A proposito del rosa | Diana Palmer /4

Ambientazione
Diana Palmer è americana, e i suoi romanzi sono ambientati negli Stati Uniti, di preferenza  in Texas, Wyoming, Montana – stati con grandi pianure -, ma anche, in misura minore, in Georgia, Lousiana e Florida. Quello che hanno tutti in comune è la prevalenza di un ambiente rurale in cui il lato selvaggio della natura è domato dall’uomo. Quindi ranch e centri urbani piccoli, o che comunque sono spiccatamente locali. Ciò che manca interamente è il cosmopolitismo delle coste nordorientale e pacifica.
Quello che trovo molto interessante dei libri della Palmer è proprio la rappresentazione di questo tipo di ambiente. La sfumatura morale di cui lo tinge. Perché per le PF questa dimensione locale è rassicurante, e capace di contenere tutte le loro aspirazioni.

rosa_dp_cartinasu3

Benché sia la politica che la cultura siano bandite dai dialoghi fra i personaggi (a onor del vero, in un libro viene citato un romanzo, letto in spagnolo dal PM alla PF convalescente, ma è un caso più unico che raro), nel corso delle loro interazioni, capita che diano voce a qualche preoccupazione o scontento sullo stato del mondo. Sono una sintesi interessante delle minacce percepite da PF e PM alla loro way of life:
▶ Gli unici riferimenti alla politica sono sporadiche esclamazioni spazientite del PM nei confronti del politically correct e di Washington D.C., sorta di palude di ipocriti palinciapèt.
▶ Per quanto riguarda società e costumi, la PF biasima fermamente le ragazze che hanno una vita sessuale prima del matrimonio, mentre il PM vede sfavorevolmente le donne con ambizioni di carriera, a maggior ragione se non vengono messe da parte con l’arrivo dei figli. Siamo in piena sindrome da angelo del focolare quindi… (Per un uomo invece saltare la cavallina ed essere assorbito dal lavoro sono sinonimi di successo).
▶ Il problema di attualità che preoccupa maggiormente PF e PM è quello della droga – ma fortunatamente sceriffo e compagnia difendono la comunità a suon di retate di trafficanti messicani.

Il mondo dei romanzi della Palmer è una specie di fantasia retrò Anni ’50. Tutti i rosa sono messe in scena di fantasie, e trovo questa cosa affascinante. Non so resistere ad uno scorcio su un altro modo di guardare le cose. Alla fine leggere storie che attingono ad un certo immaginario è come farci dentro un viaggio. La casalinghitudine ranchera favoleggiata dalla Palmer è anche un po’ inquietante e offensiva, certo, ma aver soggiornato per un po’ in quell’immaginario mi ha fatto conoscere qualcosa di diverso.
Tra l’altro i romanzi di Diana Palmer hanno venduto più di 42 milioni di copie: vuol dire che c’è una nutrita platea di lettori che questa sua fantasia retrò la visita periodicamente. Mi piacerebbe parlare con qualcuno a cui questa fantasia effettivamente piace, che ci si sente a proprio agio, laddove io la trovo limitante.

Segnali di stile
La prosa della Palmer è caratterizzata da tre “I”:
Inaffidabilità dei personaggi: la progressione della trama è talmente rodata che la Palmer non si preoccupa della coerenza di pensieri e comportamenti dei personaggi nel corso della storia. Ad esempio in The patient nurse il PM Ramon ce l’ha a morte con la PF Noreen perché la considera responsabile della morte prematura della sua amatissima prima moglie. A cinque anni dalla dipartita della defunta, però, tutto d’un tratto riconosce di aver sempre amato la PM alla follia, e ricorda che la defunta era meglio perderla che trovarla. Della serie: L’ho trattata come un’appestata per cinque anni, ma era tutto amore. Wtf? o_O
Iperrealismo visivo: la Palmer spezza ogni sequenza di azioni in singoli gesti (come altrettante inquadrature) e deve precisare il possibile significato e/o riferimento a stati interiori di ciascuno. Va bene che si tratta di rosa, va bene che la materia del racconto sono i sentimenti, ma questa iperdramatizzazione è assurda e pesante. Siamo ai livelli di: Omg omg omg, il PM ha inarcato un sopracciglio, si tratta di un gesto che ha un significato recondito e che potrebbe mettere a repentaglio la nostra relazione!!1!1
Infodumping: in generale le digressioni non mi dispiacciono, ma capita non di rado che la Palmer riversi la storia della vita dei suoi personaggi in lunghe parentesi esplicative o, peggio ancora, in dialoghi senza senso. In A man of means, l’autrice informa il lettore di una serie di eventi relativi al fratello della PF in un dialogo fra PF e PM; la stranezza è che lui ne parla a lei, benché lei sia già a conoscenza di ogni cosa, e lui sappia che lei sa: un dialogo illogico, ingiustificato e artificioso. L’impressione che la Palmer che copincolli nel testo i suoi appunti sul personaggio, invece di sforzarsi di integrarli nella storia in qualche maniera significativa.

Come nota finale però devo dire che mi è venuta voglia di vedere dal vivo i paesaggi maestosi di Montana e Wyoming (quando? mai, probabilmente, ma sognare non costa niente). Ho degli amici con la fissa degli Stati Uniti, mentre nel mio caso i sogni dell’Altrove hanno preso molto presto la via dell’Oriente. Infine però ho avvertito il fascino delle grandi pianure, dei paesaggi aperti, dei cortei di nuvole che volano al di là del profilo dei monti, in lontananza.

