Evelina /3

Educazione e moralità
Evelina è stato associato al genere letterario della Commedy of manners. In effetti si tratta di una messinscena di personaggi ricorrenti nel teatro e nella narrativa del tempo: il fop (Sir Lovel), il rake (Sir Willoughby), la dama attempata che vuole apparire più giovane (Madame Duval, protagonista di un memorabile ballo in cui prende il posto di Evelina). La Burney però si spinge oltre il teatrino di maschere: effettua una intenta riflessione sulla differenza fra rispetto formale dell’etichetta ed autentica nobiltà d’animo. Burney usa l’indefinitezza dello status di Evelina come cartina di tornasole per misurare la profondità della beneducazione delle persone con cui entra in contatto, ed in particolare dei vari pretendenti, cascamorti e seduttori che le gravitano intorno. Il caso par excellence è Willoughby, impeccabile nei modi ma intimamente laido, attratto dalle grazie di Evelina ma privo di rispetto per la sua persona. Lo si vede chiaramento, ad esempio, nel cambiamento del modo di Willoughby di rivolgersi a lei a seconda del contesto in cui la trova; se è pressante nella prima parte del romanzo, trovandola in compagnia di aristocratici, sconfina quasi nell’oscenità quando la trova in compagnia di borghesi o gente di più bassa estrazione. La stessa scortesia, ma senza pretese ipocrite di nobiltà, si può riscontrare presso i Branghton. Dal lato opposto dello spettro troviamo Evelina e Lord Orville, indifferenti alle origini dell’interlocutore nel rivolgersi ad esso con sollecitudine e garbo. Ciò è indice del fatto che nel loro caso le buone maniere non sono dettate da considerazioni di interesse, bensì da autentica nobiltà d’animo. Una disposizione d’animo coltivata tramite l’educazione impartita da Villars.

L’inglese, Londra e i consumiEvelina_Joshua Reynolds_Jane Harrington
Un’altra ragione per cui Evelina mi ha colpita è la sua capacità di catturare un momento di cambiamento. Prendiamo innanzitutto la lingua: il romanzo è disseminato di corsivi, a segnalare l’uso di parole singolari. Si tratta di neologismi (egotism, Londonize), di parole coniate da poco per indicare attività che prima non c’erano (shopping, seeing sights), e di parole che stanno cambiando od ampliando il loro spettro semantico (nice, enthusiast, mad – nell’accezione di ‘arrabbiato’).
La lingua usata dai personaggi è anche un chiaro indicatore della loro posizione sociale e del loro grado di educazione; l’uso di slang (chat, funny, goody, fuss, joke, smart nel senso di ‘intelligente’ piuttosto che di ‘ben vestito’) da parte dei Branghton, di Madame Duval e del capitano Mirvan tradisce l’inadeguatezza delle loro maniere. Molte delle parole che al tempo della Burney erano nuove o vagamente disdicevoli ormai sono pienamente entrate nell’uso quotidiano, e senza stigmi associati.
Ma non è solo la lingua: è l’intera società inglese che affiora dalle sue pagine ad essere in piena trasformazione. La gente del bel mondo sta sviluppando una cultura urbana dei consumi: va ai balli, va a passeggiare al parco, va a fare compere. Imitata dalla piccola borghesia benestante, che cerca di dilettarsi con gli stessi divertimenti, ma in tono un po’ minore. Si può considerare Evelina alla stregua di una guida dei divertimenti della Londra alla moda di fine Settecento: l’alta società va ad ascoltare l’opera italiana, passeggia per i St. James’ Park o i Kensington Gardens e frequenta i balli privati dati da altri aristocratici di livello simile al proprio; i piccolo borgesi come i Branghton, invece, solitamente guardano teatro di prosa, passeggiano per i Marylebone Gardens o i Vauxhall Gardens e frequentano i balli pubblici ad Hampstead.

Orgoglio e pregiudizio
Confronti fra i romanzi di Fanny Burney e quelli di zia Jane ne sono stati fatti a iosa. Jane Austen era una attenta lettrice della Burney, e certi elementi di fondo (il focus sulla ricerca dell’amore romantico nel mercato matrimoniale, il gusto per il ritratto dei personaggi, la vena ironica) ricorrono in entrambi.
Una prima lampante differenza è il diverso grado di competenza tecnica fra le due autrici. Fanny Burney si lascia prendere la mano dalla scrittura e si dilunga in scene che troncano il fiato del lettore, inserisce elementi che poi non hanno seguito, non usa appieno la coralità narrativa consentita dalla forma epistolare. Jane Austen al contrario è molto più sottile, ed è capace di gestire le trame di molti personaggi con grandissima economia. Se si leggono i romanzi del periodo precedente, l’abilità tecnica della Austen come scrittrice lascia davvero a bocca aperta.
Un’altra nota interessante è l’avanzamento del processo di borghesizzazione della società inglese fra i due romanzi: se in Evelina l’eroe maschile è un conte, in Orgoglio e pregiudizio si tratta di un gentiluomo sì straricco, ma privo di titoli nobiliari (Darcy non è nemmeno baronetto).

L’edizione di Evelina che ho letto, nella collana dei Penguin Classics, è stata curata da una certa Margaret Anne Doody. Proprio lei, quella di Aristotele detective! In realtà è una studiosa di letteratura che nel tempo libero scrive fiction.
rabbit-emoticon-017

Nell’introduzione a Evelina fa delle osservazioni molto interessanti sul gioco di specchi fra due tipi di performance della condizione sociale presenti nel romanzo (la rappresentazione esplicita vista a teatro, e quella implicita delle interazioni fra i personaggi che costituisce il romanzo of manners stesso) e sulla perdita della spontanietà e del contatto con se stessi sotto la cappa delle maniere.

