L’archivio della contessa D**

Complice tutta una serie di circostanze convergenti, negli ultimi tempi mi capita sempre più di rado di girare fisicamente fra gli scaffali di una biblioteca o di una libreria. Mi dispiace molto, perché i luoghi pieni di libri sono infinitamente suggestivi e densi di stimoli ed anticipazioni: promettono ore gradevoli, producono un’attesa – un po’ come le croste dorate di paste, sfogliarelle, panzerotti e focacce dietro il bancone di una panetteria ad una persona genuinamente golosa.
Ho preso però un’altra abitudine: quella di girovagare a zonzo fra le pagine dei cataloghi online dei singoli editori. Stavo bighellonando nella pagina dedicata alla collana Il divano di Sellerio quando questo librettino ha punto la mia curiosità, e visto che curiosamente in biblioteca c’era, l’ho prontamente preso in prestito.

Che dire, mi è capitata un’autentica chicca. L’archivio è un romanzo breve in forma epistolare che raccoglie lettere, biglietti e telegrammi inviati alla nostra fantomatica contessa D**; ma, sebbene tutti i suoi corrispondenti le scrivano dei propri casi chiedendole consiglio o consolazione, non leggiamo mai le risposte. La nostra protagonista è elusiva, discretissima in tutto ciò che la riguarda.
In questo vortice di chiacchiere, questioni ereditarie, gelosie, piccoli inganni e pettegolezzi, in questo piccolo scorcio sul mondo dell’aristocrazia russa di tardo Ottocento, la nostra contessa è sempre coinvolta, ma raramente si trova al centro dell’azione: è troppo discreta per questo. Al più si limita a dare qualche suggerimento, con tutto il tatto che la situazione richiede, rimamendo sempre ai margini della scena.
Le varie missive sono diverse per lunghezza, tenore, confidenzialità: si va dalle numerose lettere à coeur ouvert della cara amica Mary alle pagine petulanti della principessa Krivobokaja a certi telegrammi dai quali la destinataria dovrebbe intuire più di quanto non si dica. La nostra contessa intreccia una rete di relazioni sociali molteplici e stratificate, rispetto a ciascuna delle quali si presenta come una persona diversa: la moglie devota, l’idolo irraggiungibile, l’amica fedele, la nipote sollecita, benefattrice dei sofferenti… Chi però sia veramente Ekaterina Aleksandrovna non ci è dato sapere: continua a sfuggire, meravigliosa creatura alata nel gran teatro dell’alta società.
È la sua amica Mary ad entrare in crisi, quando alcune delle sue maschere entrano inestricabilmente in conflitto portandola sull’orlo dell’esaurimento nervoso: dietro consiglio di Ekaterina va riposarsi presso un ritiro campestre e da qui, lontana dalla società pietroburghese e dalla sua influenza deleteria, scrive all’amica l’ultima lettera del romanzo, un accorato invito a cercare se stessa: «si può forse vivere in società senza mentire?». Mary non riesce a darsi una risposta, e noi non sappiamo se il suo appello ed i suoi propositi siano andati a segno o siano infine svaporati come tutte le buone intenzioni.

«E che cosa sarà di me, questo inverno? Reciterò qualche parte nella commedia del vostro mondo o rimarrò spettatrice indifferente di questo vano affaccendarsi, di questa lotta eterna di ogni immaginabile orgoglio ed interesse? Chi lo sa? Qui vivra, verra.» (p. 125)

Apuchtin è un autore poco noto, e non senza ragione: scrisse poca prosa e ne pubblicò ancora meno, perché non sopportava l’idea che le sue creazioni fossero date in pasto a critici, salotti e a quella stessa società che frequentava, ma non stimava poi molto, perché ne avvertiva il vuoto al di sotto delle correnti da cui era continuamente mossa. Per reazione nella narrativa si affida allora a potere salvifico della natura (non come universale ma in piccolo, come spazio che restituisce il singolo all’immediato ed al tangibile) e della memoria, specialmente dell’infanzia, del tempo precedente l’ingresso in società.
Ha una scrittura che mi piace molto: acuta, sintetica, efficace ma elegante. È un vero peccato che abbia scritto così poca prosa: appena tre romanzi brevi, di cui uno fantastico (si intitola Fra la morte e la vita ed è stato pubblicato nel 1993 dal microeditore L’Argonauta: se qualcuno dovesse averne notizia, per favore si faccia vivo!).

