Sudditi

Sudditi - www.anobii.com(- Dov’eri finita? Sei caduta nella tana del Bianconiglio ed hai perso la voia del ritorno?
– Ho semplicemente avuto tanto da fare, purtroppo.
– Ancora saggistica? E la narrativa?
– Sto incubando qualcosa su Mishima. Ma è molto, molto difficile.)
Negli ultimi tempi ho iniziato ad interessarmi un po’ di più di politica, spronata soprattutto dalla situazione tragica ma non seria in cui versiamo. Essendo piuttosto ignorante in materia ho sentito l’esigenza di cercare delle coordinate di riferimento, e siccome il comunitarismo è un orientamento trasversale che sta informando i discorsi e le proposte di un numero crescente di attori politici, ho pensato che hey!, non ci fosse occasione migliore per emanciparmi dalla mia disabilitante ignoranza che leggere la breve (ma densa?) trattazione in proposito di uno dei suoi esponenti italiani più noti.

A Massimo Fini la democrazia rappresentativa di matrice liberale non piace un granché, per vari motivi. La sua tesi principale (e l’unica per la quale fa almeno il tentativo di sviluppare un’argomentazione) è che il sistema democratico rappresentativo sia intrinsecamente incoerente: che i suoi portati siano in stridente contraddizione con finalità e principî ispiratori.

«diventa sempre più evidente che la democrazia rappresentativa non solo non rispetta i suoi presupposti e i suoi roboanti principi, ma non è assolutamente in grado di farlo né mai lo farà.» (p. 30)

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A questo punto mi aspettavo che la trattazione fosse articolata intorno a due temi: 1) Quali sono i presupposti della democrazia rappresentativa? 2) Quali sono invece i suoi portati?
In merito al primo, consultando un po’ di letteratura già esistente Fini scrive:

«La democrazia è un metodo, una serie di regole e di procedure per determinare, attraverso elezioni rette dal criterio di maggioranza, chi devono essere i governanti cui spetta prendere decisioni valide per l’intera collettività.» (p.89)

Secondo la rappresentazione di sé diffusa presso i sistemi democratici (di cui Fini fa un unico fascio, e che anzi riduce agli Stati Uniti in quanto capofila, massimo modello e potenza egemone: tutte cose ormai passibili di contestazione), i punti qualificanti delle regole del gioco democratico si potrebbero condensare in: principio “un uomo un voto”, libertà del voto stesso, trasparenza dell’attività di governo, rispetto di norme e leggi, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ricusazione della violenza nella soluzione dei conflitti. (Anche qui ci sarebbe molto da dire, ma perderemmo il filo del discorso principale, ovvero la coerenza del sistema).
Orbene, scrive Massimo Fini, queste norme sono regolarmente violate dai rappresentanti eletti perché il sistema non consente ai cittadini né di scegliere né di controllare l’operato dei governati, i quali formano una casta chiusa la cui unica finalità, omertosamente condivisa ed ipocritamente negata, è quella di esercitare il potere usurpando il popolo della sua sovranità per accumulare favolose quanto immeritate ricchezze.
La questione è tutt’altro che banale e meriterebbe una disamina attenta: consorterie, gruppi di interesse e lobby di vario genere che esercitano sul processo decisionale una influenza non sancita da alcuna investitura effettivamente limitano l’esercizio del potere espresso dalla sovranità popolare. Il problema del modo in cui la pone Massimo Fini è che la loro formazione è associatata alla democrazia rappresentativa eludendo alcuni interrogativi non secondari: a) La formazione di oligarchie è un portato strutturale del meccanismo rappresentativo? Si dà il caso di paesi ad ordinamento democratico in cui questo fenomeno è assente o limitato? b) È possibile introdurre norme correttive che limitino il fenomeno senza abbandonare in toto l’ordinamento democratico? c) Si tratta un fenomeno proprio delle sole democrazie rappresentative o appartiene anche ad altre, se non a tutte le forme di amministrazione del potere?
Quello di Fini tuttavia è un argomentare estremamente povero: si limita a denunciare con toni aspri l’esistenza di oligarchie, ma non le inquadra come oggetto di critica, non ne svela i meccanismi di formazione e funzionamento evidenzandone le eventuali connessioni con l’ordinamento democratico (ciò che sarebbe dopotutto l’oggetto principale del suo discorso), trovando forse più utile, più agevole, più remunerativo servirsene come bandiera e strumento retorico, ed in definitiva tirare l’acqua dell’indignazione al proprio mulino. Il discorso procede in maniera piuttosto nebulosa fra argomenti circolari e vigorosi richiami ad un passato immaginifico (Ancien Régime soprattutto: perché una volta certi soprusi i nobili non potevano permetterseli, mica come oggi, e «in fondo nei Promessi Sposi Don Rodrigo finisce per perdere la partita», p. 95) od a mondi esotici idealizzati (Nuer).

