Teorema

E niente, dopo Ragazzi di vita sono voluta tornare sulla scena del delitto ma io e Pasolini sembriamo destinati a non incontrarci. Anche in Teorema, PPP fa delle scelte che non capisco (ignoranza mia, ci mancherebbe) e che non riesco ad apprezzare molto.

La nostra storia è ambientata in una villa immersa nel verde, situata nella semi-campagna dei dintorni di Milano, dove una famiglia più che benestante è raggiunta da un ospite, un ragazzo sulla ventina dagli occhi chiari. Trasudando una sensualità innocente, ma non ingenua, il ragazzo dagli occhi chiari porta un elemento di perturbazione in Paolo, il padre di famiglia, presidio della morale convenzionale borghese; in sua moglie Lucia, specchio del benessere materiale e dell’annoiata morale della famiglia; nel figlio Pietro, irrequieto in bilico fra adolescenza e giovinezza; nell’introversa figlia minore Odetta; nella devota domestica Emilia.
Alla sua partenza, repentina quanto il suo arrivo, ciascuno dei cinque è come rinato a se stesso, e si scrolla di dosso le costrizioni sociali che aveva fino ad allora così disciplinatamente portato addosso, fin nel suo stesso corpo. Paolo si denuda in Stazione Centrale e dona la sua fabbrica agli operai; Lucia si abbandona al piacere del sesso fuori delle pastoie del matrimonio; la domestica Emilia diventa una taumaturga.

Parto da un’osservazione laterale. Premesso che non ho visto il film, solamente alcuni spezzoni ed immagini sparsi, devo dire di essere rimasta piuttosto perplessa dal casting di Terence Stamp. Il ragazzo dagli occhi chiari che compare nel romanzo, perlomeno, come l’ho immaginato io, è una figura sensuale sì, ma anche quasi angelica nel suo candore. La forza dirompente con la quale infrange la vita e le opinioni dei suoi ospiti non è nella volontà di infrangere le regole, bensì nella libertà da quelle regole. Il ragazzo dagli occhi chiari non fa pressioni sui personaggi, ma si limita ad usare in piena libertà il proprio corpo. Se i suoi ospiti ne sono turbati è perché questa libertà li pone di fronte alle loro stesse contraddizioni: alle pulsioni che vivono ed ai limiti convenzionali che hanno abbracciato.

Tuttavia Terence Stamp non riflette per niente questa immagine. Ha il volto troppo scavato, e nelle immagini che ho visto ha un sorriso allusivo, quasi malizioso. È carnale e fin troppo umano, mentre ai miei occhi il ragazzo dagli occhi chiari è una figura quasi magico-simbolica; non ha nome, non ha passato né futuro; ad un certo punto, senza ragione apparente arriva, ed allo stesso modo se ne va. Cosa aveva in mente Pasolini? Non mi è molto chiaro.

Teorema non mi ha fatta impazzire. Santo cielo, si capisce che è stato scritto da uno che sa scrivere, che ha un istinto mostruoso per la parola. Però è proprio proprio didascalico, una specie di manifesto della liberazione sessuale sessantottina. Magari all’epoca era sconvolgente, ma adesso questo suo schematismo conferisce alla narrazione una rigidità che non saprei chiamare con altro nome che di rigor mortis. A tratti pare una parabola sul piacere, l’uso del corpo e la morale borghese. Come De Sade, che travestiva i suoi racconti pornografici da dissertazioni filosofiche sulla liberazione morale; ma al contrario.  rabbit-1-smiley-060

Sono rimasta piuttosto sorpresa nel leggere che il film ebbe problemi per via di alcune scene giudicate troppo esplicite, al limite dell’oscenità; nel romanzo infatti non c’è niente di tutto ciò, il narratore è estremamente pudico. Anzi, è talmente pudico che a rimanere fuori dalla narrazione non sono solamente gli eventi pruriginosi che scandalizzarono (e richiamarono al cinema) il pubblico italiano del tempo, ma molta dell’interiorità dei personaggi. Il narratore li descrive, ma l’impressione è quella di un racconto delle scene del film fatto a beneficio di qualcuno che non ha potuto vederlo. rabbit-1-smiley-061

