Tristano Riccardiano

Tristano riccardiano - www.anobii.comÈ poco noto (d’altronde perché a qualcuno dovrebbe interessare?), ma sono appassionata, tra le altre cose, di letteratura medioevale. Le storie di avventura e cavalleria mi mandano in sollucchero sin da bambina (curiosamente però il fantasy tolkeniano non mi piace granché). La cosa ha assunto proporzioni spaventose durante la preparazione dell’esame di filosofia medioevale, che prendevo come scusa per spendere capitali in lai, roman e chansons de geste (va detto che se la Biblioteca di Lettere Moderne avesse avuto un sistema di prestiti meno demenziale e bibliotecarie meno scorbutiche, probabilmente sarei stata più parca).

Peraltro il medioevo è stato un periodo straordinario ma tuttora molto sottovalutato (con concomitante sopravvalutazione del Rinascimento). Sono due le immagini del medioevo che vanno per la maggiore: i Secoli Bui come un periodo bigissimo, flagellato da carestie, pestilenze e fanatismo religioso – una processione di poveracci in cenci neri che si flagella con il gatto a nove code; l’altra immagine, altrettando poco fedele, racconta di un’epoca dominata dalla cavalleria, dalla prodezza e dall’avventura, dalla vita di corte tra tornei e carole in perpetua celebrazione dell’amor cortese. Si tratta in entrambi i casi di rappresentazioni parziali che finiscono per costituire distorsioni se prese singolarmente; come se ci fosse stato un medioevo e non molti medioevi diversi a seconda di luoghi ed epoche (stando alla scansione strorica convenzionale durerebbe pur sempre più di mille anni).

Per tornare al libro, si tratta di una versione in prosa italiana della sotria di Tristano e Isotta. Tristano è il figlio di Re Felice, che da Tintagel (Tintoil) regna sulla Cornovaglia. Poiché la morte coglie Felice durante la minorità di Tristano, a succedergli sul trono è il fratello Marco, assai meno virtuoso del predecessore.
Tristano cresce bellissimo e prodissimo, dotato di grazia, cortesia, valore e coraggio, «lo fiore di tutti li cavalieri del mondo». Quando i vassalli, scontenti del suo regno, iniziano a rumoreggiare, Re Marco inizia a mandare il nipote a destra e a manca in cerca di avventure, a sciogliere incantesimi e combattere contro cavalieri erranti, ma ogni volta Tristano torna al castello vincitore. Un giorno, Re Marco fa una bella pensata e lo spedisce in Irlanda a chiedere in sua vece la mano della figlia del re, Isotta la bionda. Per conquistarla occorre vincere un torneo e Tristano lo vince, sconfiggendo qualche altro cavaliere gradasso nel tempo libero; quindi Isotta di imbarca con lui ed insieme fanno ritorno in Cornovaglia.
Senonché durante il viaggio succede il patatrac: bevono per sbaglio un filtro magico che li fa innamorare perdutamente l’uno dell’altra. Essendo Isotta formalmente già sposata a Re Marco, i due devono tenere la loro relazione segreta, finché ci riescono.
La storia si snoda fra le avversità che devono superare i due amanti e le cavallerie di Tristano, che ogni tanto prende su e va ad attaccar briga con cavalieri di altre lande. Le cavallerie prendono dicisamente il sopravvento nella seconda metà del roman, che risulta un po’ più pesante, mentre si alternano con maggiore varietà ad altri episodi di vita di corte nella prima metà.
In uno di questi episodi vediamo Re Marco entrare in possesso di un corno magico dal quale solo le dame oneste possono bere. Desiderando mettere alla prova la fedeltà della consorte, lo porge ad Isotta che però, ovviamente, non riesce a bere, così come non ci riescono le altre 365 dame della corte – con due sole eccezioni. Re Marco monta su tutte le furie e propone di bruciare tutte le dame infedeli sul rogo; i baroni suoi vassalli però non ci stanno, e piuttosto che perdere mogli (ed amanti) preferiscono ignorare l’accaduto. Re Marco ribatte:  «Se voi non volete fare vendetta dele vostre donne e voletevi rimanere con questo disinore, ned io non voglio fare vendetta dela mia. E sse voi avete le vostre dame per buone e per leali, ed i’ òe la mia per migliore.» (p. 188).
Piuttosto che essere l’unico a passare per cornuto, Marco preferisce fingere di aver la moglie più fedele di tutte, nonostante l’intera corte abbia avuto prova del contrario. L’ho trovato esilarante, frutto di un’ironia un po’ perfida.

Un’idea da cui è pervaso il Tristano è che amor vincit omnia, ovvero che il legame di lealtà ed attrazione di due innamorati sia più forte di qualsiasi altro obbligo sociale, in barba alla morale cattolica. L’autore non condanna mai Tristano ed Isotta; al contrario è Re Marco ad essere dipinto come un personaggio meschino, con i suoi innumerevoli tentativi di cogliere i due amanti sul fatto e di separarli.
Il testo è della fine del 1100 (si tratta però della traduzione in italiano di una versione francese precedente): non si tratta di una posizione scontata, ma in realtà non è nemmeno poi così rara e non dovrebe stupire troppo. L’autore scrive che «l’amore è cosìe fatto che nnon guarda paraggio, ma va elli come ventura lo porta.» (p. 112).

Mi prenderò un po’ di tempo prima di iniziare il prossimo. Sospiro da anni dietro al Parzival di Wolfram von Eschenbach e sono anche riuscita a reperirlo in biblioteca (fortunatamente, perché e acquistarlo è fuori discussione: non ho spazio e sono troppo tirchia per scucire 75 € sull’unghia per un solo volume).

Autore: Hélie de BORON (Pseudonimo di Anonimo)
Editore: Pratiche Editrice   Anno: 1991 (Edizione originale: Fine XII secolo)   466 pagg.
Curatrice: Marie-José Heijkant
ISBN: 88-7380-135-8