Argomenti secondari non dichiarati/sviluppati/argomentati
Ci sono altri motivi, ancillari rispetto alla tesi principale, per i quali Massimo Fini non gradisce la democrazia rappresentativa: ad alcuni accenna solo, su altri si spende un po’ di più; talvolta sono presentati sotto forma di preterizioni (ovvero: “Non voglio dire che la tal cosa sia così e cosà” …ma intanto l’hai detto). Una carrellata:

3. Liberaldemocrazia e capitalismo industriale vengono strettamente associate, ed i danni del secondo liberamente attribuiti alla prima. Su un piano storico penso che l’argomento sia fecondo, ma attribuire al sistema democratico rappresentativo in quanto tale gli effetti di certe politiche di redistribuzione della ricchezza mi sembra piuttosto azzardato. E risulta tantopiù seccante in quanto Fini non si assume direttamente la responsabilità dell’associazione: è tutto un «In Occidente si è convinti che» (p. 11), un ammiccare per incisi.
Oggigiorno poi fioccano modelli di sviluppo in cui il capitalismo industriale non si accompagna ad un ordinamento liberaldemocratico, nemmeno i sostenitori più sfegatati del libero mercato hanno più il coraggio di dire che produce democrazia.

4. Il capitalismo industriale avrebbe sfibrato l’uomo, l’avrebbe privato di vigore: per ritrovare se stessi la ricetta per tutti è tornare a zappare.

«Il ritorno alla terra non viene quindi inteso semplicemente come cambio radicale dell’indirizzo produttivo (…) ma come recupero, in senso non solo simbolico, di energie vitali. Noi veniamo dalla terra e alla terra ritorniamo. Siamo suoi figli. Il contatto con la terra ci rigenera psicologicamente e fisicamente.» (pp. 133-4)

Insomma, l’abbondanza avrebbe debosciato l’uomo moderno (anzi, a giudicare dalle metafore sessuali ricorrenti, l’avrebbe proprio svirilizzato). Come argomento contro la democrazia rappresentativa mi pare penosetto anzichéno.

5. L’attività politica democratica, che si svolge e risolve su un piano dialettico, è esteticamente insoddisfacente per Fini che invece predilige l’azione (una posizione un po’ alla Mishima e un po’ alla D’Annunzio).

«Il potere democratico si basa, più di chiunque altro, sulla parola. Il condottiero deve conquistare città e territori o difenderli. Il capo carismatico avrà alle spalle azioni con cui ha costruito il proprio prestigio. Il dittatore prende decisioni che sono direttamente riferibili alla sua persona. Il potere di origine divina o semidivina è invece silenzioso per non usurare con la parola la propria sacralità e credibilità. (…) L’uomo politico democratico invece parla. Non fa che parlare. E’ la sua attività principale e quasi esclusiva. “La politica moderna – scrive Weber – si serve della parola in misura quantitativa enorme”. E la parola è inganno, frode, menzogna. “Il tuo dire sia sì sì no no, il resto viene dal Maligno” è scritto nel Vangelo.» (pp. 67-8)
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6. L’assenza di valori intrinseci alla democrazia porta ad una perdita di identità dell’individuo. Penso che fondamentalmente non sia vero che la democrazia sia priva di valori intrinseci: i suoi valori sono stati decontestualizzate, astoricizzati ed apostatizzati sotto forma di “diritti universali dell’uomo”: in questo caso “universale” è un’aggiunta retorica. (E comunque di questa storia dell’identità avrei le tasche piene).

