Oblòmov /2

(continua da qui)

Stolz va dritto al punto. Oblòmov è un uomo dolce, ed i suoi ideali di umanità sono così alti che ben pochi degli eventi sociali cui partecipa solitamente gente della sua estrazione a Pietroburgo gli paiono occasioni di espressione di questa pura, elevata umanità; non le fatue chiacchiere dei salotti, né il grigiore degli incarichi governativi. L'affaccendarsi dei suoi pari gli pare sommamente vacuo, e decide di tenersene fuori. Tuttavia la sua ricerca di autentica umanità naufraga in un ottundimento abulico. Rimane tenero e gentile, ma diviene un essere inerte, che vegeta da un giorno all'altro senza scopo né interessi.
Al ritorno da uno dei suoi viaggi a zonzo per l'Europa, Stolz trova il vecchio amico flaccido ed inerte, ormai assuefatto all'ozio. Per spronarlo a darsi una mossa, a riempire di significato le sue giornate, lo trascina con sé in società, ed è lui a presentare Il'jà ad Ol'ga.
Ol'ga è una ragazza curiosa, dalla mente pronta e vivace, estranea a malizie e sotterfugi delle signorine di buona famiglia; scorto diatro la goffaggine l'animo candido e colmo di tenerezza di Oblòmov, se ne innamora ricambiata. I due però commettono un errore fondamentale: Ol'ga immagina di avere il potere di cambiarlo, di farne un uomo attivo addirittura. Sembra anche riuscire nel suo intento: Oblòmov legge, Oblòmov si informa, Oblòmov si interessa ai propri possedimenti: ben presto però la fatica, quella che affronta e soprattutto quella che immagina di dover affrontare in futuro per sposarsi rischia di fiaccarlo…

L'ambivalenza dell'atteggiamento di Oblòmov, sottesa ed infine vinta dalla sua spaventosa pigrizia, mi ha dato parecchio a cui pensare; pensieri che hanno finito per saldarsi con alcune riflessioni suscitate dalla manifestazione del 13, a cui molti dei miei parenti, amici & conoscenti (maschi e femmine) hanno partecipato, e che io ho disertato.
Avevo già un impegno, ma volendo avrei potuto rimandare; ero però perplessa dall'impasto ambivalente dielle motivazioni (riprovazione verso la condotta personale del soggetto ed insoddisfazione rispetto alle politiche perseguite dal suo governo). Prese singolarmente le troverei anche (in diversa misura, ed in diverso modo) condivisibili, ma l'oscillazione dall'una all'altra mi lascia piena di dubbi. E così non ci sono andata.
Cosa c'entra tutto questo con un romanzo russo dell'Ottocento (visto che è di questo che voglio parlare: Asaki yumemishi è un blog di libri, dopotutto)? C'entra eccome: ho provato a leggere la mia mancata partecipazione alla luce dell'inerzia di Oblòmov. Si potrebbe quasi pensare che anche il rifiuto di sporcarsi le mani, di accettare qualche compromesso per strappare un uovo oggi (pur senza rinunciare a perseguire la gallina domani) sia una forma di pigrizia: auspicare che le cose prendano la giusta piega senza dover intervenire direttamente; ma, sembra voler dire Gončarov, l'inazione alla lunga genera soltanto altra inazione, spegnendo ogni residuo di iniziativa, di vita che vada oltre la mera sopravvivenza fisica. Se all'inizio del romanzo Il'jà Il'ič si informa distrattamente su ciò che avviene fuori del suo salotto (e poi accampa scuse per non uscirne), verso la fine sembra non ricordarsi nemmeno più dell'esistenza di ciò che esula dai piatti in tavola.

Di Oblòmov si potrebbe parlare per molti e molti post ancora (la splendida rotondità dei personaggi – tutti: da Ol'ga al truffatore al valletto di Il'jà; lo spaccato sulla burocrazia zarista; i diversi modi in cui ceti differenti accolgono le novità "moderne" provenienti dall'Europa occidentale… ), ma forse ho tediato a sufficienza il mondo con il mio apprezzamento verso questo romanzo. Imperdibile, assolutamente.

