Chiamate la levatrice

Chiamate la levatriceHo avuto Chiamate la levatrice nel mirino dalla pubblicazione in Italia, senza che mi decidessi a leggerlo davvero. A decidere per me è stata la prefazione, in cui Jennifer Worth dichiara di aver voluto restituire alla figura della levatrice un po’ dello spazio che, nella sua giovinezza, essa aveva occupato nella società e nella vita di tutti gli inglesi, ma che non le era stato finora riconosciuto nella letteratura. Così facendo la Worth aveva voluto rispondere alle parole della collega Terri Coates (suoi articoli [qui]): «Forse da qualche parte ci sarà una levatrice che potrà fare per il suo mestiere quello che James Herriot ha fatto per la pratica veterinaria» (Prefazione, p. 9); parole che per la Worth sono risuonate come una chiamata a scrivere, mentre nel mio caso sono state una chiamata a leggere.

La giovane Jennifer Lee studia da infermiera, quindi si unisce alle levatrici del convento di Nonnatus, nel quartiere popolare dell’East End londinese. Le suore del Nonnatus affrontavano i pregiudizi e sopportavano i ritmi intensi del mestiere di levatrici sostenute dalla fede e dal desiderio di aiutare il prossimo; la vocazione di Jennifer invece era stata meno cristallina, poiché era stata spinta da una delusione amorosa.
La Worth racconta alcune delle sue esperienze come apprendista, e poi come levatrice a pieno titolo. Racconta una quotidianità, la sua, materialmente dignitosa ma modesta, scandita da doveri ed improntata al rigore, ma non priva di soddisfazioni.

Un libro, tre racconti (o quattro)
Chiamate la levatrice è un memoir, quindi racconta una serie di esperienze di vita dell’autrice. Le varie storie sono organizzate in capitoli, perlopiù indipendenti ed autoconclusivi; ma ci sono anche capitoli legati dalla presenza dei medesimi personaggi, o da un comune tema narrativo (i miei preferiti sono i tre capitoli “Discendenza mista”).
Un manuale di scrittura che mi era capitato in mano tempo addietro affermava che le migliori biografie erano quelle che, tramite il racconto delle vicende del protagonista, erano in grado di aprire uno scorcio sul suo tempo e sul suo mondo. Ciò che rende Chiamate la levatrice una lettura appassionante è proprio questa capacità di costruire grandi racconti corali. Jennifer Worth racconta alcune delle sue esperienze come levatrice nell’East End, dall’arrivo a Nonnatus House ad un momento di svolta esistenziale personale; sullo sfondo di questi racconti episodici dissemina dei fili narrativi, che vanno intrecciandosi nel corso della lettura in tre grandi racconti:
♦ L’East End londinese e i suoi abitanti negli anni ’50-’60;
♦ Le suore di Nonnatus;
♦ L’evoluzione dell’ostetricia nell’ambito della storia della medicina.
Sono tutti e tre racconti affascinanti, ed è un piacere vederli sviluppare a poco a poco nel corso della lettura. Al punto che a volte è proprio lei, Jennifer, a rimanere in un angolo, mentre gli accenni a ricordi e vicende risalenti alla sua vita prima del Nonnatus, che fanno di tanto in tanto capolino nel libro, paiono quasi fuori posto.

Nostalgia canaglia
La capacità di raccontare un’epoca di Chiamate la levatrice, che nel Regno Unito ha avuto un successo stratosferico ed è stato adattato in uno sceneggiato televisivo arrivato mi pare alla quinta stagione, è stata chiamata in causa anche da un articolo di Stuart Jeffries uscito sul Guardian lo scorso 25 luglio [qui]. L’articolo prende come spunto l’uscita di un nuovo adattamento cinematografico di Swallows and Amazons, un classico della narrativa per ragazzi degli anni ’30 (nonché uno dei cinquanta libri che hanno ispirato Miyasaki Hayao [qui]) e dalla sua retorica della nostalgia per un mondo più semplice, meno adulterato dalle diavolerie moderne, dal multiculturalismo e dal conflitto sociale. Jeffries smonta quel messaggio nostalgico, mostrando come si fondi su rappresentazioni della realtà convenientemente disossate di tutti gli elementi di conflitto e disagio sociale, e si tratti dunque, in ultima analisi, del desiderio per un mondo che non è mai esistito.
Chiamate la levatrice invece (insieme a Murder Most Unladylike di Robin Stevens – adattato in italiano come Omicidi per signorine :-S ) è citato dallo stesso Jeffries come esempio di narrazione di un’altra epoca senza l’ausilio di lenti rosa a smussare gli aspetti meno invitanti.