Ci sarebbe ancora molto da dire (che dire della sensiblerie di Evelina? E dell’atteggiamento di Fanny Burney verso aristocratici e borghesi?), ma non si finirebbe più, e prima o poi i post devono finire. Quindi chiudo qui. Forse.

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Annunci

Evelina /2

Evelina è un romanzo ricchissimo di spunti. Davvero, ricchissimo. Basta iniziare a tirare e ne vengono fuori a bizzeffe, come i fazzoletti annodati dal cappello di un prestigiatore. In parte ciò è dovuto al fatto che sotto il profilo della forma romanzo, Evelina è ancora un po’ primitivo. Per dire, la Austen, che era una lettrice appassionata della Burney, stava già su un altro pianeta, letterariamente parlando.

Identità incertaEvelina_Joshua Reynolds_Sara Campbell
Evelina è la figlia naturale di un aristocratico, e questa condizione, benché accuratamente mantenuta segreta, le causa un mare di problemi. Il primo e principale è che non consente di definire la sua posizione sociale. Il riconoscimento ufficiale da parte del padre le consentirebbe di fare parte a pieno titolo dell’alta società, ma in assenza del riconoscimento paterno Evelina rimane in una sorta di limbo.
Da un lato, l’indefinitezza della posizione sociale di Evelina la espone a molte impertinenze, sia da parte degli aristocratici che non la riconoscono come “una dei loro”, sia da parte di coloro che, come i Branghton, osteggiano i suoi modi da signorina beneducata. Dal punto di vista dei rapporti con l’altro sesso, non avere una famiglia alle spalle la espone anche a molti pericoli, perché personaggi come Sir Willoughby non si sentono scoraggiati dal nutrire nei suoi confronti mire disoneste.
D’altra parte è vero anche che la sua situazione di liminalità fra alta società e piccola borghesia le consente di avere accesso a diversi strati della società del suo tempo, e di osservarne i costumi con uno sguardo candido e straniato.

Amore romantico e matrimonio
Una cosa che colpisce è il periodo della vita di Evelina coperto dal romanzo. Si tratta di un periodo ben preciso e delimitato, che va dall’ingresso nella società londinese alle nozze. I periodi precedenti (formazione) e successivo (matrimonio) sono completamente esclusi. Penso che il motivo sia abbastanza chiaro: sono privi di tensione narrativa.  L’età da matrimonio era il periodo nel quale una donna era esposta all’avventura, perché si affacciava fuori dalla famiglia d’origine ma non era ancora entrata in quella del marito.
Il matrimonio era l’evento centrale nella vita di una donna perché da esso dipendeva il suo sostentamento fino alla vecchiaia; era anche una diretta misura della posizione sociale delle famiglie degli sposi. La possibilità di “avventura” all’epoca di Evelina era data dal fatto che le ragazze partecipavano attivamente al mercato matrimoniale, ed il loro consenso era necessario per portare a termine l’unione. E a che tipo di unione aspira la nostra eroina? Evelina cerca un uomo che possa prendere il posto del suo tutore come guida morale; un uomo sostenuto da una salda etica, quindi, e capace di nutrire rispetto genuino di lei in quanto persona, di apprezzare le sue qualità personali (bellezza, moralità, cultura, buone maniere) e non dare importanza all’incertezza delle sue origini, ed all’esiguità della sua dote.

«There is no young creature, my Lord, who so greatly wants, or so earnestly wishes for, the advice and assistance of her friends, as I do; I am new to the world, and unused to acting for myself, – my intentions are never wilfully blameable, yet I err perpetually! – I have, hitherto, been blessed with the most affectionate of friends, and, indeed, the ablest of men, to guide and instruct me upn every occasion; – but he is too distant, now, to be applied to at the moment I want his aid; – and here, – there is not a human being whose counsel I can ask!» (p. 340)

Che una donna fosse in grado di fare valutazioni in autonomia ed agire per se stessa, naturalmente, era fuori discussione.

[continua]

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Evelina /1

EvelinaFino a qualche giorno fa non conoscevo né Evelina né Frances Burney. Proprio mai sentite nominare. Poi sono comparse in un documentario che parlava del romanzo romantico inglese come precursore del grande romanzo dell’Ottocento. La curiosità ha avuto la meglio (come sempre, del resto), e del resto una biblioteca ben fornita le ha fatto da sponda.

Evelina, la protagonista del romanzo, è una giovane di grande bellezza, beneducata e di buon cuore, ma di origini oscure. Si tratta infatti della figlia di un peronaggio dell’alta società, il quale però non ha ancora riconosciuto ufficialmente la paternità. Uno dei due grandi motori di Evelina quindi è la ricerca dell’identità della protagonista. La ragazza è divisa fra l’affetto paterno nei confronti del tutore che l’ha cresciuta ed educata, il Reverendo Villars; il dovere venato di disagio nei confronti della nonna materna, la straripante Madame Duval; ed il desiderio di riavvicinarsi al padre, Sir John Belmont, la cui assenza le ha lasciato un vuoto affettivo ed una grande incertezza sul suo posto nella società. Il secondo grande motore del romanzo è la ricerca dell’amore. Nel mondo di Fanny Burney, questo amore consiste nella combinazione di ammirazione, rispetto, ed un destino matrimoniale.
Le avventure di Evelina iniziano con il viaggio a Londra al seguito dei Mirvan, all’inizio della primavera; Londra è una città in piena espansione, che offre una serie di nuovi diletti all’alta società: oltre ai balli ci sono le passeggiate al parco, i fuochi artificiali, e lo shopping. La Londra di Evelina testimonia la nascita, solo per i più abbienti naturalmente, di una cultura dei consumi voluttuari. Il romanzo si sviluppa a partire dagli eventi sociali ai quali Evelina prende parte, e presso i quali ha occasione di incontrare una varietà di maschere e personaggi. Fra si essi Sir Lovel, un fop, ovvero un damerino impomatato, dai modi vistosamente cerimoniosi ma intimamente meschino; Sir Clement Willoughby, un libertino (rake) dai modi affabili ma dalle intenzioni men che onorevoli; Lord Orville, affascinante aristocratico di ottime maniere e saldi principii, con il quale però le cose iniziano col piede sbagliato; e scendendo nella scala sociale i Branghton, famiglia piccolo borghese “volgarmente” attaccata al soldo ed imparentata con Madame Duval; Mr Macatney, giovane e smunto poeta inquilino presso i Branghton, oggetto del loro disprezzo per via delle origini scozzesi; e Mr Smith, giovanotto vanesio ignaro della propria posizione sociale e dell’etichetta in voga nel bel mondo.
Il romanzo è diviso in tre parti, corrispondenti ai tre volumi in cui era diviso il romanzo: nella prima Evelina visita Londra al seguito dei Mirvan, ed entra in contatto con l’alta società; nella seconda visita nuovamente Londra come compagna di Madame Duval, e frequenta la piccola borghesia in ascesa; infine nella terza parte Evelina visita Brighton, cittadina termale meta di coloro che potevano permettersi la villeggiatura.

