorda il paese di Combray, dove bambino trascorreva le estati nella casa delle zie; Un amore di Swann è il secondo romanzo-nel-romanzo, ed il titolo dice tutto; infine in Nomi di paesi: il paese (appena una sessantina di pagine) Marcel rievoca le passeggiate al Bois de Boulogne per giocare con Gilberte, la figlia di Swann. Tutto qui? Tutto qui.
Come fa notare qualsiasi manuale di scrittura, l’azione è rallentata dalle descrizioni; da ciò discenderebbe che, per tenere desta l’attenzione del lettore, sarebbe opportuno dosare attentamente i momenti morti descrittivi. Non è quello che fa Proust: dedica a qualsiasi oggetto, comportamento, accento, sensazione o profumo entri nelle sue pagine tutta la sua attenzione: lo cattura, lo osserva attentamente, separa le parti che lo compongono, osserva attentamente anche loro.
Nella sua lezione dedicata a Proust, Baricco paragona la sua scrittura ad un bisturi che seziona in parti sempre più minute; però ho qualche riserva: un bisturi che taglia implica comunque una certa dose di violenza nell’azione che svolge, ed a me invece Proust ha dato l’impressione di una estrema naturalezza: come se la scomposizione della realtà in atomi nelle sue mani fosse un processo naturale. Mi ha ricordato una storia narrata nello Chuang-zi nella quale un macellaio spiega di non consumare la lama del suo coltello perché nella macellazione trova intercapedini e zone di vuoto, soluzioni di continuità fra una parte e l’altra dell’animale, facendo leva sulle quali disarticola senza difficoltà il corpo senza bisogno di affondare la lama nella carne. Tra l’altro questa pratica comporta un esercizio di concentrazione quasi ascetico, ed anche questo concorda con l’impressione lasciatami dalla prosa di Proust.
Così facendo ovviamente l’azione rallenta al punto di cessare quasi completamente. Non è semplice da spiegare a qualcuno che ti chiede com’è il libro che stai leggendo.«Sembra interessante! Cosa succede?» «Grossomodo niente.» «…» «^^’»
Potrebbe sembrare un libro pesante, un tomo di digestione difficile leggendo il quale ci si annoia parecchio. Be’, non è affatto così: se da un lato l’acume di Proust svela l’incanto di cui sono portatori gli odori, le impressioni fugaci, le passioni, i ricordi dei luoghi, dall’altro la sua prosa possiede una bellezza tersa, priva di impurità; è intrigante, affascinante, divertente, e si ride un sacco. (Almeno, io ho riso un sacco: ma ho avuto modo di notare più volte di avere un senso dell’umorismo piuttosto singolare; i momenti in cui, dopo essere scoppiata a ridere, ho sentito su di me le occhiate stupite, perplesse e riprovanti degli astanti non si contanto). Certo però che cogliere il vissuto del reale fin nei suoi atomi, fermarlo su carta sotto forma di una prosa allo stesso tempo bellissima e  divertente non è da tutti: bisogna padronneggiare interamente la lingua come lui. (Ci sono autori che ne sono capaci: ma si contano sulle dita).

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Non mi sento in grado di dire altro circa la meravigliosa scrittura di quest’autore, perciò passo la parola a lui.

Da Combray

«Ogni volta che vedeva negli altri un bene, per quanto piccolo, che lei non aveva, persuadeva se stessa che non era un bene, ma un male, e li compiangeva per non doverli invidiare.» (pp. 27-8)

Qui Marcel parla della prozia (madre della zia Léonie e sorella del nonno) e sono rimasta folgorata perché con poche parole ha fatto un ritratto che ho riconosciuto subito: la mia prozia milanese! Rimase negli annali di famiglia per una disputa con la cognata brianzola sulle dimensioni della vasca da bagno: sosteneva piccata che quella della casa popolare in cui viveva, così piccola che non vi si potevano distendere le gambe, fosse più benefica per le reni. Credo che abbia desiderato immergersi nella grande vasca della casa di campagna della cognata per tutta la vita.