Autore: Ivan Aleksandrovič GONČAROV (Иван Александрович Гончаров)
Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso   Anno: 2004 (Edizione originale: 1857 e 58)  687 pagg.
Titolo originale: Oblòmov (Обломов)
Traduttrice: Laura Micheletti
ISBN: 88-89145-41-2

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Uomini comuni

Uomini comuni - www.liberonweb.itUno degli aspetti del regime nazista e della Seconda Guerra Mondiale che ho sempre trovato più stimolanti (come sfida intellettuale intendo!!) e più carichi di mistero è la partecipazione ad esso delle persone normali, come potremmo essere voi od io. Si sente spesso dire che Hitler fosse pazzo; anche mettendo da parte le mie riserve sul termine, potrei anche convenire che lo Stato Maggiore nazista fosse una sentita di estremisti preda di una serie di convinzioni tanto lontane dalla realtà da sfiorare il lucido delirio. Qui però parliamo di milioni e milioni di persone che hanno cooperato all'assassinio di milioni e milioni di altre persone. La repressione delle opposizioni operata dal regime era intensa, ma non sono mancati episodi clamorosi, a tutti i livelli della società (entro la galassia della resistenza tedesca sono particolarmenter noti il movimento della Rosa Bianca, il tentato assassinio di Hitler) – indici di un movimento carsico ma reale di insofferenza rispetto al regime stesso.

Cristopher Browning ripercorre l'attività svolta nelle retrovie polacche, in qualità di Corpo Speciale, da parte del Battaglione 101, ponendosi esattamente il medesimo interrogativo.
Il Battaglione 101 era composto da riservisti di polizia, ovvero coscritti che avevano preferito un servizio di appoggio alle forze di polizia in patria al servizio nell'esercito, al fronte. Si trattava perlopiù di operai e bottegai di Amburgo, solo alcuni dei quali tesserati al partito nazionalsocialista, che avevano scelto la riserva di polizia per non allontanarsi da casa. Eppure, questi esemplari "uomini comuni" uccisero 38 mila civili inermi e ne deportarono 45'200 nel periodo compreso fra il luglio 1942 ed il novembre dell'anno successivo.
Browning segue il loro distaccamento con funzioni di polizia nei territori occupati della Polonia, i primi rastrellamenti ed eccidi di civili ebrei, fino alle operazioni di liquidazione di interi ghetti, tramite fucilazione o deportazione nei lager, e lo fa attraverso le testimonianze riportate dagli stessi riservisti, a trent'anni di distanza, davanti ad un tribunale chiamato a giudicare la loro condotta.

Browning non dà un'unica risposta, evidenziando piuttosto una pluralità di fattori.
Il primo e più importante è l'inserimento di ciascuno in un sistema gerarchico ed ordinato da regole esplicite – le forze di polizia, certo, ma anche imho l'abitudine all'autoritarismo verticistico assorbito in un decennio di regime nazista in patria. L'obbedienza conformistica all'autorità è un'abitudine generalizzata, ma in un regime fascista si tratta della somma virtù dell'uomo comune: "Credere, obbedire, combattere". La contestazione dell'autorità è una destabilizzazione intollerabile, dunque delegittimata.
Nessuno dei riservisti si trovò con la pistola puntata alla tempia da un superiore, anzi, capitò varie volte che i superiori stessi consentissero ai sottoposti di scegliere se partecipare o no alle attività repressive previste. In generale coloro che si sottrassero non furono puniti, anzi, i superiori lo tenevano a mente ed evitavano di inviarli a svolgere compiti sgraditi; tuttavia costoro furono solo una piccola minoranza.
Browning fa riferimento ai noti esperimenti sull'obbedienza all'autorità ed il conformismo di Zimbardo [post] e Milgram.
«Anche se era proibita qualunque violenza fisica, nel giro di sei giorni la struttura intrinseca della vita carceraria aveva prodotto livelli sempre più alti di brutalità, umiliazione e disumanizzazione. (…) La sola situazione carceraria, conclude Zimbardo, "era una condizione sufficiente per produrre comportamenti aberranti e antisociali".» (p. 175)
«Il dato forse più attinente alla nostra indagine è quello che riguarda la gamma di comportamenti scoperti da Zimbardo nel campione delle undici guardie. (…) mostra una misteriosa somiglianza con i raggruppamenti emersi all'interno del Battaglione 101: un nucleo di aguzzini sempre più fanatici che si offrivano volontari per i plotoni di esecuzione e le batture di "caccia all'ebreo"; un più ampio gruppo di poliziotti che eseguivano le fucilazioni ew le evacuazioni dei ghetti se glielo si ordinava, ma che non andavano alla ricerca di occasioni per uccidere (anzi, talvolta disobbedivano agli ordini se nessuno li controllava); e infine, un gruppo più ristretto (meno del 20 per cento) di poliziotti che rifiutarono di eseguire gli ordini, o che vi si sottrassero in vari modi.» (p. 175)

