Conan il ragazzo del futuro

conan-il-ragazzo-del-futuroQuella di Conan il ragazzo del futuro è una lettura che desideravo fare da un bel pezzo. Amo molto l’opera di Hayao Miyazaki e ho letto diversi dei libri a cui si è ispirato per i suoi lavori. Inoltre da un po’ di tempo a questa parte mi sono innamorata del mare, dei grandi panorami aperti e azzurri. E in Conan, di mare, ce n’è in abbondanza.
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Il romanzo infatti è ambientato in un futuro in cui lo scioglimento delle calotte polari ha provocato l’innalzamento dei mari su tutto il pianeta. Questo sconvolgimento, ribattezzato poi “Cambio”, ha spinto i non numerosi superstiti sulle alture, trasformatesi in isole. Anche Conan è un sopravvissuto: il Cambio l’aveva separato dai suoi cari appena dodicenne, gettandolo su un’isoletta dalla quale non si vedeva anima viva. E su quell’isola era rimasto, imparando a pescare ed a costruirsi ciò di cui aveva bisogno, con la sola compagnia dei gabbiani di Lanna (ci torneremo) e dell’esortazione imperativa a resistere di una voce misteriosa.

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Questa vita di isolamento era durata cinque anni, fino al giorno in cui Conan era stato catturato da una solitaria nave di passaggio. Veniamo così a sapere che i superstiti di una delle superpotenze che esistevano prima del Cambio si sono riorganizzati nel Nuovo Ordine, un impero tecno-industriale che ambisce al dominio planetario.
Ma il Nuovo Ordine, che basa la sua potenza sull’industria, ha due punti deboli: il primo è il bisogno continuo di materie prime e manodopera giovane; il secondo è la dipendenza dagli scarsi scienziati e ingegneri sopravvissuti. Per questo motivo il Nuovo Ordine da un lato trama per conquistare High Harbor, un’isola su cui i giovani abitanti hanno coltivazioni ed allevamenti, dall’altro pattuglia i mari in cerca di Briac Roa, geniale inventore scomparso durante il Cambio.

Conan, prigioniero del Nuovo Ordine, viene marchiato con una croce rossa sulla fronte e obbligato a lavorare alle dipendenze di un vecchio ingegnere navale burbero e scostante soprannominato “Orbo”. Le sue intenzioni sono di scappare e di raggiungere High Harbor, dove vive ancora Lanna, la sua più cara amica d’infanzia, ammaliatrice di gabbiani e nipote dell’Insegnante, e da lì combattere il Nuovo Ordine.
Ma come fare a scappare? Come contrastare la superiorità tecnologica del Nuovo Ordine? E come ricostruire un nuovo rapporto con la natura?

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È interessante notare come il tema della catastrofe ecologica si intrecci a quello della guerra: il Cambio infatti è stato provocato dall’uomo, non attraverso l’inquinamento e l’effetto serra, come saremmo portate ad immaginare oggi, bensì attraverso l’uso di di un’arma di potenziale distruttivo superiore alla capacità umana di controllo nel corso di un conflitto fra superpotenze. (Visto che il conflitto era fra un impero totalitario e gli Occidentali, e visto che il libro è del 1970, il riferimento alla Guerra Fredda è piuttosto trasparente).

Un argomento tema presente è quello di conflitto e alleanza generazionale. Gli adulti del romanzo infatti sono incapaci di guidare le comunità umane: sono avidi e meschini, come gli affiliati del Nuovo Ordine, oppure sono inetti, cone Shann di High Harbor. Gli unici che possono prendere in mano la situazione ed imprimere un nuovo corso sono i ragazzi, che possiedono ciò che agli adulti manca: energia e purezza (Conan, Lanna). Ma i ragazzi non possono essere lasciati a loro stessi, o corrono il rischio di inselvatichirsi: per questo motivi occorre che stringano alleanza con la generazione degli anziani (come Insegnante) e farsi guidare dalla loro saggezza e lungimiranza.