«Erano di quelle stanze di provincia che (…) ci incantano coi mille odori che sprigionano le virtù, la prudenza, le abitudini, tutta una vita segreta, invisibile, sovrabbondante e morale che l’atmosfera vi tiene sospesa; odori natuali ancora, certo, e color del tempo, come quelli della campagna vicina, ma già casalinghi, umani e stantii, squisita industriosa limpida conserva di tutte le frutta dell’annata che han lasciato gli alberi per la dispensa; stagionali, ma mobiliari e domestici, mitiganti l’asprezza della brina con la soavità del pane caldo; oziosi e puntuali come un orologio di paese, svagati e precisi, incuranti e previdenti, lindi, mattutini, devoti, giocondi d’una pace che dà soltanto una più forte agitazione e d’una prosaicità che serve da vasto serbatoio di poesia a chi vi passa senz’avervi vissuto.» (p. 56)

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«Quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.» (p. 54)

Il passo più noto e citato di Proust è quello della madeleine: il sapore della brioche immersa nell’infuso di tiglio gli riporta alla memoria tutta Combray. Mi è capitato un paio di volte nella vita, sinora, che un sapore scivolato nel dimenticatoio tornasse presente e mi investisse con una slavina di ricordi, molto vividi ed intensi, passando attraverso il palato.

Il campanile di Saint-Hilaire:

«si stava così bene e c’era tanta quiete che, quando l’ora suonava, pareva non spezzasse la calma del giorno, ma lo liberasse di quel che conteneva, e pareva che il campanile, con l’esattezza indolente ed attenta di chi non ha altro da fare, avesse premuto ad un dato momento – per trarne e lasciar cadere le poche gocce d’oro che il calore vi aveva lentamente e naturalmente accumulato – la pienezza del silenzio.» (p. 182)

Da Un amore di Swann

«Nel frattempo, colmandola di doni, rendendole dei servigi, egli si poteva riposare su vantaggi esteriori alla sua persona, alla sua intelligenza, della spossante cura di piacerle per se stesso.» (p. 291)

«E la signora Cottard trasse dal manicotto per tenderla a Swann la sua mano inguantata di bianco, donde sfuggi insieme con un biglietto di corrispondenza, una visione di vita elegante che riempì l’omnibus, commista all’odor di tintoria.» (p.407)

Sulla nostalgia delle cose passate che depreca quelle contemporanee:

«Ma, quando scompare una fede, le sopravvive, – e sempre più violento per mascherare l’assenza della forza da noi perduta di dare realtà alle cose nuove, – un affetto feticista per quelle antiche che essa aveva animato, come se il divino risiedesse in loro, non in noi, e come se la nostra incredulità attuale avesse una causa contingente: la morte degli Dèi.» (p. 462)

«I luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggiore facilità. Essi sono solamente uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita d’allora; il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto d’un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni.» (p. 464)

Ed ora posso finalmente dedicarmi con voluttuso abbandono alla lettura del secondo romanzo della Recherche: All’ombra delle fanciulle in fiore.

Autore: Marcel PROUST
Editore: Gruppo editoriale L’Espresso Anno: 2009 (Edizione originale: 1913) 474 pagg.
Titolo originale: Du côté de chez Swann
Traduttrice: Natalia Ginzburg
ISBN (dell’edizione Einaudi corrispondente): 978-88-0611803-7

Autunno

Autunno - www.anobii.comQuest'anno mi sono preoccupata per tempo della lettura autunnale, ma ho procrastinato parecchio il relativo post. Ho avuto un po' di sfortuna e qualche vicissitudine, ma la colpa è soprattutto mia, ahimé.
Nel corso delle ricercuzze per la sfida delle stagioni, ho scoperto che le stagioni godono di popolarità editoriali molto diverse. I libri estivi e primaverili sono in testa alla hit parade, quelli invernali non se la cavano male, grazie alle tematiche natalizie, mentre le storie autunnali languono senza speranza in fondo alla classifica.
Chissà perché.  L'autunno, con il suo tripudio di colori soffuso di malinconia, è decisamente la mia stagione preferita. Mi piace camminare per le vie del centro scaldandomi le mani con un cartoccio di caldarroste, e mi piacciono i piatti che richiedono l'accensione del forno; mi piace l'odore della legna che brucia nel camino e rifugiarmi sotto il piumone. Da piccola mi piaceva riprendere la scuola (ora sono meno entusiasta di riprendere università e lavoro). Insomma, ai miei occhi l'autunno possiede un fascino indiscutibile.