Nel complesso non mi ha avvinta; posso valutarne equanimemente i pregi, ma dopo il primo paio di capitoli la lettura ha iniziato a farsi noiosetta, nonostante – grazie al cielo – forse proprio per il fatto è stato concepito dopo il film, in questo romanzo non si trovi il vezzo tutto pasoliniano per l’ “autentico” ed il “grezzo”, che nelle mani di un artista che grezzo non era, diveniva una sorta di riproduzione affettata della semplicità.

Autore: Pier Paolo PASOLINI
Editore: Garzanti Anno: 1999 (Edizione orginale: 1968) 206 pagg.
ISBN: 9788811669043

Ho freddo

Prima di iniziare a parlare di Ho freddo, occorre sgombrare il campo da un equivoco: non si tratta di un libro di vampiri. O meglio: non in senso classico. Niente aglio, niente croci, niente canini acuminati, ma anche niente carnagione che brilla alla luce del sole: niente Lestat e niente clan Cullen. Allo stesso tempo però, pur nella sua assenza, la figura del vampiro riesce a tenere il centro della scena. Si tratta di un’idea, un’ipotesi con la quale prima o poi tutti i personaggi del romanzo devono fare i conti – ciascuno a proprio modo.

Siamo a Rhode Island, nei primi anni dell’Ottocento o negli ultimi del Settecento – non ricordo bene. La storia inizia con l’arrivo nell’operosa e timorata cittadina di Cumberland di una coppia di gemelli provenienti dalla Vecchia Europa: Aline e Valcour de Valmont. Di origine francese e riparati in Inghilterra prima dello scoppio dei disordini rivoluzionari, i de Valmont sono appassionati studiosi di medicina ma prima ancora convinti libertini, nel senso di liberi pensatori di formazione razionalista. Aline è una ricercatrice da laboratorio, e si affida ad un razionale (e talvolta irrazionale) materialismo; Valcour invece è un medico, dà molta importanza al rapporto con il paziente, e l’esercizio del dubbio lo porta a non escludere a priori anche ipotesi incredibili, irrazionali. Anzi, l’idea del vampirismo esercita su di lui un’attrazione che va ben al di là della curiosità professionale: sotto le ceneri di un atteggiamento scettico e pragmatico, cova in lui l’ossessione trasmessagli dal padre in fittissimi scritti, ovvero la convinzione che la consunzione che aveva ucciso loro madre fosse in realtà dovuta al nefasto influsso di un personaggio vampiresco del quale Madame de Valmont sarebbe diventata succube. Ai gemelli de Valmont si affianca un terzo personaggio centrale: Jan Vos, pastore protestante immigrato dall’Olanda, nel quale trovano un amico leale, anche se di convinzioni assai distanti.
Il romanzo è diviso nettamente in quattro parti, ciascuna sviluppata intorno ad una morte (o ad una serie di morti ravvcinate) per consunzione; a ciascun caso (caso clinico, ma anche indagine e fonte di tensione e orrore) Valcour, Aline e Jan devono applicare le loro competenze mediche, psicologiche e deduttive per cercare di giungere, se non ad una spiegazione soddisfacente, almeno ad uno scioglimento che consenta di andare avanti, alla ricomposizione della vita quotidiana anche se con qualche ammaccatura.

