I figli della mezzanotte

I figli della mezzanotte - www.anobii.comI figli della mezzanotte è un romanzone-fiume in cui sono in realtà conflati in successione vari romanzi più brevi (ne ho contati tre). Il romanzone è diviso in tre libri, ma i romanzi che ho individuato ne violano leggermente i confini.

Primo romanzo (La saga familiare degli Aziz)
La saga degli Aziz incomincia con la perdita della fede da parte di Aadam, futuro nonno del narratore e protagonista Saleem. Di ritorno da Heidelberg dove ha studiato medicina, si invaghisce di una giovane paziente che un padre bacchettone ma soprattutto furbacchione gli consente di vedere solamente a pezzi, attraverso un lenzuolo forato. Dopo il matrimonio la coppia si trasferisce dal Kashmir ad Agra, dove hanno tre figlie ed un figlio: la quieta Alia, Mumtaz nera come il carbone, la piccola Emerald bella ed intrigante, ed infine Hanif, che disonorerà i genitori con la scelta di perseguire la carriera di regista cinematografico. Al matrimonio di Emerald con un pezzo grosso dell'esercito del futuro Pakistan, scocca il colpo di fulmine fra Mumtaz ed Ahmed Sinai, fidanzato di Alia. Mumtaz, ribattezzata Amina per segnare una discontinuità col passato, segue lo sposo a Bombay dove si stabiliscono in un quartiere bene un tempo residenza di maggiorenti inglesi. Rimane incinta e decide di mettere al mondo il nascituro alla mezzanotte del 15 agosto 1947, in concomitanza con la nascita del nuovo Stato.

Secondo romanzo (I figli della mezzanotte – Infanzia di Saleem a Bombay)
Saleem Sinai viene al mondo insieme alla Federazione Indiana, a cui rimarrà sempre ambiguamente legato; in ultima analisi all'inettitudine del primo corrisponderà il fallimento dell'evoluzione in senso liberaldemocratico della seconda. Viene scambiato nella culla con un altro Bambino della Mezzanotte, Shiva, giusto per complicare ulteriormente l'identità del Nostro. Saleem è dotato di una protuberanza nasale di cucurbitacea possanza, perennemente intasata di moccio; ma è proprio la sovrabbondanza di muco nasale, che funge da conduttore, a provocargli la folgorazione elettrica grazie alla quale acquisisce la facoltà di leggere i pensieri altrui, ed in particolare di entrare in contatto telepatico con gli altri bambini nati intorno alla mezzanotte del 15 agosto 1947, nonché di metterli in contatto fra di loro. Così, mentre di giorno è il poco attraente e poco brillante rampollo bitorzoluto di una ricca famiglia di Bombay, di notte Saleem vive una seconda vita nella quale nutre la vaga aspirazione a fondare una sorta di parlamento dei Bambini della Mezzanotte. Il suo progetto però è animato da finalità incerte ed alla fin fine non interessa a nessuno.
Nel corso della sua infanzia Saleem perde (non in quest'ordine) un timpano, un dito e la chierica dei capelli alla sommità del cranio. E' un bambino singolarmente jellato.
In seguito ad una serie di incidenti innescati ad insaputa di tutti dalle facoltà paranormali di Saleem (che però in seguito alla scoperta del segreto dello scambio in culla ha deciso di autolimitarle), Amina Sinai decide di raggiungere le sorelle in Pakistan, lasciando il marito alcolizzato a Bombay.