Oltre all'adeguamento alle pressioni verticali, si verificò un adeguamento alle pressioni orizzontali. Molti non volevano esporsi al biasimo dei commilitoni, né essere bollati come "deboli" o "codardi" rifiutandosi apertamente di prendere parte alle operazioni, anche quando i superiori l'avrebbero consentito.

Un terzo ed interessante fattore è l'assuefazione all'atrocità. Tutti i riservisti interrogati ricordavano bene il primo eccidio, addirittura con dovizia di particolari, quando radunarono i 1500 ebrei del villaggio di Jozefow e li condussero a gruppetti nel bosco poco lontano per ucciderli puntandogli il fucile alla nuca. I riservisti si erano dati più volte il cambio nel bosco, incapaci di sopportare lo strazio, mentre il comandante del battaglione si era chiuso in un edificio a piangere. I ricordi delle operazioni speciali successive si facevano più sfocati e tendevano a confondersi l'uno con l'altro, anche quando il numero delle vittime civili per singola operazione si faceva molto superiore, decuplicando persino. Alcuni di essi rivelarono insospettato sadismo nello svolgimento delle operazioni, ma furono una minoranza malvista; i più si limitavano a seguire le direttive senza soffermarcisi troppo.

Ma c'è molto altro: la parcellizzazione del lavoro all'interno delle singole operazioni, od il delegare a reparti reclutati presso le zone occupate dell'Europa dell'Est la parte più sporca del lavoro – ciò che consentiva la deresponsabilizzazione dei riservisti tedeschi ed al contrario la proiezione sui collaborazionisti delle proprie colpe.

Il testo di Browning è ricco di spunti, pur nella sua brevità. Mi ha fatto venir voglia di rileggere il libro di Zimbardo, in cerca di conferme di una ipotesi relativa ad un fenomeno del tutto diverso.
Continuo a trovare terribilmente interessante, e terribilmente spaventosa, l'idea che chiunque, in una data situazione, possa macchiarsi di azioni crudeli e ripugnanti. Non si tratta di una giustificazione, tutt'altro: si tratta di cercare di comprendere, per muovere qualche passo in direzione del disinnesco di altre situazioni a prima vista innocue, ma potenzialmente esplosive.

Titolo completo: Uomini comuni. Polizia tedesca e "soluzione finale" in Polonia – Nuova edizione
Autore: Cristopher R. Browning
Editore: Einaudi 1999 (Edizione originale: 1992 e 199?) 258 pagg.
Titolo originale: Ordinary Men: Reserve Police Battalion 101 and the Final Solution in Poland
Traduttrice: Laura Salvai
ISBN: 978-88-06-14988-8

