La crisi dello Stato liberale /2

O Fiume o morteL’Italia usciva dalla guerra con un debito estero mostruoso nei confronti dei Paesi dell’Intesa, una classe politica screditata e la diffusa percezione che ai sacrifici sopportati per sostenere l’azione bellica non fosse stata corrisposta una ricompensa adeguata né sul piano interno, con l’impoverimento del ceto medio e la mancata distribuzione delle terre ai contadini promessa dall’esecutivo negli ultimi mesi di guerra, né sul piano internazionale, con l’indifferenza nella quale era caduta una serie di rivendicazioni territoriali (oggettivamente esorbitanti) avanzate dall’Italia.

È in questo frangente che si situa l’ “Impresa di Fiume”, ovvero l’occupazione della città di Fiume (che nel corso della disgregazione dell’impero asburgico fu assegnata alla Croazia) da parte di un un contingente di ex-soldati e soldati in servizio guidati da Gabriele D’Annunzio nel settembre 1919.
Secondo Alatri l’occupazione di Fiume costituisce una premessa alla Marcia su Roma dell’ottobre del ’22. Innanzitutto, D’Annunzio poté contare sul sostegno più o meno aperto di buona parte dello Stato Maggiore, in barba al primato degli organismi politici su queli militari (principio peraltro venuto meno durante la guerra, non solo in Italia); in secondo luogo, la classe politica di stampo liberale (e questo vale tanto per i liberaldemocratici alla Giolitti quanto per i liberali oligarchici alla Salandra) era talmente debole che per mesi non riuscì nemmeno ad esprimere una posizione sui fatti di Fiume; infine D’Annunzio fu capace di interpretare ed incanalare il disagio sociale delle classi medie offrendo una via d’uscita “eroica” all’angustia delle prospettive economiche e politiche.

«D’Annunzio diede voce e forme spettacolari a una sorta di inquieto bisogno di evasione nella guerra e d’insofferenza contro la vecchia classe dirigente giolittiana, iniziando la consuetudine delle adunate oceaniche, dell’eccitamento alla violenza, dei dialoghi con la folla, delle minacce alla “santa canaglia”.» (p. 55)

D’Annunzio è un personaggio che mi intriga moltissimo. Sotto un profilo letterario non mi dice molto (era uno che sapeva usare le parole, certo, ma trovo un po’ volgarotto il suo eloquio ultrabarocco che cerca di abbagliare il lettore per nascondere il fondo di cartapesta), però è interessante come prototipo umano; Alatri scrive che incarnò «l’arditismo temerario e indisciplinato che doveva poi costituire l’ideale umano dello squadrismo e di tutto il movimento fascista». Era fondamentalmente un esibizionista che sguazzava inebriato nella sua stessa retorica, che non si lasciava sfuggire occasione di mettersi in mostra con qualche gesto clamoroso (tipo la beffa di Buccari, od il volo su Vienna, in anni recenti scimmiottato da un ministro della Difesa – della serie: fa sempre piacere vedere in quale modo utile e costruttivo vengano spese le imposte). L’altra facciata di questa crosta di eroismo maschio, come non è difficile immaginare in un uomo così narciso, era una profonda cialtronaggine. D’Annunzio voleva il boato eccitato della folla, ma dieci minuti più tardi era già in preda alla noia. Non aveva la benché minima progettualità politica, né perseveranza, il che si manifestò chiaramente anche nella questione fiumana. Solo la debolezza dello Stato italiano gli consentì di rimanere ad occupare Fiume per un anno, ma non appena vide balenare all’orizzonte la spedizione dell’esercito regolare mandata da Giolitti per farlo sloggiare, nonostante tutti i «O Fiume o morte», gli «eja eja» e gli «alalà», se la diede a gambe levate lasciando i suoi seguaci a cavarsela da soli.
D’Annunzio conciliava l’aspirazione al superomismo con l’attitudine a rifilare sòle; dal mio punto di vista è un personaggio che sfonda ogni barriera del ridicolo, ma costituì realmente un ideale umano: mi incuriosisce molto. Fine della digressione dannunziana.

Popolo d'Italia 31 ottobre 1922

Secondo Alatri, Fiume fu importante perché indicò una via da percorrere al movimento dei fasci (attivo dal 1919 e costituitosi in partito solo nel 1921): la proposta di una soluzione radicale ai problemi che realmente attanagliavano l’Italia all’indomani della guerra.
La profonda crisi del ceto medio, che vedeva il proprio potere d’acquisto eroso dalle politiche inflattive dei governi alle prese con il debito estero e il proprio ruolo minacciato dall’irruzione delle masse in politica e sulla scena economica fra scioperi e manifestazioni di protesta, lo rese sensibile alle sirene della promessa di un ritorno all’ordine sociale minacciato dai disordini della lotta di classe, della rimozione della vecchia classe dirigente in decomposizione in favore di un modo nuovo di fare politica, della riconquista di un ruolo dell’Italia sullo scacchiere internazionale e della ripulsa della tirannide plutocratica (questo soprattutto fu un punto sfruttato in chiave demagogica, visto che i grandi capitali sostenevano i nazionalisti).

