Chiamate la levatrice

Chiamate la levatriceHo avuto Chiamate la levatrice nel mirino dalla pubblicazione in Italia, senza che mi decidessi a leggerlo davvero. A decidere per me è stata la prefazione, in cui Jennifer Worth dichiara di aver voluto restituire alla figura della levatrice un po’ dello spazio che, nella sua giovinezza, essa aveva occupato nella società e nella vita di tutti gli inglesi, ma che non le era stato finora riconosciuto nella letteratura. Così facendo la Worth aveva voluto rispondere alle parole della collega Terri Coates (suoi articoli [qui]): «Forse da qualche parte ci sarà una levatrice che potrà fare per il suo mestiere quello che James Herriot ha fatto per la pratica veterinaria» (Prefazione, p. 9); parole che per la Worth sono risuonate come una chiamata a scrivere, mentre nel mio caso sono state una chiamata a leggere.

La giovane Jennifer Lee studia da infermiera, quindi si unisce alle levatrici del convento di Nonnatus, nel quartiere popolare dell’East End londinese. Le suore del Nonnatus affrontavano i pregiudizi e sopportavano i ritmi intensi del mestiere di levatrici sostenute dalla fede e dal desiderio di aiutare il prossimo; la vocazione di Jennifer invece era stata meno cristallina, poiché era stata spinta da una delusione amorosa.
La Worth racconta alcune delle sue esperienze come apprendista, e poi come levatrice a pieno titolo. Racconta una quotidianità, la sua, materialmente dignitosa ma modesta, scandita da doveri ed improntata al rigore, ma non priva di soddisfazioni.

Un libro, tre racconti (o quattro)
Chiamate la levatrice è un memoir, quindi racconta una serie di esperienze di vita dell’autrice. Le varie storie sono organizzate in capitoli, perlopiù indipendenti ed autoconclusivi; ma ci sono anche capitoli legati dalla presenza dei medesimi personaggi, o da un comune tema narrativo (i miei preferiti sono i tre capitoli “Discendenza mista”).
Un manuale di scrittura che mi era capitato in mano tempo addietro affermava che le migliori biografie erano quelle che, tramite il racconto delle vicende del protagonista, erano in grado di aprire uno scorcio sul suo tempo e sul suo mondo. Ciò che rende Chiamate la levatrice una lettura appassionante è proprio questa capacità di costruire grandi racconti corali. Jennifer Worth racconta alcune delle sue esperienze come levatrice nell’East End, dall’arrivo a Nonnatus House ad un momento di svolta esistenziale personale; sullo sfondo di questi racconti episodici dissemina dei fili narrativi, che vanno intrecciandosi nel corso della lettura in tre grandi racconti:
♦ L’East End londinese e i suoi abitanti negli anni ’50-’60;
♦ Le suore di Nonnatus;
♦ L’evoluzione dell’ostetricia nell’ambito della storia della medicina.
Sono tutti e tre racconti affascinanti, ed è un piacere vederli sviluppare a poco a poco nel corso della lettura. Al punto che a volte è proprio lei, Jennifer, a rimanere in un angolo, mentre gli accenni a ricordi e vicende risalenti alla sua vita prima del Nonnatus, che fanno di tanto in tanto capolino nel libro, paiono quasi fuori posto.

Nostalgia canaglia
La capacità di raccontare un’epoca di Chiamate la levatrice, che nel Regno Unito ha avuto un successo stratosferico ed è stato adattato in uno sceneggiato televisivo arrivato mi pare alla quinta stagione, è stata chiamata in causa anche da un articolo di Stuart Jeffries uscito sul Guardian lo scorso 25 luglio [qui]. L’articolo prende come spunto l’uscita di un nuovo adattamento cinematografico di Swallows and Amazons, un classico della narrativa per ragazzi degli anni ’30 (nonché uno dei cinquanta libri che hanno ispirato Miyasaki Hayao [qui]) e dalla sua retorica della nostalgia per un mondo più semplice, meno adulterato dalle diavolerie moderne, dal multiculturalismo e dal conflitto sociale. Jeffries smonta quel messaggio nostalgico, mostrando come si fondi su rappresentazioni della realtà convenientemente disossate di tutti gli elementi di conflitto e disagio sociale, e si tratti dunque, in ultima analisi, del desiderio per un mondo che non è mai esistito.
Chiamate la levatrice invece (insieme a Murder Most Unladylike di Robin Stevens – adattato in italiano come Omicidi per signorine :-S ) è citato dallo stesso Jeffries come esempio di narrazione di un’altra epoca senza l’ausilio di lenti rosa a smussare gli aspetti meno invitanti.