Il pilota di Hiroshima. Ovvero: La coscienza al bando /3

Col procedere della lettura, è emerso un tema ben più inquietante di quello atomico. Claude Eatherly venne internato in un ospedale psichiatrico perché con qualche maldestro tentativo di reato (una rapina nel corso della quale si era persino dimenticato di prendere il malloppo) aveva messo in imbarazzo l'Esercito degli Stati Uniti, e venne giudicato, più che un criminale, psichicamente instabile. Eatherly accettò l'internamento di buon grado, tanto che risultava "ospite volontario" della struttura, ma quando, dopo qualche tempo, ritenne di aver riflettuto abbastanza, di aver trovato un nuovo equilibrio e di poter riprendere la vita civile, la sua domanda di dimissioni venne ripetutamente respinta.

Il problema che affliggeva Eatherly era un dilemma di origine etica, non una psicosi; la riflessione ed il dialogo lo avevano aiutato a prenderne coscienza, a riconoscerlo, a fare sì che orientasse il suo agire senza il bisogno di infierire su se stesso o su altri. Il medico curante stesso riconosceva che Eatherly non era un individuo pericoloso, e allora perché il suo rilascio non fu consentito? Cos'era successo nel frattempo?

Nel frattempo, la storia del pilota di Hiroshima perseguitato dal senso di colpa aveva fatto il giro del mondo: si scrivevano articoli su di lui, i periodici pubblicavano servizi sulla sua vita, e la sua adesione al movimento pacifista aveva fatto un certo scalpore. In breve, Eatherly godeva di una visibilità sgradita ai vertici della struttura in cui era internato.
Nel momento in cui era entrato nell'ospedale aveva rinunciato a diritti politici e civili, si era trovato a dipendere interamente da una struttura che poteva esercitare su di lui un enorme potere di interdizione, un autentico potere di vita e di morte (sentite un'eco foucaultiana? Avete un buon udito  ), e quella struttura nella quale si era spontaneamente messo in mano ora aveva tutto il potere di non lasciarselo scappare. Il suo rilascio doveva essere deciso da una corte, ma nel corso delle udienze la giuria popolare, non avendo conoscenze specifiche in materia psichiatrica, si limitò a ratificare il parere del "collegio di esperti terzi" chiamati a dare un parere sul suo caso; purtroppo essi si dimostrarono completamente sordi alla natura etica del dilemma di Eatherly (uno giunse a scrivere che nei fumi della psicosi, l'ex pilota era giunto a fabbricarsi un senso di colpa fittizio per l'operazione bellica in cui era stato coinvolto – il medico escludeva categoricamente che il gesto in sé potesse suscitarne alcuno!) o particolarmente ricettivi rispetto alle istanze dell'Esercito, oppure entrambe le cose. Tra l'altro Eatherly scrive ad Anders di non aver avuto con alcuno di loro nemmeno un colloquio, per cui il "parere terzo" che fornirono si basò unicamente sugli incartamenti clinici. Inoltre al termine di ogni respingimento della sua domanda di dimissioni, veniva spedito nel ramo dei maniaci violenti ed imbottito di sedativi – una misura che, da ogni parte la si guardi, pare unicamente punitiva.

Personalmente stento a credere che Claude Eatherly fosse tenuto in manicomio per effetto di un disegno deliberato dell'Esercito, ma posso supporre che, in tempo di Guerra Fredda, bastava che il proprio caso dipendesse dalla firma di un funzionario troppo zelante per non riuscire più venirne fuori. Sono documentati casi speculari in ex-URSS, in cui oppositori della linea politica prevalente venivano bollati come "matti" e spediti in manicomio, dove, a suon di farmaci e punizioni, uscivano matti per davvero.
Fa molto riflettere che un potere così totale sulla vita di individui sia legittimato da una scienza che risente enormemente dello zeitgeist nella definizione del proprio campo e del proprio oggetto di interesse (la malattia mentale). A seconda delle epoche e dei climi ciò che viene inteso come patologia può cambiare radicalmente. L'esempio più eclatante che mi viene in mente è quello dell'omosessualità: è stata ufficialmente depennata dalla lista delle malattie mentali solamente pochi anni fa. L'impressione è che "malattia mentale" sia una categoria in cui vengono gettati tutti i comportamenti che agli occhi della comunità psichiatrica deviano dalla norma. Ma siccome la "norma" non solo è un'astrazione, ma è pure un'astrazione nient'affatto affatto costante da luogo a luogo e da tempo a tempo, quanta autorità e quanta autorevolezza sarà sensato attribuirle? Non si tratta di una decisione "tecnica", che può essere presa dai soli psichiatri in quanto in possesso di una competenza specifica, bensì politica.
(Con questo non voglio dire che la psichiatria non abbia senso od una sua utilità in assoluto, eh. Solo che, in quanto individuo con le sue belle stranezze, spero di non incontrare mai un suo esponente sulla mia strada).
 

