La recita di Bolzano

La recita di Bolzano - www.adelphi.itNon volevo lasciarvi con quel romanzaccio di bruttezza efferata, ma nell’imminenza della partenza non ho avuto il tempo per rimediare. Provvedo adesso allora, parlandovi di questo libro scritto in un italiano di sublime bellezza.
Dopo la rivelazione di Divorzio a Buda, continua la mia infatuazione per Sándor Márai.

Fuggito dai Piombi, lungo il viaggio che deve condurlo a qualche capitale europea, con gli abiti laceri e squattrinato, Giacomo Casanova arriva a Bolzano. Nel giro di qualche ora, la notizia è sulla bocca di tutti. Donne e uomini sono in subbuglio e fanno a gara per vedere di persona il celebre gentiluomo veneziano. Ma Giacono è annoiato: la città non ha attrattive. Eppure, anche dopo aver incassato il denaro fattogli avere dal suo protettore veneziano, non si decide a ripartire.
Vi è in lui un vago desiderio, un presentimento nostalgico, che rivela la propria forma quando riceve la visita del Conte di Parma, che lo ingaggia per un compito difficile: la moglie si strugge d’amore per lui e Giacomo, quella stessa notte, dovrà soddisfarla concedendole ciò che vuole, consumando allo stesso tempo quella passione fino all’ultimo briciolo e facendola disamorare, in modo da consentirle di vivere in armonia al fianco del legittimo consorte.
Giacomo tentenna. Dal loro ultimo incontro, cinque anni prima, avceva evitato di rivederla, non dalle minacce di allora del Conte, bensì dal proprio sentire: in Francesca aveva visto qualcosa di diverso, di speciale. Non gli ispirava solo il deisderio dei piaceri d’alcova; immaginava anche il gusto della reciproca compagnia, della complicità, di una "cioccolata calda bevuta insieme" fra le lenzuola. Questi pensieri erano tornati a visitarlo, fugaci come il sogno, simili al miraggio di una felicità intravista ma lontanissima, sfuggente e, chissà, in fondo non del tutto deisderata…?
Quella notte però è Francesca, Contessa di Parma, ad attenderlo al varco. Gli dà del vigliacco per la sua fuga di cinque anni prima, ma gli offre la felicità che sa che il pensiero di lei gli suscita, così come quello di lui suscita in lei. Gli promette che svegliandosi tra le sue braccia non avrebbe provato la noia od il disgusto che sopravvengono dopo una notte trascorsa con una delle sue solite conquiste; che per lui è disposta a rubare ed uccidere, ad imbrogliare, a condurre una vita di miseria; che l’avrebbe atteso, sempre e solo lui, pronta ad accoglierlo quando si sarebbe stancato delle sue avventure.
Giacomo la ascolta. E la respinge.
Allora la donna gli giura che lui, Giacomo, avrebbe vissuto il resto della sua vita nel rimpianto di ciò che sarebbe potuto essere, ma non è stato, e se ne va.
Albeggia. Il gentiluomo dà disposizioni ai servitori per partire dalla locanda il prima che sia possibile; quando tutto è pronto, detta una lettera per il Conte di Parma in cui lo informa di aver portato a termine il lavoro assegnato, benché a proprio danno: si sarebbe portato dietro per sempre l’oppressione del rimpianto. Ma poiché amava ed ama tuttora la Contessa, non avrebbe potuto fare altrimenti: non avrebbe potuto svelarle con esiste amore né felicità più perfetta di quella solamente vagheggiata.

Bè, c’è poco da dire: il romanzo è stupendo, si legge da solo; la narrazione si sviluppa con semplicità, quasi fosse spontanea, entro una cornice estremamente ricca costruita grazie all’opulenza della lingua di cui Márai fa uso con scioltezza e maestria (ancora una volta chapeau alla traduttrice). Semplicemente bellissima.
Quello che mi fa assolutamente sbiellare di Márai è l’atmosfera di malinconia raccolta nella quale si muovono i suoi personaggi. Ricordo di aver provato una sensazione di sospensione, come un sudario gettato su ogni cosa un istante prima della morte, quando ho messo piede a Budapest.
Sarà questa la cosiddetta malinconia ungherese? La vita che va avanti nel cono d’ombra di un disfacimento che si intuisce imminente ma che continua a non arrivare?

Bello, molto bello.
NB_ Belle anche le pagine in cui Casanova parla del mestiere dello scrittore.

Autore: Sándor Márai
Editore: Adelphi   Anno: 2000 (Edizione originale: 1971)   268 pagg.
Titolo originale: Vendégjáték Bolzanóban
Traduttrice: Marinella D’Alessandro
ISBN: 978-88-459-1529-1

Divorzio a Buda

Divorzio a Buda - www.adelphi.it

Perché la vita possa procedere senza intoppi, affinché si svolga scorrevole e senza asperità, occorre adeguarsi ad essa, armarsi di sopportazione talvolta, preservando l’equilibrio ad ogni costo.
Figurando il modo in cui conduciamo le nostre esistenze come diafane porcellane, Márai è capace di cogliere il formarsi di fratture minuscole, crepe che corrono invisibili ed inavvertite fino a formare una ragnatela, che avvolge l’intera porcellana. Non tutti possono concedersi il lusso di lasciarla andare in pezzi, però.

Kristóf Kőmives è un giovane giudice di Buda. Una famiglia nella giurisprudenza da generazioni, non ancora quarantenne gli si profila una carriera solida e prestigiosa. Cattolico, profondamente cristiano, felicemente sposato. Timido e riservato, svolge il suo lavoro coscenziosamente, interpretando il ruolo di giudice con serietà.
Gli capita ogni tanto di essere colto da un lieve malessere, una sorta di vertigine – debolezza che gli lascia un senso di vergogna, di inadeguatezza.
Una sera, dopo il lavoro ed un aperitivo a casa di colleghi durante il quale ha respirato per la prima volta l’alito della guerra che incombe come una possibilità reale, trova ad aspettarlo Greiner, suo vecchio compagno di scuola e parte in causa del divorzio che avrebbe dovuto giudicare l’indomani.
In un colloquio che dura tutta la notte, Greiner confessa di aver avvelenato la moglie e mette a nudo ad una ad una le crepe che avevano percorso la sua vita.
Kőmives prende atto delle crepe che attraversano la propria, ma quelle inquietudini notturne dovranno svanire alla luce del mattino: Kőmives crede nella vita, nella sopportazione e nel suo ruolo di giudice, nonostante tutto.

Márai è stato un’autentica, meravigliosa scoperta. La sua scrittura è vibrante e precisa, molto più impegnativa della media, ed anche molto più bella.
È proprio come se sfogliasse le cose strato a strato, quasi fossero cipolle. Nella sua narrazione l’azione è quasi del tutto assente ed ogni cosa è funzionale a pensieri, ricordi, riflessioni, sensazioni che Márai si diverte a rivoltare come un guanto con un’abilità, con una maestria che davvero lasciano pieni di piacere e stupore.

Leggerò presto qualcos’altro di suo – davanti allo scaffale dedicato all’Europa orientale pescherò un romanzo a caso.

Autore: Sándor Márai
Editore: Adelphi   Anno: 2002 (Edizione originale: 1935)   200 pagg.
Titolo originale: Válás Budán
Traduttrice: Laura Sgarioto
ISBN: 88-459-1703-7