Ed è proprio così: Jennifer Worth non nasconde che nel quartiere dell’East End in cui lavorava le condizioni di vita e di lavoro potevano essere durissime; che le famiglie vivevano stipate in caseggiati popolari senza acqua e talvolta senza elettricità; che nel quartiere alle case si alternavano le rovine degli edifici colpiti dai bombardamenti, autentiche zone franche  nelle quali poteva succedere di tutto; che le donne erano segregate in casa dalle gravidanze ripetute e dalle incombenze domestiche; che c’erano zone nelle quali la gente aveva paura di andare; e che c’era un sottofondo di violenza nelle relazioni umane, solitamente in latenza, ma pronto a riemergere, specialmente contro i soggetti più fragili.
Ci sono delle pagine talmente difficili che ho dovuto interromperne la lettura a più riprese, ed io non mi considero una lettrice facile a impressionarsi.

Raccontare la violenza
Le pagine del libro sono pervase di violenza. Non la si vede, ma la si avverte. In genere è rarefatta, ma talvolta si addensa e cambia il respiro della lettura. Penso sia questo uno dei motivi per cui leggerne alcune parti è stato per me così difficile.
Un caso esemplare per me è stato l’arco narrativo di cinque capitoli in cui è raccontata la storia di Mary. Una sera Mary ferma Jennifer per strada perché l’ha vista ben vestita, e lei ha disperatamente bisogno dell’aiuto di una signorina per bene. Jennifer la accompagna a mangiare qualcosa, e resasi conto che Mary è incinta, se la porta alla Nonnatus House per prestarle assistenza. Pian piano Mary le racconta la sua storia: originaria di Dublino, era scappata dalla madre alcolizzata e dal patrigno violento imbarcandosi sulla prima nave diretta in Gran Bretagna ma, raggiunta Londra e finiti i pochi risparmi, era finita a prostituirsi nella parte più malfamata dell’East End.
Mi è capitato di interrompere i capitoli a metà, di riprenderli dopo giorni, di evitare di leggerli la sera. Il fatto è che la scrittura della Worth è terribile, senza essere mai esplicita; la sua marca stilistica semmai è l’omissione. Penso che questa assenza di episodi violenti dal racconto sia dovuto in parte al fatto che la Worth non vi assiste di persona, quindi non li può raccontare; ed in parte ad una forma di reticenza in linea con il linguaggio contenuto di tutto il libro.
Tuttavia l’assenza di episodi violenti espliciti fa sì che non sia possibile una catarsi. E siccome non si esaurisce in episodi di abuso fisico e carnale, la violenza diviene una presenza invisibile, condensata nell’impossibilità per gli individui di disporre di se stessi. Una radicale assenza di libertà che priva i soggetti più deboli anche della sicurezza della propria incolumità.

Un libro bello, anche se stilisticamente non sopraffino, al quale però l’accostamento della prefazione con James Herriot (che per me equivale alle guance arrossate dall’aria pungente dello Yorkshire, ad una gentile ironia british, ed a momenti felici della mia infanzia) non mi aveva preparata. Adesso almeno sono preparata ad accostarmi ai successivi volumi della trilogia dell’East End della Worth. Il secondo, Shadows of the Workhouse (Tra le vite di Londra) è uscito l’anno scorso.

Autrice: Jennifer WORTH
Editore: Sellerio   Anno: 2014 (Edizione originale: 2002)   504 pagg.
Titolo originale: Call the Midwife
Traduttrice: Carla De Caro
ISBN: 9788838931444

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Evelina /3

Educazione e moralità
Evelina è stato associato al genere letterario della Commedy of manners. In effetti si tratta di una messinscena di personaggi ricorrenti nel teatro e nella narrativa del tempo: il fop (Sir Lovel), il rake (Sir Willoughby), la dama attempata che vuole apparire più giovane (Madame Duval, protagonista di un memorabile ballo in cui prende il posto di Evelina). La Burney però si spinge oltre il teatrino di maschere: effettua una intenta riflessione sulla differenza fra rispetto formale dell’etichetta ed autentica nobiltà d’animo. Burney usa l’indefinitezza dello status di Evelina come cartina di tornasole per misurare la profondità della beneducazione delle persone con cui entra in contatto, ed in particolare dei vari pretendenti, cascamorti e seduttori che le gravitano intorno. Il caso par excellence è Willoughby, impeccabile nei modi ma intimamente laido, attratto dalle grazie di Evelina ma privo di rispetto per la sua persona. Lo si vede chiaramento, ad esempio, nel cambiamento del modo di Willoughby di rivolgersi a lei a seconda del contesto in cui la trova; se è pressante nella prima parte del romanzo, trovandola in compagnia di aristocratici, sconfina quasi nell’oscenità quando la trova in compagnia di borghesi o gente di più bassa estrazione. La stessa scortesia, ma senza pretese ipocrite di nobiltà, si può riscontrare presso i Branghton. Dal lato opposto dello spettro troviamo Evelina e Lord Orville, indifferenti alle origini dell’interlocutore nel rivolgersi ad esso con sollecitudine e garbo. Ciò è indice del fatto che nel loro caso le buone maniere non sono dettate da considerazioni di interesse, bensì da autentica nobiltà d’animo. Una disposizione d’animo coltivata tramite l’educazione impartita da Villars.