Autori: Günther ANDERS e Claude EATHERLY
Editore: Linea d'Ombra   Anno: 1992 (Prima edizione italiana: 1962, Edizione originale 1961)   217 pagg.
Titolo originale: Off limits für das Gewissen
Traduttore: Renato Solmi
ISBN: 978-88-09-00750-5

Il pilota di Hiroshima. Ovvero: La coscienza al bando /2

Il pilota di Hiroshima - www.anobii.comFinalmente trovo il tempo di diffondermi un po' su questo interessante volumetto, scoperto quasi per caso nel corso di una pigra ricerca bibliografica sugli effetti del bombardamento atomico del Giappone. Si tratta di un argomento che mi interessa molto, ed ancora di più in seguito alla visita del Museo della Bomba di Hiroshima ed agli scambi di idee in materia con alcuni conoscenti giapponesi.

Günther Anders è stato un filosofo e sociologo un po' particolare, visto che non ebbe mai una cattedra e fece conoscere le proprie idee soprattutto con un'intensa attività pubblicistica e la partecipazione a movimenti d'opinione quali quello pacifista e contro la corsa agli armamenti atomici.
Claude Eatherly invece era un normale ragazzo della provincia americana a cui toccò in sorte di far parte dell'equipaggio cui fu assegnata la missione di sganciare la prima bomba atomica all'uranio sulla città di Hiroshima, il 6 agosto 1945. Dieci anni più tardi, tormantato dal senso di colpa e dalla sua incongruenza con il trattamento da eroe di guerra ricevuto in patria, Eatherly cercò di attirarsi la riprovazione popolare commettendo qualche maldestrissima rapina, nella speranza di trovare sollievo proprio nel biasimo, ma ottenne solamente di essere impacchettato e spedito in un'ospedale psichiatrico militare dall'Esercito, desideroso di tacitare l'intera vicenda.
Le strade dei due si incrociarono quando Andersi scrisse ad Eatherly e questi rispose, iniiando una corrispondenza piuttosto fitta, pubblicata già all'epoca (su iniziativa di entrambi) in questo volume.

Il problema etico di Eatherly nasce dalla coscienza di essere materialmente repsonsabile di un atto alla cui decisione non aveva avuto parte alcuna, e le cui (tragiche) conseguenze non aveva potuto prevedere. Non si era trovato nelle condizioni di compiere una scelta consapevole.
Anders scrive ad Eatherly riconoscendo sin da principio la matrice etica, e non psichiatrica della sua impasse; secondo Anders con la costruzione di ordigni ad altissimo potenziale, quali la bomba atomica o la bomba H, la tecnica ha raggiunto livelli di distruttività tali da derubare l'uomo della sua capacità di immaginarne le conseguenze. Inoltre, a cuasa della tecnica, persino l'operatore si scopre incapace di intervenire su un processo avviato o di calcolarne le ricadute. La tesi di Anders è suggestiva: quella tella téchne fredda e disumanizzante come marca "della nostra epoca" è un'idea, o quasi ormai uno slogan, che ha fatto strada con parecchia fortuna. Devo confessare però di non esserne troppo convinta.