L’architettura logica e narrativa di ciascuna storia e del loro complesso mi sono sembrate solide: il romanzo si lascia seguire ed è convincente, a tratti persino sorprendente. Considerando che su vampiri e vampirismo si sono spesi fiumi d’inchiostro, non mi sembra un risultato da poco.
In effetti Manfredi ha raccolto una ricca documentazione storica riguardo alle epidemie vampiriche e di consunzione e mal di petto in quel periodo storico, si è premurato di visitare i luoghi di cui parla, ed ha approfondito lo stato della scienza medica del tempo. Come dire: ha fatto con zelo i compiti a casa, ed ha montato una costruzione coerente con solide fondamenta.
Tuttavia sul versante stilistico ci sono diverse note dolenti. Innanzitutto la prosa: l’italiano è poco originale, in quale punto goffo o arrancante/macchinoso sotto il profilo sintattico; per di più appesantito da un’aggettivazione eccessiva, non di rado banale o formulaica (es. “cupa disperazione”: mai vista una disperazione radiosa). Si tratta di una considerazione da manuale di scrittura, che normalmente avrei sottovalutato; in presenza di buone idee per un buon romanzo senza aspirazioni alate, però, la pulizia della prosa può fare realmente la differenza, e con Ho freddo me ne sono resa conto. Un altro esempio di zavorramento della scrittura di Manfredi è il freqente info dumping (perché ha relativa importanza sapere, nel momento in cui un personaggio entra in una casa, da che lato della stanza si trova la cassapanca del piano di sopra, a maggior ragione se il personaggio in questione non ci salira mai, né entrerà più in quella casa; e via dicendo). Tutte cose a cui non ho fatto tanto caso per un periodo incredibilmente lungo della mia storia di lettrice; vorrei imparare a prestarvi più attenzione.

A conti fatti, Ho freddo mi ha dato l’impressione di raccogliere quattro avventure di personaggi che non stonerebbero in un fumetto (Manfredi ha scritto varie cose per le serie di Magico Vento e Dylan Dog) in forma di prosa; a me sta benissimo, quello che conta è il risultato. Qui la scrittura avrebbe bisogno di una bella ripulita con la striglia, ma le premesse per un romanzo coi baffi secondo me ci sono.
So che di Manfredi esiste un altro romanzo, Magia rossa, che conto di non lasciarmi scappare – prima o poi.

Autore: Gianfranco MANFREDI
Editore: Gargoyle Books Anno: 2008 546 pagg.
ISBN: 978-88-89541-25-8

XY

Non mi capita spesso di leggere narrativa italiana, e periodicamente qualche autore provvede a ricordarmi perché. In questo caso a farmi da promemoria è stato Sandro Veronesi, con il quale in qualche modo avevo già fatto  superficialmente conoscenza: qualche anno fa, mentre aspettavo che un commesso della Libreria del Corso si liberasse, lessi un paio di capitoli di Brucia Troia e pensai: “puah”. Ma è sempre meglio concedere seconde chance, no?

Siamo in pieno inverno quando nel bosco che collega il paesino di Borgo San Giuda al resto del mondo viene fatto un ritrovamento raccapricciante: undici cadaveri sotto ad un albero coperto da un macabro velo di brina impregnata di sangue. Le undici persone sono morte in undici modi diversi, alcuni dei quali incompatibili con il luogo di ritrovamento, e gli inquirenti non sanno da che parte voltarsi.
Due persone rimangono colpite in particolar modo dalla strage: il parroco di San Giuda ed una psichiatra logorroica aspirante psicanalista che lavora presso la ASL di Cles. Il primo deve sostenere spiritualmente (e non solo) i suoi parrocchiani, sconvolti dalla strage ed in procinto di compiere l’ultimo breve passo che li separa dalla follia; la seconda è convinta che ci sia un misterioso legame fra la riapertura di una sua antica cicatrice e la strage, e si trasferisce a Borgo San Giuda per dare una mano a Don Ermete e per cercare di comprendere cosa sia successo nel bosco ed alla sua mano.

Veronesi tenta una strada interessante: invece di concentrarsi sulla soluzione del mistero (costruito in modo tale, peraltro, da essere irrisolvibile a norma di logica), punta la sua attenzione sull’atteggiamento che rispetto ad esso sviluppano i nostri due eroi. Il proposito è encomiabile, ma il risultato è a dir poco deludente. Dopo un inizio da X-Files, il romanzo scivola su un piano inclinato che da Voyager passa a Uccelli di rovo per concludersi zuccherosamente alla C’è posta per te (non il film di Nora Ephron, intendo proprio il progamma della De Filippi). La grande indagine psicoeccetera è risolta con qualche citazione da Marie Cardinal e Wilfred Bion.