L’inglese, Londra e i consumiEvelina_Joshua Reynolds_Jane Harrington
Un’altra ragione per cui Evelina mi ha colpita è la sua capacità di catturare un momento di cambiamento. Prendiamo innanzitutto la lingua: il romanzo è disseminato di corsivi, a segnalare l’uso di parole singolari. Si tratta di neologismi (egotism, Londonize), di parole coniate da poco per indicare attività che prima non c’erano (shopping, seeing sights), e di parole che stanno cambiando od ampliando il loro spettro semantico (nice, enthusiast, mad – nell’accezione di ‘arrabbiato’).
La lingua usata dai personaggi è anche un chiaro indicatore della loro posizione sociale e del loro grado di educazione; l’uso di slang (chat, funny, goody, fuss, joke, smart nel senso di ‘intelligente’ piuttosto che di ‘ben vestito’) da parte dei Branghton, di Madame Duval e del capitano Mirvan tradisce l’inadeguatezza delle loro maniere. Molte delle parole che al tempo della Burney erano nuove o vagamente disdicevoli ormai sono pienamente entrate nell’uso quotidiano, e senza stigmi associati.
Ma non è solo la lingua: è l’intera società inglese che affiora dalle sue pagine ad essere in piena trasformazione. La gente del bel mondo sta sviluppando una cultura urbana dei consumi: va ai balli, va a passeggiare al parco, va a fare compere. Imitata dalla piccola borghesia benestante, che cerca di dilettarsi con gli stessi divertimenti, ma in tono un po’ minore. Si può considerare Evelina alla stregua di una guida dei divertimenti della Londra alla moda di fine Settecento: l’alta società va ad ascoltare l’opera italiana, passeggia per i St. James’ Park o i Kensington Gardens e frequenta i balli privati dati da altri aristocratici di livello simile al proprio; i piccolo borgesi come i Branghton, invece, solitamente guardano teatro di prosa, passeggiano per i Marylebone Gardens o i Vauxhall Gardens e frequentano i balli pubblici ad Hampstead.

Orgoglio e pregiudizio
Confronti fra i romanzi di Fanny Burney e quelli di zia Jane ne sono stati fatti a iosa. Jane Austen era una attenta lettrice della Burney, e certi elementi di fondo (il focus sulla ricerca dell’amore romantico nel mercato matrimoniale, il gusto per il ritratto dei personaggi, la vena ironica) ricorrono in entrambi.
Una prima lampante differenza è il diverso grado di competenza tecnica fra le due autrici. Fanny Burney si lascia prendere la mano dalla scrittura e si dilunga in scene che troncano il fiato del lettore, inserisce elementi che poi non hanno seguito, non usa appieno la coralità narrativa consentita dalla forma epistolare. Jane Austen al contrario è molto più sottile, ed è capace di gestire le trame di molti personaggi con grandissima economia. Se si leggono i romanzi del periodo precedente, l’abilità tecnica della Austen come scrittrice lascia davvero a bocca aperta.
Un’altra nota interessante è l’avanzamento del processo di borghesizzazione della società inglese fra i due romanzi: se in Evelina l’eroe maschile è un conte, in Orgoglio e pregiudizio si tratta di un gentiluomo sì straricco, ma privo di titoli nobiliari (Darcy non è nemmeno baronetto).

L’edizione di Evelina che ho letto, nella collana dei Penguin Classics, è stata curata da una certa Margaret Anne Doody. Proprio lei, quella di Aristotele detective! In realtà è una studiosa di letteratura che nel tempo libero scrive fiction.
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Nell’introduzione a Evelina fa delle osservazioni molto interessanti sul gioco di specchi fra due tipi di performance della condizione sociale presenti nel romanzo (la rappresentazione esplicita vista a teatro, e quella implicita delle interazioni fra i personaggi che costituisce il romanzo of manners stesso) e sulla perdita della spontanietà e del contatto con se stessi sotto la cappa delle maniere.

Ci sarebbe ancora molto da dire (che dire della sensiblerie di Evelina? E dell’atteggiamento di Fanny Burney verso aristocratici e borghesi?), ma non si finirebbe più, e prima o poi i post devono finire. Quindi chiudo qui. Forse.

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Evelina /2

Evelina è un romanzo ricchissimo di spunti. Davvero, ricchissimo. Basta iniziare a tirare e ne vengono fuori a bizzeffe, come i fazzoletti annodati dal cappello di un prestigiatore. In parte ciò è dovuto al fatto che sotto il profilo della forma romanzo, Evelina è ancora un po’ primitivo. Per dire, la Austen, che era una lettrice appassionata della Burney, stava già su un altro pianeta, letterariamente parlando.