Fra l’altro, il rapporto fra giovani e anziani, spesso in contrapposizione agli adulti ed alla loro aridità, è un tema molto caro ad Hayao Miyazaki, e ritorna spesso nel suo lavoro sia di regista che di mangaka.
Per quest’ultima osservazione devo ringraziare l’input di Yupa, con il quale ho avuto il privilegio ed il grande piacere di discutere di questo aspetto del lavoro del maestro. 😊

🔖 Colgo l’occasione per una micro-segnalazione: Yupa, che è un apprezzato traduttore di manga, ha dedicato saggio breve e denso alla riflessione di Hayao Miyazaki sul rapporto fra uomo e natura, intitolato Nausicaä e la Natura. Una presentazione del libro si può leggere [QUI] ed il libro si può acquistare in formato digitale [QUI]) 🔖

Tornando a Conan, un punto che mi ha convinto poco è la faccenda delle voci. Non ho capito perché mischiare la storia delle comunicazioni fra telepati al problema della coscienza/voce divina… senza un po’ di contesto l’effetto finisce per essere “Ho visto la luce!” mentre qualche cenno in più su telepatia eccetera l’avrei gradito.
Comunque nel complesso: soggetto notevole, impianto interessante, esecuzione non altrettanto brillante. Sono contenta della lettura e sono impaziente di leggere altro fantastico.

Autore: Alexander Hill KEY
Editore: Kappa Edizioni   Anno: 2007 (Edizione originale: 1970)   171 pagg.
Titolo originale: The Incredible Tide
Titolo in italiano: La grande onda di marea
Traduttore: M. Carpino
ISBN: 9788874711673

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A proposito del rosa | Diana Palmer /4

Ambientazione
Diana Palmer è americana, e i suoi romanzi sono ambientati negli Stati Uniti, di preferenza  in Texas, Wyoming, Montana – stati con grandi pianure -, ma anche, in misura minore, in Georgia, Lousiana e Florida. Quello che hanno tutti in comune è la prevalenza di un ambiente rurale in cui il lato selvaggio della natura è domato dall’uomo. Quindi ranch e centri urbani piccoli, o che comunque sono spiccatamente locali. Ciò che manca interamente è il cosmopolitismo delle coste nordorientale e pacifica.
Quello che trovo molto interessante dei libri della Palmer è proprio la rappresentazione di questo tipo di ambiente. La sfumatura morale di cui lo tinge. Perché per le PF questa dimensione locale è rassicurante, e capace di contenere tutte le loro aspirazioni.

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Benché sia la politica che la cultura siano bandite dai dialoghi fra i personaggi (a onor del vero, in un libro viene citato un romanzo, letto in spagnolo dal PM alla PF convalescente, ma è un caso più unico che raro), nel corso delle loro interazioni, capita che diano voce a qualche preoccupazione o scontento sullo stato del mondo. Sono una sintesi interessante delle minacce percepite da PF e PM alla loro way of life:
▶ Gli unici riferimenti alla politica sono sporadiche esclamazioni spazientite del PM nei confronti del politically correct e di Washington D.C., sorta di palude di ipocriti palinciapèt.
▶ Per quanto riguarda società e costumi, la PF biasima fermamente le ragazze che hanno una vita sessuale prima del matrimonio, mentre il PM vede sfavorevolmente le donne con ambizioni di carriera, a maggior ragione se non vengono messe da parte con l’arrivo dei figli. Siamo in piena sindrome da angelo del focolare quindi… (Per un uomo invece saltare la cavallina ed essere assorbito dal lavoro sono sinonimi di successo).
▶ Il problema di attualità che preoccupa maggiormente PF e PM è quello della droga – ma fortunatamente sceriffo e compagnia difendono la comunità a suon di retate di trafficanti messicani.

Il mondo dei romanzi della Palmer è una specie di fantasia retrò Anni ’50. Tutti i rosa sono messe in scena di fantasie, e trovo questa cosa affascinante. Non so resistere ad uno scorcio su un altro modo di guardare le cose. Alla fine leggere storie che attingono ad un certo immaginario è come farci dentro un viaggio. La casalinghitudine ranchera favoleggiata dalla Palmer è anche un po’ inquietante e offensiva, certo, ma aver soggiornato per un po’ in quell’immaginario mi ha fatto conoscere qualcosa di diverso.
Tra l’altro i romanzi di Diana Palmer hanno venduto più di 42 milioni di copie: vuol dire che c’è una nutrita platea di lettori che questa sua fantasia retrò la visita periodicamente. Mi piacerebbe parlare con qualcuno a cui questa fantasia effettivamente piace, che ci si sente a proprio agio, laddove io la trovo limitante.