E' una malinconia diversa, allusiva al sonno che prelude alla morte, quella scelta da Delerm per rappresentare l'ideale estetico di Dante Gabriel Rossetti. Sebbene Autunno ambisca a raccontare le vicende del movimento preraffaellita nel suo complesso, con un'attenzione particolare alla trasformazione dell'effervescenza giovanile in riconoscimento consolidato, istituzionalizzato, i protagonisti assoluti rimangono Rossetti e la sua modella e musa: Elizabeth Siddal. Gli altri personaggi, da John Everett Millais a John Ruskin, rimangono dei comprimari ai limiti del macchiettismo, nonostante lo sforzo di Delerm si staccare pagine di lirismo anche per loro. Si segnala per inutilità e superficialità la comparsata allocchita del reverendo Charles Dogson, piuttosto imperdonabile per Delerm.
Curiosamente il personaggio più intrigante è proprio quello di Elizabeth Siddal, modista diciottenne diventata modella quasi per caso; affascinata dal mondo dell'arte e dalla propria immagine dipinta con le sembianze di santa, eroina, ideale intangibile e sfuggente, rimane imprigionata nel gioco dell'immaginazione di Rossetti al quale si era coscientemente prestata. Decide di incarnare quegli ideali crepuscolari che ispirano il suo artista e di vivere per sempre attraverso le sue tele, rinunciando in cambio ad ogni possibilità di essere amata per se stessa. Dante Gabriel Rossetti invece rimane enigmatico dal principio alla fine: forse dovrebbe incarnare un prototipo di artista maudit, ma non si capisce per quale ragione debba esserlo. Di lui si dice che beve, gira per bettole ed abusa di sostanze, ma non si accenna ai motivi di tanto turbamento. Il personaggio è interessante, anche coerente, ma manca interamente di movente. O forse è proprio questa assenza di motivazioni per vivere a costituire la ragione del suo malessere?

Non saprei, il libro mi ha lasciata perplessa. Delerm prende un periodo e dei personaggi di per sé interessanti, li impacchetta ben bene nella bambagia infiocchettata del suo stile di scrittura decisamente votato al lirismo, ma sin troppo spesso gli interventi di questo o quel personaggio sembrano artati per giustificare una nuova giravolta di metafore, orpelli, trine e bellurie stilistiche.

"Autunno il talento, l'amore, la solitudine, l'amicizia, e l'acre nostalgia per tutti gli impossibili. Autunno la sera che scende, che avvicina l'ombra e la luce. Autunno il passato, l'odore dolceamaro delle foglie cadute. Due uomini in Hyde Park. Gli alberi hanno il loro colore. La nebbia li confonde." (p. 241)

Autore: Philippe DELERM
Editore: Frassinelli   Anno: 2002 (Edizione originale: 1990)  243 pagg.
Titolo originale: Autumn
Traduttrice: Alessandra Emma Giagheddu
ISBN: 978-88-7684-702-8

Justine o le disgrazie della virtù

Justine - www.liberonweb.itNon avevo mai letto Sade, ma ultimamente ne abbiamo parlato spesso ad un corso in uni, così mi sono incuriosita ed eccomi qua.

Rimaste improvvisamente improvvisamente orfane e povere a 15 e 12 anni rispettivamente, le sorelle Juliette e Justine vengono cacciate dal convento dove stavano ricevendo un’educazione nobiliare, e sole al mondo devono provvedere al proprio sostentamento. Diverse per indole e temperamento, Justine e Juliette compiono due scelte opposte: la prima seguirà la strada della virtù, la seconda quella del vizio.
Juliette si avvia con successo al mestiere di prostituta scalando abile e scaltra la scala sociale; a Justine invece capitano una serie di disgrazie che è lei stessa a raccontare a parecchi anni di distanza, prima di essere accompagnata al patibolo come ladra ed assassina, confidandosi con una nobildonna che si scoprirà non essere altri che Juliette.