Autore: Aleksej Nikolaevič Apuchtin (Алексе́й Никола́евич Апу́хтин)
Aditore: Sellerio Anno: 1993 (Edizione originale: 1890) 130 pagg.
Titolo originale: Archiv grafini D** Povest’ v pis’mach (Архив графини Д ** Повесть в письмах)
Traduttrice: Caterina Maria Fiannacca
ISBN: 9788838909290

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Memorie dal sottosuolo

Era da tanto che volevo leggerlo. Non per motivi particolari: perché era un Dostoevskij che mancava alla mia collezione, tutto qui. Una volta iniziata la lettura però ha reclamato tutta la mia attenzione: si è rivelato ostico, un groviglio nient’affatto accogliente attraversato da una tensione ostile. Dostoevskij vi riversa dentro molte idee, ma non si dà pena di dispiegarle in una grande narrazione. Me lo immagino mettersi alla scrivania, con una certa idea sul da farsi che però stanta a trasformarsi in una trama, a tradursi in una storia; e mentre rimugina con la testa altrove, ripete degli scarabocchi nervosi sul foglio fino a far cedere la carta. Memorie dal sottosuolo è un po’ così.

Più che una grande narrazione ci sono alcune idee insistite. Il romanzo è diviso in due parti: la prima, Il sottosuolo, è piena della vocetta querula dell’Uomo-topo, il protagonista, che parla di se stesso in bilico fra la tentazione di occupare il centro della scena ed il desiderio opposto di schivare lo sguardo altrui. L’Uomo-topo infatti nutre un alto concetto di sé, perché non si lascia ingannare dalle sirene del sistema: non gl’importa di fare carriera, non gl’importa di fare sensazione nei salotti brillanti, non gl’importa di avere avventure galanti da raccontare agli amici senza economie di sottintesi. Di fronte ad un mondo popolato di stolti, l’Uomo-topo non trova di meglio che ritirarsi in un algido disprezzo verso tutto e tutti. Ma non è tutto.
Nella seconda parte del romanzo, A proposito della neve bagnata, Dostoevskij fa muovere i personaggi per la città. L’Uomo-topo incontra alcuni suoi vecchi compagni di scuola, e si unisce a loro per cena. Pur sentendosi infinitamente superiore alle loro chiacchiere fatue, il modo stesso in cui cerca di attirare la loro attenzione su di sé, sul proprio atteggiamento disdegnoso, la dice lunga su quanto in realtà si senta solo, e desideri un rapporto con altre persone; si immagina antieroe di grandi storie epiche e puskiniane, ma al più lieve ritorno alla realtà le sue fantasticherie si afflosciano come un soufflé all’uscita dal forno.
Lo stesso capita con una giovane prostituta di nome Lisa, incontrata dopo la cena: l’Uomo-topo le fa un lungo predicozzo moralizzante, ammaliato da se stesso e dal piglio e dall’eloquenza del grand’uomo di cui indossa i panni per una mezz’ora, dimenticandosi lo squallore della stranzetta del lupanare, piuttosto che realmente interessato alle vicende della ragazza.

Se lo si confronta con i “grandi romanzi”, Memorie dal sottosuolo fa acqua da tutte le parti. Più che un romanzo vero e proprio sembra un manifesto della poetica di Dostoevskij, un canovaccione in cui amalgama alcuni dei suoi temi ricorrenti:

  • un uomo in rotta con la società, tormentato dai dilemmi e paralizzato nell’azione
  • un maldestro tentativo di “redenzione”, che va a segno al di là delle intenzioni di chi lo attua
  • il «godimento della degradazione», come lo chiama Nabokov (p. 153), ovvero il crogiolarsi dell’Uomo-topo nella consapevolezza della sua condizione di diversità, anche quando assume i contorni della meschineria o della viltà, in quanto tratti che lo rendono unico, peculiare, e non lasciano che si confonda con gli altri, la massa degli imbecilli.