Potrei continuare a lungo ad accanirmi contro la vacuità di questo romanzo, ma penso che risparmierò le energie per leggere qualcos’altro – non narrativa italiana però. 😄

Autore: Sandro VERONESI
Editore: Fandango libri   Anno: 2010   367 pagg.
ISBN: 978-88-6044-181-2

Il Sergente nella neve

Il Sergente nella neve - www.anobii.comSin dall'inizio avevo deciso che sarebbe stato questo il mio libro per l'inverno; ero anche convinta che ne sarei stata entusiasta. L'entusiasmo atteso però non è arrivato, e parlare di questo libro è diventato strano e difficile. Certo, mi è piaciuto, ma l’asciuttezza quasi scorbutica delle frasi ha reso l’avvicinamento problematico, quasi fosse sgradito al narratore. Come se avesse voluto dire: immagina e compatisci in un altro momento; adesso ascolta.

Il Sergente nella neve ripercorre la disastrosa ritirata della disastrosa spedizione dell'esercito italiano in Russia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Rigoni era un sottufficiale di collegamento negli Alpini, distaccato in un avamposto in prima linea; la prima parte del libro è dedicata alla guerra di posizione del suo reparto: il cibo da trovare, a volte un po’ fortunosamente, lavarsi e radersi, tenere sufficientemente in ordine l’artiglieria, ed adoperarla talvolta per ricordare la propria presenza, né silenziosa né quiescente, ai russi sullo schieramento opposto. Si tratta di una situazione di stallo in cui la guerra non emerge come prova di forza di diverse posizioni ideologiche, e nemmeno come partita strategica aperta fra le forze in campo, ma solo sotto forma di condizioni molto particolari in cui vengono inseriti degli uomini per lo svolgimento delle loro litanie quotidiane.
La seconda parte del libro invece inizia con la ritirata resa necessaria dallo sfondamento delle linee da parte dei russi: rimanere all’avamposto avrebbe significato rimanere accerchiati senza più alcuna speranza di tornare. Così Rigoni ed i suoi si mettono in marcia, portando con sé artiglieria, vettovaglie e quant’altro fossero in grado di portarsi dietro; questa zavorra viene abbandonata per via man mano che la situazione disperata richiede la piena attenzione degli uomini nella semplice, eppure estenuante ed essenziale impresa di poggiare i piedi uno davanti all’altro, per km e km, giorni e giorni, tanti e tutti uguali che non è più nemmeno possibile contare. Rigoni smarrisce e ritrova i suoi più volte in mezzo al biancore che divora ogni cosa. Ogni tanto raggiunge un gruppetto di case e si ferma in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, od a guardarsi le spalle dalle colonne russe al loro inseguimento.
È proprio in uno di questi villaggetti che ingaggia battaglia con una pattuglia russa: lo scontro dura l'intera mattinata, senza esclusione di colpi. Fattasi ora di pranzo, Rigoni si arrischia fuori, nei viottoli che si insinuano fra le casupole in abbandono, e dietro ad una delle porte sconnesse trova ospitalità: delle contadine stanno servendo la zuppa ad un gruppetto di uomini seduti tutt'intorno alla tavolata. Rigoni li guarda bene, e vede che sono i soldati russi. Essi a loro volta lo guardano, e vedono che si tratta di un soldato italiano. Nessuno proferisce motto. Rigoni riceve il suo piatto di zuppa, si siede e la sorbisce in silenzio, quindi si alza e se ne va. Nessuno lo ferma, tutti con gli occhi rivolti verso la zuppa calda.
Questo è uno degli episodi più famosi del libro, che credo abbia trovato spazio in quasi tutte le antologie per le scuole del Regno. Non immeritatamente, a mio modesto parere.