Identità incertaEvelina_Joshua Reynolds_Sara Campbell
Evelina è la figlia naturale di un aristocratico, e questa condizione, benché accuratamente mantenuta segreta, le causa un mare di problemi. Il primo e principale è che non consente di definire la sua posizione sociale. Il riconoscimento ufficiale da parte del padre le consentirebbe di fare parte a pieno titolo dell’alta società, ma in assenza del riconoscimento paterno Evelina rimane in una sorta di limbo.
Da un lato, l’indefinitezza della posizione sociale di Evelina la espone a molte impertinenze, sia da parte degli aristocratici che non la riconoscono come “una dei loro”, sia da parte di coloro che, come i Branghton, osteggiano i suoi modi da signorina beneducata. Dal punto di vista dei rapporti con l’altro sesso, non avere una famiglia alle spalle la espone anche a molti pericoli, perché personaggi come Sir Willoughby non si sentono scoraggiati dal nutrire nei suoi confronti mire disoneste.
D’altra parte è vero anche che la sua situazione di liminalità fra alta società e piccola borghesia le consente di avere accesso a diversi strati della società del suo tempo, e di osservarne i costumi con uno sguardo candido e straniato.

Amore romantico e matrimonio
Una cosa che colpisce è il periodo della vita di Evelina coperto dal romanzo. Si tratta di un periodo ben preciso e delimitato, che va dall’ingresso nella società londinese alle nozze. I periodi precedenti (formazione) e successivo (matrimonio) sono completamente esclusi. Penso che il motivo sia abbastanza chiaro: sono privi di tensione narrativa.  L’età da matrimonio era il periodo nel quale una donna era esposta all’avventura, perché si affacciava fuori dalla famiglia d’origine ma non era ancora entrata in quella del marito.
Il matrimonio era l’evento centrale nella vita di una donna perché da esso dipendeva il suo sostentamento fino alla vecchiaia; era anche una diretta misura della posizione sociale delle famiglie degli sposi. La possibilità di “avventura” all’epoca di Evelina era data dal fatto che le ragazze partecipavano attivamente al mercato matrimoniale, ed il loro consenso era necessario per portare a termine l’unione. E a che tipo di unione aspira la nostra eroina? Evelina cerca un uomo che possa prendere il posto del suo tutore come guida morale; un uomo sostenuto da una salda etica, quindi, e capace di nutrire rispetto genuino di lei in quanto persona, di apprezzare le sue qualità personali (bellezza, moralità, cultura, buone maniere) e non dare importanza all’incertezza delle sue origini, ed all’esiguità della sua dote.

«There is no young creature, my Lord, who so greatly wants, or so earnestly wishes for, the advice and assistance of her friends, as I do; I am new to the world, and unused to acting for myself, – my intentions are never wilfully blameable, yet I err perpetually! – I have, hitherto, been blessed with the most affectionate of friends, and, indeed, the ablest of men, to guide and instruct me upn every occasion; – but he is too distant, now, to be applied to at the moment I want his aid; – and here, – there is not a human being whose counsel I can ask!» (p. 340)

Che una donna fosse in grado di fare valutazioni in autonomia ed agire per se stessa, naturalmente, era fuori discussione.

[continua]

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Evelina /1

EvelinaFino a qualche giorno fa non conoscevo né Evelina né Frances Burney. Proprio mai sentite nominare. Poi sono comparse in un documentario che parlava del romanzo romantico inglese come precursore del grande romanzo dell’Ottocento. La curiosità ha avuto la meglio (come sempre, del resto), e del resto una biblioteca ben fornita le ha fatto da sponda.