«Sulla forza accresciuta della grande industria e dell’alta finanza, tendenti ad una politica avventurosa, e sulla crisi di smarrimento della piccola e media borghesia, fa presa il sovversivismo di destra che, sa pure con pennellate di demagogia sociale, è la matrice del fascismo.» (p. 75)

Quando i fascisti occuparono uffici pubblici in tutta Italia e marciano su Roma, dopo un anno di squadrismo, i liberali oligarchici al potere reagirono tiepidamente, immaginando che potessero svolgere un ruolo utile per il loro progetto di trasformazione in senso autoritario dell’assetto politico: rafforzamento della gerarchia politica (“legge”) e sociale (“ordine”) e gestione delle rivendicazioni sociali come questioni di ordine pubblico. Per questo non avevano contrastato le azioni contro partiti ed associazioni popolari. Ma le élite di governo sopravvalutarono le proprie forze: avevano a che fare con un movimento politico di massa, e loro si trovavano nel secolo sbagliato. L’assetto politico fu trasformato, ma da altri, secondo altre modalità e con altri scopi.

Errata corrige A proporre il superamento della democrazia parlamentare non è il primo, bensì il secondo partito uscito dalle ultime elezioni politiche. Dati alla mano.

Titolo completo: La crisi dello Stato liberale da Giolitti a Mussolini
Autore: Paolo ALATRI
Editore: Valentino editore Anno: 1992 87 pagg.
ISBN: assente

La crisi dello Stato liberale /1

Visto che quello che oggi è diventato il primo partito del paese propone la dissoluzione della democrazia parlamentare, mi son detta che non guasta fare un po’ di ripasso. Non per gridare o fare allarmismo, ma giusto per rimpolpare la mia cassettina degli attrezzi concettuali.

Giovanni Giolitti

In attesa di procurarmi testi selezionati in maniera più mirata, ho rispolverato dallo scaffale su cui giaceva quasi dimenticato questo librettino che raccoglie cinque lezioni risalenti al 1991 nelle quali il Prof. Alatri ripercorre il disfacimento dell’architettura liberale dello Stato.
Si parte da Giovanni Giolitti, che diede la propria impronta (e il proprio nome) alla linea politica seguita nel periodo compreso fra il 1901 ed il 1914 (durante il quale ricoprì vari incarichi di governo). La sua visione politica interpretava il ruolo del governo come arbitro mediatore fra le diverse istanze provenienti dalle categorie sociali: si convinceva gli uni e gli altri ad accettare un compromesso, rinunciando ad alcune rivendicazioni ma vedendone soddisfatte altre. Sotto un politico di politique politicienne, questo atteggiamento prevedeva un continuo allargamento della compagine di governo; oggi si direbbe che perseguiva una politica delle larghe intese.

C’erano anche zone d’ombra in questo periodo di apparente pace sociale. Innanzitutto questo sistema funzionò fino a quando la classe di governo fu sostanzialmente omogenea, composta di uomini della medesima estrazione. Fra le concessioni in chiave democratica dei governi Giolitti ci furono anche blande riforme sociali e, soprattutto, un progressivo allargamento della base elettorale con l’introduzione di un suffragio maschile quasi universale, che preludeva all’ingresso delle masse e dei grandi partiti popolari in politica. Da un lato. Dall’altro il mondo industriale attraversò un processo di concentrazione (accelerato dall’ingresso nella Prima Guerra Mondiale e dall’economia bellica delle grandi commesse militari) dal quale uscirono grandi gruppi industriali come Fiat, Breda, Ansaldo e Pirelli, legati all’alta banca e capaci di movimentare enormi capitali, i quali erano insofferenti nei confronti di un esecutivo sempre uguale a se stesso e che non aveva come priorità la difesa dei loro interessi.

«Gli oppositori di destra e di sinistra erano concordi nel rimproverare a Giolitti cinismo, spirito pragmatico e mancanza di ideali (…) era la personificazioner di tutti i difetti della classe dirigente al potere, che si proponevano di spazzare via.» (p.25)

Giolitti quindi suscitò il malcontento di importanti settori dell’economia, i quali trovarono referenti politici altrove, in particolar modo presso il nascente movimento nazionalista, che riconosceva e dava voce al loro bisogno di espansione e di mercati. Alatri interpreta l’imperialismo dei Paesi industrializzati proprio come un tentativo di assicurarsi sbocchi di mercato che consentissero all’industria nazionale di crescere rapidamente senza entrare nelle crisi cicliche di sovrapproduzionre e deflazione; il controllo politico oltremare era una garanzia di stabilità, e se in patria si innescavano le fanfare della retorica nazionalista meglio ancora, perché si sarebbe avuto maggior controllo anche all’interno.
L’Italia però aveva ancora un tessuto manifatturiero debole, concentrato soprattutto nel triangolo industriale; la crisi economica del 1907-8 aveva privato le aziende della liquidità che avrebbe potuto consentire degli aumenti salariali, oliante del sistema giolittiano del mantenimento della pace sociale. Insomma: l’industria, eccetto forse i grandi gruppi, era in difficoltà; le retribuzioni erano basse e senza prospettive immediate di crescita; mentre la classe politica, sotto l’egemonia giolittiana, sembrava più immobile che mai.

In realtà qualche movimento, sebbene non ancora molto evidente, ci fu: più che cambiamenti di schieramento, ci fu un graduale spostamento dei moderati su posizioni nazionalistiche. Quando scoppiò la guerra, le forze economiche e politiche, fino ad allora ancora disunite, i cui obiettivi convergevano sulla liquidazione del giolittismo, delle sue moderate aperture democratiche e sul perseguimento di una politica estera espansionistica, raggiunsero un’intesa e per la prima volta si attivarono sulla scena politica. Per compattare dietro di sé queste forze libere e farne un blocco di potere alternativo al giolittismo, il capo del governo Salandra impegnò l’Italia all’intervento bellico a fianco dell’Intesa – una politica non necessaria se l’obiettivo dell’esecutivo fosse stata unicamente l’acquisizione dei “territori irredenti”, che l’Austria avrebbe concesso in cambio della neutralità italiana.