Già nell'Ottocento, Balzac scriveva che la trasformazione di un atto in una procedura burocratica e parcellizzata consentiva la deresponsabilizzazione di ciscuno di coloro che vi prendeva parte.
Non mi risulta che molti piloti che riversarono tonnellate di ordigni incendiari su Tokyo, Dresda e tutte le altre città, pur essendo materialmente e direttamente responsabili della morte di un numero di persone superiori alle vittime di Hiroshima e Nagasaki, si siano considerati in seguito degli assassini: si era in guerra, obbedivano a degli ordini, insomma agivano in risposta ad un'istanza superiore che dirigeva e giustificava le loro azioni.
La fondamentale discontinuità introdotta dalla bomba atomica secondo me è la sproporzione fra i suoi effetti (già all'epoca si parlava di annichilimento della specie umana dal pianeta) e l'istanza superiore rappresentata dall'esercito, dallo stato di guerra, od -in seguito- dalla contrapposizione ideologica. Quando si maneggia un oggetto del genere, si ha poi il diritto di declinare ogni responsabilità? Ha senso invocare gli ordini ricevuti a fronte dell'entità delle devastazioni? Non c'è una stridente differenza di peso?
Secondo me il problema di Eatherly potrebbe essere nato dal cortocircuito fra il carattere inaudito del gesto compiuto e la parcellizzazione deresponsabilizzante del contesto in cui quel gesto era inserito. Eatherly si è trovato all'imporvviso a guardare al proprio gesto fuori contesto, e non è più risucito a vivere una vita serena.

Anders prefigurava l'avvento di una sorta di Uomo Nuovo dell'Era Atomica, tutto teso al controllo del mostro che dorme, ma in realtà, a cinquant'anni di distanza, nessuno di noi passa più notti insonni per via degli arsenali atomici oggi esistenti, di gran lunga superiori a quelli degli anni '50 in termini di quantitativi e potenziale distruttivo, senza dimenticare che sono in mano anche a parecchia gente poco raccomandabile. Si può dire allora che il problema risiedesse nella tecnica di per sé? O piuttosto nel modo in cui le comunità si sono organizzate per usufruirne, ed hanno poi rappresentato vari risvolti esistenziali ed etici delle possibilità che si aprivano?

In realtà c'è un aspetto della corrispondenza di Anders ed Eatherly che mi ha fatto sì venire i brividi giù per la schiena.

(continua…)

Nel paese dei ciechi

Nel Paese dei Ciechi - www.liberonweb.itIn una valle di difficile accesso, chiusa fra le cime andine, gli abitanti iniziano a perdere la vista. Ila cambiamento è tanto graduale da passare inosservato e dopo quindici generazioni di abitudine ed isolamento, nessuno ricorda più cosa sia la vista, né dell'esistenza di un mondo al di là dei costoni rocciosi che cingono la valle. Anche il resto del mondo si è dimenticato di loro, sopravvissuti solo nel favoleggiare su di un misterioso Paese dei Ciechi.
Finché un giorno, a causa di un incidente durante una scalata, un alpinista non precipita nella Valle. Resosi conto di essere l'unico vedente, Nuñez tenta invano di sfruttare la sua facoltà per dominare gli abitanti della valle, sulla scorta del detto secondo cui "fra i ciechi il monocolo è re".
Tuttavia ogni suo tentativo è coronato da un sonoro insuccesso; non solo essi hanno compensato l'handicap della vista sviluppando maggiormente gli altri sensi, ma non hanno alcuna intenzione di dare corda ad uno straniero sbucato dal nulla ed a quelli che paiono nient'altro che delirî insensati. Alla fine uno degli abitanti lo prende come servo e da allora Nuñez viene considerato un buon lavoratore, benché un po' tocco.
Il Nostro si è ormai abituato alla vita nel paese, quando un saggio trova il modo di guarirlo dalla minorità che lo affligge impedendogli l'integrazione a tutti gli effetti nel villaggio: e così decidono di cavargli gli occhi…

