Orizzonti progressisti. Crisi di un progetto e necessità di un nuovo umanesimo

Orizzonti selvaggi_159x250Era uno di quei pomeriggi uggiosi così tipici dell’autunno milanese, in cui la pioviggine contro i vetri appannati e lo sferragliare sui binari isolano completamente dal mondo, e ci vuole una certa dose di consuetudine, o d’intuizione, per scendere dal tram alla fermata giusta. Nessuna delle due mi è stata di grande aiuto, ma sono riuscita lo stesso ad infilarmi in via Pierlombardo ed a prendere posto in teatro giusto in tempo per non perdere l’inizio della presentazione del libro.
Sebbene non abbia condiviso ogni argomentazione o punta polemica, ho ascoltato la presentazione di Carlo Calenda un senso generale di sollievo. Sollievo perché finalmente qualcuno si era deciso ad affrontare di petto il problema della debolezza di visione del progressismo. Un problema che è andato suppurando da almeno due decenni e che, inspiegabilmente, non è stato in cima all’agenda della classe dirigente (politica, intellettuale, giornalistica, imprenditoriale) di quello che resta del centrosinistra.
All’uscita da teatro i lampioni ormai erano accesi, le auto sfrecciavano sulle pozzanghere di viale Monte Nero, e io non vedevo l’ora di cercare confronto e conforto nel libro.

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La fine del dibattito pubblico

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Non so quanti altri si trovino nella mia condizione, ma non apro quasi più facebook perché non ce la faccio più a leggere quello che scrivono i miei contatti. Ho conoscenti simpatizzanti di destra autoritaria, di sinistra anticapitalista, cattolici tradizionalisti, e pur non condividendo molte delle loro opinioni – anzi, proprio perché non le condivido – sono interessata al loro modo di vedere le cose. Divergenze e convergenze sono rimaste sempre quelle, ma le parole si sono fatte via via più perentorie e oltranziste, il confronto aggressivo e sterile. Discuterne non è servito a niente, così ho deciso di seguire l’esortazione di Virgilio a Dante: Non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Perché non ne posso più. Ma non è una soluzione.

Questo tipo di aggressività non si incontra solo nei discorsi che fa la gente: gli stessi toni rimbombano da anni nelle dichiarazioni di molti esponenti politici e negli interventi di non pochi giornalisti. Di recente alcuni commentatori hanno puntato il dito contro i social media, ma Mark Thompson – una carriera dietro le quinte di varie testate giornalistiche – inserisce la sua analisi in una una visuale più ampia e riconduce la crisi di istituzioni politiche, organi di informazione, e sfera pubblica al degrado del discorso pubblico.
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Sudditi

Sudditi(- Dov’eri finita? Sei caduta nella tana del Bianconiglio ed hai perso la voia del ritorno?
– Ho semplicemente avuto tanto da fare, purtroppo.
– Ancora saggistica? E la narrativa?
– Sto incubando qualcosa su Mishima. Ma è molto, molto difficile.)
Negli ultimi tempi ho iniziato ad interessarmi un po’ di più di politica, spronata soprattutto dalla situazione tragica ma non seria in cui versiamo. Essendo piuttosto ignorante in materia ho sentito l’esigenza di cercare delle coordinate di riferimento, e siccome il comunitarismo è un orientamento trasversale che sta informando i discorsi e le proposte di un numero crescente di attori politici, ho pensato che hey!, non ci fosse occasione migliore per emanciparmi dalla mia disabilitante ignoranza che leggere la breve (ma densa?) trattazione in proposito di uno dei suoi esponenti italiani più noti.

A Massimo Fini la democrazia rappresentativa di matrice liberale non piace un granché, per vari motivi. La sua tesi principale (e l’unica per la quale fa almeno il tentativo di sviluppare un’argomentazione) è che il sistema democratico rappresentativo sia intrinsecamente incoerente: che i suoi portati siano in stridente contraddizione con finalità e principî ispiratori. Continua a leggere

Sulla rivoluzione

Sulla rivoluzioneUn’altra lunga assenza, per la quale spero di essere giustificata: c’è voluto parecchio tempo perché digerissi il libro di Hannah Arendt (o perché lui digerisse me).

L’ho avuto a scaffale per anni, letto solo in minima parte per l’esame di filosofia morale, e da altrettanto tempo mi ripromettevo di leggerlo come si deve, da cima a fondo. Ho avuto la bella pensata di inserirlo nel gruppo di letture che sto facendo sulla storia americana, ma purtroppo ha finito per risucchiare molto più tempo di quanto non avessi intenzione di lasciargli: non so se sia la Arendt che scrive male o se sia io ad essermi orrendamente arrugginita, ma ho trovato il testo assai ostico. Ma andiamo con ordine.

La Arendt confronta le rivoluzioni americana e francese misurandone i rispettivi successi rispetto ad un metro di giudizio che dichiara sin da principio:

«Lo scopo della rivoluzione era, ed è sempre stato, la libertà» (p. 3)

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La guerra ineguale

La guerra inegualeL’ho acquistato alla presentazione che ne fece l’autore alla Casa della Cultura nel lontano 2006, mentre ero ancora intrippata a più non posso nell’esame di Storia della Filosofia politica, che quell’anno aveva come argomento il problema della guerra. Il corso era tenuto dal prof. Geuna, che ricordo ancora con piacere per la diligenza, la chiarezza, la disponibilità con gli studenti e l’impeccabile gusto nel vestire.

Ma sto divagando. L’argomento de La guerra ineguale è, naturalmente, la guerra. O meglio, è la trasformazione subita dal modo di combattere e di concepire la guerra nell’ultimo secolo. Continua a leggere

Comunità immaginate

Comunità immaginateEccomi qua, ancora una volta con un libro che segue lo strano destino di essere acquistato con le migliori intenzioni, per finire poi per attendere mesi il suo momento. Povero Comunità immaginate. Tra l’altro nell’ultimo mese sono stata così occupata dall’attività di lettura e schedatura dei libri per la tesi che ho raccolto le idee e pensato al post con una certa pigrizia. Il libro invece merita attenzione, e ne merita molta, tantopiù oggigiorno che “nazione”, “radici” ed “identità” sembrano concetti acquisiti e sono diventate parole d’ordine del dibattito e dell’agenda politica. Iniziare a chiedersi che cosa siano può riservare non poche sorprese…Il tarlo dell’autore è l’idea di nazione ed al relativo senso di appartenenza: da dove viene? Come è nata? Come può un’idea tutto sommato recente aver suscitato e suscitare un attaccamento emotivamente molto intenso, al punto da ottenere a volte il sacrificio della vita? Continua a leggere

1977

1977

Quello dell’Annunziata è il racconto diseguale e discontinuo dell'”anno fatale” 1977. La Annunziata alterna in maniera che trovo francamente seccante l’enumerazione degli avvenimenti di cronaca, ricordi ed emozioni personali in genere fortemente empatiche, citazioni di analisi altrui (per esempio ha molto spazio Asor Rosa). Il libro, la cui lettura non dura più di un pomeriggio, non è né carne né pesce e lascia un po’ il tempo che trova, però sforziamoci di coglierne gli spunti positivi.

Il ’77 è un anno interessantissimo. È l’anno della prima generazione postmoderna, che si è lasciata definitivamente alle spalle il dopoguerra. Già solo per questo varrebbe la pena parlarne.
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