Si potrebbe considerare Evelina un romanzo di avventura (le avventure di una ignara fanciulla perbene nella giungla metropolitana), tuttavia la nostra eroina troverà il grande amore nel primo uomo con il quale abbia mai danzato: Lord Orville. Le cose fra i due iniziano con un malinteso, perché al loro primo incontro Evelina è talmente imbarazzata dalla propria inesperienza ed inferiorità sociale da non riuscire a spiccicare se non qualche monosillabo. Orville ne deduce di avere a che fare con una campagnola un po’ sciocca, lo dice ai suoi amici, ma viene sentito da Miss Mirvan che lo riporta ad Evelina. La quale ne deriva una enorme mortificazione e la convinzione che Orville non si interesserà mai a lei. Orvile impiegherà più di quattrocento pagine per cambiare idea su Evelina e (soprattutto) per convincerla di essere innamorato di lei e di volerla sposare.
Avviso spoiler: lieto fine su tutti i fronti.

[continua]

Autrice: Frances Fanny BURNEY
Editore: Penguin Books   Anno: 2004 (Prima edizione: 1778)  xliii + 510 pagg.
Titolo completo: Evelina or, The History of a Young Lady’s Entrance into the World
Traduzione del titolo: Evelina, ovvero La storia dell’ingresso in società di una giovane gentildonna
ISBN: 978-0-140-43347-0

Edizione italiana
Titolo italiano: Evelina
Editore: Fazi   Anno: 2001  576 pagg.
Traduttrice: Chiara Vatteroni
ISBN: 978-88-81121724

Love in the Afternoon

Love in the afternoonA febbraio di quest’anno mi sono lanciata in un ardito esperimento di lettura: uno dopo l’altro, ho letto una valanga di romanzi rosa, in prevalenza americani con qualche titoli britannico. Avevo intenzione di condensare tutte queste letture in un paio di post dedicati al genere rosa, ma l’inizio repentino del semestre ha messo sottosopra le mie priorità. Riprendendo in mano appunti e romanzi però mi sono detta che archiviare tutto senza scrivere neanche un rigo sarebbe stato un vero peccato. Così ho scelto cinque romanzi di cui, per motivi diversi, secondo me vale la pena parlare. Ma mi conosco e non credo di avere tempo e costanza di scrivere di tutti e cinque. Inizio con uno; per gli altri si vedrà poi.

Il fortunato è un romanzo uscito in Italia nel 2013 con il titolo Pomeriggio d’amore. Ehm. rabbit-1-smiley-061 Si tratta del quinto e ultimo romanzo della serie degli Hathaway (alla buon’ora mi sono accorta che molti romanzi storici sono organizzati a grappoli con in comune personaggi, ambientazione, e talvolta alcuni problemi che creano la tensione drammatica nei romanzi; ad esempio, nella serie La leggenda dei quattro soldati di Elizabeth Hoyt, il problema centrale è un episodio della guerra fra inglesi e francesi & nativi nelle colonie del Nuovo Mondo, episodio misterioso in cui i quattro protagonisti maschili erano rimasti coinvolti).
La nostra protagonista è Beatrix, la più giovane delle quattro sorelle Hathaway. Tutti gli Hathaway prendono con distacco giocoso le convenzioni sociali del tempo (siamo nel 1856, in pieno periodo vittoriano), ma Beatrix è particolarmente insofferente all’affettazione delle signorine, alle loro chiacchiere di maniera ed al destino di donnina domestica. Alle occasioni mondane non fa mistero di preferire la compagnia degli animali, tanto da spingere qualche gentiluomo della zona a commentare sprezzantemente che sarebbe dovuta rimanere nelle stalle. Tutto il contrario della graziosa Prudence, anche fisicamente: tanto è alta e mora la prima, quando è minuta e bionda la seconda; tanto esuberante e diretta Bea, quanto a modo e scaltra Pru.
L’intreccio inizia ad imbrogliarsi quando uno dei giovanotti sprezzanti di cui sopra, il capitano Phelan, inizia una corrispondenza con Prudence dal fronte della guerra di Crimea, dove presta servizio come fuciliere. Prudence in realtà non ha troppa voglia di rispondere, ma l’intensità delle lettere di Phelan toccano una qualche corda del cuore di Beatrix, che gli risponde a nome di Pru. Inizia così una corrispondenza che si fa via via più intensa e personale per entrambi, motivo per cui Beatrix decide infine di troncarla. Phelan ha ormai deciso di chiedere la mano della sua adorabile corrispondente al rientro in Inghilterra; prima di convolare a giuste nozze, tuttavia, dovrà rendersi conto dell’inganno, perdonare Beatrix, e conciliarsi con la prospettiva di legarsi alla più matta di una famiglia di spostati.