Vorrei leggere altro di Rigoni Stern. Fortunatamente ha scritto parecchio, e credo che non mancherà occasione, specie ora che la sua scrittura secca e condensata non costituirà più una sorpresa spiazzante.

Autore: Mario RIGONI STERN
Editore: RCS Quotidiani / Il Corriere della Sera Anno: 2003 (Edizione originale: 1953) 139 pagg.
ISBN: 978-88-7285-578-9 (edizione Einaudi)

La bella estate

La bella estate - www.liberonweb.itSfida delle stagioni, Primavera-Estate (150x148)

Mi sono accorta d'imporvviso che manca assai poco ormai all'equinozio, e che ancora non figurava nel mio palmares la lettura dell'Estate! Presa com'ero dalla preparazione degli ultimi esami, mi sono lasciata guidare dalla pigrizia nella scelta di un libro a portata di mano, che attendeva pazientemente a scaffale solamente di essere letto.

Siamo in estate ed a Ginia i suoi sedici anni e le serate fatte apposta per uscire con le amiche danno un po' alla testa, infondendole una sorta di smania di ridere e divertirsi. In realtà Ginia guarda un po' dall'alto in basso certi modi di fare delle sue amiche, soprattutto le scarse resistenze con le quali paiono concedersi ai morosi, il loro alludere a qualcosa da cui lei è esclusa: per sé sogna qualcosa di diverso. È sull'onda di questa sete di novità che inizia a frequentare Amelia, una ragazza più grande che fa la modella di nudo, ha accesso agli studi di pittore e sembra saperla lunga.
Inizia ad accompagnarla nei suoi giri e così facendo conosce Guido, di cui presto di infatua e per il quale "si spreca", finendo per fare proprio ciò che rimproverava alle compagne, per quanto si giustifichi. Ginia si lascia trasportare, crogiolandosi nel deisderio di essere amata con passione e tenerezza, quasi fosse una realtà e non una speranza di cui lei stessa avverte a tratti l'esilità. Quando, piccata e gelosa di Amelia, si offre di posare nuda per Guido facendo un affronto al proprio pudore, si rende conto di suscitare solamente l'ilarità sia del pittore che dell'amica, la disillusione è bruciante ed il grande amore le appassisce fra le mani.
Qualche settimana nel freddo dell'inverno ormai caduto sulla città leniscono la sua offesa, facendo sì che accetti di essere ormai indistinguibile da tutte le altre.

Ho un'osservazione estremamente sciocca da fare a proposito della letteratura italiana pubblicata tra gli anni '30 e '40: perché mai l'onomastica è così sgraziata? I nomi dei personaggi che abitano nelle pagine di Pavese, Moravia e compagnia mi suonano sempre troppo materiali, troppo mesti, troppo vili. Non so se un'impressione unicamente mia, o se fosse avvertita l'esigenza di "avvicinare i personaggi al popolo" o chessòio…
Chiusa questa parentesi di spudorata superficialità, la cosa che mi ha maggiormente colpita del romanzo breve (o racconto lungo che dir si voglia) è la messa a fuoco molto stretta sui personaggi, i quali sono totalmente privi di orizzonti sia temporali che spaziali: non indugiano in ricordi, non fanno anticipazioni per il futuro (se si esclude qualche sporadico vagheggiamento da parte di Ginia di una felicità nebulosa, che però è solamente un'estensione del suo trasporto presente); anche l'ambientazione è priva di spazi, ed i personaggi si spostano da un piccolo interno all'altro, senza che di alcuno si dia una qualche descrizione. Ne ho ricevuto l'impressione di un presente claustrofobico, opprimente.
Non è il primo libro di Pavese che mi capita di leggere, ed ancora una volta l'ho trovato la sua scrittura attanagliante. Mi chiedo come farò ad arrivare in fondo al volumone di "tutti i romanzi", tornato ad appollaiarsi sullo scaffale.

