La confessione

Racconti del crimine - www.anobii.comDopo la morte di Monsieur Badon-Leremince, un notabile di provata onestà, la cittadina dove aveva vissuto si strinse in un sentito, partecipato cordoglio. Il figlio e la figlia, legati al padre da un affetto profondo e sincero, duramente colpiti colpiti dalla perdita, dopo la cerimonia funebre si recarono dal notaio per la lettura delle ultime volontà del padre. Insieme al testamento però il padre aveva lasciato una lettera con una confessione.
Quando era andato a Parigi per studiare legge, studente e scapolo, si era preso un’amante con cui era andato a vivere. Era quello un legame che aveva stretto più per insofferenza della solitudine che per altro, e che non significava molto: dopo qualche mese aveva infatti conosciuto una ragazza di buona famiglia di cui si era innamorato e che aveva corteggiato con successo. La vita insomma sembrava sorridergli, finché un giorno la sua amante non gli comunicò di essere incinta.
Questa notizia gelò spezzandolo il cuore del Nostro: un conto era dare il benservito ad un’amante, alla quale sarebbe bastata una certa somma e poi si sarebbe trovata un altro; ma non poteva certo abbandonare per strada suo figlio, sangue del suo sangue e carne della sua carne. D’altra parte non poteva nemmeno confessare questa penosa situazione alla fidanzata o peggio ai suoi familiari: come minimo avrebbero troncato il fidanzamento e ne sarebbe nato uno scandalo che gli avrebbe chiuso in faccia le porte della buona società.
Tormentato dal dilemma il Nostro era diventato padre, senza provare amore per proprio figlio, mentre la sua amante era morta improvvisamente, lasciandogli il bambino di pochi mesi. Si era trovato cocì a convivere con la creaturina urlante che ipotecava il suo futuro. Una notte d’inverno, dopo una veglia esasperante, in preda ad un raptus aveva spalancato la finestra della stanza del bambino lasciando entrare una folata d’aria gelida che aveva investito la culla. Si era riavuto chiudendo subito la finestra e dandosi del mostro, ma era troppo tardi: il piccino era morto dopo pochi giorni per complicazioni polmonari.
Liberato da quel fardello, il Nostro aveva potuto sposarsi e condurre la vita che aveva sempre desiderato, ma non liberarsi dal rimorso per essersi comportato in maniera così disumana.
«Il notaio Poirel de la Voulte si tolse gli occhiali con il movimento che gli era abituale alla fine della lettura di un contratto; e i tre eredi si fissarono in silenzio, pallidi e immobili.
Dopo un momento, il notaio disse:
  –  Dobbiamo distruggerlo.
Gli altri due chinarono il capo in seno d’assenso. Il notaio accese una candela, separò accuratamente le pagine che contenevano quella pericolosa confessione da quelle che contenevano le disposizioni testamentarie, poi le mise sulla fiamma e le buttò nel caminetto.
E guardarono i fogli bianchi consumarsi. In breve diventarono dei mucchietti neri. Si distingueva ancora qualche parola che si disegnava in bianco; la figlia, con la punta del piede, schiacciò, a piccoli colpi, la crosticina di carta bruciata mescolandola alle ceneri vecchie.
Poi rimasero ancora per un poco a guardare tutti e tre, come se temessero che il segreto bruciato volasse via dal caminetto.»

La Confessione è, nella sua essenzialità, un racconto maupassantiano esemplare. Tutta la storia raccontata dalla lettera del padre serve per arrivare alla reazione dei figli alla confessione inaspettata, che è ciò che interessa a Maupassant.
Maupassant ha una libidine per andare a rimestare nei meandri del cuore umano, fin nelle zone più umbratili e paludose, ed ha un senso della narrazione fenomenale. Durante la sua breve e movimentata esistenza frequentò parecchio del demi monde, ma lo guardò sempre con un occhio cinico e settore al tempo stesso.
Anche nel racconto il momento clou è costituito dall’occhiata che lancia ai due figli: mostra che la loro prima reazione non è di compassione o repulsione per l’azione del padre, ma di timore per se stessi nei confronti della lettera. Li spoglia della loro rispettabilità borghese lasciando loro addosso solo un piccolo egoismo, una misera grettezza – forse la vera essenza della borghesità?