La Guerra di Crimea
Della Guerra di Crimea (1853-1856) non sapevo granché, salvo il poco che avevo sentito a scuola, tutto dal nostro punto di vista italocentrico: la prima occasione in cui il Piemonte riuscì a giocare un ruolo internazionale, e anche una campagna grazie alla quale di determinò quella vicinanza militare con la Francia di Napoleone III che fu determinante per il buon fine della Seconda Guerra di Indipendenza.
Mentre leggevo il romanzo però questa cosa della Guerra di Crimea mi ha incuriosita non poco. Ho guardato qualche documentario, spulciato qualcosina, scoprendo che esiste una miriade di punti di osservazione. Si tratta del teatro in cui Tolstoj ha ambientato I racconti di Sebastopoli, scritti mentre prestava servizio come militare presso la città assediata; fu la prima guerra ad essere coperta da reportage di inviati speciali indipendenti sulla stampa britannica; questi reportage, che potevano essere molto critici dei vertici del governo e dell’esercito, e molto crudi nei loro resoconti delle atrocità della guerra di posizione, ebbero come effetto immediato quello di suscitare l’interesse di Florence Nightingale, e più a lungo periodo quello di portare l’opinione pubblica ed il governo britannici a  ripensare l’organizzazione dell’esercito, i cui ufficiali, fino a quel momento, erano reclutati esclusivamente presso i nobili, ed a prescindere dalla effettiva preparazione militare. Insomma, da approfondire ci sarebbe moltissimo.
Ci sono almeno due documentari inglesi che vale la pena di guardare: The Crimean War (UKTv History, 1997), in tre puntate, che ripercorre le fasi della guerra ed il suo impatto sulla società inglese, [qui]; e la seconda puntata della serie The Victorians (BBC, 2009), intitolata Having it all, nella quale ci si concentra invece sulla trasformazione del modo di raffigurare la guerra attraverso i dipinti del periodo immediatamente successivo: dai toni eroico-trionfali allo straniamento ammutolito dei dipinti di Elizabeth Thompson.

Elizabeth Thompson, Balaclava

Dietro ad ogni grande uomo…
Un altro aspetto interessante del romanzo è la costruzione del protagonista, e dimconseguenza, il suo rapporto di coppia con la protagonista. In linea con la poetica della Kleypas, la mascolinità si identifica con una intensa attività nel mondo. Dice la Kleypas:

He possesses innate strength of character and is self-made or has risen above difficult circumstances.

Siamo dunque lontani dal dandy che si bea della sua nullafacenza, tipico dei protagonisti dei romance storici della generazione precedente, à la Georgette Heyer, per intenderci. Ma non è finita: questa vita activa mondana, naturalmente preclusa alle donne in quel periodo storico, è controbilanciata da una forma di dipendenza dell’uomo nei confronti della compagna.

I loved the notion that a man who was very fierce and powerful could be tamed by the love of a woman.

Questa dipendenza affettiva si coniuga anche sotto forma di una ispirazione al perfezionamento di sé.

And this is the most important quality to me:  I have to feel that the heroine will be able to develop and improve as a person because of his presence in her life. In other words, he and she will encourage each other to achieve individual goals.

Nel caso di Love in the Afternoon, questo sostegno emotivo si traduce in un caso nel sostegno di Phelan all’attività di accudmento degli animali di Beatrix; e nell’altro, nel sostegno di Beatrix al riadattamento alla vita civile di Phelan, ed in particolare al superamento dello stress post traumatico manifestatosi al rientro in Inghilterra.
{Le dichiarazioni di Lisa Kleypas sono estratte da una intervista del dicembre 1998 [qui].}

Traumi del reduce
Tra l’altro, mi chiedevo se questo interesse per i postumi psichici dell’esperienza di uno scenario di guerra potesse essere ricondotto alla cultura popolare statunitense. Negli Stati Uniti, stagioni di intensa attività bellica hanno sempre coinciso con stagioni di riflessione sull’esperienza bellica nella narrativa popolare (romanzi, cinema, fumetto). Una di queste stagioni belliche è iniziata nel 2002, perciò mi chiedo se l’interesse per la guerra che traspare in questo romanzo (come pure nella già citata serie La leggenda dei quattro soldati della Hoyt) non possa rientrare nella conseguente stagione di fascinazione narrativa per la guerra.
Inoltre è interessante che la Kleypas si focalizzi sul privato: non sulle motivazioni che hanno condotto alla guerra, non sulla (disastrosa) gestione strategica, non sugli elementi di modernità introdotti dalla tecnologia bellica e delle comunicazioni; bensì sui traumi del reduce, sulle abitudini e sulle ferite riportate a causa dell’esposizione prolungata alla vita in un contesto di guerra. La Kleypas si concentra su un aspetto della guerra con il quale entrano in contatto anche le donne, ovvero la sofferenza del loro compagno. Beatrix legge della Guerra di Crimea sui gornali, ma entra realmente in contatto con il significato umano della guerra tramite le lettere e poi la convivenza con il capitano Phelan.
Con la sintesi pragmatica, talvolta tacciata di faciloneria, degli anglosassoni, la Kleypas offre anche una formula di auto-aiuto per superare il trauma:
«The trick was forgetting about what she had lost… and learning to go on with what she had left.»(p. 197)
Ovvero: quel che è fatto è fatto, occorre accetare le perdite ed imparare a vivere serenamente lo stesso.