C’è un aspetto della guerra, sottolineato dall’autore, sul quale non avevo ben riflettuto in precedenza: ovvero che un blocco di Paesi alleati costituisce, oltre che un territorio integrato sotto un profilo strategico, anche una piattaforma economica autonoma. Allearsi con l’Intesa significò anche avere un accesso privilegiato ai prestiti, alle forniture, a materie prime ed eventualmente mercati dei Paesi membri – potenze industriali prospere e con un espeso impero coloniale. Non c’è da stupirsi quindi che l’industria italiana conobbe una ripresa spettacolare, mentre lo sforzo bellico, obbligando il “fronte interno” all’unità nell’ottica di uno sforzo nazionale, consolidò i nazionalisti e la classe di liberali oligarchici al potere. Certo, questo grandioso risultato si ebbe al prezzo di qualche centinaio di migliaio di persone che morirono annaspando fra fango e topi, falcidiate in assalti all’arma bianca, arse vive o decimate da carabinieri, e di qualche altro centinaio di migliaio che rimasero ferite, magari perdendo le mani, le gambe o qualche altro brandello.

[continua]

La strada di Swann

madeleine-1bSanto cielo che imbarazzo. Allora è così che ci si sente quando ci si trova di fronte a qualcosa di una bellezza e di una complessità tale da superare ogni nostra capacità di misurarle o anche solo di capacitarcene, e ancora estasiati e schiacciati dalla riverenza, si cerca di infilare qualche pensiero – di scrivere un post! 😄 – coscienti che non c’è modo di evitare di dire qualche colossale stupidaggine. Chiedo venia in anticipo. Ma siate indulgenti: sragiono per troppa bellezza.
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La strada di Swann è il primo dei sette romanzi che compongono Alla ricerca del tempo perduto, il colossale opus magnum di Marcel Proust. A sua volta si compone di tre parti ben distinte, tre romanzi quasi autonomi, uniti però dal filo comune della voce narrante (Marcel) e dal corso e ricorso dei medesimi personaggi: i genitori di Marcel, la sua famiglia di nonni e zie varie, la servitù di casa, e poi il signor Swann, Odette Crécy, e la varia società paesana e parigina frequentata dagli uni e dagli altri.
Di solito riservo la prima parte del post alla trama e la seconda alle mie impressioni, ma in questo caso sarebbe poco utile, è difficile parlare di “trama”. Non che non ci sia; solo che è esile e sommersa da tante altre cose assai più interessanti. Posso comunque fare un breve riassunto (e non so se riuscirei a farne uno meno breve): in Combray Marcel ricorda il paese di Combray, dove bambino trascorreva le estati nella casa delle zie; Un amore di Swann è il secondo romanzo-nel-romanzo, ed il titolo dice tutto; infine in Nomi di paesi: il paese (appena una sessantina di pagine) Marcel rievoca le passeggiate al Bois de Boulogne per giocare con Gilberte, la figlia di Swann. Tutto qui? Tutto qui.
Come fa notare qualsiasi manuale di scrittura, l’azione è rallentata dalle descrizioni; da ciò discenderebbe che, per tenere desta l’attenzione del lettore, sarebbe opportuno dosare attentamente i momenti morti descrittivi. Non è quello che fa Proust: dedica a qualsiasi oggetto, comportamento, accento, sensazione o profumo entri nelle sue pagine tutta la sua attenzione: lo cattura, lo osserva attentamente, separa le parti che lo compongono, osserva attentamente anche loro.
Nella sua lezione dedicata a Proust, Baricco paragona la sua scrittura ad un bisturi che seziona in parti sempre più minute; però ho qualche riserva: un bisturi che taglia implica comunque una certa dose di violenza nell’azione che svolge, ed a me invece Proust ha dato l’impressione di una estrema naturalezza: come se la scomposizione della realtà in atomi nelle sue mani fosse un processo naturale. Mi ha ricordato una storia narrata nello Chuang-zi nella quale un macellaio spiega di non consumare la lama del suo coltello perché nella macellazione trova intercapedini e zone di vuoto, soluzioni di continuità fra una parte e l’altra dell’animale, facendo leva sulle quali disarticola senza difficoltà il corpo senza bisogno di affondare la lama nella carne. Tra l’altro questa pratica comporta un esercizio di concentrazione quasi ascetico, ed anche questo concorda con l’impressione lasciatami dalla prosa di Proust.
Così facendo ovviamente l’azione rallenta al punto di cessare quasi completamente. Non è semplice da spiegare a qualcuno che ti chiede com’è il libro che stai leggendo.«Sembra interessante! Cosa succede?» «Grossomodo niente.» «…» «^^’»
Potrebbe sembrare un libro pesante, un tomo di digestione difficile leggendo il quale ci si annoia parecchio. Be’, non è affatto così: se da un lato l’acume di Proust svela l’incanto di cui sono portatori gli odori, le impressioni fugaci, le passioni, i ricordi dei luoghi, dall’altro la sua prosa possiede una bellezza tersa, priva di impurità; è intrigante, affascinante, divertente, e si ride un sacco. (Almeno, io ho riso un sacco: ma ho avuto modo di notare più volte di avere un senso dell’umorismo piuttosto singolare; i momenti in cui, dopo essere scoppiata a ridere, ho sentito su di me le occhiate stupite, perplesse e riprovanti degli astanti non si contanto). Certo però che cogliere il vissuto del reale fin nei suoi atomi, fermarlo su carta sotto forma di una prosa allo stesso tempo bellissima e  divertente non è da tutti: bisogna padronneggiare interamente la lingua come lui. (Ci sono autori che ne sono capaci: ma si contano sulle dita).