Segnali di stile
La prosa della Palmer è caratterizzata da tre “I”:
Inaffidabilità dei personaggi: la progressione della trama è talmente rodata che la Palmer non si preoccupa della coerenza di pensieri e comportamenti dei personaggi nel corso della storia. Ad esempio in The patient nurse il PM Ramon ce l’ha a morte con la PF Noreen perché la considera responsabile della morte prematura della sua amatissima prima moglie. A cinque anni dalla dipartita della defunta, però, tutto d’un tratto riconosce di aver sempre amato la PM alla follia, e ricorda che la defunta era meglio perderla che trovarla. Della serie: L’ho trattata come un’appestata per cinque anni, ma era tutto amore. Wtf? o_O
Iperrealismo visivo: la Palmer spezza ogni sequenza di azioni in singoli gesti (come altrettante inquadrature) e deve precisare il possibile significato e/o riferimento a stati interiori di ciascuno. Va bene che si tratta di rosa, va bene che la materia del racconto sono i sentimenti, ma questa iperdramatizzazione è assurda e pesante. Siamo ai livelli di: Omg omg omg, il PM ha inarcato un sopracciglio, si tratta di un gesto che ha un significato recondito e che potrebbe mettere a repentaglio la nostra relazione!!1!1
Infodumping: in generale le digressioni non mi dispiacciono, ma capita non di rado che la Palmer riversi la storia della vita dei suoi personaggi in lunghe parentesi esplicative o, peggio ancora, in dialoghi senza senso. In A man of means, l’autrice informa il lettore di una serie di eventi relativi al fratello della PF in un dialogo fra PF e PM; la stranezza è che lui ne parla a lei, benché lei sia già a conoscenza di ogni cosa, e lui sappia che lei sa: un dialogo illogico, ingiustificato e artificioso. L’impressione che la Palmer che copincolli nel testo i suoi appunti sul personaggio, invece di sforzarsi di integrarli nella storia in qualche maniera significativa.

Come nota finale però devo dire che mi è venuta voglia di vedere dal vivo i paesaggi maestosi di Montana e Wyoming (quando? mai, probabilmente, ma sognare non costa niente). Ho degli amici con la fissa degli Stati Uniti, mentre nel mio caso i sogni dell’Altrove hanno preso molto presto la via dell’Oriente. Infine però ho avvertito il fascino delle grandi pianure, dei paesaggi aperti, dei cortei di nuvole che volano al di là del profilo dei monti, in lontananza.

E così sono arrivata in fondo a questo lunghissimo post su Diana Palmer. Ci sono altre autrici di cui mi piacerebbe parlare prima o poi: Georgette Heyer, Betty Neels, eventualmente Mary Balogh o Lisa Kleypas. Ma chissà quando. Ho raggiunto la saturazione da rosa per un bel po’. XD

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A proposito del rosa | Diana Palmer /3

Matrice del racconto
Come già la costruzione dei personaggi, anche la struttura della trama dei romanzi di Diana Palmer rispetta uno schema che si ripete senza tante variazioni.
① La PF entra nella vita del PM (variazione: se PF e PM si conoscono già da tempo, la trama parte direttamente dal punto 2).
② Tensione 1: Presenza di un ostacolo che impedisce la formazione di buoni rapporti fra PF e PM. Può trattarsi di un malinteso, di un blocco psicologico, o di un impedimento esterno. Sta di fatto che rende tese le interazioni fra PF e PM.
③ Tensione 2: Intensa attrazione reciproca giocata tutta sul piano fisico (UST). Ciò fa sì che dalla metà circa del romanzo in poi PF e PM finiscano a più riprese avviluppati a fare le cosacce, senza però arrivare al dunque perché mancano le condizioni per costruire una relazione stabile.
④ Scioglimento 1: Superamento degli impedimenti.
⑤ Scioglimento 2: PF e PM convolano a giuste nozze e possono infine consumare la loro unione.

In definitiva, il vero motore della storia è il desiderio carnale: una attrazione fisica talmente forte da travolgere codici di comportamento, senso comune e volontà individuale. Trovo curioso che una vessillifera della castità prematrimoniale come la Palmer adoperi il desiderio sessuale come fondamento del matrimonio monogamico.
Nei libri posteriori fa uno sforzo per valorizzare l’apprezzamento delle qualità personali dell’altro, ma si tratta al più di un fattore di superamento della riluttanza verso il matrimonio (vedi punto 2), non di un combustibile del desiderio.