Nel complesso, Love in the Afternoon è stato una lettura gradevole e interessante. Non colpisce per la bellezza, certo, ma l’autrice ha mestiere, scrive in una prosa scorrevole, ed è consapevole dell’importanza del ritmo.
L’impressione che mi ha dato è di rispetto nei confronti del lettore. La Kleypas sa che chi compra un suo libro vuole trascorrere un paio d’ore di evasione in un mondo di fantasia fatto di bei vestiti, buone maniere e struggimento romantico, il tutto insaporito da una spolverata di sesso, senza però scadere nel cattivo gusto (su cosa costituisca il buono e il cattivo gusto nel sesso del romanzo rosa si potrebbe discutere a lunghissimo); dopotutto, è il tipo di storia che lei stessa legge ed apprezza. Non guarda dall’alto in basso i lettori con queste aspettative. Sa di non essere né Proust né Joyce, ma non se ne cruccia e confeziona per i suoi lettori storie nel complesso ben strutturate e ben raccontate. Si tratta anche questa di una forma di integrità, penso.

Titolo: Love in the Afternoon. The Hathaways 5
Autrice: Lisa KLEYPAS
Editore: St. Martin’s   Anno: 2010   342 pagg.
ISBN: 9780312605391

Edizione italiana
Titolo: Pomeriggio d’amore
ISBN: 9788852038938

Elizabeth and Essex

Elizabeth and EssexElizabeth and Essex è il secondo libro di Lytton Strachey che ho la fortuna ed il grande piacere di leggere. La scorsa estate mi ero concessa la sua biografia della regina Victoria, che avevo trovato incantevole nonostante lo scadimento nella prosaicità dopo la morte di Albert – ma era dovuto alla clausura della vita di Victoria più che ad un deterioramento della scrittura.

Anche Elizabeth and Essex è una biografia, ma non ripercorre l’intera vita di Elisabetta I (1533-1603); si concentra invece su una singola dimensione: il suo intricato rapporto con gli uomini, ed in particolare con uno dei suoi favoriti: Robert Devereux, Earl of Essex (1565-1601).
I Devereux erano stati elevati a conti di Essex dalla stessa Elisabetta, e la loro appartenenza alla nobilità titolata datava appena dal secolo precedente; tuttavia la loro ascendenza poteva risalire fino a John of Gaunt, della casa dei Plantageneti. Si trattava, di fatto, di una famiglia che era ascesa grazie al favore dei Tudor, cosa che Elisabetta, a differenza di Robert, non dimenticò mai.
Robert Devereux approdò a corte appena diciannovenne al seguito del patrigno, Robert Dudley, Earl of Leicester, che raccomandò alla regina il figliastro. Elisabetta, cinquantunenne, si compiacque delle attenzioni del giovane, ed in breve tempo ne fece un proprio favorito. La loro relazione continuò a giocare su questi medesimi binari per anni: da un lato Elisabetta, gratificata dal corteggiamento à la mode di Essex, gli conferiva favori e rendite, cedendo ai capricci di Essex, ma non gli concesse mai una autorità indipendente né favori che non potessero essere revocati; dall’altro Essex cercava di fare uso del proprio ascendente amoroso sulla regina per prendere le redini del governo del Paese, attività per la quale riteneva che la regina, in quanto donna, non fosse qualificata.
Lo squilibrio di potere fra i due fu determinante durante tutto il corso del loro tempestoso rapporto: Elisabetta voleva essere adorata incondizionatamente, mentre Essex in cambio di questi omaggi avrebbe voluto un sostegno politico incondizionato che Elisabetta si guardò bene dal concedergli. In contrasto con la prudenza a volte persino esasperante della regina, Essex aveva un carattere impetuoso ed un atteggiamento sicuro di sé e sfrontato che Elisabetta trovava affascinante in un ammiratore, ma inadatto in un politico. Voleva che stesse presso di lei a corte, a venerarla e dedicarle versi, mentre lei affidava gli incarichi di governo a personaggi meno galanti, ma più competenti e deferenti al suo volere.
Era inevitabile che Essex trovasse la situazione profondamente frustrante, e periodicamente si arrivava alla rottura, con Essex che si ritirava dalla corte fumante di rabbia ed Elisabetta che dopo qualche tempo lo richiamava, incapace di resistere alla sua assenza, con la promessa di qualche beneficio. Le cose andarono peggiorando col tempo e si verificarono episodi sempre più gravi che videro Robert contravvenire agli ordini della regina durante una spedizione militare nonché, da ultimo, un tentativo di rivolta armata per rovesciare il governo della corona che gli costò la vita.

Come già per Vittoria, anche nel caso di Elisabetta, Lytton Strachey compone un ritratto complesso nel quale trovano posto dovere, temperamento, visione e debolezza. La regina è dipinta come un’opportunista, una temporeggiatrice astuta, vanesia ma sempre capace di non lasciarsi abbagliare dai successi di oggi e spingere verso il domani uno sguardo disincantato. Elisabetta emerge come una politica scaltra e prudente, ed una donna desiderosa di affascinare; una regina che vuole essere obbedita come un re e vezzeggiata come una principessa. A colpirmi maggiormente di questo ritratto è stata la libertà con la quale Lytton Strachey l’ha concepito: si avverte un intenso rispetto nei confronti della regina in quanto materia di studio e scrittura, ed al contempo una totale assenza di riverenza.
Con la medesima onestà LS descrive la corte elisabettiana come un luogo in cui essenzialmente coesistevano sonetti e clientelismo, tortura e contraddanze. È forse una nostra deformazione vedere in tutto ciò una contraddizione: per gli elisabettiani, la coerenza di insieme di questi elementi diversi era un dato di fatto. O forse questa compattezza è un’impressione trasmessa dalla prosa composta, elegante e sottilmente ironica di Lytton Strachey. Perché LS scrive veramente bene. Mostra un controllo della materia, della parola e delle emozioni sorprendente.