Racconto saturo di idee, pur nella sua brevità Nel paese dei ciechi rivela l'interesse di Wells per certe dinamiche sociali. Ad esempio, mi ha molto colpita il fatto che la percezione da parte di Nuñez della propria superiorità fisica (in realtà poi tutta da dimostrare…) sia immediatamente accompagnata dal corollario che ad essa debba corrispondere superiore autorità. E forse quest'ultimo assunto non è scorretto e ad essere infondata è solo la premessa.
Nuñez è oggetto di ridicolo e di un sottile disprezzo in virtù della sua diversità: i ciechi bollano come assurdità tutto ciò che esula dalla loro esperienza, e sono disposti a tollerare le sue fanfaluche solo nella misura in cui il vedente rimane controllato e relegato in uno status di inferiorità; è solo quando egli chiede in moglie una ragazza del luogo che la sua diversità diventa incompatibile con la sua integrazione a pieno titolo nel villaggio e, per il suo bene, gli altri abitanti decidono di eradicarla. In sostanza, la condizione per vivere alla pari con gli altri è l'eliminazione di ciò che lo rende diverso.
Lo trovo un tema molto interessante e molto attuale, vista l'insistenza con la quale si parla di integrazione a proposito di immigrazione; spesso due accezioni diverse di questo termine vengono sovrapposte: da un lato c'è la convivenza basata sull'accettazione dei diritti e doveri richiesti a tutti i residenti; dall'altro una spinta all'assimilazione che però spesso nasconde una negazione dell'altro, un rifiuto della sua alterità ed una più sottile forma di discriminazione.

Non ricordo di aver letto altri libri di Wells prima di questo, e non vedo l'ora di agguantare il prossimo.
 

Autore: Herbert George WELLS
Editore: Bollati Boringhieri   Anno: 2008 (Edizione originale: 1904)   61 pagg.
Titolo originale: The Country of the Blind
Traduttore: Franco Salvatorelli
ISBN: 978-88-459-2332-6

Narrare la storia

Narrare la storia - www.anobii.comA tutta prima avevo ogni intenzione di ricacciare questo libro nell’oblio dal quale il mio zelo, surrettiziamente eterodirottato, l’aveva improvvidamente tratto. Però poi ci ho ripensato. Quando ho finalmente smesso di lagnarmi del destino cinico e baro che me lo aveva così proditoriamente scodellato sotto il naso, mi sono resa conto che non mancavano i temi atti a titillare la mia curiosità, ed eccomi qua.

Narrare la storia parte da alcune premesse alla base di quello che si può definire un approccio "classico" alla storiografia: i libri di storia ricostruiscono una certa epoca od un evento storico, e riescono a farlo grazie alle informazioni che ci possono trasmettere le fonti (reperti, documenti, testimonianze). Ora, quel che fa Topolski è mettere in dubbio la corrispondenza di questa immagine idealtipica alla proatica storiografica effettiva, che gli studiosi stessi ne siano coscienti o meno.
Però, mentre sferrava le sue critiche, ha scoperchiato (almeno, ai miei occhi…) un piccolo vaso di Pandora. A questo punto ho iniziato a divertirmi sul serio.

Telefono senza fili
Tanto per cominciare, il Nostro mette in luce come ricavare informazioni da una fonte sia una faccenda ben più intricata di quanto non paia. Il fatto si è che le fonti non parlano; rispondono e basta. Rispondono alle domande del ricercatore, che è una persona con le sue idee sulle dinamiche storiche, con dei vincoli anche contingenti e burocratici rispetto al lavoro che deve svolgere, persino con simpatie ed antipatie: non è scontato che faccia le stesse domande che farebbe un altro al suo posto, né che colga le risposte allo stesso modo.
Non basta; il medesimo discorso vale anche per l’autore dei documenti allo studio: si era trattato di una persona con convinzioni, interessi, finalità proprie che di certo avevano influito sulla composizione del testo.
Quindi le informazioni somigliano più al sottoprodotto di un lungo dialogo tra individui di epoche differenti che ad una serie di dati asettici.