Autore: Cesare PAVESE
Editore: Einaudi   Anno: 2005 (Edizione originale: 1949)   125 pagg.
ISBN: 978-88-06-17300-5

Tre metri sopra il cielo

Tre metri sopra il cielo - www.liberonweb.itDiciamocelo: ero curiosa. Se n’è fatto un gran parlare e così via… mi sono detta che magari era effettivamente un bel romanzo (non è vero: ero pregiudizialmente dell’idea che sarebbe stato una schifezza, ma ora posso confermarlo autorevolmente: è una schifezza). Ma andiamo con ordine, e se avrete pazienza di seguirmi, faremo tante scoperte interessanti.

Stefano è un duro (e già qua si sprofonda nel ridicolo: si usa ancora dire "duro"?!) e divide le sue giornate (o meglio, le nottate, visto che di giorno dorme) tra la palestra, i locali più "in" ed una compagnia di amici con i quali fa gare di flessioni (che tristezza…) o comunella per andare a menare qualcuno che non si è portato con loro con il dovuto rispìettu. Anzi, in quanto ultimo vincitore di una gara di flessioni, è diventato il maschio alfa della brigata.
Babi va in terza liceo classico in una scuola privata per figlie di papà. Dopotutto, è una figlia di papà.
I due iniziano a battibeccare sin dal primo incontro: una mattina Stefano accosta al semaforo ed incomincia a fare il galletto, mentre Babi, sull’auto di fianco, lo manda a stendere. Un’altra volta Stefano si becca un bicchiere di qualcosa in faccia da Babi ad una festa a cui si è imbucato insieme alla sua allegra banda di buzzurri, e visto che gli ha mancato di rispìettu, prima le fa una doccia fredda, e poi insegue lei ed il suo ragazzo, al quale sfascia la macchina e dà una manica di legnate. Giusto per avere un quadretto dell’eroe. Babi invece, rimasta sola, chiede un passaggio fino a casa al suo aggressore – giusto per avere un quadretto dell’eroina. Continuano gli incontri più o meno casuali tra i due, e ad ogni incontro crescono tensione ed attrazione, acuiti dal fatto che entrambi sono orgogliosi e nessuno dei due vuole darla vinta all’altro facendo il primo passo.
I due finalmente si mettono insieme, vanno a letto insieme e dopo un mesetto di smancerie condensato in poche righe (rendiamo grazie all’autore) si mollano perché non riescono a mettersi d’accordo sul modo di vestire, di trascorrere le serate e sulla gente da frequentare; quella che doveva essere la grande storia d’amore interclassista (e già così non è, visto che Stefano è un particolare tipo di ribelle straricco e con la cameriera) in realtà non sopravvive ai dopocena in giacca e cravatta.
Il romanzo finisce con Babi che si mette con un altro – uno non solo dello stesso ceto, ma addirittura del medesimo condominio – mentre Stefano si chiede se riuscirà mai ad amare ancora (purtroppo il finale non rimane romanticamente aperto, visto che Moccia ha pensato bene di gratificare tutti noi con un seguito).

Se non fossi stata confinata in un luogo isolato e senza altre letture a parte quelle universitarie, non sarei riuscita a cavarmela così in fretta. La lettura infatti è stata piuttosto spiacevole. Sarà stato perché avevo l’impressione che l’autore menasse indefessamente il can per l’aia? O per via della scarsa empatia con la caratterizzazione dei personaggi? O magari per lo stile sgraziato caratterizzato da un presente narrativo alla Bruno Pizzul? (Perlatro, a quanto mi risulta questa versione del romanzo è stata ampiamente rimaneggiata dagli editor di Feltrinelli – il fondatore Giangiacomo si sarà rivoltato nella tomba).
Insomma, sotto il profilo estetico mi ha dato meno piacere del trapanamento di un dente cariato. La trama, poi: Barbie e Big Jim si mettono insieme, ma toltasi la curiosità Barbie preferisce tornare da Ken e Big Jim dalle Bratz. Però c’è un però. Tre metri sopra il cielo è un’autentica miniera. È strapieno di cose interessanti che l’autore non vuole o non sa nascondre sotto il tappeto.