A proposito del protagonista, nell’introduzione all’edizione Oscar Mondadori (che ho letto con molto interesse e molto piacere), Igor Sibaldi scrive:

«Negli anni ’40 (…) dominava tanto nella società quanto nella letteratura russa il cosiddetto “uomo superfluo” (lišni čelovék): (…) era colui che per ennui, per fatalismo, o magari per troppo acuta percezione della tetraggine politico-sociale-eisistenziale del suo tempo si limitava a prendere atto di tale immensa ricchezza nascosta nel suo intimo, e non traeva alcuna conseguenza pratica, soffrendo però acutamente, allo stesso tempo, del proprio fallimento.» (p. IX)

In effetti non ci penso spesso, ma quasi tutti i romanzi che oggi si leggono come classici, come “capolavori immortali”, al loro tempo sono stati parte di un dibattito; il chiacciericcio si è dissolto e sono rimasti i libri, ma originariamente non si trattava di isolate emissioni di genialità attraverso il vuoto pneumatico, bensì di voci in mezzo ad altre, di interventi che rispondevano ad altri.

Nel complesso, Memorie dal sottosuolo è stato una lettura che ho apprezzato più con la testa che con l’animo. Ci sono libri in cui si precipita come dentro a botole aperte (anche dello stesso Dostoevskij: basti pensare a Delitto e castigo, od a I fratelli Karamazov); questo invece, soprattutto ne Il sottosuolo, mi ha fatto penare. Non capivo cosa intendesse dire l’Uomo-topo, anzi, lo trovavo decisamente antipatico, una vera piattola. Man mano che il libro (lentissimamente) procedeva, però, ho iniziato a ritrovare me stessa in alcune delle fisime dell’Uomo-topo (certo in misura assai diversa, ma è stato piuttosto inquietante lo stesso); ad avere una cognizione del dolore che macinava. Un gran libro, ma non un grande romanzo.
Altra tacchetta sulla fusoliera. |||| ||

Autore: Fëdor Mihajlovič DOSTOEVSKIJ (Фёдор Михайлович Достоевский)
Editore: Mondadori Anno: 1989 (Prima edizione: 1864) 150 pagg. + 15 pagg. (postfazione di Vladimir Nabokov)
Titolo originale: Zapiski iz podpol’ja (Записки из подполья)
Traduttore: Igor Sibaldi
ISBN: 978-88-04-51602-6

Oblòmov /2

(continua da qui)

Stolz va dritto al punto. Oblòmov è un uomo dolce, ed i suoi ideali di umanità sono così alti che ben pochi degli eventi sociali cui partecipa solitamente gente della sua estrazione a Pietroburgo gli paiono occasioni di espressione di questa pura, elevata umanità; non le fatue chiacchiere dei salotti, né il grigiore degli incarichi governativi. L'affaccendarsi dei suoi pari gli pare sommamente vacuo, e decide di tenersene fuori. Tuttavia la sua ricerca di autentica umanità naufraga in un ottundimento abulico. Rimane tenero e gentile, ma diviene un essere inerte, che vegeta da un giorno all'altro senza scopo né interessi.
Al ritorno da uno dei suoi viaggi a zonzo per l'Europa, Stolz trova il vecchio amico flaccido ed inerte, ormai assuefatto all'ozio. Per spronarlo a darsi una mossa, a riempire di significato le sue giornate, lo trascina con sé in società, ed è lui a presentare Il'jà ad Ol'ga.
Ol'ga è una ragazza curiosa, dalla mente pronta e vivace, estranea a malizie e sotterfugi delle signorine di buona famiglia; scorto diatro la goffaggine l'animo candido e colmo di tenerezza di Oblòmov, se ne innamora ricambiata. I due però commettono un errore fondamentale: Ol'ga immagina di avere il potere di cambiarlo, di farne un uomo attivo addirittura. Sembra anche riuscire nel suo intento: Oblòmov legge, Oblòmov si informa, Oblòmov si interessa ai propri possedimenti: ben presto però la fatica, quella che affronta e soprattutto quella che immagina di dover affrontare in futuro per sposarsi rischia di fiaccarlo…