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Non mi sento in grado di dire altro circa la meravigliosa scrittura di quest’autore, perciò passo la parola a lui.

Da Combray

«Ogni volta che vedeva negli altri un bene, per quanto piccolo, che lei non aveva, persuadeva se stessa che non era un bene, ma un male, e li compiangeva per non doverli invidiare.» (pp. 27-8)

Qui Marcel parla della prozia (madre della zia Léonie e sorella del nonno) e sono rimasta folgorata perché con poche parole ha fatto un ritratto che ho riconosciuto subito: la mia prozia milanese! Rimase negli annali di famiglia per una disputa con la cognata brianzola sulle dimensioni della vasca da bagno: sosteneva piccata che quella della casa popolare in cui viveva, così piccola che non vi si potevano distendere le gambe, fosse più benefica per le reni. Credo che abbia desiderato immergersi nella grande vasca della casa di campagna della cognata per tutta la vita.

«Erano di quelle stanze di provincia che (…) ci incantano coi mille odori che sprigionano le virtù, la prudenza, le abitudini, tutta una vita segreta, invisibile, sovrabbondante e morale che l’atmosfera vi tiene sospesa; odori natuali ancora, certo, e color del tempo, come quelli della campagna vicina, ma già casalinghi, umani e stantii, squisita industriosa limpida conserva di tutte le frutta dell’annata che han lasciato gli alberi per la dispensa; stagionali, ma mobiliari e domestici, mitiganti l’asprezza della brina con la soavità del pane caldo; oziosi e puntuali come un orologio di paese, svagati e precisi, incuranti e previdenti, lindi, mattutini, devoti, giocondi d’una pace che dà soltanto una più forte agitazione e d’una prosaicità che serve da vasto serbatoio di poesia a chi vi passa senz’avervi vissuto.» (p. 56)

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«Quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.» (p. 54)

Il passo più noto e citato di Proust è quello della madeleine: il sapore della brioche immersa nell’infuso di tiglio gli riporta alla memoria tutta Combray. Mi è capitato un paio di volte nella vita, sinora, che un sapore scivolato nel dimenticatoio tornasse presente e mi investisse con una slavina di ricordi, molto vividi ed intensi, passando attraverso il palato.

Il campanile di Saint-Hilaire:

«si stava così bene e c’era tanta quiete che, quando l’ora suonava, pareva non spezzasse la calma del giorno, ma lo liberasse di quel che conteneva, e pareva che il campanile, con l’esattezza indolente ed attenta di chi non ha altro da fare, avesse premuto ad un dato momento – per trarne e lasciar cadere le poche gocce d’oro che il calore vi aveva lentamente e naturalmente accumulato – la pienezza del silenzio.» (p. 182)

Da Un amore di Swann

«Nel frattempo, colmandola di doni, rendendole dei servigi, egli si poteva riposare su vantaggi esteriori alla sua persona, alla sua intelligenza, della spossante cura di piacerle per se stesso.» (p. 291)

«E la signora Cottard trasse dal manicotto per tenderla a Swann la sua mano inguantata di bianco, donde sfuggi insieme con un biglietto di corrispondenza, una visione di vita elegante che riempì l’omnibus, commista all’odor di tintoria.» (p.407)

Sulla nostalgia delle cose passate che depreca quelle contemporanee:

«Ma, quando scompare una fede, le sopravvive, – e sempre più violento per mascherare l’assenza della forza da noi perduta di dare realtà alle cose nuove, – un affetto feticista per quelle antiche che essa aveva animato, come se il divino risiedesse in loro, non in noi, e come se la nostra incredulità attuale avesse una causa contingente: la morte degli Dèi.» (p. 462)

«I luoghi che abbiamo conosciuti non appartengono solo al mondo dello spazio, nel quale li situiamo per maggiore facilità. Essi sono solamente uno spicchio sottile fra le impressioni contigue che costituivano la nostra vita d’allora; il ricordo d’una certa immagine non è che il rimpianto d’un certo minuto; e le case, le strade, i viali, sono fuggitivi, ahimè, come gli anni.» (p. 464)

Ed ora posso finalmente dedicarmi con voluttuso abbandono alla lettura del secondo romanzo della Recherche: All’ombra delle fanciulle in fiore.

Autore: Marcel PROUST
Editore: Gruppo editoriale L’Espresso Anno: 2009 (Edizione originale: 1913) 474 pagg.
Titolo originale: Du côté de chez Swann
Traduttrice: Natalia Ginzburg
ISBN (dell’edizione Einaudi corrispondente): 978-88-0611803-7

Neve di primavera

Neve di primavera - www.anobii.comHo titubato non poco prima di lanciarmi in questa piccola avventura lettoria che è la Tetralogia del Mare della fertilità di Mishima, incalzata dal dubbio che lo sforzo non avrebbe ricevuto una ricompensa adeguata: la scrittura di Mishima va ruminata ed inghiottita un boccone per volta, talvolta richiede di passare più e più volte sul medesimo passaggio per cogliere sfumature ed implicazioni. Neve di primavera invece è stato una bella sorpresa: sarà perché si tratta di una rilettura, sarà che nel frattempo sono cambiata io, ma mentre mi aprivo un varco fra arazzi ed ornamenti della sua prosa poco accomodante, mi sono concessa il lusso di prestare particolare attenzione alla forma, indugiando specialmente sulle immagini poetiche. Alla prima lettura non mi ero accorta che si trattasse di un testo così ricco ed affascinante, ne sono rimasta conquistata. Ora però mi trovo davvero in difficoltà a parlarne.