Ed è proprio così: Jennifer Worth non nasconde che nel quartiere dell’East End in cui lavorava le condizioni di vita e di lavoro potevano essere durissime; che le famiglie vivevano stipate in caseggiati popolari senza acqua e talvolta senza elettricità; che nel quartiere alle case si alternavano le rovine degli edifici colpiti dai bombardamenti, autentiche zone franche  nelle quali poteva succedere di tutto; che le donne erano segregate in casa dalle gravidanze ripetute e dalle incombenze domestiche; che c’erano zone nelle quali la gente aveva paura di andare; e che c’era un sottofondo di violenza nelle relazioni umane, solitamente in latenza, ma pronto a riemergere, specialmente contro i soggetti più fragili.
Ci sono delle pagine talmente difficili che ho dovuto interromperne la lettura a più riprese, ed io non mi considero una lettrice facile a impressionarsi.

Raccontare la violenza
Le pagine del libro sono pervase di violenza. Non la si vede, ma la si avverte. In genere è rarefatta, ma talvolta si addensa e cambia il respiro della lettura. Penso sia questo uno dei motivi per cui leggerne alcune parti è stato per me così difficile.
Un caso esemplare per me è stato l’arco narrativo di cinque capitoli in cui è raccontata la storia di Mary. Una sera Mary ferma Jennifer per strada perché l’ha vista ben vestita, e lei ha disperatamente bisogno dell’aiuto di una signorina per bene. Jennifer la accompagna a mangiare qualcosa, e resasi conto che Mary è incinta, se la porta alla Nonnatus House per prestarle assistenza. Pian piano Mary le racconta la sua storia: originaria di Dublino, era scappata dalla madre alcolizzata e dal patrigno violento imbarcandosi sulla prima nave diretta in Gran Bretagna ma, raggiunta Londra e finiti i pochi risparmi, era finita a prostituirsi nella parte più malfamata dell’East End.
Mi è capitato di interrompere i capitoli a metà, di riprenderli dopo giorni, di evitare di leggerli la sera. Il fatto è che la scrittura della Worth è terribile, senza essere mai esplicita; la sua marca stilistica semmai è l’omissione. Penso che questa assenza di episodi violenti dal racconto sia dovuto in parte al fatto che la Worth non vi assiste di persona, quindi non li può raccontare; ed in parte ad una forma di reticenza in linea con il linguaggio contenuto di tutto il libro.
Tuttavia l’assenza di episodi violenti espliciti fa sì che non sia possibile una catarsi. E siccome non si esaurisce in episodi di abuso fisico e carnale, la violenza diviene una presenza invisibile, condensata nell’impossibilità per gli individui di disporre di se stessi. Una radicale assenza di libertà che priva i soggetti più deboli anche della sicurezza della propria incolumità.

Un libro bello, anche se stilisticamente non sopraffino, al quale però l’accostamento della prefazione con James Herriot (che per me equivale alle guance arrossate dall’aria pungente dello Yorkshire, ad una gentile ironia british, ed a momenti felici della mia infanzia) non mi aveva preparata. Adesso almeno sono preparata ad accostarmi ai successivi volumi della trilogia dell’East End della Worth. Il secondo, Shadows of the Workhouse (Tra le vite di Londra) è uscito l’anno scorso.