Le leggi dell’attrazione
Visto che il desiderio carnale ha un ruolo tanto importante nei romanzi di Diana Palmer, è il caso di fare qualche osservazione più da vicino.
Innanzitutto, PM e PF hanno pregressi molto diversi. Laddove il PM ha stesi trascorsi di relazioni disimpegnate ed edonistiche, al contrario la PF non ha la benché minima esperienza in materia di sesso, solo qualche vaga cognizione teorica.

La trama, che conduce PF e PM alla felice  unione, traccia dunque due percorsi diversi:
> per la PF, il percorso è di iniziazione alla sessualità (l’apertura del vaso di Pandora);
> per il PM, invece, il percorso è quello inverso della limitazione della sessualità alla situazione regolamentata del matrimonio (quasi che nel suo caso, invece, il vaso di Pandora andasse chiuso).

Perciò il desiderio carnale è presentato come una forza fondamentalmente ambigua, potente ma proprio perciò pericolosa. Il sesso completa la nostra esperienza dell’essere umani, ma non può essere fine fine a se stesso, deve essere solamente un mezzo rivolto alla società.

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A proposito del rosa | Diana Palmer /2

La protagonista femminile
Anche le protagoniste femminili (PF) si ripetono di romanzo in romanzo, rispondendo ad un modello ben determinato. Sotto molti aspetti sono più slavate della controparte maschile, ma penso che anche i margini di vaghezza siano funzionali a consentire la proiezione delle lettrici nel personaggio; probabilmente una caratterizzazione forte sarebbe d’intralcio.

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♀ Pur essendo minuta rispetto al PM, la PF miracolosamente ha gambe lunghe e ben tornite; inoltre il suo fisico è sodo e sinuoso, la carnagione chiara e compatta, gli occhi grandi e splendenti. Il genere di personaggio che non assoceresti all’atto del defecare, per intenderci.
♀ La PF però non valorizza questo suo fisico mozzafiato: predilige invece un abbigliamento pratico e modesto, se non addirittura trascurato. Il motivo di questa indifferenza risiede in una certa estraneità al compiacimento fisico (che sia estetico, alimentare o sessuale).
♀ A questo difetto di fisicità corrisponde un elevato sviluppo morale. La PF ha un carattere gentile e accudente (non si contano i cuccioli randagi adottati), è comprensiva, di norma ritrosa ma combattiva se la causa è giusta. Una crocerossina petulante (il termine gergale è “holier-than-thou“: più santa di te). La sua limitata conoscenza del mondo la porta a fare errori di valutazione, ma le intenzioni sono sempre buone.
♀ Generalmente, la PF ha un livello di istruzione più basso di quello del PM. Se non si ferma al diploma o a dei corsi al community college della zona, gli anni di università sono stati caratterizzati da fatica indefessa. Chissà perché i PM si laureano in scioltezza, mentre le PF devono fare le notti in bianco e sudare freddo prima di ciascuna sessione d’esame.
♀ Un tratto comune delle PF è il minor dinamismo professionale rispetto alla loro controparte maschile. Le loro aspirazioni lavorative sono modeste, del resto in linea con gli studi svolti (contabile, domestica, segretaria). Quelle fra loro che invece hanno studiato, svolgono professioni di cura (infermiera, medico, insegnante) e sono ancorate alla comunità di appartenenza – diversamente dai PM, a loro agio tanto fra cavalli e vitelli quanto fra gli avvocati di Manhattan.
♀ Non di rado la PF ha un retroterra familiare drammatico (genitori e/o fratelli morti in circostanze drammatiche, abbandono, abuso di alcol e droghe).
♀ Il sogno della PF è uno di tranquilla normalità: il grande amore, una bella famiglia non disfunzionale, una casetta con giardino, vita di comunità.

La PF di Diana Palmer è una elegia dell’eccellenza nella medietà: una ragazza della porta accanto, attraente ma non di una bellezza appariscente, le cui aspirazioni si limitano ad una migliore integrazione nella comunità di cui fa parte.