Kiyoaki (松枝清顕, “Purezza manifesta”) è l’unico figlio dei marchesi Matsugae. All’inizio della storia (siamo nel 1914) ha diciotto anni e frequenta l’ultimo anno al Gakushūin, scuola superiore di Tokyo riservata ai rampolli della nobiltà (frequentata a suo tempo dallo stesso Mishima). È un fanciullo bellissimo, dotato di una grazia quasi soprannaturale. Senza celare il desiderio di realizzare attraverso di lui l’ascesa ai più alti livelli dell’aristocrazia, i Matsugae ne hanno affidato per molti anni la cura e l’educazione al conte Ayakura. Kiyoaki ha così coltivato una squisita raffinatezza nei modi, ed una sensibilità all’eleganza ed al piacere estetico del tutto fuori dell’ordinario; quasi un marziano per i Matsugae, i cui atteggiamenti artificiosi tradiscono le origini provinciali sotto la verniciata di fasto e modernità.
Se non intrattiene relazioni significative con i gentori, Kiyoaki coltiva assduamente due amicizie. Una è con Honda Shigekuni (本多繁邦, “Paese rigoglioso”), un compagno di classe razionale, riflessivo e dai modi posati; l’altra con Satoko (綾倉聡子, “Assennata”), figlia degli Ayakura e sua compagna di giochi ed educazione nell’infanzia. Raggiunta l’adolescenza, il loro rapporto si è trasformato in una perenne schermaglia, in un rincorrersi ed evitarsi alimentato dalla mancanza di sincerità e dall’orgoglio di entrambi. Solo quando viene promessa in sposa ad un giovane principe legato alla famiglia imperiale, divenendone parte lei stessa, Satoko raggiunge agli occhi di Kiyoaki una bellezza sfolgorante proprio perché resa irraggiungibile, inattingibile dall’autorità di un decreto imperiale, ovvero da quanto ci sia di più sacro. A questo punto i due ragazzi iniziano una relazione clandestina senza futuro, ignorando la sorda durezza dell’avvenire tragico che si prepara per loro.

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Una delle cose che trovo più affascinanti in Mishima è il suo rapporto complesso e contraddittorio con il binomio di tradizione e modernità. Mishima aveva ricevuto un’educazione di alto livello, raffinata ma allo stesso tempo decisamente imperialistica, nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale (durante il quale il Giappone era comunque coinvolto in continue operazioni belli che per l’espansione del suo impero coloniale in Cina, Corea e nel sud-est asiatico); tuttavia come intellettuale fu attivo nel ventennio successivo la guerra, di cui visse in pieno il precipitoso sviluppo economico.
Come è noto, posto di fronte al problema della modernità, la respinse in favore di un ritorno alla tradizione, anzi, alla tradizione che lui stesso contribuì ad immaginare (i nobili e leali guerrieri samurai, il primato del ruolo imperiale, l’esaltazione della morte eroica, lo Spirito di Yamato eccetera). Vero, ma si tratta solo di una tessera del mosaico.
Innanzitutto Mishima fu, lui stesso, un intellettuale moderno, assai bene integrato nel capitalismo culturale e nel sistema delle comunicazioni di massa. Il suo personaggio pubblico era continuamente al centro di iniziative volte a creare scandalo, a suscitare un clamore la cui ricaduta sull’estensione della platea di lettori (e, più volgarmente, sulle vendite delle sue opere) non potevano essergli sconosciute. Per vocazione e per calcolo Mishima faceva parlare di sé come una popstar, e l’arditezza di alcune delle sue provocazioni lo avvicinano a Lady Gaga assai più che ad un Saigō Takamori.

Da un punto di vista strettamente letterario invece, sebbene ideologicamente rapito dal mito del tradizionalismo giapponese, Mishima non può nascondere la sua formazione cosmopolita: risente notevolmente dell’influenza del decadentismo europeo (in particolare francese) di fine Ottocento-inizio Novecento e del pensiero di destra del tempo, con le sue aspirazioni aristocratiche sconfinanti nel superomistico.
In Neve di primavera l’eredità decadentistica è raccolta principalmente dal personaggio di Kiyoaki: disinteressato della realtà, ripiegato su se stesso, per sua esplicita ammissione persegue un ideale di vita «solo in funzione dei sentimenti, come un bandiera che sventola al vento» (p. 98). Si abbandona a stati emotivi evanescenti, a suggestioni sottili e sfuggenti. È acutamente consapevole della propria bellezza e raffinatezza, e nell’evitare situazioni e persone che reputa volgari, pone se stesso su un piano diverso, che trascende la mediocrità estetica e morale nella quale sono ingabbiati gli altri (la gente dappoco, la grigia borghesia).