L'ambivalenza dell'atteggiamento di Oblòmov, sottesa ed infine vinta dalla sua spaventosa pigrizia, mi ha dato parecchio a cui pensare; pensieri che hanno finito per saldarsi con alcune riflessioni suscitate dalla manifestazione del 13, a cui molti dei miei parenti, amici & conoscenti (maschi e femmine) hanno partecipato, e che io ho disertato.
Avevo già un impegno, ma volendo avrei potuto rimandare; ero però perplessa dall'impasto ambivalente dielle motivazioni (riprovazione verso la condotta personale del soggetto ed insoddisfazione rispetto alle politiche perseguite dal suo governo). Prese singolarmente le troverei anche (in diversa misura, ed in diverso modo) condivisibili, ma l'oscillazione dall'una all'altra mi lascia piena di dubbi. E così non ci sono andata.
Cosa c'entra tutto questo con un romanzo russo dell'Ottocento (visto che è di questo che voglio parlare: Asaki yumemishi è un blog di libri, dopotutto)? C'entra eccome: ho provato a leggere la mia mancata partecipazione alla luce dell'inerzia di Oblòmov. Si potrebbe quasi pensare che anche il rifiuto di sporcarsi le mani, di accettare qualche compromesso per strappare un uovo oggi (pur senza rinunciare a perseguire la gallina domani) sia una forma di pigrizia: auspicare che le cose prendano la giusta piega senza dover intervenire direttamente; ma, sembra voler dire Gončarov, l'inazione alla lunga genera soltanto altra inazione, spegnendo ogni residuo di iniziativa, di vita che vada oltre la mera sopravvivenza fisica. Se all'inizio del romanzo Il'jà Il'ič si informa distrattamente su ciò che avviene fuori del suo salotto (e poi accampa scuse per non uscirne), verso la fine sembra non ricordarsi nemmeno più dell'esistenza di ciò che esula dai piatti in tavola.

Di Oblòmov si potrebbe parlare per molti e molti post ancora (la splendida rotondità dei personaggi – tutti: da Ol'ga al truffatore al valletto di Il'jà; lo spaccato sulla burocrazia zarista; i diversi modi in cui ceti differenti accolgono le novità "moderne" provenienti dall'Europa occidentale… ), ma forse ho tediato a sufficienza il mondo con il mio apprezzamento verso questo romanzo. Imperdibile, assolutamente.

Autore: Ivan Aleksandrovič GONČAROV (Иван Александрович Гончаров)
Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso   Anno: 2004 (Edizione originale: 1857 e 58)  687 pagg.
Titolo originale: Oblòmov (Обломов)
Traduttrice: Laura Micheletti
ISBN: 88-89145-41-2

Oblòmov /1

Oblòmov - www.anobii.comEra entrato nella mia libreria per puntiglio, svariati anni fa ormai, e non mi aspettavo certo che questo bel tomo russo da quasi 700 pagine si sarebbe rivelato così ricco, così intenso e folgorante. Si parla tanto di crisi della "civiltà occidentale" (qualsiasi cosa si intenda con quest'infelice frase fatta), ma in un mondo in cui una meraviglia del genere è accessibile a chiunque per la modesta somma di sette euro (tanto l'ho pagato) non manca la speranza.