La cattiva stella di Justine, ovvero le sue povertà ed onestà, l’avevano ripetutamente messa sul cammino di personaggi con decisamente meno scrupoli di lei: costretta a fuggire da Parigi per sottrarsi ad un’accusa (naturalmente infondata), finisce prima nelle mani della banda di briganti della perfida Dubois, poi in quelle del giovane mercante Saint-Florent, del contino di Bressac che fa ricadere su di lei la colpa per l’assassinio della zia da lui stesso ordito, del sadico chirurgo Rodin, di una cricca di benedettini perversi, dell’emofilo signore di Germande, del criminale dai gusti ancora più macabri Roland, e poi di nuovo della Dubois, di Saint-Florent e del magistrato Cardoville. Si tratta di una lista per forza di cose incompleta, che non comprende i vari famigli e compari.
A tutti Justine cerca di fare del bene, ma la sua virtù viene ricambiata solo con violenze e sevizie. Justine non impara mai niente dall’esperienza ed il suo candore sfiora la stupidità: decisa a confidare nel buon cuore di chiunque, anche di quelli che hanno già in precedenza abusato di lei, cade e ricade ogni volta nella medesima situazione.
Lo stesso scenario si ripete di volta in volta con poche varianti: Justine cerca di distogliere i suoi aguzzini dai loro turpi propositi invocando la morale, la legge umana, il castigo divino; per contro, i libertini ribattono con argomenti altrettanto astratti, che sono sempre variazioni delle medesime idee di fondo (nelle parole della Dubois):
«"Io credo", riprese quella donna infida, "che se ci fosse un Dio, ci sarebbe meno male sulla terra; credo che, se questo male esiste, allora questo Dio vuole disordini del genere, e ne consegue che è un essere spietato, o è impotente a impedirli, e ne deriva che è un Dio debole e, in ogni caso, un essere odioso, un essere di cui devo sfidare la folgore e disprezzare le leggi. (…) L’ateismo non è forse meglio di queste due alternative?"» (pagg. 285-6)

All’inizio mi ci sono accostata con disagio, perché le descrizioni delle varie sevizie mi provocavano non poco fastidio, ma la loro reiterazione ha finito con il disinnescarle, svuotandole e facendo emergere gli apsetti più paradossali del romanzo.
Innanzitutto, Justine è un pamphlet filosofico travestito da romanzo pornografico. Le tenzoni dialettiche sono troppe e ricorrono nelle situazioni più improbabili, indistintamente sulla bocca di tutti i personaggi. Diciamo che il genere, oltre che raggiungere una platea di sicuro ben più vasta di quella dei soli filosofi, si attaglia ottimamente al tono delle tirate morali di Sade, che per altro si confronta (in maniera non troppo articolata) con il classico problema del male.
Ma non c’è solo questo. Justine si presenta come una campionessa della virtù, ma questa sua dote eccelsa mostra non poche smagliature: a volte pare quasi esaurirsi nei discorsi con i quali cerca di convertire i suoi aguzzini perché poi nei fatti, dopo qualche protesta iniziale, non si tira mica indietro. Anche il suo indugiare nel racconto su tanti dettagli scabrosi, a cui allude sempre in maniera palese ma senza essere esplicita fino in fondo, sono sospetti: senza dubbio lei si percepisce come vittima di tutta la sequela di rogne che le capitano fra capo e collo, ma in realtà la sua posizione è assai più ambigua, più compromessa.

Nel complesso una lettura interessante, nonostante l’insostenibile prosa settecentesca. Diciamo che è valsa l’imbarazzo di leggerla in metropolitana.

Autore: Donatien-Alphonse-Françoise DE SADE
Editore: Frassinelli   Anno: 1988 (Edizione originale: 1791)   390 pagg.
Titolo originale: Justine, ou Les malheurs de la vertù
Traduttrore: Marco Cavalli
ISBN: 978-88-7684-506-2

Al Paradiso delle signore

Al paradiso delle signore - www.liberonweb.itNon c’è niente da fare: quando si dice "romanzo" il mio pensiero corre sempre a qualcosa di questo genere. Si può ben dire che Al Paradiso delle Signore incarni il mio archetipo di romanzo, benché il romanzo, come genere, sia per sua natura proteiforme, infinitamente malleabile.
Il romanzone del’Ottocento continua ad irradiare un fascino a cui difficilmente so resistere.