«La vera eleganza infrange i divieti, anche quelli più sommi!» (p. 151)

Kiyoaki ed il suo stile di vita estetizzante entrano in crisi quando si scontrano con la realtà, priva di sfumature ed angoli smussati, indisposta a piegarsi ai suoi desideri e fantasticherie: «È tutto troppo spietato. Non avrò più a disposizione gli strumenti per inebriarmi. Una lucidità terribile… Una lucidità terribile governa il mondo» (p. 288)

Una cosa che ho notato in Neve di primavera che lo differenzia dai romanzi di Mishima letti in precedenza è la giustapposizione della vena decadentistica ad una serie di elementi del pensiero buddhista: dal problema del margine di libertà individuale e di possibilità di intervento sulla storia entro una prospettiva di predeterminazione karmica (quasi Indra vs Hegel) all’importanza epifanica della dimensione onirica ispirata dallo Hamamatsu chūnagon monogatari (la cui edizione italiana è stata curata dallo stesso traduttore di Neve di primavera – ne parlo qui), passando per l’inarrestabile processo di estinzione che coinvolge ogni cosa, anche la coscienza. Quindi nel romanzo si ritrova una complessa stratificazione di influenze in dialogo fra loro ed in reciproca contaminazione.
Molto affascinante, anche se non di rado difficile da seguire senza solide conoscenze di base sul pensiero buddhista in generale e sulla tradizione giapponese antica (pre-Zen) in particolare. Così ho iniziato un libretto di Pasqualotto sul buddhismo, per cercare di integrare un po’ le mie scarse conoscenze in materia prima di procedere con la Tetralogia.

L’intero romanzo romanzo è cosparso di figure poetiche in cui compare la neve, spesso associata a presagi di quiete eterna, estinzione, morte.
Piccola nota finale sull’edizione Feltrinelli: probabilmente a causa di un problema di fogli in filza, non è stato inserito un glossario che sarebbe stato quantomai necessario; le note fanno molto, ma rimangono svariati riferimenti e termini non comuni. Inoltre mi sembra del tutto incomprensibile la copertina che abbina le foglie rosse di un acero giapponese i colori giallo e marrone in costa e sul retro: richiami casomai all’autunno.

I turbamenti del giovane Törless

I turbamenti del giovane Torless - www.liberonweb.itUna cittadina dell'Impero Austro-Ungarico, fine dell'Ottocento oppure inizio del Novecento. Törless accompagna i genitori alla stazione al termine della loro breve visita. I signori Törless tornano a Vienna, il loro unico figlio alla vita monotona nel prestigioso collegio di W., dove alloggia e studia da ben quattro anni. Da qualche tempo si sono verificati dei furtarelli ai danni dei ragazzi, senza che si fosse riuscito ad indivisuare il colpevole.
Lo scoprono per caso Beineberg e Reiting, due amici di Törless, di qualche anno più grandi: si tratta di Basini, un ragazzo fatuo ed un po' sprovveduto, periodicamente assillato dai debiti di gioco e gozzoviglie varie. I tre però non lo denunciano: Beineberg e Reiting decidono di "graziarlo" per consentirgli di redimersi seguendo le loro indicazioni; in realtà, due si godono la situazione di tenere una persona sotto costante ricatto; Basini, avendo tutto da perdere da una denuncia, sta al loro gioco.
Ben presto però Törless scopre quale piega torbida abbia preso il dominio dei due su Basini: non solo viene adoperato per ogni sorta di esperimento, ma ne fanno il proprio amante.
Törless è sconvolto: dalla efferatezza dei due compagni, dalla bassezza del loro insensato accanimento, ma anche dalla remissività fatalista con la quale Basini accetta tutto; più di tutto però lo turba il corpo nudo del ragazzo – serico e flessuoso, ancora quello di un efebo avvenente – che lo eccita e lo attrae. La candida nudità di Basini è quasi l'incarnazione degli interrogativi intorno ai quali Törless si arrovella: le diverse concezioni dell'etica che guidano il comportamento umano, le fondamenta irrazionali (e dunque inesistenti) della matematica, la scaturigine dell'attrazione. Törless non la comprende ma vi soggiace.
Quando Reiting e Beineberg decidono di intensificare ulteriormente le violenze su Basini, e questi va a supplicare Törless di salvarlo, il Nostro taciturno si troverà costretto a compiere una scelta difficile tra i due compagni, capaci di sottili vendette spietate, e Basini, incapace persino di difendersi.

Lo lessi la prima volta nel -ahimé- lontano 2000, quando ero ero più o meno coetanea di Törless e compagni. Non ho nemmeno la sensazione che sia passato poi tutto questo tempo. Leggendolo però mi sono trovata a soffermarmi su cose alquanto diverse da quelle che mi avevano colpita la prima volta.
I problemi – intellettuali ed emotivi – a cui Törless fa riferimento alla prima lettura mi erano risultati spesso oscuri, benché in teoria fosse quella l'età in cui avrei dovuto percepire quelle questioni con maggiore intensità. A distanza di dieci anni molti punti mi sono risultati più chiari, e mi è sembrato di aver vissuto quegli interrogativi a mia volta, benché al tempo evidentemente non fossi riuscita a dar loro un nome. Mi chiedo se non si tratti in parte di una proiezione indietro di speculazioni successive – se Musil nel Törless non abbia fatto lo stesso: elaborato a distanza di anni quegli interrogativi dalla sua prospettiva ormai non più adolescenziale.
Tuttavia, molte di quelle domande me le pongo tutt'ora, sempre senza successo nelle risposte. Mi sento meno dipendente da quest'indeterminatezza, però. Forse "crescere" non è stato trovare risposte, ma imparare a porsi le medesime domande in maniera più complessa e più serena. Chissà.
In realtà continuo a non sentirmi granché "cresciuta", al massimo meno impaziente.