Il'jà Il'ič Oblòmov è un piccolo possidente terriero. La sua tenuta è abbastanza grande da permettergli di vivere di rendita a Pietroburgo, ma non sufficientemente florida da consentirgli di largheggiare. Potrebbe senz'altro ricavarne di più se ne prendesse le redini, ma Il'jà Il'ič non si decide a farlo. Non si cura dei propri affari, né li conosce, nemmeno a grandi linee. Si potrebbe pensare che sia attirato dalla vita vivace sociale pietroburghese, ma non è così. Oblòmov preferisce oziare sdraiato a letto dalla mattina alla sera, mettendo di rado piede fuori casa. Riceve svogliatamente, in vestaglia, i radi visitatori, e svogliatamente ascolta le novità del mondo e di Pietroburgo.
Il'jà Il'ič ha un'indole buona, generosa, ed ha un alto concetto dell'uomo, del suo spirito e del suo destino, parlando in generale. Però tende anche a lasciarsi andare all'indolenza. C'era stato un tempo in cui usciva in società, addirittura progettava di riformare l'amministrazione della tenuta; pian piano però aveva ceduto alle sirene delle comodità che la sua situazione gli concedeva e si era ritirato in casa, nel salotto, a letto. Non aveva abbandonato l'idea di un piano di riforme: anzi, continuava a nutrire la sola idea quel tanto che bastava per crogiolarsi nella fantasticheria di un idillio campagnolo, e far scorrere in seducenti castelli in aria il tempo fra un pasto e l'altro.

«- Quale sarebbe l'ideale della vita, secondo te? (…) Non cercano forse tutti di ottenere quel che sogno io? (…) Davvero lo scopo di tutto il vostro correre, delle passioni, delle guerre, del commercio e della politica, non è di raggiungere la tranquillità, non è l'aspirazione a questo ideale di paradiso perduto?» (Oblòmov, pag. 245)

Di tutt'altra pasta è il suo amico Stolz: terminati gli studi se n'era andato di casa con quattro soldi in tasca, diretto anche lui a Pietroburgo, ma con ben altri obiettivi. Nessun campo dello scibile umano poteva sottrarsi alla sua curiosità vorace, che investiva le lettere e le arti quanto l'economia ed i progressi tecnici; viaggiava molto in Russia ed all'estero per cercare di comprendere meglio il suo tempo, ed industriandosi era riuscito a mettere da parte una discreta fortuna. Non per questo però lasciava rallentare il ritmo della sua vita.

«- Un giorno smetterai pure di lavorare – osservò Oblòmov.
 – Non smetterò mai. A che pro?
 – Quando avrai raddoppiato i tuoi capitali – disse Oblòmov.
 – Quando li avrò quadruplicati, nemmeno allora smetterò.
 – Ma perché mai ti affatichi – prese a dire dopo un attimo di silenzio, – se il tuo scopo non è quello di provvedere a te stesso per sempre e poi ritirarti nella quiete a riposare? (…)
– Per il lavoro in se stesso, e niente più. Il lavoro è forma, sostanza, energia e scopo della vita, per lo meno della mia. Tu hai scacciato il lavoro dalla tua vita: e ora a che cosa somiglia?» (Oblòmov e Stolz, pagg. 247-8)
 

(continua…)

Le notti bianche

Riprendere un libro a distanza di pochi anni a volte fa un effetto strano. Quando lessi per la prima volta Le notti bianche ero reduce da tre monumentali mostri sacri di Dostoevskij, e quel librettino smilzo deve essersi dileguato lasciando un'impressione sbiadita. Però qualche giorno fa, mentre miaccingevo a chiudere i bagagli, la mano è corsa repentinamente a quel libro, su quello scaffale.