[continua]

A proposito del rosa | Diana Palmer /1

Nel febbraio dell’anno scorso lessi alcuni romanzi rosa sparsi. Avevo vagamente intenzione di parlarne qui su Asaki, ma con la ripresa del semestre la pigrizia ebbe la meglio.
Questo mese ne ho letta un’altra manciata (febbraio potrebbe diventare il mese del rosa XD), ed ho messo a fuoco una caratteristica del rosa scritto in serie di cui non mi ero ben resa conto: le differenze fra autrici sono molto più significative di quelle fra i romanzi della medesima autrice. Le autrici tendono a sviluppare uno stile personale distintivo – ovvero ad usare nei romanzi una certa serie di tropi. Anzi, si potrebbe dire che le autrici di successo sono quelle che sono riuscite a trovare la formula vincente – una combinazione di tropi riconoscibile, che diviene il loro marchio di fabbrica.
In fondo, pensandoci un attimo questa ripetitività dei tropi non deve sorprendere, considerata la prolificità delle autrici di questo genere, che spessissimo anno all’attivo decine e decine di romanzi. Sarebbe impensabile perseguire l’originalità mantenendo questi ritmi.

Quindi, piuttosto che dei romanzi singolarmente, ho pensato che avrebbe più senso parlare di un’autrice e dei suoi lavori presi nell’insieme, e così oggi parlo un po’ della scrittrice statunitense Diana Palmer, oltre un centinaio di titoli dal 1979 ad oggi. Mi sono divertita a cercare la sua formula vincente: cosa caratterizza i suoi libri? Come si distingue dagli altri? A cosa deve il suo successo?

Il protagonista maschile
Il protagonista maschile (PM) ha un ruolo essenziale per il funzionamento della storia, anche più importante della sua controparte femminile. Le autrici lo sanno, e quelle che quelle che sono riuscite ad affermare un proprio stile nel panorama del rosa generalmente hanno studiato attentamente la costruzione della loro tipologia di PM.

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L’immancabile cappello da cowboy di marca Stetson del PM

♂ Il PM è un cowboy. Cioè a volte fa tutt’altro nella vita, ma molto spesso è anche un cowboy: se non alleva vacche per professione o nel tempo libero, fa il rodeo (e in tal caso, ha vinto un botto di trofei). Non sto scherzando: il rodeo.
♂ Va detto però che il PM non è un vaccaro qualsiasi, i jeans toppati ed i calzini con l’alluce bucato: nonnonnò, è straricco. Che li abbia fatti allevando bovini, dirigendo un’azienda, o esercitando una libera professione, ha quattrini a palate: vive in un ranch di nonsoquanti acri e guida automobili di grossa cilindrata; magari possiede perfino un jet privato. Per quanti siano, però, se li è guadagnati da solo: la sua ricchezza è una manifestazione del successo sul lavoro.
♂ Non solo è un uomo di successo nella sua professione, ma ha anche studiato bene (è da non credere quanti cowboy con un master ad Harvard galoppino per l’America profonda!)

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♂ Fisicamente imponente: il PM è alto e ha un fisico solido grazie all’attività all’aria aperta; il dettaglio che non manca mai è un petto muscoloso e villoso. (Curiosamente, oggidì il pelo è un elemento di appeal celebrato nell’estetica gay. D’altronde quando si insiste molto sulla mascolinità, lì si arriva.)
♂ Il PM ha un carattere duro, con molti spigoli, esigente con se stesso e con gli altri. Sotto questo rivestimento adamantino, però, ha un cuore di panna.
♂ È un uomo di poche parole, e quelle poche taglienti, ma sotto sotto è sensibile e “non si vergogna di piangere”.

Quindi il PM di Diana Palmer è un fustacchione, un tipo ruvido ma sotto sotto anche tenero, membro di spicco della comunità grazie alla direzione di un’attività di successo ed all’istruzione superiore.

[continua]

Love in the Afternoon

Love in the afternoonA febbraio di quest’anno mi sono lanciata in un ardito esperimento di lettura: uno dopo l’altro, ho letto una valanga di romanzi rosa, in prevalenza americani con qualche titoli britannico. Avevo intenzione di condensare tutte queste letture in un paio di post dedicati al genere rosa, ma l’inizio repentino del semestre ha messo sottosopra le mie priorità. Riprendendo in mano appunti e romanzi però mi sono detta che archiviare tutto senza scrivere neanche un rigo sarebbe stato un vero peccato. Così ho scelto cinque romanzi di cui, per motivi diversi, secondo me vale la pena parlare. Ma mi conosco e non credo di avere tempo e costanza di scrivere di tutti e cinque. Inizio con uno; per gli altri si vedrà poi.