Il libro di Lytton Strachey era un saggio storico per il pubblico del suo tempo, ma siccome dal 1928 ad oggi i criteri che definiscono un saggio storico riconosciuto dagli specialisti del settore sono cambiati, oggi farlo rientrare nella categoria della saggistica è diventato assai più problematico. Per dirne una, nel testo non c’è una sola nota a pié di pagina. LS non cita le sue fonti, il che sarebbe inaccettabile in un saggio contemporaneo. Eppure si è ben documentato, come dimostrano i riferimenti alla corrispondenza fra i vari personaggi. C’è da chiedersi se al suo tempo un certo livello di squisitezza stilistica della scrittura fosse considerato, per la composizione di saggistica di alto livello, un requisito più necessario della notazione puntuale delle fonti.

Ogni volta che mi imbatto in uno di questi autori non di primo piano, ma che magari fra i contemporanei furoreggiavano (e quindi evidentemente capaci di catturare lo spirito del tempo), mi chiedo perché siano ignorati quando studiamo storia della letteratura. Ma forse questo dipende dalla definizione di letteratura, e dunque dalla delimitazione del suo campo: nel nostro ordinamento scolastico, per letteratura si intende puramente il culmine del gesto artistico di scrittura, e quindi è comprensibile che la presenza di autori come Galileo, Darwin o Lytton Strachey entro il florilegio letterario sia oggetto di controversia; ma se per letteratura si intende invece la produzione di testi all’interno di un contesto in cui si intersecano le istanze di autori, lettori e mercato, l’inclusione dei “minori” diviene una conseguenza naturale.
Certo, non tutti i minori scrivono con la sicurezza comme il faut di Lytton Strachey, ma per capire il panorama letterario del Novecento Liala è forse più necessaria di Joyce. (Per quanto la lettura di Dubliners mi dia i brividi di piacere, mentre sulla Liala è meglio sorvolare. Ma si aprirebbe un discorso sul gusto, e su chi abbia i titoli per dettarlo, ed il post di oggi – già lunghissimo – non finirebbe più).

Autore: Giles LYTTON STRACHEY
Editore: University of Adelaide ebooks [qui]

Versione cartacea:
Editore: Penguin   Anno: 2009 (Edizione orginale: 1928)  312 pagg.
ISBN: 9780141390253

Tess of the D’Urbervilles

Finalmente, finalmente riesco a dedicare un po’ di tempo a questo romanzo, letto ormai mesi fa ma non meno vivido nella mia memoria. (E poi un post è un’ottima scusa per scorrere nuovamente fra le pagine, rabbrividendo alla foschia umida e odorosa della brughiera, i piedi che affondano nel fango già calpestato da decine di zoccoli).

La storia di Tess inizia da Tess, o meglio da suo padre Durbeyfield, un umile fittavolo con maggiore familiarità con la bottiglia che con il lavoro: la scoperta di una lontana parentela con l’antica famiglia ormai decaduta dei D’Urbervilles gli offre la scusa perfetta per respingere del tutto il lavoro, giacché sotto il cielo non s’è mai visto un nobiluomo lavorare. Tess è costernata, per sé e per la sua cucciolata di fratellini e sorelline; quando un incidente porta via alla famiglia il vecchio cavallo, la loro ultima fonte di sostentamento, senstendosene responsabile Tess accetta suo malgrado di andare a pietire un posto di lavoro presso il ramo benestande dei D’Urbervilles.
Il giovane Alec D’Urbervilles, uno scapestrato privo di rimorso perché privo del senso di responsabilità delle proprie azioni, mette gli occhi addosso alla graziosa e ritrosa cugina putativa, che dal suo canto fa quello che il suo pudore ed il suo senso del decoro le consentono per tenersene lontana. Una sera d’estate però Alec la coglie di sorpresa ed accade l’irreparabile.
Tess fugge, spera di trovare rifugio a casa, ma ad attenderla ci sono solo le pie illusioni dei genitori, che la vedono già rivendicare nome e titoli dei D’Urbervilles tramite il matrimonio, ed il disonore di una gravidanza senza essere sposata. Il piccolo non sopravvive, ma Tess ormai è marchiata e non può rimanere al paese: deve andare nuovamente a lavorare a servizio, questa volta presso la fattoria di un allevatore di mucche da latte.
La fattoria dei Crick si rivela un’insperata oasi di tranquillità: per padroni e lavoranti lei è solamente una ragazza mite e di poche parole, le cui gote arrossiscono spesso per modestia o per l’aria pungente della brughiera. È qui che sboccia un idillio con Angel Clare, figlio di un pastore protestante che a causa dei suoi dubbi in materia di religione ha preferito non seguire le orme paterne per dedicarsi alla pastorizia delle bestie invece di quella delle anime. Sia Tess che Angel hanno conosciuto la profondità del male di vivere, e la reciproca vicinanza procura loro un senso di conforto che rasenta la tenerezza.

«They were so absorbed in the sense of being close to each other that they did not talking for a long while, the silence being broken only by the clucking of the milk in the tall cans behind them.» (p. 180)

Tess acconsente alle nozze con Angel, ma rimane l’ostacolo del suo passato, per il quale spera di trovare indulgenza presso un uomo profondamente innamorato e già così critico verso molti atteggiamenti accettati acriticamente solo perché parte del senso comune. Eppure, è costretto a scoprire anche Angel suo malgrado, certe convenzioni sociali sono ormai innervate da governare sentimenti ed azioni di chi, a mente fredda, non le risparmierebbe da una critica mordace. Né a Tess né ad Angel è risparmiato il dolore della coscienza di trovarsi una posizione sbagliata. L’unico ad essere dispensato dai rovelli della coscienza sembra essere Alec D’Urbervilles, che torna a farsi vivo proprio quando Tess e la sua famiglia stanno toccando con mano la misera.