Un sognatore lascia che i passi guidino il suo vagabondare in vie e viuzze della città al crepuscolo. Non sappiamo quasi nulla di lui, se non che è giovane e vive solo, privo di famiglia od amici. Allo stesso tempo però sappiamo molto: Dostoevskij ci dischiude il suo mondo interiore, intessuto dalle suggestioni di atmosfere e colori, che scorge vita e storie anche laddove altri non vedono che un vecchio muro scrostato, un vaso sbeccato, una casa da ritinteggiare. Il nostro sognatore vive in una dimensione immaginifica, priva di luci troppo intense e di spigoli troppo vivi, che lo distaccano dal tran-tran quotidiano in cui pare ingabbiata la mente degli altri uomini. Questa lo salva, ma al contempo lo condanna ad una profonda solitudine.
Finché una sera conosce una ragazza: la vede soffocare i singhiozzi, lo sguardo umido perso nelle acque di un canale. Toccato dal suo contegno fragile e privo di affettazione, si offre di scortarla fino a casa; nel breve spazio della passeggiata, i due si scambiano parole vibranti e sincere, ed il nostro sognatore sente subito di aver trovato l'anima affine a lungo agognata.
Si incontrano ancora nelle notti successive, sempre sulla stessa panchina presso il canale della prima sera; si raccontano le proprie vite, di come l'immaginazione li abbia soccorsi quando la vita sembrava troppo pesante, trasportandoli in luoghi fantastici e lontani, o svelando la magia invisibile di luoghi familiari ed oggetti inanimati. Il nostro sognatore si innamora di Nasten'ka di un amore pudico ed intenso; le prime luci del mattino, però, minacciano la fine dell'ennesimo sogno evanescente: quello di un futuro insieme.

Come mi ha colpita, questo racconto, a distanza di cinque anni! Eppure non è passato poi tanto tempo…
Il nostro sognatore ha un ricchissimo mondo interiore che gli consente di non soccombere al grigiore impiegatizio; allo stesso tempo però questo ritiro ne ha fatto un inetto sociale, quasi un recluso. Guarda la gente dall'esterno ma finisce per ritrarsi impacciato e deluso. Sembra suggerire che benché l'uomo sia chiamato un "animale sociale", socializzare in realtà è un'attività che va imparata al pari delle altre. Lungi dall'essere "naturale", aspettative e convenzioni stringenti fanno sì che comporti una performance piuttosto impegnativa; per coloro che non si sono scaltriti praticandola, una fatica immane, quando non un ostacolo insormontabile. Il nostro sognatore è impigliato in questo dilemma.
Dostoevskij tocca le vicende dei due ragazzi con una scrittura suggestiva ma delicata, concedendo ampio spazio ai loro dialoghi notturni.

Ma una cosa, molto più piccola e marginale, mi rende questo librettino particolarmente caro: quando arriva l'ultima aurora e la gioia del nostro, a malapena accarezzata, rishcia di svaporare, Dostoevskij non lo fa annegare nel rimpianto; gli concede invece di abbracciare quella gioia, ancorché effimera, poiché è stata, e di continuare a pensare a Nasten'ka con gratitudine.
Una riscoperta di cui sono felicissima.

Autore: Fëdor Mihajlovič DOSTOEVSKIJ (Фёдор Михайлович Достоевский)
Editore: Einaudi   Anno: 1991 (Edizione originale: 1848)   71 pagg.
Titolo originale: Belye Noči (Белые ночи)
Traduttrice: Vittoria De Gavardo
ISBN: 978-88-06-59968-3

Vita e destino

Confesso che sin dall’ingresso alla Facoltà di filosofia ho provato una profonda diffidenza, mista ad ammirazione, per coloro i quali si inoltrano nello studio del versante morale della disciplina. A me è sempre parsa una materia alquanto intricata ed anche quando mi sembrava di avere a che fare con questioni piuttosto semplici, bastava il confronto con qualcuno per rendersi conto di quanto quell’impressione fosse fallace.
Così ho preferito un naviglio senza pretese, che pescasse i suoi pesciolini con gli strumenti messi a disposizione dalla logica formale, piuttosto che imbarcarmi sulla Pequod ed ingaggiare un duello con la balena bianca: si richiedeva troppo ardimento.
Chiusa parentesi autobiografica. (Perché l’ho aperta? Ci arriviamo.)