Autrice: Jennifer WORTH
Editore: Sellerio   Anno: 2014 (Edizione originale: 2002)   504 pagg.
Titolo originale: Call the Midwife
Traduttrice: Carla De Caro
ISBN: 9788838931444

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Il Sergente nella neve

Il Sergente nella neve - www.anobii.comSin dall'inizio avevo deciso che sarebbe stato questo il mio libro per l'inverno; ero anche convinta che ne sarei stata entusiasta. L'entusiasmo atteso però non è arrivato, e parlare di questo libro è diventato strano e difficile. Certo, mi è piaciuto, ma l’asciuttezza quasi scorbutica delle frasi ha reso l’avvicinamento problematico, quasi fosse sgradito al narratore. Come se avesse voluto dire: immagina e compatisci in un altro momento; adesso ascolta.

Il Sergente nella neve ripercorre la disastrosa ritirata della disastrosa spedizione dell'esercito italiano in Russia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Rigoni era un sottufficiale di collegamento negli Alpini, distaccato in un avamposto in prima linea; la prima parte del libro è dedicata alla guerra di posizione del suo reparto: il cibo da trovare, a volte un po’ fortunosamente, lavarsi e radersi, tenere sufficientemente in ordine l’artiglieria, ed adoperarla talvolta per ricordare la propria presenza, né silenziosa né quiescente, ai russi sullo schieramento opposto. Si tratta di una situazione di stallo in cui la guerra non emerge come prova di forza di diverse posizioni ideologiche, e nemmeno come partita strategica aperta fra le forze in campo, ma solo sotto forma di condizioni molto particolari in cui vengono inseriti degli uomini per lo svolgimento delle loro litanie quotidiane.
La seconda parte del libro invece inizia con la ritirata resa necessaria dallo sfondamento delle linee da parte dei russi: rimanere all’avamposto avrebbe significato rimanere accerchiati senza più alcuna speranza di tornare. Così Rigoni ed i suoi si mettono in marcia, portando con sé artiglieria, vettovaglie e quant’altro fossero in grado di portarsi dietro; questa zavorra viene abbandonata per via man mano che la situazione disperata richiede la piena attenzione degli uomini nella semplice, eppure estenuante ed essenziale impresa di poggiare i piedi uno davanti all’altro, per km e km, giorni e giorni, tanti e tutti uguali che non è più nemmeno possibile contare. Rigoni smarrisce e ritrova i suoi più volte in mezzo al biancore che divora ogni cosa. Ogni tanto raggiunge un gruppetto di case e si ferma in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, od a guardarsi le spalle dalle colonne russe al loro inseguimento.
È proprio in uno di questi villaggetti che ingaggia battaglia con una pattuglia russa: lo scontro dura l'intera mattinata, senza esclusione di colpi. Fattasi ora di pranzo, Rigoni si arrischia fuori, nei viottoli che si insinuano fra le casupole in abbandono, e dietro ad una delle porte sconnesse trova ospitalità: delle contadine stanno servendo la zuppa ad un gruppetto di uomini seduti tutt'intorno alla tavolata. Rigoni li guarda bene, e vede che sono i soldati russi. Essi a loro volta lo guardano, e vedono che si tratta di un soldato italiano. Nessuno proferisce motto. Rigoni riceve il suo piatto di zuppa, si siede e la sorbisce in silenzio, quindi si alza e se ne va. Nessuno lo ferma, tutti con gli occhi rivolti verso la zuppa calda.
Questo è uno degli episodi più famosi del libro, che credo abbia trovato spazio in quasi tutte le antologie per le scuole del Regno. Non immeritatamente, a mio modesto parere.

Vorrei leggere altro di Rigoni Stern. Fortunatamente ha scritto parecchio, e credo che non mancherà occasione, specie ora che la sua scrittura secca e condensata non costituirà più una sorpresa spiazzante.

Autore: Mario RIGONI STERN
Editore: RCS Quotidiani / Il Corriere della Sera Anno: 2003 (Edizione originale: 1953) 139 pagg.
ISBN: 978-88-7285-578-9 (edizione Einaudi)