Tono, stile, figura, immagine
La preoccupazione costante di tutti i personaggi è quella di fare una certa figura, ossia di assumere un atteggiamento che proietti una certa immagine di sé di fronte agli astanti in quel dato frangente; questo si verifica soprattutto con le comparse, con quei personaggi che compaiono per poche righe e che vengono trattegiati unicamente sulla base della posa che assumono (con successo variabile). C’è quello che «alza il braccio destro, cercando di darsi uno stile non ben definito, quel fingere di essere superiore per non ammettere in realtà di aver fatto pippa» (pag. 62); quello che incrociando le ragazze nel parco «anche se sfinito, controlla un cronometro che ha in mano e per darsi tono aumenta l’andatura» (pag. 109); quello che «deve avere una donna e non ci sta a fare brutta figura» (pag. 200). Gli esempi non si contano, e Moccia non si distanzia da questa prospettiva, anzi, la sposa appieno.
Gli adolescenti immaginati da Moccia vivono immersi in una recita ininterrotta, indossando maschere costruite sulle aspettative e sul giudizio altrui. (Anche gli adulti, solo che Moccia istituisce un contrasto adulti-ragazzi imperniato proprio sul binomio artificialità-genuinità – un’operazione dettata da clamorosa stupidità oppure, più probabilmente, dal desiderio furbetto di accattivarsi il lettore strizzandogli l’occhio con aria complice). Una finzione continua che finisce col fossilizzarsi occupando il posto della vita nella sua interezza: con l’eccezione, in certa misura, dei due protagonisti, i personaggi sono schiacciati sui loro atteggiamenti pubblici e sono goffi ed a disagio quando si trovano da soli, senza un pubblico ad orientarli.
Se questo fosse davvero lo spaccato della realtà di noi ggiovani che pretende d’essere, ci sarebbe da piangere la notte.

Invidia
Vista l’enfasi esasperata sull’immagine, non può stupire che  a caratterizzare le relazioni sociali sia fondamentalmente l’invidia, che si fonde con ammirazione e rispetto in un unico magma indistinto. Si tratta di un desiderio di possesso di qualcosa che non si ha, ma visto che si affaccia continuamente è diventato un basso continuo, un sentimento onnipresente a bassa intensità. L’invidioso coltiva delle fantasie proiettando se stesso nei panni dell’invidiato, ma si tratta di un gesto perlopiù privo di malevolenza. Così Moccia può scrivere: «Pallina guarda invidiosa l’amica che si allontana. È felice per lei.» (pag. 221); «Invidiose e sognanti, desiderose di essere al suo posto, abbracciate a Step» (pag. 290).
Essere oggetto di invidia alimenta il prestigio sociale, e questo vale tanto per il mondo adulto (la cerchia dei genitori di Babi) che per quello di noi ggiovani (Stefano e gli altri burini), eppure è a questi ultimi che Moccia attribuisce un primato morale, in virtù della loro "autenticità". In un infuocato discorso ai suoi genitori, Babi rinfaccia a loro ed agli adulti del loro stampo di non volere o non sapere avvicinarsi ai figli in quanto persone, e di non considerare Stefano un loro pari solo perché «non pensa solo ad avere il GTI 16 valvole, il Daytona e ad andare in Sardegna» (pag. 297), implicando che si tratti perciò di un ragazzo più "autentico". Senonché le uniche preoccupazioni di Step sembrano essere la sua Honda, i muscoli ed il rispìettu. Qualcuno saprebbe spiegarmi che differenza c’è? O più semplicemente che cosa sia un Daytona…?