La scrittura di Musil è imperfetta. Privilegia spesso la speculazione alla scorrevolezza. Talvolta lancia degli acuti, delle punte di bellezza e stile dense di allusioni, per poi tornare a perdersi nei grumi di elucubrazioni. Ad esempio, una sera in cui Törless era insonne nel suo letto del dormitorio, Musil scrive che si sentiva come se affianco al letto passassero delle infermiere in bianco, con cui non incrociava lo sguardo; questo mi ha reso un'idea di oppressione ed immobilità sotto le coperte molto più intensa che se avesse scritto semplicemente che le coperte gli pesavano addosso, chessòio. Intrigante.

Mi piacerebbe poterlo rileggere sedicenne, ma purtroppo temo che non sia proprio possibile. Sarebbe stato un esperimento assai interessante.

Autore: Robert MUSIL
Editore: Einaudi 1990   (Edizione originale: 1906)   191 pagg.
Titolo originale: Die Verwirrungen des Zöglings Törless
Traduzione del titolo: I turbamenti dell'allievo Törless
Traduttrice: Anita Rho
ISBN: 978-88-06-11696-5

Le notti bianche

Riprendere un libro a distanza di pochi anni a volte fa un effetto strano. Quando lessi per la prima volta Le notti bianche ero reduce da tre monumentali mostri sacri di Dostoevskij, e quel librettino smilzo deve essersi dileguato lasciando un'impressione sbiadita. Però qualche giorno fa, mentre miaccingevo a chiudere i bagagli, la mano è corsa repentinamente a quel libro, su quello scaffale.

Un sognatore lascia che i passi guidino il suo vagabondare in vie e viuzze della città al crepuscolo. Non sappiamo quasi nulla di lui, se non che è giovane e vive solo, privo di famiglia od amici. Allo stesso tempo però sappiamo molto: Dostoevskij ci dischiude il suo mondo interiore, intessuto dalle suggestioni di atmosfere e colori, che scorge vita e storie anche laddove altri non vedono che un vecchio muro scrostato, un vaso sbeccato, una casa da ritinteggiare. Il nostro sognatore vive in una dimensione immaginifica, priva di luci troppo intense e di spigoli troppo vivi, che lo distaccano dal tran-tran quotidiano in cui pare ingabbiata la mente degli altri uomini. Questa lo salva, ma al contempo lo condanna ad una profonda solitudine.
Finché una sera conosce una ragazza: la vede soffocare i singhiozzi, lo sguardo umido perso nelle acque di un canale. Toccato dal suo contegno fragile e privo di affettazione, si offre di scortarla fino a casa; nel breve spazio della passeggiata, i due si scambiano parole vibranti e sincere, ed il nostro sognatore sente subito di aver trovato l'anima affine a lungo agognata.
Si incontrano ancora nelle notti successive, sempre sulla stessa panchina presso il canale della prima sera; si raccontano le proprie vite, di come l'immaginazione li abbia soccorsi quando la vita sembrava troppo pesante, trasportandoli in luoghi fantastici e lontani, o svelando la magia invisibile di luoghi familiari ed oggetti inanimati. Il nostro sognatore si innamora di Nasten'ka di un amore pudico ed intenso; le prime luci del mattino, però, minacciano la fine dell'ennesimo sogno evanescente: quello di un futuro insieme.

Come mi ha colpita, questo racconto, a distanza di cinque anni! Eppure non è passato poi tanto tempo…
Il nostro sognatore ha un ricchissimo mondo interiore che gli consente di non soccombere al grigiore impiegatizio; allo stesso tempo però questo ritiro ne ha fatto un inetto sociale, quasi un recluso. Guarda la gente dall'esterno ma finisce per ritrarsi impacciato e deluso. Sembra suggerire che benché l'uomo sia chiamato un "animale sociale", socializzare in realtà è un'attività che va imparata al pari delle altre. Lungi dall'essere "naturale", aspettative e convenzioni stringenti fanno sì che comporti una performance piuttosto impegnativa; per coloro che non si sono scaltriti praticandola, una fatica immane, quando non un ostacolo insormontabile. Il nostro sognatore è impigliato in questo dilemma.
Dostoevskij tocca le vicende dei due ragazzi con una scrittura suggestiva ma delicata, concedendo ampio spazio ai loro dialoghi notturni.

Ma una cosa, molto più piccola e marginale, mi rende questo librettino particolarmente caro: quando arriva l'ultima aurora e la gioia del nostro, a malapena accarezzata, rishcia di svaporare, Dostoevskij non lo fa annegare nel rimpianto; gli concede invece di abbracciare quella gioia, ancorché effimera, poiché è stata, e di continuare a pensare a Nasten'ka con gratitudine.
Una riscoperta di cui sono felicissima.

Autore: Fëdor Mihajlovič DOSTOEVSKIJ (Фёдор Михайлович Достоевский)
Editore: Einaudi   Anno: 1991 (Edizione originale: 1848)   71 pagg.
Titolo originale: Belye Noči (Белые ночи)
Traduttrice: Vittoria De Gavardo
ISBN: 978-88-06-59968-3

Il Romanticismo e l’effimero

Il romanticismo e l'effimero - www.go-book.itRovistando tra le mie scartoffie è saltata fuori la brutta di un testo su Il Romanticismo e l’effimero che non avevo in seguito postato. Mi è bastata una rapida scorsa per capire subito perché, ed ho consegnato tutto quanto al bidone della carta. Sebbene opera ed autore siano considerati pietre miliari della letteratura giapponese moderna, non mi avevano entusiasmata. Dovendolo adesso recensire per una rivista, però, mi trovo costretta a riprendere tutto in mano. Meno male.

