Manifesto

Citazione di Abbas el-Aqqad. Immagine di A winter fairy tale.

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Sulla rivoluzione

Sulla rivoluzioneUn’altra lunga assenza, per la quale spero di essere giustificata: c’è voluto parecchio tempo perché digerissi il libro di Hannah Arendt (o perché lui digerisse me).

L’ho avuto a scaffale per anni, letto solo in minima parte per l’esame di filosofia morale, e da altrettanto tempo mi ripromettevo di leggerlo come si deve, da cima a fondo. Ho avuto la bella pensata di inserirlo nel gruppo di letture che sto facendo sulla storia americana, ma purtroppo ha finito per risucchiare molto più tempo di quanto non avessi intenzione di lasciargli: non so se sia la Arendt che scrive male o se sia io ad essermi orrendamente arrugginita, ma ho trovato il testo assai ostico. Ma andiamo con ordine.

La Arendt confronta le rivoluzioni americana e francese misurandone i rispettivi successi rispetto ad un metro di giudizio che dichiara sin da principio:

«Lo scopo della rivoluzione era, ed è sempre stato, la libertà» (p. 3)

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Il pilota di Hiroshima. Ovvero: La coscienza al bando /3

Il pilota di HiroshimaCol procedere della lettura, è emerso un tema ben più inquietante di quello atomico. Claude Eatherly venne internato in un ospedale psichiatrico perché con qualche maldestro tentativo di reato (una rapina nel corso della quale si era persino dimenticato di prendere il malloppo) aveva messo in imbarazzo l’Esercito degli Stati Uniti, e venne giudicato, più che un criminale, psichicamente instabile. Eatherly accettò l’internamento di buon grado, tanto che risultava “ospite volontario” della struttura, ma quando, dopo qualche tempo, ritenne di aver riflettuto abbastanza, di aver trovato un nuovo equilibrio e di poter riprendere la vita civile, la sua domanda di dimissioni venne ripetutamente respinta.

Il problema che affliggeva Eatherly era un dilemma di origine etica, non una psicosi; la riflessione ed il dialogo lo avevano aiutato a prenderne coscienza, a riconoscerlo, a fare sì che orientasse il suo agire senza il bisogno di infierire su se stesso o su altri. Il medico curante stesso riconosceva che Eatherly non era un individuo pericoloso, e allora perché il suo rilascio non fu consentito? Cos’era successo nel frattempo? Continua a leggere

Il pilota di Hiroshima. Ovvero: La coscienza al bando /2

Il pilota di HiroshimaFinalmente trovo il tempo di diffondermi un po’ su questo interessante volumetto, scoperto quasi per caso nel corso di una pigra ricerca bibliografica sugli effetti del bombardamento atomico del Giappone. Si tratta di un argomento che mi interessa molto, ed ancora di più in seguito alla visita del Museo della Bomba di Hiroshima ed agli scambi di idee in materia con alcuni conoscenti giapponesi.Günther Anders è stato un filosofo e sociologo un po’ particolare, visto che non ebbe mai una cattedra e fece conoscere le proprie idee soprattutto con un’intensa attività pubblicistica e la partecipazione a movimenti d’opinione quali quello pacifista e contro la corsa agli armamenti atomici. Continua a leggere

Il pilota di Hiroshima. Ovvero: La coscienza al bando /1

Il pilota di Hiroshima«Lettera 12

A Günther Anders

senza data
[agosto o settembre 1959]

Vorrei ringraziarti delle buone parole che mi hai scritto perché non cerco la notorietà di un contratto cinematografico. Se una cosa del genere ha da farsi, deve avvenire nel modo da te descritto. Si ha una sola vita, e se le esperienze della mia vita devono essere utilizzate per il bene dell’umanità, è questo il modo in cui sarà utilizzata: non per denaro o per gloria, ma per la responsabilità che ho verso tutti. Continua a leggere

Cattivi Samaritani

Cattivi samaritaniMi c’è voluto un sacco di tempo, ma finalmente l’ho finito. Ne parlava Cristinsan sul suo blog, In Corea, mi incuriosiva molto, e visto che ce n’era una copia in biblioteca, mi sono detta: perché no?

Ad incuriosirmi inizialmente è stata la censura da cui è stato colpito in madrepatria (l’autore è coreano): provvedimenti del genere fanno sì che ci si chieda cosa mai ci sarà scritto che l’autorità non desidera si sappia, e credo che ne promuovano la diffusione più di una campagna pubblicitaria. In definitiva, credo che dovremmo ringraizare il governo coreano entrambi, il Signor Chang ed io: lui perché è merito loro se il suo saggio di economia è diventato un best-seller, ed io perché sono stati loro, in fondo, a farmelo conoscere.

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