Non riuscirò mai a dire quanto adori quest’autore.
PS – Colgo l’occasione per rinnovare il mio appello: se qualcuno sa come reperire i Racconti dell’incubo per favore me lo faccia sapere! E l’unico a mancarmi.

Titolo: Racconti del crimine
Autore: Guy DE MAUPASSANT
Editore: Einaudi   Anno: 1994 (Edizione originale: 1881-1890)  196 pagg
Traduttrici: Viviana Cento, Ornella Galdenzi, Clara Lusignoli, Gioia Zannino Angelillo
ISBN: 88-06-13504-X

La collana – Racconti di vita parigina /1

Racconti di vita parigina - www.einaudi.it

Amo Maupassant alla follia. Ho letto quasi tutto quello che ha scritto (mi manca solo questo libro e poi la mia collezione sarà completa, se qualcuno lo vede in giro o vuole disfarsene per favore mi avverta!) e secondo me è un genio. Così ho pensato bene di raccontare uno dei suoi racconti. Enjoy !

* * *

Mathilde era disperata. Dovevano uscire e non aveva neanche un gioiello. Suo marito era un impiegatucolo, non poteva certo permettersene. D’altronde, era anche la prima volta che uscivano la sera. Così andò da una sua cara amica, Madame Forestier, e si fece prestare una collana di diamanti.
Qella sera trascorse come un sogno, e Mathilde fu ammiratissima. Ma quando furono a casa, si accorse di non avere più la collana al collo.

Guardarono se si fosse impigliata nel vestito di lei od alla giacca di lui, chiesero a vetturini, commessi dell’Opéra ed offrirono persino una ricompensa, ma dopo un mese non avevano ancora notizie. Allora andarono da un gioielliere e ne acquistarono una uguale. Quarantamila franchi.
Il marito di Mathilde era un impiegatucolo, non poteva certo permettersela. Vi spese tutta l’eredità del padre, ma ancora non bastava; chiese prestiti, firmò cambiali, si mise in mano agli strozzini. Dovette cercare un secondo ed un terzo lavoro. Vendettero la loro casa ed andarono a vivere in una soffitta della città bassa. Mathilde licenziò la servitù, dovette imparare a sbrigare da sola tutte le faccende di casa – strofinare i pavimenti, fare il bucato, stirare, rammendare, cucinare e lavare i piatti.

Dopo dieci anni aveva le mani nodose, i capelli bianchi e la schiena le era diventata curva come quella di una vecchia.
Una mattina di dicembre vide nel parco un profilo che le era familiare. Si parò davanti ad una signora seducente avvolta in una pelliccia e le disse:
«Non mi riconoscete?»
Madame Forestier ebbe un tremito di sorpresa e di disgusto.
«Mathilde! Cosa vi è successo?»
«Sono dieci anni che patisco ed è tutta colpa vostra! Vi ricordate quella collana? Ebbene, io l’ho perduta!»
«Non è possibile! Sono certa di averla vista.»
Mathilde fece un lungo sorriso.
«È identica, vero? Ne abbiamo fatta fare una copia uguale. Dieci anni ci abbiamo messo, ma siamo riusciti a pagarla finalmente.»
«Povera cara», fece Madame Forestier porgendole un fazzoletto di batista «quelle della mia collana erano tutte imitazioni. Valevano sì e no quattrocento franchi!»

Autore: Guy DE MAUPASSANT
Editore: Einaudi Anno: 1996 (Edizione originale: 17 febbraio 1888)
Traduttrice: Ornella Gaudenzi
Altri traduttori della raccolta: Viviana Cento, Clara Lusignoli, Gioia Zannino Angiolillo
Titolo originale: Le collier
ISBN:88-06142321