Ho sempre avuto un rapporto molto difficile con Thomas Hardy: la sua visione mi sembrava troppo pessimistica, le sue storie troppo cupe, i personaggi condannati ad avvitarsi in una spirale tragica priva non dico di remissione, ma anche di ogni speranza. Solo dopo molte esitazioni mi sono decisa a leggere Tess of the D’Urbervilles (dicendomi che ormai l’avevo comprato, inutile perdersi in ritrosie) ed ho scoperto un romanzo, un autore semplicemente meraviglioso.
Nelle classificazioni linneane dei manuali di storia della letteratura ad Hardy è stato taggato come pessimista, la sua prosa come premodernista, e la questione solitamente viene chiusa lì. Un vero peccato (senza contare che ho un debole per gli autori di fine secolo): il pessimismo di Hardy che ho conosciuto attraverso Tess è assai ricco, complesso, dotato persino di un fascino, ed in realtà non mi pare che sia il pessimismo il punto di partenza, bensì una radicale sfiducia nella società e nelle sue norme, di cui tutti sono allo stesso tempo vittime e complici, emarginati e partecipi. Le convenzioni sociali sono una crosta (particolarmente coriacea e compiaciuta in età vittoriana) al di sotto della quale si svolge una spietete lotta per la vita a cui tutti, volenti o nolenti, partecipano; sono strumenti con i quali i vasi di ferro possono rompere i vasi di coccio come la nostra gentile, innocente Tess.

«She was ashamed of herself for her gloom of the night, based on nothing more tangible than a sense of condemnation under an arbitrary law of society which had no foundation in Nature.» (p. 274)
«Thus Tess walks on; a figure which is part of the landscape; a field-woman pure and simple, in winter guise; (…) Inside this exterior, over which the eye might have roved as over a thing scarcely percipient, almost inorganic, there was the record of a pulsing life which had learnt too well, for its years, of the dust and ashes of things, of the cruelty of lust and the fragility of love.» (p. 275)

L’aspetto tragico della realtà non lascia spazio secondo Hardy per un dio onnipotente e buono, e tantomeno per un dio agitato come giustificazione di un modello di società che rende infelice chi ne fa parte, come quella del suo tempo. Hardy cerca di rendersi invisibile dietro al paravento di un narratore onnisciente, ma nelle descrizioni (brevi, numerose e splendide quelle della brughiera, nella quale si riverberano i vissuti emotivi dei personaggi) emerge inevitabilmente il suo sguardo da naturalista.

«Another year’s instalment of flowers, leaves, nightingales, thrushes, finches, and such ephemeral creatures, took in their positions where only a year ago others had stood in their place when these were nothing more than germs and inorganic particles.» (p. 123)

rabbit-1-smiley-050

Autore: Thomas HARDY
Editore: Penguin Anno: 2002 (Edizione originale: 1891) 392 pagg.
ISBN: 978-0-140-439-544

David Copperfield

C’è una libreria, in Corso XXII Marzo, che a prima vista può sembrare ingombra di pubblicazioni piuttosto dozzinali; di scarso interesse, se non proprio di cattivo gusto. In realtà, se non ci si lascia dissuadere dalle corpose raccolte di fotografie di automobili d’epoca, vasi orientali o spogliarelliste d’anteguerra, dai cartellini di cartoncino fosforescente che promettono sconti astronomici, e più in generale dall’atmosfera un po’ anni Ottanta da Reminders, si possono fare scoperte interessanti. La più notevole è che il percorso al piano terra si snoda intorno all’esposizione dell’intero catalogo Adelphi scontato al 50%. Le scale che scendono al piano sotterraneo però conducono in una vera grotta del tesoro: le pareti, fino al soffitto, sono stipate di libri in lingua originale in ottime edizioni e favolosamente scontati.
Visto che si trovava quasi sulla strada di casa, all’ultimo anno di superiori mi capitava di uscire da scuola ed andare a spenderci la paghetta, magari facendo un salto da Rasputin sul percorso. Ho continuato a visitarla, sebbene non più con la medesima assiduità di quegli anni; anche David Copperfield proviene da lì.
Forse sarebbe rimasto ancora parecchio a poltrire sul mio scaffale, se un bel dì non mi fosse capitato di ascoltare questa puntata di Wikiradio in occasione dell’anniversario della nascita. La diffidenza che ancora nutrivo nei suoi confronti ha fatto spazio alla curiosità, ed ho deciso di approfittare del periodo di pausa dal lavoro per riprenderlo in mano. Mi ha remunerata con una serie di scoperte più che intriganti, oltre che con un rinnovato piacere per la lettura in lingua (Conrad è molto bello, ma anche piuttosto ostico, mente nella prosa di Dickens si può indugiare anche senza l’assillo del dizionario).