Il fortunato è un romanzo uscito in Italia nel 2013 con il titolo Pomeriggio d’amore. Ehm. rabbit-1-smiley-061 Si tratta del quinto e ultimo romanzo della serie degli Hathaway (alla buon’ora mi sono accorta che molti romanzi storici sono organizzati a grappoli con in comune personaggi, ambientazione, e talvolta alcuni problemi che creano la tensione drammatica nei romanzi; ad esempio, nella serie La leggenda dei quattro soldati di Elizabeth Hoyt, il problema centrale è un episodio della guerra fra inglesi e francesi & nativi nelle colonie del Nuovo Mondo, episodio misterioso in cui i quattro protagonisti maschili erano rimasti coinvolti).
La nostra protagonista è Beatrix, la più giovane delle quattro sorelle Hathaway. Tutti gli Hathaway prendono con distacco giocoso le convenzioni sociali del tempo (siamo nel 1856, in pieno periodo vittoriano), ma Beatrix è particolarmente insofferente all’affettazione delle signorine, alle loro chiacchiere di maniera ed al destino di donnina domestica. Alle occasioni mondane non fa mistero di preferire la compagnia degli animali, tanto da spingere qualche gentiluomo della zona a commentare sprezzantemente che sarebbe dovuta rimanere nelle stalle. Tutto il contrario della graziosa Prudence, anche fisicamente: tanto è alta e mora la prima, quando è minuta e bionda la seconda; tanto esuberante e diretta Bea, quanto a modo e scaltra Pru.
L’intreccio inizia ad imbrogliarsi quando uno dei giovanotti sprezzanti di cui sopra, il capitano Phelan, inizia una corrispondenza con Prudence dal fronte della guerra di Crimea, dove presta servizio come fuciliere. Prudence in realtà non ha troppa voglia di rispondere, ma l’intensità delle lettere di Phelan toccano una qualche corda del cuore di Beatrix, che gli risponde a nome di Pru. Inizia così una corrispondenza che si fa via via più intensa e personale per entrambi, motivo per cui Beatrix decide infine di troncarla. Phelan ha ormai deciso di chiedere la mano della sua adorabile corrispondente al rientro in Inghilterra; prima di convolare a giuste nozze, tuttavia, dovrà rendersi conto dell’inganno, perdonare Beatrix, e conciliarsi con la prospettiva di legarsi alla più matta di una famiglia di spostati.

La Guerra di Crimea
Della Guerra di Crimea (1853-1856) non sapevo granché, salvo il poco che avevo sentito a scuola, tutto dal nostro punto di vista italocentrico: la prima occasione in cui il Piemonte riuscì a giocare un ruolo internazionale, e anche una campagna grazie alla quale di determinò quella vicinanza militare con la Francia di Napoleone III che fu determinante per il buon fine della Seconda Guerra di Indipendenza.
Mentre leggevo il romanzo però questa cosa della Guerra di Crimea mi ha incuriosita non poco. Ho guardato qualche documentario, spulciato qualcosina, scoprendo che esiste una miriade di punti di osservazione. Si tratta del teatro in cui Tolstoj ha ambientato I racconti di Sebastopoli, scritti mentre prestava servizio come militare presso la città assediata; fu la prima guerra ad essere coperta da reportage di inviati speciali indipendenti sulla stampa britannica; questi reportage, che potevano essere molto critici dei vertici del governo e dell’esercito, e molto crudi nei loro resoconti delle atrocità della guerra di posizione, ebbero come effetto immediato quello di suscitare l’interesse di Florence Nightingale, e più a lungo periodo quello di portare l’opinione pubblica ed il governo britannici a  ripensare l’organizzazione dell’esercito, i cui ufficiali, fino a quel momento, erano reclutati esclusivamente presso i nobili, ed a prescindere dalla effettiva preparazione militare. Insomma, da approfondire ci sarebbe moltissimo.
Ci sono almeno due documentari inglesi che vale la pena di guardare: The Crimean War (UKTv History, 1997), in tre puntate, che ripercorre le fasi della guerra ed il suo impatto sulla società inglese, [qui]; e la seconda puntata della serie The Victorians (BBC, 2009), intitolata Having it all, nella quale ci si concentra invece sulla trasformazione del modo di raffigurare la guerra attraverso i dipinti del periodo immediatamente successivo: dai toni eroico-trionfali allo straniamento ammutolito dei dipinti di Elizabeth Thompson.