Dionisia (Denise) è una ventenne esile ma determinata, appena arrivata dalla provincia con i due fratelli al seguito. Rimasti orfani, pensavano di chiedere aiuto allo zio Baudu, piccolo commerciante di stoffe parigino, il quale però dà loro una brutta notizia: da qualche tempo gli affari vanno a rilento e non ha lavoro da offrire. Così, sistemato il fratello Gianni (Jean) a bottega ed il piccolo presso un sorta di asilo, Dionisia entra a lavorare come commessa al Paradiso delle Signore, il grande magazzino dirimpetto le cui grandi vetrine illuminate in cui stoffe ed abiti trionfano in un tripudio di colori l’avevano riempita di meraviglia non appena arrivata a Parigi.
La vita della commessa, però, specie se si tratta dell’ultima arrivata, è tutt’altro che facile: il lavoro è tanto, faticoso, malpagato, e ad esso si aggiungono le vessazioni da parte delle colleghe con maggiore anzianità, che si distraggono maltrattando continuamente la provinciale povera, cercando di farla licenziare.
Queste lotte intestine vengono alimentate ad arte con percentuali sulla vendita e provvigioni dalla direzione, che sfrutta la rivalità tra colleghi per oliare il magnifico ingranaggio di vendita che è il grande magazzino. L’intuizione più folgorante del geniale creatore del Paradiso, Ottavio (Octave) Mouret, è però proprio l’idea di grande magazzino come smercio su larga scala di prodotti a basso prezzo e rapido ricambio stagionale; un’idea che funziona grazie all’accelerazione forzata dei mutameti della moda, indotti dal ricorso massiccio alla pubblicità.

«Avevano svegliato [nella donna] desideri nuovi, circuendola in una tentazione immensa dov’essa fatalmente soccombeva, cedendo dapprima alle compere necessarie, poi vinta dalla civetteria, poi divorata. Decuplicando la vendita, democratizzando il lusso, i magazzini diventavano un temibile incitamento alle spese, sconvolgevano i bilanci familiari, sollecitavano la follia sempre più costosa della moda.» (p. 116)

L’inaugurazione della nuova éra del consumo, interpretata con energia e dinamismo da Mouret, si lascia però dietro una lunga scia di vittime: i dettaglianti del quartiere, a partire dallo zio Baudu e dal vecchio ombrellaio burbero Bourras, fedeli alla loro idea ormai antica di piccolo commercio; ma anche le "Signore" a cui il Paradiso è dedicato: le compere si trasformano presto in una trappola dorata, un riempitivo delle loro giornate vuote di borghesi benestanti, che non riescono più a fare a meno della gratificazione momentanea del "levarsi qualche sfizio".
Il Paradiso delle Signore non si arresta, fagocita il quartiere ed i suoi abitanti, cambiando il volto di Parigi in piena trasformazione.

Era un po’ che non mi capitava in mano un romanzo così bello. Una volta iniziato ho dovuto leggerlo fino in fondo, portandomelo appresso dappertutto, manco fossi una prova vivente delle affermazioni di quella teoria che furoreggiava nell’Ottocento secondo la quale la lettura sarebbe dannosa per le donne.
Uno dei pregi che mi hanno fatta andare in un brodo di giuggiole è l’intreccio di molte storie in un’unica storia che ricrea un’intero clima, una temperie. Qua poi Zola non si è nemmeno preoccupato di nascondere le tracce, perciò si può decostruire la struttura individuando un po’ di strumenti del mestiere.
Ci sono quattro temi principali (la storia d’amore tormentata di Dionisia ed Ottavio, la vita all’interno del grande magazzino, l’impatto del Paradiso sulle donne della borghesia parigina, il tramonto del piccolo commercio) che si sviluppano grazie all’interazione delle vicende dei vari personaggi, coinvolti ognuno nella propria storia, nella storia della propria famiglia e del proprio strato sociale.
Per via della storia d’amore di Ottavio e Dionisia, ho letto spesso commenti che parlano di Al Paradiso delle Signore alla stregua di un romanzo rosa. In genere il commento è del tipo: "finalmente un lieto fine!". Ok, c’è un lieto fine con coronamento del sogno d’amore, ma il romanzo è ricco, complesso nonché costellato di tragedie (per citarne solo una, la rovina della famiglia di zio Baudu) in puro stile zoliano da istigazione al suicidio.