«In questo appiattimento naufraga la nostra identità. Anche perché nella società premoderna e predemocratica l’uomo di ieri trovava proprio nei legami e nei limiti in cui era circoscritto la propria individualità e soggettività, quello di oggi, democraticamente sciolto da quei vincoli, tecnologicamente svincolato da     quei limiti territoriali e riversato nel mondo globale, perde ogni punto di riferimento. È anonimo e solo.» (p. 97)
«L’uomo non è mai stato così condizionato, fin nelle ultime fibre, come nell’odierna società democratica di massa, di cui fa parte come semplice ingranaggio dell’onnipotente meccanismo che la sovrasta, fingibile e sostituibile come gli oggetti che produce, senza valore, senza identità, senza dignità e senza onore.» (p. 99)
«Infine, e soprattutto, il cosiddetto benessere provoca nevrosi, depressione, angoscia, frustrazione, perdita di senso e ha precipitato l’uomo in una disperazione e in un’infelicità diffusa quale nessuna epoca che ci ha preceduto, per quanto brutale, ha mai conoscuto?» (p. 130)

Quando ci si lascia andare a fantasie pastorali ci si dimentica della miseria nera e della cappa di oscurantismo e pressione al conformismo che hanno oppresso la vita rurale. L’immagine dell’individuo libero ed indipendente immaginata da Fini è una finzione romantica tutt’al più appannaggio di una élite che non aveva preoccupazioni materiali immediate e poteva permettersi di vagheggiare un “ritorno alla natura ed all’istinto” proiettando altrove l’ansia prodotta dalla vita sociale.
Quanto alla mancanza di senso, visto che ci sono nata e non conosco altra condizione, ci sto piuttosto bene dentro. Mi rincresce che Fini ci soffra (mi pare che in qualche modo se ne sia fatta una ragione ed un suo ruolo se lo sia ritagliato), ma la mancanza di senso è la dimensione della mia libertà individuale, e in una certa misura anche della mia felicità. I miei massimi sussulti di appartenenza li ho quando vedo qualche straniero mangiare gli spaghetti con coltello e forchetta e/o condirli con il ketchup.
Sono uno specimen antropologico che Fini non conosce, ma è anche un uomo di un’altra epoca. E chissà cosa ci riserverà l’avvenire.

Tamakatsura contro il comunitarismo
Massimo Fini auspica l’avvento di «un regime comunitario della terra, com’era in epoca preindustriale, una sorta, per dirla molto alla grossa, di feudalesimo senza feudatari.» (pp. 131-2). Il suo ideale è quello di un’economia basata largamente sull’autoproduzione agricola organizzata in piccole comunità in cui le decisioni rilevanti siano prese di concerto.
Gli propongo un gioco. Fini stesso, discutendo del principio “un uomo, un voto” (oggidì va per la maggiore la sua formulazione “uno vale uno”) ne evidenzia i limiti, dal momento che un gruppetto organizzato è più incisivo di una moltitudine dispersa. Si tratta di un meccanismo dal funzionamento assodato e pressoché inevitabile, a meno che non si abolista la libertà di associazione.
Se sotituiamo i voti con le clave, che situazione si verrà a creare? Il meccanismo di formazione di gruppi organizzati verrà meno, o si manifesterà sotto altre forme?
(E per le decisioni che investono una dimensione più ampia, che si fa?)

Letture e riletture che consiglio a me stessa, a Massimo Fini ed ai miei affezionati lettori
William Golding, Il signore delle mosche, Carl Schmitt, Il concetto del ‘politico’ e Karl Polanyi, La grande trasformazione (il quale nella bibliografia di Sudditi inaspettatamente compare).
Contro la dicotomia Natura/Cultura (che, ahimé, Fini spolvera usando addirittura le maiuscole): Glifford Geertz, L’impatto del concetto di cultura sul concetto di uomo (in Interpretazione di culture) e Tim Ingold, Come eliminare le distinzioni tra corpo, mente e cultura (in Ecologia della cultura).

Titolo completo: Sudditi. Manifesto contro la Democrazia
Autore: Massimo FINI
Editore: Marsilio Anno: 2004 147 pagg.
ISBN: 978-88-317-8412-2

Sulla rivoluzione

Un’altra lunga assenza, per la quale spero di essere giustificata: c’è voluto parecchio tempo perché digerissi il libro di Hannah Arendt (o perché lui digerisse me).

L’ho avuto a scaffale per anni, letto solo in minima parte per l’esame di filosofia morale, e da altrettanto tempo mi ripromettevo di leggerlo come si deve, da cima a fondo. Ho avuto la bella pensata di inserirlo nel gruppo di letture che sto facendo sulla storia americana, ma purtroppo ha finito per risucchiare molto più tempo di quanto non avessi intenzione di lasciargli: non so se sia la Arendt che scrive male o se sia io ad essermi orrendamente arrugginita, ma ho trovato il testo assai ostico. Ma andiamo con ordine.