Elizabeth Thompson, Balaclava

Dietro ad ogni grande uomo…
Un altro aspetto interessante del romanzo è la costruzione del protagonista, e dimconseguenza, il suo rapporto di coppia con la protagonista. In linea con la poetica della Kleypas, la mascolinità si identifica con una intensa attività nel mondo. Dice la Kleypas:

He possesses innate strength of character and is self-made or has risen above difficult circumstances.

Siamo dunque lontani dal dandy che si bea della sua nullafacenza, tipico dei protagonisti dei romance storici della generazione precedente, à la Georgette Heyer, per intenderci. Ma non è finita: questa vita activa mondana, naturalmente preclusa alle donne in quel periodo storico, è controbilanciata da una forma di dipendenza dell’uomo nei confronti della compagna.

I loved the notion that a man who was very fierce and powerful could be tamed by the love of a woman.

Questa dipendenza affettiva si coniuga anche sotto forma di una ispirazione al perfezionamento di sé.

And this is the most important quality to me:  I have to feel that the heroine will be able to develop and improve as a person because of his presence in her life. In other words, he and she will encourage each other to achieve individual goals.

Nel caso di Love in the Afternoon, questo sostegno emotivo si traduce in un caso nel sostegno di Phelan all’attività di accudmento degli animali di Beatrix; e nell’altro, nel sostegno di Beatrix al riadattamento alla vita civile di Phelan, ed in particolare al superamento dello stress post traumatico manifestatosi al rientro in Inghilterra.
{Le dichiarazioni di Lisa Kleypas sono estratte da una intervista del dicembre 1998 [qui].}

Traumi del reduce
Tra l’altro, mi chiedevo se questo interesse per i postumi psichici dell’esperienza di uno scenario di guerra potesse essere ricondotto alla cultura popolare statunitense. Negli Stati Uniti, stagioni di intensa attività bellica hanno sempre coinciso con stagioni di riflessione sull’esperienza bellica nella narrativa popolare (romanzi, cinema, fumetto). Una di queste stagioni belliche è iniziata nel 2002, perciò mi chiedo se l’interesse per la guerra che traspare in questo romanzo (come pure nella già citata serie La leggenda dei quattro soldati della Hoyt) non possa rientrare nella conseguente stagione di fascinazione narrativa per la guerra.
Inoltre è interessante che la Kleypas si focalizzi sul privato: non sulle motivazioni che hanno condotto alla guerra, non sulla (disastrosa) gestione strategica, non sugli elementi di modernità introdotti dalla tecnologia bellica e delle comunicazioni; bensì sui traumi del reduce, sulle abitudini e sulle ferite riportate a causa dell’esposizione prolungata alla vita in un contesto di guerra. La Kleypas si concentra su un aspetto della guerra con il quale entrano in contatto anche le donne, ovvero la sofferenza del loro compagno. Beatrix legge della Guerra di Crimea sui gornali, ma entra realmente in contatto con il significato umano della guerra tramite le lettere e poi la convivenza con il capitano Phelan.
Con la sintesi pragmatica, talvolta tacciata di faciloneria, degli anglosassoni, la Kleypas offre anche una formula di auto-aiuto per superare il trauma:
«The trick was forgetting about what she had lost… and learning to go on with what she had left.»(p. 197)
Ovvero: quel che è fatto è fatto, occorre accetare le perdite ed imparare a vivere serenamente lo stesso.

Nel complesso, Love in the Afternoon è stato una lettura gradevole e interessante. Non colpisce per la bellezza, certo, ma l’autrice ha mestiere, scrive in una prosa scorrevole, ed è consapevole dell’importanza del ritmo.
L’impressione che mi ha dato è di rispetto nei confronti del lettore. La Kleypas sa che chi compra un suo libro vuole trascorrere un paio d’ore di evasione in un mondo di fantasia fatto di bei vestiti, buone maniere e struggimento romantico, il tutto insaporito da una spolverata di sesso, senza però scadere nel cattivo gusto (su cosa costituisca il buono e il cattivo gusto nel sesso del romanzo rosa si potrebbe discutere a lunghissimo); dopotutto, è il tipo di storia che lei stessa legge ed apprezza. Non guarda dall’alto in basso i lettori con queste aspettative. Sa di non essere né Proust né Joyce, ma non se ne cruccia e confeziona per i suoi lettori storie nel complesso ben strutturate e ben raccontate. Si tratta anche questa di una forma di integrità, penso.