Vita e destino è un romanzone monumentale in cui si intrecciano le vicende di vari personaggi, sullo sfondo dell’assedio di Stalingrado, che ogni tanto inghiotte a tradimento qualcuno. C’è il comandante Grekov, un comunista della vecchia guardia ripescato dal carcere dove era stato stivato per effetto di una purga, che guida la resistenza di un avamposto di Stalingrado con uno spirito pragmatico che scandalizza i commissari politici; c’è Strum, un fisico teorico che concepisce un sistema di equazioni rivoluzionario durante lo sfollamento a Kazan’ e per il quale in rientro a Mosca può significare la consacrazione ufficiale od un mare di guai con i vertici politici dell’Istituto di Fisica (e non è scontato quale delle due cose ne incrinerà la fibra); c’è Krymov, solerte membro del partito, che dopo una vita spesa con convinta abnegazione a difendere il partito senza esitare a tagliarne i rami secchi, i potenziali dissidenti, si vede chiudere senza preavviso nei sotterranei della Lubjanka; c’è Ljudmila, che continua a discorrere con la fotografia del figlio Tolja caduto in battaglia; c’è lo Sturmbahnführer Liss che si distrae dai suoi doveri di comandante di un lager per discorrere di massimi sistemi con gli internati che più lo interessano, con l’intento di scrivere un trattato sugli aspetti condivisi dai sistemi totalitari nazista e sovietico; c’è Ženja, sorella minore di Ljudmila ed ex moglie di Krymov, che dovrà decidere se rinunciare alla propria felicità personale per non lasciare solo l’ex coniuge caduto in disgrazia, seguendolo alla Kolyma
Le storie si incrociano, si intrecciano, prendono direzioni inaspettate disegnando i profili di persone normali scaraventate in situazioni di quotidianità che li mettono continuamente nella posizione di dover compiere scelte non facili, tantomeno facili quando la strada sembra già tracciata innanzi a loro.

La quarta di copertina definisce Vita e destino «una bruciante riflessione sul male», con un moto di epocalità che la accomuna a molte altre quarte di copertina («cambierà per sempre le vostre vite», «tornerete ad amare», «un capolavoro indelebile della letteratura urlucca»… ), però non è un epiteto che mi abbia convinta granché. In parte per via della mia già citata diffidenza (ed inadeguatezza) nei confronti delle discussioni di ordine morale; in parte perché Vita e destino è molto di più di una "riflessione" sul bene e sul male: è uno splendido, meraviglioso romanzo che conquista per la sua ricchezza, per la complessità e vivacità dei personaggi, per lo stile che sembra fatto di niente ma lo illumina di una limpida bellezza.
Ho comprato Vita e destino contro ogni ragionevole considerazione (soprattutto di spazio: adesso che l’ho finito e va tolto dal comodino letteralmente non so dove metterlo ^^’ ) perché la prima pagina, sfogliata distrattamente in libreria, mi ha calamitata e non sono stata capace di rimetterlo giù.

Poi sì, è vero, il problema del bene e del male nella condotta umana emerge nel romanzo, dal complesso delle vicende dei vari personaggi e dall’intrigante scavo psicologico che Grossman dedica a ciascuno; e quello che Grossman fa dire al povero, incompreso Ikonnikov (e non vi dico cos’è  ) mi ha molto colpita (anche se non è stato il primo a prendere una posizione del genere). Per certi versi, è qualcosa che mi sento di condividere.
Però sono convinta anche di qualcos’altro: che le cose sono sempre ingarbugliate; ma non abbastanza per dissuaderci dal cercare di capirle un po’ di più, come aggiungeva il mio professore di storia e filosofia del liceo.
Grossman ha il merito di non pretendere di sgarbugliarle troppo, raccontandole invischiate di quotidiana banalità: questo me lo fa amare assai di più che considerazioni sulla "morale" che potrebbe consegnare ai posteri (od ai gggiovani, che ultimamente pare essere un passatempo praticato da molti).