Evelina, la protagonista del romanzo, è una giovane di grande bellezza, beneducata e di buon cuore, ma di origini oscure. Si tratta infatti della figlia di un peronaggio dell’alta società, il quale però non ha ancora riconosciuto ufficialmente la paternità. Uno dei due grandi motori di Evelina quindi è la ricerca dell’identità della protagonista. La ragazza è divisa fra l’affetto paterno nei confronti del tutore che l’ha cresciuta ed educata, il Reverendo Villars; il dovere venato di disagio nei confronti della nonna materna, la straripante Madame Duval; ed il desiderio di riavvicinarsi al padre, Sir John Belmont, la cui assenza le ha lasciato un vuoto affettivo ed una grande incertezza sul suo posto nella società. Il secondo grande motore del romanzo è la ricerca dell’amore. Nel mondo di Fanny Burney, questo amore consiste nella combinazione di ammirazione, rispetto, ed un destino matrimoniale.
Le avventure di Evelina iniziano con il viaggio a Londra al seguito dei Mirvan, all’inizio della primavera; Londra è una città in piena espansione, che offre una serie di nuovi diletti all’alta società: oltre ai balli ci sono le passeggiate al parco, i fuochi artificiali, e lo shopping. La Londra di Evelina testimonia la nascita, solo per i più abbienti naturalmente, di una cultura dei consumi voluttuari. Il romanzo si sviluppa a partire dagli eventi sociali ai quali Evelina prende parte, e presso i quali ha occasione di incontrare una varietà di maschere e personaggi. Fra si essi Sir Lovel, un fop, ovvero un damerino impomatato, dai modi vistosamente cerimoniosi ma intimamente meschino; Sir Clement Willoughby, un libertino (rake) dai modi affabili ma dalle intenzioni men che onorevoli; Lord Orville, affascinante aristocratico di ottime maniere e saldi principii, con il quale però le cose iniziano col piede sbagliato; e scendendo nella scala sociale i Branghton, famiglia piccolo borghese “volgarmente” attaccata al soldo ed imparentata con Madame Duval; Mr Macatney, giovane e smunto poeta inquilino presso i Branghton, oggetto del loro disprezzo per via delle origini scozzesi; e Mr Smith, giovanotto vanesio ignaro della propria posizione sociale e dell’etichetta in voga nel bel mondo.
Il romanzo è diviso in tre parti, corrispondenti ai tre volumi in cui era diviso il romanzo: nella prima Evelina visita Londra al seguito dei Mirvan, ed entra in contatto con l’alta società; nella seconda visita nuovamente Londra come compagna di Madame Duval, e frequenta la piccola borghesia in ascesa; infine nella terza parte Evelina visita Brighton, cittadina termale meta di coloro che potevano permettersi la villeggiatura.

Si potrebbe considerare Evelina un romanzo di avventura (le avventure di una ignara fanciulla perbene nella giungla metropolitana), tuttavia la nostra eroina troverà il grande amore nel primo uomo con il quale abbia mai danzato: Lord Orville. Le cose fra i due iniziano con un malinteso, perché al loro primo incontro Evelina è talmente imbarazzata dalla propria inesperienza ed inferiorità sociale da non riuscire a spiccicare se non qualche monosillabo. Orville ne deduce di avere a che fare con una campagnola un po’ sciocca, lo dice ai suoi amici, ma viene sentito da Miss Mirvan che lo riporta ad Evelina. La quale ne deriva una enorme mortificazione e la convinzione che Orville non si interesserà mai a lei. Orvile impiegherà più di quattrocento pagine per cambiare idea su Evelina e (soprattutto) per convincerla di essere innamorato di lei e di volerla sposare.
Avviso spoiler: lieto fine su tutti i fronti.

[continua]

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Elizabeth and Essex

Elizabeth and EssexElizabeth and Essex è il secondo libro di Lytton Strachey che ho la fortuna ed il grande piacere di leggere. La scorsa estate mi ero concessa la sua biografia della regina Victoria, che avevo trovato incantevole nonostante lo scadimento nella prosaicità dopo la morte di Albert – ma era dovuto alla clausura della vita di Victoria più che ad un deterioramento della scrittura.

Anche Elizabeth and Essex è una biografia, ma non ripercorre l’intera vita di Elisabetta I (1533-1603); si concentra invece su una singola dimensione: il suo intricato rapporto con gli uomini, ed in particolare con uno dei suoi favoriti: Robert Devereux, Earl of Essex (1565-1601).
I Devereux erano stati elevati a conti di Essex dalla stessa Elisabetta, e la loro appartenenza alla nobilità titolata datava appena dal secolo precedente; tuttavia la loro ascendenza poteva risalire fino a John of Gaunt, della casa dei Plantageneti. Si trattava, di fatto, di una famiglia che era ascesa grazie al favore dei Tudor, cosa che Elisabetta, a differenza di Robert, non dimenticò mai.
Robert Devereux approdò a corte appena diciannovenne al seguito del patrigno, Robert Dudley, Earl of Leicester, che raccomandò alla regina il figliastro. Elisabetta, cinquantunenne, si compiacque delle attenzioni del giovane, ed in breve tempo ne fece un proprio favorito. La loro relazione continuò a giocare su questi medesimi binari per anni: da un lato Elisabetta, gratificata dal corteggiamento à la mode di Essex, gli conferiva favori e rendite, cedendo ai capricci di Essex, ma non gli concesse mai una autorità indipendente né favori che non potessero essere revocati; dall’altro Essex cercava di fare uso del proprio ascendente amoroso sulla regina per prendere le redini del governo del Paese, attività per la quale riteneva che la regina, in quanto donna, non fosse qualificata.
Lo squilibrio di potere fra i due fu determinante durante tutto il corso del loro tempestoso rapporto: Elisabetta voleva essere adorata incondizionatamente, mentre Essex in cambio di questi omaggi avrebbe voluto un sostegno politico incondizionato che Elisabetta si guardò bene dal concedergli. In contrasto con la prudenza a volte persino esasperante della regina, Essex aveva un carattere impetuoso ed un atteggiamento sicuro di sé e sfrontato che Elisabetta trovava affascinante in un ammiratore, ma inadatto in un politico. Voleva che stesse presso di lei a corte, a venerarla e dedicarle versi, mentre lei affidava gli incarichi di governo a personaggi meno galanti, ma più competenti e deferenti al suo volere.
Era inevitabile che Essex trovasse la situazione profondamente frustrante, e periodicamente si arrivava alla rottura, con Essex che si ritirava dalla corte fumante di rabbia ed Elisabetta che dopo qualche tempo lo richiamava, incapace di resistere alla sua assenza, con la promessa di qualche beneficio. Le cose andarono peggiorando col tempo e si verificarono episodi sempre più gravi che videro Robert contravvenire agli ordini della regina durante una spedizione militare nonché, da ultimo, un tentativo di rivolta armata per rovesciare il governo della corona che gli costò la vita.