Titolo: Love in the Afternoon. The Hathaways 5
Autrice: Lisa KLEYPAS
Editore: St. Martin’s   Anno: 2010   342 pagg.
ISBN: 9780312605391

Edizione italiana
Titolo: Pomeriggio d’amore
ISBN: 9788852038938

Furore /2

Se ci si pensa un attimo, le narrazioni collettive sono un po’ uscite dai radar della narrativa contemporanea. La narrativa di maggiore successo commerciale, negli ultimi decenni, è stata incentrata su vicende individuali di personaggi che hanno qualcosa di straordinario. Furore invece ci spinge a pensare al collettivo, a riconoscere di far parte di un gruppo; ed una volta abbracciata la dimensione collettiva, ci spinge ad osservare come i gruppi entrino in relazione con altri, utilizzando ciascuno gli strumenti istituzionali esistenti per promuovere i propri interessi. Nel romanzo, questo allargamento dello spazio sociale abitato dai personaggi è simboleggiato dal passaggio di Tom e degli altri dalla famiglia (“the fambly”) al popolo (“the folk”). Quella di popolo è una categoria che può suonare un po’ stantia, ma che, evidentemente, ancora oggi non ha esaurito il suo potenziale di applicazione.

Sottraendosi al rischio di fare retorica vieta, nel narrare la nascita degli Okie come gruppo sociale autocosciente Steinbeck non finge di non vedere le pulsioni diverse, le contraddizioni interne, i contrasti che si trovano al fianco di solidarietà ed unione di fronte all’ingiustizia di un sistema marginalizzante. Il risultato è una sorta di racconto delle origini di respiro epico, con momenti di grande bellezza, che a volte trascende la verità stessa. La prosa di Steinbeck non è particolarmente raffinata, ma è potente e diretta, ed è in queste qualità che si può trovare molta della sua bellezza. Come in molta letteratura americana, il sostrato stilistico ha le sue radici nel testo biblico, più che nella tradizione classica come succede invece in Europa.

In Furore Steinbeck denuncia aspramente il sistema di produzione capitalistico, presentando il conto umano dell’economia di scala e di un efficientamento delle linee produttive che taglia fuori dal sistema centinaia di migliaia di persone. Come ci si può facilmente immaginare, negli anni Quaranta del Novecento ed anche in seguito queste posizioni critiche gli valsero accuse di essere un simpatizzante comunista. In realtà il suo ideale di società non si basava sul collettivo operaio, bensì sugli yeoman farmer, piccoli proprietari terrieri che conducevano una attività a base familiare, incarnazioni di autonomia ed indipendenza secondo l’ideologia jeffersoniana. Un modello fuori del tempo, che però per Steinbeck rappresentava l’autentica American way of life.
Rimase invece piuttosto diffidente nei confronti sia del comunismo come ideologia, sia dei comunisti, specialmente quelli ortodossi, che considerava troppo ideologizzati ed irrigimentati.

La traduzione di Perroni pubblicata da Bompiani nel 2013 va a colmare una lacuna piuttosto grave, siccome la traduzione in circolazione dal 1940 aveva rimaneggiato profondamente il testo, appesantendolo di uno stile classicheggiante estraneo allo spirito originale del testo ed eliminando i riferimenti a pratiche cristiane eterodosse e soprattutto i discorsi considerati eccessivamente eversivi (per maggiori dettagli, su Tradurre c’è un ottimo resoconto). A maggior ragione, visti i tempi e vista la temperie culturale che non aiuta a leggere questo nostro strano tempo, penso che Furore sia una lettura che merita di essere fatta. Insomma, a me ha dato tanto e penso che tanto possa dare a tutti.

Autore: John STEINBECK
Editore: Bompiani Anno: 2013 (Edizione orginale: 1939) 633 pagg.
Titolo originale: The Grapes of Wrath
Traduttore: Sergio Claudio Perroni
ISBN: 978-8845274053