La Arendt confronta le rivoluzioni americana e francese misurandone i rispettivi successi rispetto ad un metro di giudizio che dichiara sin da principio:

«Lo scopo della rivoluzione era, ed è sempre stato, la libertà» (p. 3)

Dopo aver spiegato che per “libertà” intende non le libertà civili (come l’habeas corpus o la libertà di stampa) bensì la libertà politica, ovvero l’apertura della partecipazione alla gestione della cosa pubblica. Che l’affermazione della libertà politica sia ora e sempre lo scopo di un moto rivoluzionario, Arendt semplicemente lo postula: non lo ritiene bisognoso di argomentazioni. Non viene nemmeno discussa l’identità dei recettori della libertà politica: un peccato, perché un approfondimento sulla traduzione dei principî in fatti nei decenni successivi sarebbe stata illuminante, a mio parere. Arendt però viaggia a livello ideologico/discorsivo: fa una storia delle idee (di alcune idee di alcuni personaggi) e della loro attuazione politica.
Quindi si chiede: visto che l’obiettivo della rivoluzione è realizzare la libertà politica, le due rivoluzioni sono riuscite a raggiungerlo? Secondo Arendt, la rivoluzione americana c’è riuscita, mentre quella francese no.
La rivoluzione americana infatti avrebbe raggiunto il suo coronamento con la promulgazione della Costituzione degli Stati Uniti, ovvero con la fondazione di un ordinamento politico repubblicano che riconosce a livello istituzionale ai cittadini il diritto alla partecipazione alla vita politica. Al contrario i rivoluzionari francesi affrontarono una situazione assai più mutevole ed incerta (certo all’inizio nessuno si aspettava che i sovrani sarebbero stati processati e decapitati), e subirono le pressioni dei regni vicini, che naturalmente non vedevano di buon occhio i fatti francesi, e della massa di diseredati che, in patria, chiedeva pane e lavoro. Non riuscirono a dotarsi di una Costituzione, ed anzi, con la presa del potere da parte della fazione giacobina, la determinazione dell’assetto istituzionale passò decisamente in secondo piano: c’era una situazione di guerra permanente, ed i giacobini alimentarono deliberatamente un clima di caccia alle streghe contro presunti controrivoluzionari e sabotatori. Perdipiù, cosa alla quale la Arendt attribuisce un peso assai maggiore, norme e procedimenti giuridici per i leader giacobini erano altrettante pastoie formali. Per Robespierre e compagnia il popolo era l’autentico depositario del potere politico, e dunque un leader politico doveva cercare la sua legittimità nel rapporto col popolo, nel provare pietà per la sua miseria e cercare di operare nel suo interesse; non nella conformità a qualche articolo di legge.
(Una piccola osservazione a latere: nel momento in cui un governante entra con i suoi amministrati in un rapporto di pietà, li pone egli stesso paternalisticamente in una posizione di impotenza ed inferiorità, e reclama per sé il potere decisionale.)
Per tornare alla storia, bisogna rilevare che in effetti l’assetto repubblicano messo in piedi dai rivoluzionari americani è rimasto in piedi (pur con tanti aggiustamenti) sino ad oggi, mentre la storia della rivoluzione francese è una sequela di colpi di Stato culminati nella scelta di un dittatore quando la situazione si era fatta ormai ingovernabile.