Come già per Vittoria, anche nel caso di Elisabetta, Lytton Strachey compone un ritratto complesso nel quale trovano posto dovere, temperamento, visione e debolezza. La regina è dipinta come un’opportunista, una temporeggiatrice astuta, vanesia ma sempre capace di non lasciarsi abbagliare dai successi di oggi e spingere verso il domani uno sguardo disincantato. Elisabetta emerge come una politica scaltra e prudente, ed una donna desiderosa di affascinare; una regina che vuole essere obbedita come un re e vezzeggiata come una principessa. A colpirmi maggiormente di questo ritratto è stata la libertà con la quale Lytton Strachey l’ha concepito: si avverte un intenso rispetto nei confronti della regina in quanto materia di studio e scrittura, ed al contempo una totale assenza di riverenza.
Con la medesima onestà LS descrive la corte elisabettiana come un luogo in cui essenzialmente coesistevano sonetti e clientelismo, tortura e contraddanze. È forse una nostra deformazione vedere in tutto ciò una contraddizione: per gli elisabettiani, la coerenza di insieme di questi elementi diversi era un dato di fatto. O forse questa compattezza è un’impressione trasmessa dalla prosa composta, elegante e sottilmente ironica di Lytton Strachey. Perché LS scrive veramente bene. Mostra un controllo della materia, della parola e delle emozioni sorprendente.

Il libro di Lytton Strachey era un saggio storico per il pubblico del suo tempo, ma siccome dal 1928 ad oggi i criteri che definiscono un saggio storico riconosciuto dagli specialisti del settore sono cambiati, oggi farlo rientrare nella categoria della saggistica è diventato assai più problematico. Per dirne una, nel testo non c’è una sola nota a pié di pagina. LS non cita le sue fonti, il che sarebbe inaccettabile in un saggio contemporaneo. Eppure si è ben documentato, come dimostrano i riferimenti alla corrispondenza fra i vari personaggi. C’è da chiedersi se al suo tempo un certo livello di squisitezza stilistica della scrittura fosse considerato, per la composizione di saggistica di alto livello, un requisito più necessario della notazione puntuale delle fonti.

Ogni volta che mi imbatto in uno di questi autori non di primo piano, ma che magari fra i contemporanei furoreggiavano (e quindi evidentemente capaci di catturare lo spirito del tempo), mi chiedo perché siano ignorati quando studiamo storia della letteratura. Ma forse questo dipende dalla definizione di letteratura, e dunque dalla delimitazione del suo campo: nel nostro ordinamento scolastico, per letteratura si intende puramente il culmine del gesto artistico di scrittura, e quindi è comprensibile che la presenza di autori come Galileo, Darwin o Lytton Strachey entro il florilegio letterario sia oggetto di controversia; ma se per letteratura si intende invece la produzione di testi all’interno di un contesto in cui si intersecano le istanze di autori, lettori e mercato, l’inclusione dei “minori” diviene una conseguenza naturale.
Certo, non tutti i minori scrivono con la sicurezza comme il faut di Lytton Strachey, ma per capire il panorama letterario del Novecento Liala è forse più necessaria di Joyce. (Per quanto la lettura di Dubliners mi dia i brividi di piacere, mentre sulla Liala è meglio sorvolare. Ma si aprirebbe un discorso sul gusto, e su chi abbia i titoli per dettarlo, ed il post di oggi – già lunghissimo – non finirebbe più).