Terzo romanzo (Adolescenza in Pakistan e ritorno in India)
Amina Sinai si riconcilia col marito bisognoso di assistenza in seguito ad un infarto, e se lo porta a Karachi, dove ormai tutta la famiglia è stabilmente installata. Il rinnovato idillio però ha come vittima Saleem, di cui i due piccioncini pensano di prendersi degnamente cura mandandolo ad una visita rinologica che lo depura dalle cateratte di moccio che lo avevano costipato nel corso dell'infanzia, ma che ha anche il non secondario effetto di privarlo dei suoi poteri di Bambino della Mezzanotte. Il sensibilissimo senso dell'olfatto appena scoperto conduce Saleem in un viaggio alla scoperta della più varia umanità nei bassifondi di Karachi, mentre la sorella, già pestifera Scimmia d'Ottone a Bombay, rivela un cinguettante talento canoro che la proietta nell'Empireo dei simboli nazionali pakistani e della purezza della fede.
Colpito alla testa e da amnesia da una sputacchiera cesellata che ha attraversato tutte le generazioni della famiglia Aziz, Saleem viene impiegato come segugio di un'unità cinofila nell'esercito pakistano: partecipa così alla truculenta spedizione contro i moti indipendentisti del Bangladesh (ancora Porvincia Orientale del Pakistan) attraverso l'India. Tuttavia nel corso della campagna conduce la propria unità all'interno della giungla Sundarbans, dove perdono completamente il senso del tempo e dell'orientamento, e dimenticano chi sono e cosa ci sono entrati a fare. Al termine del loro peregrinare nella vegetazione, ormai laceri ed ottenebrati, i soldati finiscono falcidiati dalla guerra mentre Saleem incontra Parvati-la-strega, una dei Bambini della Mezzanotte, che lo mette in salvo e lo porta a vivere nella baraccopoli dei fachiri, illusionisti ed incantatori di serpenti dove vive.
Saleem così si stabilisce nuovamente in India, ma ormai come lacero fenomeno da baraccone che indovina i segreti di turisti e pubblico pagante grazie al solo senso dell'olfatto. Quando Parvati-la-strega rimane incinta di Shiva e ne viene abbandonata, decide di sposarla per salvarla dal disonore; tuttavia non riesce a salvare né Parvati né se stesso dalla campagna di sterilizzazione orchestrata da Indira Gandhi a danno degli straccioni girovaghi (spacciata come misura igienica per la popolazione indiana nel complesso), ma soprattutto da quella condotta in gran segreto contro i Bambini della Mezzanotte, della cui esistenza la presidentessa indiana è venuta a conoscenza e che percepisce come una potenziale minaccia. Come dire che lo stato di emergenza e le misure poliziesche volute da Indira Gandhi rendono sterili per sempre le speranze di liberalismo e modernità nate insieme alla Federazione Indiana quella notte d'agosto; si chiude un cerchio.

La scrittura di Rushdie è esuberante, strabordante, ultracalcata, esagerata. Non si serve dell'accumulo per creare acmi di ilarità, come mi era capitato di incontrare altre voce; semplicemente fa del debordare continuo la normalità, fino a che l'assuefazione porta a perdere la percezione dei confini oltrepassati, ormai erosi dal ripetersi delle esondazioni.
Da qualche anno vado sempre più apprezzando la sottrazione, la pulizia, l'asciuttezza e la precisione nella scrittura, l'eleganza dei mezzi toni e delle ombre ben tratteggiate. Lo stile di Rusdhie va nella direzione opposta, perciò ho avuto bisogno di vari capitoli per superare il lieve sconcerto. Ho avuto l'impressione che nel secondo e nel terzo romanzo la cornucopia di metafore ed immagini sia passata al galoppo rispetto al trotto del primo romanzo, ma nel complesso si può dire che lo stile rimanga piuttosto costante.
Il problema semmai è che talvolta a tanta esuberanza stilistica non pare corrispondere altrettanta inventiva: di quando in quando le vicende si arenano un po' e Rushdie si serve dei fuochi artificiali dello stile per nascondere sotto il tappeto i tempi morti o la bidimensionalità di alcuni dei suoi personaggi. Vabbe', son debolezze che si perdonano, quando ci sono tante altre cose interessanti da tirar fuori da un libro.

Una delle cose esilaranti è che spesso, spessissimo ho sentito lettori commentare: non è per tutti, il suo stile è così diverso, fra le pagine si sente il profumo speziato dell'India.
Chissà perché invece, da ignorantissima in materia di cultura e letteratura indica qual sono, ho avuto una sfuggevole ma perdurante sensazione di déjavu. Ho avuto bisogno di un po' di tempo per mettere a fuoco quali fossero gli autori che l'ironia sottotraccia di Rushdie mi ricordavano irresistibilmente: Günther Grass e Rabelais. Rabelais mi è venuto in mente per via dello stile baroccheggiante al limite dello sbrodolo ma sempre, sempre intriso di allusiva ironia. Non escluderei nemmeno che Rushdie vi si sia ispirato direttamente.
I figli della mezzanotte mi è sembrato un tentativo di raccontare trent'anni di storia indiana vista attraverso le lenti dell'improbabile che finisce però di essere più vero del vero; una parabola al limite dell'assurdo in cui un sogno di pace e fraternità si infrange sugli scogli della miopia politica. Sotto questo punto di vista lo trovo un esperimento interessantissimo, che si può accostare a Il tamburo di latta di Grass o comunque alla tradizione del roman à clef, con un tocco di ironia rispetto alla materia ed all'attività del narrare.
Ho letto più spesso di accostamenti fra Rushdie e Garcìa Marquez, ma non penso si possa inserire il primo nel sottogenere del "realismo magico". Rushdie semplicemente non è realistico stricto sensu, caso mai fa critica politica e sociale attraverso il paradosso. La magia vera e propria è al più marginale, quando non del tutto assente.

Autore: Salman RUSHDIE
Editore: Mondadori   Anno: 2003 (Edizione originale: 1980)   664 pagg.
Titolo originale: Midnight's Children
Traduttore: Ettore Capriolo
ISBN: 978-88-04-58360-8

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