È l’undicesimo volume della saga dei Rougon-Macquart.
Al mio attivo ho anche:
7. L’Assommoir
9. Nana
13. Gérminal
Ma conto di leggerne altri, un po’ per volta, sperando che li traducano tutti, anche se ne dubito… Mi piacerebbe anche leggere il ciclo dei Quattro Vangeli, ma probabilmente in italiano non sono stati tradotti nemmeno quelli compiuti.
Non so a voi, ma a me questa sua idea, mutuata da Balzac, di raccontare programmaticamente dei pezzi di società francese attraverso dei romanzi collegati tra loro, fa impazzire. Chissà chi potrebbe, oggi, imbarcarsi in un’impresa del genere e lavorare ad un grande affresco della società italiana con uno sguardo al contempo profondamente analitico e narrativo?

Autore: Émile ZOLA
Editore: Rizzoli   Anno: 2000 (Edizione originale:1883)   480 pagg
Titolo originale: Au Bonheur des Dames
Traduttore: Alfredo Jeri
ISBN: 978-88-17-16713-0

Il paradiso degli orchi

Il paradiso degli orchi - www.liberonweb.itPer combattere la noia e perché volevo fare il pieno di libri, ieri mattina ho fatto un salto in biblioteca. Ci sono rimasta poco perché non volevo rimanere bloccata dalla pioggia, se fosse aumentata di intensità mentre mi attardavo.
Quando batteva sui vetri la pioviggine non colava, ma vi restava attaccata come goccioline, e quasi non faceva rumore; la sala semideserta era immelanconita dalle lampade giallastre. L’unica copia a scaffale de Il paradiso degli orchi, con le sue pagine molli e marroncine, la copertina slabbrata e la rilegatura tenuta insieme con il nastro adesivo, sembrava voler partecipare anche lei alla mesta atmosfera da pioggia della mattinata.

L’eroe nonché narratore è Benjamin Malaussène, professione Capro Espiatorio presso i Grandi Magazzini. Il suo lavoro consiste nell’assumersi ogni responsabilità in caso di reclamo minimizzando gli inconvenienti per la Direzione. È talmente bravo nel suo lavoro che non solo riesce puntualmente a far ritirare ogni minaccia di causa o richiesta di rimborso, ma finisce per incarnare il Capro Espiatorio perfetto anche quando un misterioso bombarolo inizia a prendere di mira i Grandi Magazzini…

Tornata a casa mi sono immersa nella lettura.
Avrei voluto definirlo un libro colorato. Nel raccontare dei Grandi Magazzini, del quartiere parigino di Belleville o della scombiccherata Famiglia Malaussène, dalle sue pagine si riversavano torrenti variopinti, che cambiavano forma e dimensione. Solo che Pennac quasi non fa cenno a colori nelle sue pagine. Suoni, luci, piatti, persone – ma colori no.
Altro che colorato, si tratta di un libro lisergico!

Perciò non posso affermare che mi sia piaciuto. Di certo non mi è spiaciuto. Tuttavia credo che distinguere tra ‘piacere’ e ‘non piacere’ abbia senso fino ad un certo punto, quando si parla di trip.
(Non appena mi sarò ripresa dai postumi, prenderò in mano La fata carabina)

Autore: Daniel PENNAC, pseudonimo di Daniel PENNACCHIONI
Editore: Feltrinelli   Anno: 1992 (Edizione originale: 1985)   204 pagg.
Titolo originale: Au bonheur des ogres
Traduttrice: Yasmina Melaouah
ISBN: 88-07-81210-X