Il Romanticismo e l’effimero raccoglie tre racconti di ambientazione tedesca considerati (pare) l’atto fondativo del Romanticismo in Giappone. Il più celebre dei tre è il primo, "La ballerina" (Maihime).
Il protagonista è ŌTA Toyotarō, uno studente giapponese di diritto che riceve una borsa di studio per profeguire gli studi presso una università di Berlino. Il contatto con la realtà europea però inizia a produrre in Ōta cambiamenti imprevisti: da ragazzo inquadrato qual era sente l’esigenza di formarsi opinioni personali e coltivare «pensieri miei, diversi da quelli degli altri». La sua mutata condotta non incontra un’accoglienza particolarmente positiva, e la borsa di studio gli viene revocata.
Ōta è inebriato dal dissolversi dei legami che le tenevano avvinto ad autorità e consuetudini della madrepatria; si schiudono dinanzi a lui orizzonti in cui il suo pensiero è libero di spaziare come non aveva osato immaginare in passato. Ma impara anche presto che l’indipendenza dalle istituzioni gli crea non pochi problemi, in termini di reputazione non meno che di carattere materiale.
È mentre sta vivendo questo conflitto che intreccia una relazione con Elise, i cui occhi azzurri traboccano di una innocente fragilità nella quale Ōta vede il proprio riflesso.
La vita indipendente scelta da Ōta alla lunga risulta gravosa, logorante; quando gli si presenta l’opportunità di essere riammesso nei ranghi onorevolmente e rimpatriare, non rfiuta di coglierla, pur rendendosi conto che la reintegrazione sociale gli costerà la rinuncia al tipo di libertà per il quale aveva faticosamente lottato, e si appresta a sacrificarne il frutto.

Ōta, il protagonista, mi è stato subito antipatico ^^’ In realtà gliene capitano di tutti i colori, e per certi verso lo capisco; ad un certo punto dice: «pur mostrando un costante impegno, avevo ingannato me stesso e gli altri, avevo sperimentato solo il percorso che qualcuno aveva deciso per me» (p.42); invece poi, respirata un po’ di libertà e riconosciuta la limitatezza delle proprie vedute dovuta proprio all’inquadramento rigido in cui era rimasto chiuso, desidera solo affrancarsi dalla minorità che aveva invece in precedenza accettato.
Sembrerebbero dichiarazioni traboccanti di fiducia in sé, ma in tutto il racconto (anzi, in tutti e tre) sono velate di malinconia, di amarezza. Ōta fa delle scelte e le paga con il proprio disincanto, con la fatica del vivere, con l’accrescersi della sua capacità di soffrire.
Quello che me l’ha reso antipatico, però, è che fa scontare lo scotto maggiore delle proprie scelte esistenziali alla povera Elise. Ha un bel dire, poi, che soffre, oh quanto soffre al solo ricordo e che si sente colpevole, terribilmente colpevole. Dai suoi rimorsi Elise ed il loro bambino bastardo e mezzosangue lasciati dall’altra parte del paneta non ricevono grande aiuto. Ōta è sinceramente addolorato, ma ciò non toglie che abbia preferito ferire qualcun altro per ottenere qualcosa che ha scoperto di deisderare, piuttosto che far fronte agli impegni che si era assunto.
Scegliendo la reintegrazione, rinuncia anche per sempre alla libertà di azione e spirito cui aveva agognato, limitandosi ad una libertà del solo spirito. Mi è parso di intuire che lo stesso Mori fosse molto pessimista in proposito.
Probabilmente dovrei essere più indulgente con Ōta…

Sono rimasta molto stupita nello scoprire che in Giappone Maihime è considerato una classicissima storia d’amore. Ne parlavo con un mio conoscente giapponese davanti ad una bottiglia di umeshu. A me non era sembrata una storia d’amore, bensì piuttosto un romanzo di formazione. Ōta, che è anche la voce narrante, non si sofferma spesso sul proprio legame con Elise, che rimane largamente implicito ed immaginato; in compenso però si crogiuola nei dubbi in merito alla propria posizione sociale, al proprio sentire, al proprio avvenire, e quando lo fa, Elise non compare.
– Che razza di storia d’amore sarebbe questa?, ho chiesto al giapponese che era con me.
– Lui soffre ripensando a lei, nel proprio cuore, mi ha risposto lui dopo averci pensato un po’ su.
– E lei?, ho incalzato io.
Si è fatto di nuovo pensoso.
– Non saprei. Non ci avevo mai pensato. È un modo di pensare piuttosto occidentale, il tuo. Però puoi trarne una morale.
– Una morale?
– Quando deciderai di sposarti, Tamakatsura, stai molto attenta a scegliere bene.
– …

Autore: MORI Ōgai (森 鴎外) pseudonimo di MORI Rintarō (森 林太郎)
Editore: Go Book   Anno: 2007 (Edizione originale: 1890-1)  116 pagg.
Racconti raccolti:

  • La ballerina (Maihime舞姫) (1890)
  • Ricordi di vite effimere (Utakata no kiうたかたの記) (1890)
  • Il messaggero (Fumizukai文づかひ) (1891)

Traduttrice: Matilde Mastrangelo
ISBN: 978-88-95113-00-5