Autore: Giles LYTTON STRACHEY
Editore: University of Adelaide ebooks [qui]

Versione cartacea:
Editore: Penguin   Anno: 2009 (Edizione orginale: 1928)  312 pagg.
ISBN: 9780141390253

Il condominio

Ho iniziato a leggere Il condominio incuriosita da un autore che non avevo mai incontrato prima, dalla trama che prometteva una distopia di carattere sociologico, e dalla copertina con la Città nuova di Sant’Elia, la quale, insomma, prometteva bene. Dopo la prima ventina di pagine però ho perduto lo slancio e solo il ritorno a Seoul ed un pomeriggio a -14° che dissuadeva da qualsiasi progetto di uscita mi hanno spinta a terminare la lettura. Ora mi trovo nella situazione di scrivere qualcosa in proposito, il che è non poco imbarazzante.

Il condominio del titolo è un complesso di 4 edifici di 40 piani collegati fra loro, che ospitano mille appartamenti oltre ad una serie di serivzi fra cui ristorante, supermercato, piscina e scuola materna. L’architetto progettista del condominio, Anthony Royal, si era premurato che la distribuzione degli appartamenti ai condomini seguisse criteri gerarchici: ai comuni lavoratori i piani bassi, ai colletti bianchi i piani intermedi, a personaggi facoltosi e/o in vista i piani alti, riservando infine per se stesso l’attico all’ultimo piano.
Le relazioni fra condomini dei diversi piani però non tarda a guastarsi, con quelli dei piani alti che trascorrono le notti in festini interminabili i cui rifiuti vengono gettati con spregio e noncuranza sui balconi dei condomini dei piani inferiori, e gli abitanti dei piani bassi che fanno raid e ritorsioni andando ad insozzare le strutture comuni e le proprietà dei condomini dei piani alti. Quando le forniture di acqua ed elettricità iniziano a singhiozzare a partire dai piani bassi, esasperando gli animi, iniziano spedizioni notturne con pestaggi e razzie, e l’ordine sociale innervato nel palazzo finisce per collassare.

Ok, tutto questo suona interessante, ma purtroppo il romanzo è davvero carente di tensione. In qualsiasi corso di scrittura per princpianti si spiega che la molla elementare di una storia è un personaggio con un obiettivo che viene continuamente frustrato; quindi ci vogliono (come minimo) un personaggio, un’aspirazione, e degli ostacoli. Ne Il condominio di personaggi principali ne abbiamo tre: oltre al già citato Anthony Royal abbiamo Robert Laing, un docente universitario che abita in uno dei piani intermedi, e Richard Wilder, un reporter che abita con moglie e figli nei piani bassi. I loro obiettivi però sono piuttosto fumosi: se Royal ha voluto iscrivere un ordine sociale nel suo progetto architettonico (e purtroppo questa idea, che sarebbe stata anche interessante, non è stata sviluppata oltre), Wilder desidera scalare il condominio fino all’ultimo piano (per un senso di riscatto o rivalsa? Non lo sappiamo), mentre Laing non desidera niente in particolare: vivacchia; visto che è appena uscito da un divorzio verca di non infilarsi in un’altra storia sentimentale; quando iniziano le razzie si unisce senza eccessivo trasporto ad un gruppo di saccheggiatori; tira a campare, insomma.

Ora, sono d’accordo con chi sostiene che tutte queste norme sul come si scrive una storia funzionano solo per chi non le sa infrangere: esistono fior fior di romanzi splendidi privi di una trama degna di rilievo e che vivono grazie alla sola forza dei loro personaggi, o dell’ambientazione, od anche solo della scrittura del loro autore. Purtroppo non è questo il caso de Il condominio, che finisce per diventare inutilmente ampolloso nelle descrizioni delle varie azioni di vandalismo, senza aggiungere granché all’affresco complessivo della distruzione di un ordine sociale fondato su un’inamovibilità dichiarata (perché cosa c’è di più immutabile del cemento?).

Soprattutto, il mancato sviluppo di quest’idea di costruzione a tavolino di una società gerarchizzata, rende non necessario tutto il racconto del crollo del suo ordine. Quello che succede dopo non supera la prova del “E allora?” perché non sono stati chiariti a sufficienza i presupposti di ciò che viene fatto prima.

Inoltre ci sono un sacco di eventi che rimangono privi di una spiegazione convincente. Perché gli inquilini dei piani alti sono così sprezzanti nei confronti di quelli dei piani di sotto? Perché la gente smette di uscire dal condominio? Perché per i condomini è importante che ogni cosa si consumi all’interno del condominio e nessuno cerca un aiuto esterno? Perché quando gli impianti di elettricità, condizionamento hanno iniziato a guastarsi nessuno ha pensato di ripararli, invece di lasciar precipitare tutto il condominio in una spirale di violenza?

Non so, non mi ha convinta. Ho un sacco di libri di Ballard da parte, e vorrei dargli un’altra chance, ma Il condominio mi ha detto veramente poco.