Sebbene lasci alquanto a desiderare sotto molti aspetti (fra i quali la capacità di tener desto l’interesse del lettore: è semplicemente letale), il testo della Arendt suo malgrado solleva questioni interessanti, specie per noi, in questo momento di crisi di fiducia nell’ordinamento democratico rappresentativo. Ho trovato particolarmente ricche di spunti le pagine dedicate alla distinzione fra fonte del potere e fonte della legge: gli americani la recepirono, individuando la prima nel popolo e la seconda nella Costituzione; i giacobini invece non operarono questa distinzione: indicarono come fonte di entrambi il popolo, elevato ad un grado di superiorità morale (largamente immaginaria), ed in suo nome agirono tenendo in assoluto non cale il problema della tenuta istituzionale.
Oggigiorno la solidità economica dello Stato italiano è piuttosto incerta, il tenore di vita di chi ci abita si è abbassato ancora e parecchia gente, estremamente insoddisfatta dell’operato della classe dirigente, coltiva la fantasia di un grosso cambiamento non solo di personale, ma di sistema. È innegabile che il Parlamento italiano sia infestato da un numero impressionante di curculioni inetti e voraci, e tuttavia non mi pare che una sedicente “democrazia diretta” offra prospettive migliori. La proposta di Casaleggio&Grillo è grossomodo: scardinare il primato del Parlamento dando invece “al popolo” la possibilità di esprimersi via internet.
Questa proposta mi ha fatto venire in mente due episodi di “democrazia diretta” così intesa: uno è nel film Quinto potere, ed è il (già citatissimo) momento in cui il telemoralista invita la gente ad esprimere il proprio dissenso rispetto allo stato di cose aprendo le finestre e mettendosi ad urlare; l’altro è il famoso monologo in cui Adriano Celentano proclama Urbi et orbi le porprie ascendenze fochesce ed invita a disertare le urne per esprimere invece il proprio dissenso accendendo e spegnendo la luce.
Quello che non funziona è l’eccessiva semplificazione proposta da questi scenari. Vorrei sapere chi informa il discorso e stabilisce le opzioni fra le quali “il popolo” è chiamato a decidere.
La maggiore partecipazione è illusoria: lo sdegno contro i politici arraffoni ha fatto dimenticare che la gestione della cosa pubblica è un lavoro serio, molto difficile, molto impegnativo e che richiede competenza, oltre che probità. Gli eletti del M5S mi pare abbiano buona volontà e buone intenzioni, quindi spero che acquisiscano esperienza e competenze sufficienti per farne tanti ottimi politici; ma non mi si venga a dire che i cittadini tutti, un domani, acquisiranno tutte le necessarie competenze giuridiche, economiche, diplomatiche e quant’altro e voteranno “direttamente” i provvedimenti salienti. Nel loro tempo libero. Per l’occasione rispolvererò la categoria della boiata pazzesca. (Edit: approfondimento di alcuni problemi presentati dalla “democrazia diretta” in alternativa alla rappresentanza partitica qui e qui).
Non si tratta d’altro che di uno stilema: la presunta nobiltà, pulizia, superiorità del Popolo contrapposta alla mediocrità del Palazzo; una fantasia adulatoria adoperata da molti per compiacere i propri seguaci e tutti coloro che, con ragione, sono seccati dall’andazzo.
Per tornare al libro, non lo consiglio: la Arendt ripete i medesimi concetti fino alla nausea, ed in un paio di punti scrive delle sciocchezze tali da far arrossire persino chi legge. Se si cercano confronti fra le due rivoluzioni o testi sui temi dibattuti dalla filosofia politica del Settecento credo che in giro si trovi di meglio.

Autrice: Hannah ARENDT
Editore: Edizioni di Comunità  Anno: 1999 (Edizione originale: 1963 e 1965)  340 pagg.
Titolo originale: On Revolution
Traduttore: Renzo Zorzi
ISBN: 978-88-24-50572-7

La guerra ineguale

L’ho acquistato alla presentazione che ne fece l’autore alla Casa della Cultura nel lontano 2006, mentre ero ancora intrippata a più non posso nell’esame di Storia della Filosofia politica, che quell’anno aveva come argomento il problema della guerra. Il corso era tenuto dal prof. Geuna, che ricordo ancora con piacere per la diligenza, la chiarezza, la disponibilità con gli studenti e l’impeccabile gusto nel vestire.