(Auto)ironia
Visto che Moccia fa propria l’ottica dei personaggi preoccupati di fare bella figura, non c’è alcuno spazio per l’autoironia. I personaggi non sono capaci della benché minima leggerezza nel loro agire, forse anche perché Moccia cerca di rendere epico, allusivo di chissà quale importanza campale qualsiasi episodio. Peccato che il risultato sia di una pesantezza mostruosa, con spruzzi di comicità involontaria.
C’è un episodio in cui la prof ha sbagliato a scrivere un’assenza sul registro – fin qui vi sembra grave? – le viene fato notare in classe e la prof corregge il proprio registro; inoltre, tnenedo conto di quest’assenza non segnata, interroga un’altra studentessa – ed ora, vi sembra grave? Chiedo perché a me sembra ordinaria amministrazione, ma Moccia ha idee molto diverse in proposito. Moccia ci dice che la prof «sbianca. Prende il registro generale ed inizia a sfogliarlo come impazzita. (…) Controlla frenetica le assenze. (…) Quel cognome scritto dalla sua stessa mano stampato a lettere di fuoco. La sua vergogna. Il suo errore. Non serve altro. (…) È distrutta.» (pag. 176). Maddài. Un’overdose di enfasi. Tutti si prendono terribilmente sul serio.

La scuola
Quando me ne sono accorta sono rimasta esterrefatta: tutto ciò che si verifica a scuola è spogliato del contesto educativo. Le materie studiate, le attività svolte e la presenza stessa all’interno del comprensorio scolastico sono tutte connotate da una marcata insensatezza. L’autorità del docente, in assenza di un principio sotteso riconosciuto, non è che un potere arbitrario ed oppressivo; e così il rapporto studenti-docenti è uno scontro tra avversari, scontro avvelenato dal vantaggio strutturale conferito dal Sistema ai docenti.

Uomini e donne
Ah, dulcis in fundo. Ho lasciato per ultima la ciliegina sulla torta: il modo in cui viene concepita, rappresentata e promossa la relazione tra i due sessi: un rapporto di consumo predatorio e narcisistico. Un ragazzo interessato ad una ragazza è  «interessato all’acquisto» (pag. 198). Le ragazze impazziscono per Stefano e compagnia perché «hanno un sacco di ragazze carine, le cambiano come e quando vogliono» (pag. 66).
Il prestigio sociale di una ragazza, ovvero quanto sarà ammirata-invidiata, si realizza nella misura in cui piace (pag. 70), mentre quello di un ragazzo è determinato dal suo accesso al maggior numero di ragazze possibili. Maddalena, la ragazza di Stefano prima dell’incontro con Babi (ed a dire il vero anche dopo) è l’incarnazione di questa filosofia: aderisce alle esigenze di lui («star ferma» durante le corse e «muoversi» a  letto), ma Moccia non ci dice assolutamente niente di lei, della sua personalità, di quello che fa; non ci dice nemmeno che faccia abbia. Semplicemente, è funzionale a Stefano.
Alle ragazze in generale è destinato un ruolo passivo ed accessorio, come viene esemplificato al massimo grado nelle corse clandestine di moto: i piloti (maschi) hanno il beneficio della scelta delle partner durante la corsa (femmine), le quali a loro volta non hanno generalmente il beneficio dell’iniziativa o di tirarsi indietro.
Questo medesimo schema si ripete nei rapporti interpersonali, anche nella relazione tra Babi e Stefano, che lo vede «padrone della spiaggia e di tutto (…) padrone anche di lei» (pag. 207), mentre le sue mani, invero piuttosto lunghe, «spavalda e padrona» (pag. 248), «si impadroniscono di lei» (pag. 293).
Viste le premesse, non stupisce che, una volta consumato, i due non sappiano più cosa farsene l’uno dell’altra.

Siete stati carini a sopravvivere fin qui, e verrete giustamente ricompensati con una indimenticabile citazione, che Moccia dedica a Maddalena (la ragazza usa-e-getta di Stefano): «Lei, semplice concime di quella pianta che spesso fiorisce sopra la tomba di un amore appassito. Quella rara pianta il cui nome è felicità.» (pag. 198)

Autore: Federico MOCCIA
Editore: Feltrinelli   Anno: 2004 (Edizione originale: 1992)  319 pagg.
ISBN: 978-88-07-84039-1