Autore: Vasilij Semënovič GROSSMAN (Василий Семёнович Гроссман)
Editore: Adelphi   Anno: 2008 (Edizione originale: 1959)   827 pagg.
Titolo originale: Žisn’i sud’ba (Жизнь и судьба)
Traduttrice: Claudia Zonghetti
ISBN: 978-88-459-2340-1

Dialettica di un periodo di transizione dal nulla al niente

Dialettica di un periodo di transizione dal nulla al niente - www.liberonweb.itPikachu è il Pokémon numero 25; usa l’energia elettrica ed è ghiotto di noccioline. A Pikachu somiglia molto, anche fisicamente, Stepan Arkad’evič Michajlov, detto Stëpa; l’aspetto pingue e bonario gli conferisce un’aria quasi ebete, ma questo non è che il suo più efficace mascheramento: Stëpa è il fondatore ed il direttore della Sanbank, che si occupa di reinvestire e riciclare denaro sporco, prima per la malavita cecena, poi per gli oligarchi che l’hanno sgominata.
I suoi investimenti azzardati ed in controtendenza, mostratisi poi fruttuosi, gli hanno costruito una fama di abile investitore, conoscitore luciferino dei più reconditi meccanismi del mercato. In realtà Stëpa è un bonaccione un po’ tonto, perdipiù ignorantissimo in materia di mercati finanziari. Il criterio in base al quale guida la sua banca è il numero 34, con il quale ha stretto un’alleanza sin da piccolo: se nei documenti relativi ad una qualche operazione finanziaria compare il 34 si affretta a concluderla, viceversa la tronca se dovesse scorgervi la sua nemesi, il 43.
E Pikachu? Ci arriviamo. I Pokémon, e Pikachu in particolare, sono l’ossessione privata di Mjus, segretaria di Stëpa nonché sua amante, che imita il proprio alter-ego Meowth (Pokémon numero 52) persino nella pettinatura.
In un vortice di assurdi guru sinozentaoisti, tatari allucinati in cerca di conversione, fratelli mafiosi ceceni, pupazzi televisivi post-sovietici nouvelle régime, cavalieri jedi dei servizi segreti e soprattutto manifestazioni dell’arcinemico 43, sotto le spoglie di un banchiere rivale con bislacche perversioni asinine, si approssima il 43esimo compleanno di Stëpa, che potrebbe segnare la fine di tutto.

DPT(NN) - wikipedia.org

Se non è il primo post che leggete sul mio blog, non avrete difficoltà ad indovinare quali ragioni mi abbiano indotta a scegliere proprio questo libro. Dico io, guardate la copertina: è bellissima! XD Anche più bella di quella originale (che pure non è male…). Pure il titolo mi ispirava, così l’ho pescato dallo scaffale e me lo sono portato a casa.

Non è che sia un granché. Si può ipotizzare che Pelevin abbia voluto ritrarre l’ambiente affaristico-speculativo emerso in Russia dopo la fine dell’URSS facendone risaltare la contiguità con i vertici dell’establishment e la criminalità organizzata (realtà perlopiù coincidenti), e soprattutto il suo totale nonsenso.

Senza aver letto la quarta di copertina (che con previdente senso del marketing sorvola su tutta la questione del 34 che è il leit-motiv di tutta la faccenda), però, il romanzo ricorda più un articolato delirio.

Ma non è che sia nemmeno tanto male. Credevo fosse bruttino, ma il paragone con quello che sto legendo adesso (per la cronaca: Jeanette Wilson, Powerbook, Mondadori) me l’ha fatto rivalutare, fissando anche una nuova unità di misura dello schifo.
Ben mi sta per aver voluto mettere da parte il mio snobismo ed essermi data alla lettura di autori contemporanei. Continuo a ritenere che il certificato di morte sia una garanzia, se non per me almeno per loro.

Autore: Viktor Olegovič PELEVIN (Виктор Олегович Пелевин)
Editore: Mondadori   Anno: 2007 (Edizione originale: 2003)   272 pagg.
Titolo originale: DPP(NN) – Dialektika Perechodnovo Perioda iz Niotkuda v Nikuda (ДПП (NN) / Диалектика переходного периода из ниоткуда в никуда )
Traduttrici: Catia Renna e Tatiana Olear
ISBN: 978-88-04-53920-9