Ma sto divagando. L’argomento de La guerra ineguale è, naturalmente, la guerra. O meglio, è la trasformazione subita dal modo di combattere e di concepire la guerra nell’ultimo secolo.
Rifacendosi Carl Schmitt ed a Michel Foucault, Colombo tratteggia le condizioni che avevano portato all’istituzione dello Ius publicum europaeum, un ordinamento “classico” perché consentiva di distinguere nettamente fra combattenti e non combattenti, fra campo di battaglia e luoghi non interessati dalle operazioni belliche, ed in ultima istanza fra guerra e pace. Nell’analisi di Colombo, le trasformazioni materiali e concettuali della guerra coincidono con la crisi di questo sistema, un connubio di istituzioni e concezioni nato in Europa ma che estese (ed in parte estende ancora) la propria influenza anche sul resto del mondo.
Tutto ebbe inizio con le guerre di religione del sedicesimo e diciassettesimo secolo. Per tutto il medioevo la legittimazione del ricorso alla violenza aveva a che fare con l’adesione a principî di giustizia universali (fra cristiani, naturalmente: ebrei e musulmani in Terrasanta non facevano testo e non avveano diritto ad un trattamento “da cristiano” – quando già questo era un sinonimo di “umano”); quando l’unità religiosa europea venne meno, improvvisamente il Vaso di Pandora della violenza fu spalancato nel mondo cristiano: le guerre combattute sulle linee di frattura confessionali si trasfrmarono ben presto in macelli indiscriminati.
Dopo la Guerra dei Trent’anni andò progressivamente assestandosi un sistema diverso. La legittimità per prenedere parte ad un conflitto armato non discese più da un principio di giustizia universalmente riconosciuto (visto che l’universalità cristiana se n’era andata a pallino), bensì da un principio di sovranità che gli Stati avocarono a sé. Gli Stati si riconoscevano vicendevolmente come portatori di sovranità, avevano a cuore il mantenimento di un certo equilibrio del potere in Europa, e i rapporti di reciprocità in cui stavano consentirono l’introduzione di una serie di limitazioni ale operazioni belliche (stato di guerra/pace, belligeranza/neutralità, combattenti/civili, delimitazione del campo di battaglia). Fu proprio in questo periodo che gli eserciti divennero statali e regolari, con tanto di uniformi, mentre quasi sparirono le compagnie di ventura tipiche del periodo rinascimentale. Ma le cose, prima ancora delle istituzioni, iniziarono ad avvertire dei cambiamenti.
Già con la coscrizione obbligatoria introdotta dal governo rivoluzionario francese, la distinzione combattenti/civili si indebolì, ma con il Congresso di Vienna gli altri Stati cercarono di metterci una pezza – pezza che resistette all’incirca un secolo. L’incremento della gittata delle armi e l’ingresso in guerra dell’aviazione fecero venire meno il ruolo dell’esercito come forza di interposizione e la delimitazione del campo di battaglia, dal momento che l’intero territorio nemico era a portata di bombardamento; mentre la mobilitazione totale, il coinvolgimento dell’intero corpo sociale nello sforzo bellico (all’interno dell’esercito di leva o nell’industria e nei trasporti) portò alla fine della distinzione fra combattenti e non, e dunque ad azioni ostili dirette non più verso il solo esercito avversario, ma verso l’intera popolazione nemica.
Al termine delle due guerre mondiali (che l’autore considera nella loro continuità) lo Ius publicum europaeum e l’ordinamento vestfaliano erano di fatto andati a remengo, sostituiti dall’esile equilibrio della deterrenza atomica tipico della Guerra Fredda – già una guerra post-vestfaliana, visto che non fu mai combattuta in campo aperto dai due soggetti interessati.

Ho trovato particolarmente interessante l’analisi che l’autore fa del ventennio successivo alla caduta del Muro, dal momento che i Paesi NATO hanno combattuto non poche guerre da allora (due guerre in Iraq, una nella ex Jugoslavia, in Kosovo, in Afghanistan ed in Somalia) – e generalmente senza chiamarle nemmeno tali a livello ufficiale: si parla di operazioni di polizia internazionale o di peace keeping. Nell’analisi di Colombo, sono queste le “guerre ineguali”: caratterizzate da una estrema asimmetria fra belligeranti NATO e nemici, che non godono di un riconoscimento su un piano di parità, sono combattute sul territorio di questi ultimi, senza che questi abbiano la possibilità di estendere il conflitto al territorio degli altri, e prevedono un bassissimo tasso di azzardo da parte dei Paesi NATO. Il punto debole dei Paesi NATO è la loro bassa disponibilità alla mobilitazione, quindi la strategia dei soggetti deboli che si è dimostrata vincente è stata quella di elevare il livello di danno inflitto all’avversario fino a superare il punto che quel Paese (ovvero la sua opinione pubblica) è disposto a tollerare.

Nel complesso l’ho trovato chiaro nell’esposizione ed estremamente interessante nell’impostazione generale (sistema vestfaliano e crisi), sebbene la parte conclusiva, dedicata alla “guerra ineguale” vera e propria, abbia a disposizione solamente una trentina di pagine. Letale il capitolo su Grozio, mi ha bloccato la lettura per un mese buono.

Autore: Alessandro COLOMBO
Editore: il Mulino Anno: 2007 330 pagg.
ISBN: 978-88-15-11074-9