David Copperfield inizia dall’infanzia dell’eroe eponimo, avvolta in una sorta di aura dorata di ovattata felicità in compagnia della madre, di indole assai dolce e romantica, e della più energica, ma sempre affettuosa domestica Piggotty. Questo equilibrio perfetto e zuccheroso si incrina quando Clara Copperfield si infatua delle attenzioni del signor Murdstone. Il matrimonio ha luogo mentre David è lontano, in visita dai parenti di Piggotty a Yardmouth; quel viaggio si rivela l’ultimo sprazzo di felicità della sua infanzia, idealizzato iconicamente nelle passeggiate in riva al mare a raccogliere conchiglie insieme alla piccola Emily, nipotina prediletta dei Piggotty: al ritorno nella sua amata casa trova un regno del terrore instaurato dal signor Murdstone e dalla sua arcigna sorella, che è andata a vivere insieme a loro. I due si insinuano fra il bambino e la madre, separandoli e coltivando in entrambi un invincibile senso di colpa e di inadeguatezza. David viene picchiato e spedito in un collegio terribile (dove fa la conoscenza del fulgido e sfrontato James Steerforth e del mite Tom Traddles), ed alla morte della madre per le troppe tribolazioni, i Murdstone se ne disfano mandandolo a lavorare a Londra in una fabbrica (una fabbrica di quei tempi), dove sopravvive in condizioni miserande alloggiando presso una famigliola di impareggiabili scrocconi, i Micawber (che periodicamente ricompaiono procurando un alleggerimento comico).
David, ancora un bambino a questo punto della storia, decide di tentare il tutto per tutto e si mette in viaggio per Dover, dove spera di trovare sostegno in una vecchia prozia che non ha mai conosciuto, Betsy Trotwood. Il viaggio a piedi è lungo, e per mettere qualcosa sotto i denti per strada deve vendere i suoi pochi averi, ma David riesce a trovarla: si tratta di una signora eccentrica ma determinata, che decide di adottarlo; lo manda a studiare presso una scuola di Canterbury decisamente meno punitiva, facendolo alloggiare presso i Wickfield padre e figlia. Qui David riprende gli studi, si azzuffa con i compagni e si infatua continuamente di questa o quella ragazza – trascorre tutto sommato una giovinezza normale e allegra.
Diciassettenne, appena terminati gli studi, reincontra Steerforth a Londra, e con lui si mette in viaggio per Yardmouth. Si tratta di un altro viaggio dalle conseguenze straordinarie, sebbene non subito chiare a David; infatti fa in tempo a stabilirsi a Londra, ad iniziare a lavorare come apprendista presso lo studio legale del signor Spenlow e di innamorarsi come una pera cotta della sua deliziosa rampolla Dora, prima della scoperta che Steerforth aveva continuato a frequentare Yardmouth ed era infine riuscito a convincere la piccola Emily, ormai diventata una ragazza graziosa e perspicace, a fuggire con lui (distruggendole la reputazione).
Nel frattanto la situazione economica della zia Trotwood subisce un deciso rovescio, e David, che ha appena conquistato il cuore della deliziosa Dora, deve iniziare a lavorare per mantenersi, e tirare fuori un bel po’ di carattere per fronteggiare le avversità. A sostenerlo nei suoi sforzi è Agnes Wickfield, a cui è rimasto legato da profonda stima ed affetto fraterno. Le varie traversie infine lo aiutano a trovare la propria strada: diventa giornalista parlamentare, ed in seguito autore di narrativa. Al colmo della felicità riesce a sposare la sua adorata Dora… e la storia va ancora avanti non poco, poiché le vicende in sospeso sono tante, così come numerosissimo sono i personaggi le cui storie si intrecciano fra loro o con quella di David Copperfield.
Cosa sarà di lui e Dora Spenlow, che è dolce come il miele ma si rivela ben presto una zucca vuota? Di Agnes Wickfield e del padre, abbandonatosi all’alcolismo ed ormai alla mercé del suo assitente, il viscido Uriah Heep? Di Emily e Steerforth? Di zia Trotwood e dello strano e gentile matto di cui si prende cura, il signor Dick? Dei coniugi Strong? Di Tom Traddles e della sua eterna fidanzata Sophy? Dei coniugi Micawber, che continuano a saltare fuori, scrocconi e sgarruppati, quando meno uno se lo aspetta?

Con Dickens ho un rapporto un po’ complicato, in cui tentativi infelici (Great expectations, o Il circolo Pickwick) si alternano con altri meglio riusciti (Our mutual friend, Bleak House), anche se rimane il fastidio per alcuni tipi di personaggio (specie l’orfanello dickensiano) e per Dickens e la sua scrittura quando cerca a tutti i costi di essere patetico, o peggio ancora, divertente. :-S Ma divago.
L’inizio è stato piuttosto faticoso. Il fatto è che si cade ben presto nella fattispecie narrativa dell’orfanello dickensiano candido e patetico e maltrattato dagli adulti. Per un verso posso capire: Dickens racconta esperienze che fece lui stesso e che lo ferirono profondamente (era ancora molto piccolo quando fu mandato a lavorare in fabbrica per pagare i debiti del padre, totalmente irresponsabile in materia di soldi ed a lungo imprigionato per debiti; Dickens ne fa un ritratto allo stesso tempo spietato e bonario nel signor Micawber) ed infatti lasciarono traccia in gran parte della sua narrativa. E va bene. Allo stesso tempo però fa sì che il suo orfanello & narratore sia di un candore disarmante; in questo modo, spesso e volentieri il narratore non comprende le implicazioni degli eventi che racconta, immediate per il lettore, creando un contrasto umoristico. Umoristico nelle intenzioni: confesso di trovare questo stratagemma, il più delle volte, sommamente irritante.
Secondo me Dickens è veramente divertente altrove: quando tratteggia personaggi paradossali eppure allo stesso tempo così realistici da dare l’impressione di conoscerli di persona, qui e adesso. In questo romanzo sono impazzita per la suocera impicciona del Dottor Strong: una ficcanaso pazzesca che deve dire la sua su tutto: è stato come se qualche persona che conosco (che penso tutti conosciamo), in carne ed ossa, fosse entrata prepotentemente nella pagina.
Un’altra piacevole sorpresa sono stati gli scorci di vita quotidiana del tempo: magari David chiacchiera con un amico, senza capire granché della situazione come al solito, e l’occhio cade fuori dalla finestra, dove, sotto una selva di tetti e di fumo, le strade brulicano di attività, di merci, di sporcizia, di vita.
Volendo trarre un bilancio: la lettura è stata piacevole, mi ha offerto varii spunti, e leggerò sicuramente altro Dickens in futuro, ma c’è sempre qualcosa che non mi torna. Posso leggerlo per studiarlo, e la lettura non pesa, ma non è nemmeno realmente voluttuosa. Non è come leggere George Eliot o Tolstoj, per dire.

Curiosità: da piccolo David Copperfield legge Le mille e una notte ed il Genji monogatari :O

Titolo completo: The personal history and experience of David Copperfield the younger
Autore: Charles DICKENS
Editore: Oxford University Press Anno: 1999 (Edizione originale: a puntate dal maggio 1849 al novembre 1950) XXXII + 902 pagg.
ISBN: 978-0-19-283578-9