Autore: James Graham BALLARD

Editore: Feltrinelli Anno: 2009 (Edizione orginale: 1975) 192 pagg.

Titolo originale: High Rise

Traduttore: Paolo Lagorio

ISBN: 9788807817557

Comincia a far male

Comincia a far male - anobiiNon ricordo perché questo libro mi avesse incuriosita; non ricordo nemmeno dove l’abbia visto per la prima volta. Penso sia stato alla libreria della stazione di Lambrate, dove ogni tanto mi rifugio a sfogliare qualcosa oziosamente, in attesa del mio treno. Di certo qualcosa deve avermi colpita, se ho annotato il titolo due volte nel mio taccuino delle letture da fare.

Pare che i racconti vendano di meno dei romanzi. Azzardo una possibile (parziale) spiegazione: la brevità dei racconti non consente all’evasione indotta dalla lettura di dispiegarsi appieno, rendendoli per molti lettori troppo condensati, ed in definitiva lievemente frustranti. Comincia a far male però fa parte di una categoria a sé stante; i racconti, pur essendo molto diversi per personaggi, punto di vista ed ambientazione, fanno parte di un unico mondo, quasi un’unica pennellata di acquerello nel cui sfumare si possono riconoscere varie forme e varie storie.
Mi sono rimaste impresse in modo particolare le ultime due, Comincia a far male e Bruchi. Comincia a far male è, diversamente dagli altri della raccolta che oscillano intorno alla ventina di pagine, singolarmente breve, ma potrebbe essere condensato interamente nel passaggio riportato su una delle alette di copertina:

«Per tre anni si era sentito l’uomo più felice della terra, e il più fortunato: Marie non gli aveva mai chiesto di lasciare la famigia e anche questo lo considerava parte della sua fortuna. E poi, di punto in bianco, lei aveva troncato. “Sono innamorata di te”, gli aveva detto in tono pragmatico, “e comincia a far male”.» (pagg. 241-2)

Bruchi invece non si segnala per rapidità, ma leggendolo ho avvertito, sotto la superficie sottile ed apparentemente arida della storia, una intensità bruciante. L’ambientazione non ha niente di straordinario: una coppia di newyorkesi sono in vacanza sulle montagne francesi insieme al bambino di lui; o forse sarebbe più accurato dire che padre e figlio sono in vacanza sulle montagne francesi con al seguito la compagna e matrigna non troppo accettata.
Craig, l’uomo, è infastidito dalla vista dei nidi di processionarie che punteggiano le cime degli alberi di bozzoli bianchi e come sente da una guida del posto che la loro presenza in gran copia è dovuta al caldo eccezionale dell’ultimo inverno, trova conforto alla sua inclinazione all’integralismo per ergersi nel ruolo di salvatore dell’ecosistema, ed insieme al figlio si mette ad uccidere i bruchi che trovano per i sentieri. La compagna, Caitlin, li osserva senza fare commenti.
Molti dei particolari concernenti i personaggi (ad esempio: Luke vive con il padre, oppure è con lui solo per questa vacanza?) rimangono indeterminati in una sorta di sfumato, che spinge l’attenzione a concentrarsi su eventi e discorsi, specialmente quelli di Craig; le parole di Caitlin invece spesso si fermano sul nascere, intimidite dalla personalità forte del compagno. Fra sentieri, buchi, fuori strada e blocchi spostati ad arte, nella passività inerte di Caitlin sembra farsi strada una punta di insofferenza: forse il momento di origine della crisi con Craig? O si tratta di un fastidio passeggero che la donna nasconderà sotto il tappeto per amore del quieto vivere?

Una delle cose che mi ha colpita maggiormente dei racconti è la loro unità, come accennavo pocanzi. Al centro di ciascuno c’è l’io diviso di un personaggio, ed una parte della sua vita, normalmente in ombra, che inizia ad esercitare pressioni su quella alla luce del sole. La vita in ombra non è necessariamente scabrosa: si tratta di quella parte di vita interiore, di relazione con il mondo, che il personaggio si rifiuta di riconoscere.
Lasdun cerca di cogliere il momento in cui questa vita in ombra con le sue sollecitazioni oltrepassa la soglia di resistenza individuale e finisce per fare attrito contro la vita normale; è così che qualcosa, inevitabilmente, comincia a far male.
Non leggo spesso autori contemporanei, quindi i racconti di Lasdun sono stati doppiamente interessanti: per entrare in confidenza con la sua scrittura, ma soprattutto per cercare di cogliere l’oggetto della scrittura di racconti contemporanei.

Autore: James LASDUN
Editore: Fazi Anno: 2011 (Edizione originale: 2009) 262 pagg.
Titolo originale: It’s beginning to hurt
Traduttrice: Giuseppina Oneto
ISBN: 9788864111933