Un castello di carte
Visto che un libro di storia non è un elenco di dati alla rinfusa, tra la raccolta delle informazioni ed il testo finale ci sono ancora svariate operazioni da svolgere. Lo storico sceglie le informazioni che ritiene utili, le organizza gerarchicamente creando delle unità discrete di fatti (la Rivolzione francese, la Restaurazione Meiji, la Controriforma) che poi mette in relazione all’asse temporale (periodizzazione). Quindi può prendere posizione, esporre le proprie tesi e così via.
La cosa fantastica è che ad essere costruito (Topolski dice anzi: inventato) non è solo il testo storico, ma proprio l’oggetto di cui aspira a parlare: il passato.
«Si può affermare con fonti (di base) … che i tedeschi attaccarono la Polonia il 1° settembre 1939. Ma la constatazione che il 1° settembre 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale non trova conferma nelle fonti. (…) La nozione di seconda guerra mondiale non è che una totalità narrativa … costruita dallo storico (o da qualcun altro) e non si può trovare nelle informazioni di base» (p. 223)

Giocare secondo le regole
La proposta del Nostro è quella di trattare eventi quali la seconda guerra mondiale o la Rivoluzione francese alla stregua di convenzioni narrative: un modo accettato per riferirsi ad un complesso di fatti che si è scelto di narrare articolati in un certo modo (ad esempio inizia con la presa della Bastiglia, non con l’istituzione dell’Assembrlea nazionale né con la condanna a morte di Luigi XVI). Un po’ come quando in un romanzo ci vengono presentati personaggi ed ambienti: sappiamo che non sono realmente esistiti nella realtà, ma accettarne l’esistenza dentro al racconto fa parte delle regole del gioco per poter proseguire la lettura.

A molti sembrerà la scoperta dell’acqua calda, ma a me ha dato parecchio a cui pensare. Ho iniziato a chiedermi quanto sia grande il potere di decidere come raccontiamo e pensiamo gli eventi del nostro passato; poi mi sono detta che forse ancora maggiore è il potere di stabilire come pensiamo e parliamo di quelli del twmpo in cui viviamo. Chi esercita questi poteri? Qual è l’agenzia che determina e diffonde il Newspeak del nostro tempo?
Alla fin fine, ciò che distingue veramente un testo storico da uno narrativo (secondo me) non è tanto che quest’ultimo non abbia pretese di aderenza storica, quanto che la pretesa di aderenza del primo, a differenza da quella del secondo, è sancita e riconosciuta.

Consiglio a chi sta pensando di leggerlo: armatevi di pazienza. Non di rado la scrittura concettosa di Topolski riesce ad essere a dir poco oscura, inoltre viene data per scontata la conoscenza da parte del lettore del dibattito storiografico contemporaneo almeno nelle sue linee generali. Però è leggibile, eh.

Titolo completo: Narrare la storia. Nuovi principî di metodologia storica
Autore: Jerzy TOPOLSKI
Editore: Bruno Mondadori   Anno: 1997 (Edizione originale: ????)  352 pagg.
Titolo polacco: ????
Traduttore: ????
ISBN: 978-88-424-9336-5

Oasis /1

Oasis – Some Might Say

La notizia del loro (ennesimo) scioglimento mi ha fatto riemergere un sacco di ricordi, disordinatamente e tutti insieme, come acqua che esce gorgogliando da un lavabo.

Gli Oasis sono stati un gruppo definitivo della mia adolescenza. Li ascoltavo a tutto volume mentre facevo le versioni – anzi, sarebbe più esatto dire mentre facevo qualsiasi cosa. Devo aver rotto parecchio le scatole a familiari e vicini di casa, anche se ai tempi non ne avevo la minima impressione.

Quanto tempo è passato. Adesso che li riascolto di tanto in tanto più per il piacere della nostalgia che per la musica in sé, quasi mi sembra di non riconoscere la me stessa di allora.