E così sono arrivata in fondo a questo lunghissimo post su Diana Palmer. Ci sono altre autrici di cui mi piacerebbe parlare prima o poi: Georgette Heyer, Betty Neels, eventualmente Mary Balogh o Lisa Kleypas. Ma chissà quando. Ho raggiunto la saturazione da rosa per un bel po’. XD

Continua a leggere

A proposito del rosa | Diana Palmer /3

Matrice del racconto
Come già la costruzione dei personaggi, anche la struttura della trama dei romanzi di Diana Palmer rispetta uno schema che si ripete senza tante variazioni.
① La PF entra nella vita del PM (variazione: se PF e PM si conoscono già da tempo, la trama parte direttamente dal punto 2).
② Tensione 1: Presenza di un ostacolo che impedisce la formazione di buoni rapporti fra PF e PM. Può trattarsi di un malinteso, di un blocco psicologico, o di un impedimento esterno. Sta di fatto che rende tese le interazioni fra PF e PM.
③ Tensione 2: Intensa attrazione reciproca giocata tutta sul piano fisico (UST). Ciò fa sì che dalla metà circa del romanzo in poi PF e PM finiscano a più riprese avviluppati a fare le cosacce, senza però arrivare al dunque perché mancano le condizioni per costruire una relazione stabile.
④ Scioglimento 1: Superamento degli impedimenti.
⑤ Scioglimento 2: PF e PM convolano a giuste nozze e possono infine consumare la loro unione.

In definitiva, il vero motore della storia è il desiderio carnale: una attrazione fisica talmente forte da travolgere codici di comportamento, senso comune e volontà individuale. Trovo curioso che una vessillifera della castità prematrimoniale come la Palmer adoperi il desiderio sessuale come fondamento del matrimonio monogamico.
Nei libri posteriori fa uno sforzo per valorizzare l’apprezzamento delle qualità personali dell’altro, ma si tratta al più di un fattore di superamento della riluttanza verso il matrimonio (vedi punto 2), non di un combustibile del desiderio.

Le leggi dell’attrazione
Visto che il desiderio carnale ha un ruolo tanto importante nei romanzi di Diana Palmer, è il caso di fare qualche osservazione più da vicino.
Innanzitutto, PM e PF hanno pregressi molto diversi. Laddove il PM ha stesi trascorsi di relazioni disimpegnate ed edonistiche, al contrario la PF non ha la benché minima esperienza in materia di sesso, solo qualche vaga cognizione teorica.

La trama, che conduce PF e PM alla felice  unione, traccia dunque due percorsi diversi:
> per la PF, il percorso è di iniziazione alla sessualità (l’apertura del vaso di Pandora);
> per il PM, invece, il percorso è quello inverso della limitazione della sessualità alla situazione regolamentata del matrimonio (quasi che nel suo caso, invece, il vaso di Pandora andasse chiuso).

Perciò il desiderio carnale è presentato come una forza fondamentalmente ambigua, potente ma proprio perciò pericolosa. Il sesso completa la nostra esperienza dell’essere umani, ma non può essere fine fine a se stesso, deve essere solamente un mezzo rivolto alla società.

[continua]

A proposito del rosa | Diana Palmer /2

La protagonista femminile
Anche le protagoniste femminili (PF) si ripetono di romanzo in romanzo, rispondendo ad un modello ben determinato. Sotto molti aspetti sono più slavate della controparte maschile, ma penso che anche i margini di vaghezza siano funzionali a consentire la proiezione delle lettrici nel personaggio; probabilmente una caratterizzazione forte sarebbe d’intralcio.

rosa_dp_vignetta3

♀ Pur essendo minuta rispetto al PM, la PF miracolosamente ha gambe lunghe e ben tornite; inoltre il suo fisico è sodo e sinuoso, la carnagione chiara e compatta, gli occhi grandi e splendenti. Il genere di personaggio che non assoceresti all’atto del defecare, per intenderci.
♀ La PF però non valorizza questo suo fisico mozzafiato: predilige invece un abbigliamento pratico e modesto, se non addirittura trascurato. Il motivo di questa indifferenza risiede in una certa estraneità al compiacimento fisico (che sia estetico, alimentare o sessuale).
♀ A questo difetto di fisicità corrisponde un elevato sviluppo morale. La PF ha un carattere gentile e accudente (non si contano i cuccioli randagi adottati), è comprensiva, di norma ritrosa ma combattiva se la causa è giusta. Una crocerossina petulante (il termine gergale è “holier-than-thou“: più santa di te). La sua limitata conoscenza del mondo la porta a fare errori di valutazione, ma le intenzioni sono sempre buone.
♀ Generalmente, la PF ha un livello di istruzione più basso di quello del PM. Se non si ferma al diploma o a dei corsi al community college della zona, gli anni di università sono stati caratterizzati da fatica indefessa. Chissà perché i PM si laureano in scioltezza, mentre le PF devono fare le notti in bianco e sudare freddo prima di ciascuna sessione d’esame.
♀ Un tratto comune delle PF è il minor dinamismo professionale rispetto alla loro controparte maschile. Le loro aspirazioni lavorative sono modeste, del resto in linea con gli studi svolti (contabile, domestica, segretaria). Quelle fra loro che invece hanno studiato, svolgono professioni di cura (infermiera, medico, insegnante) e sono ancorate alla comunità di appartenenza – diversamente dai PM, a loro agio tanto fra cavalli e vitelli quanto fra gli avvocati di Manhattan.
♀ Non di rado la PF ha un retroterra familiare drammatico (genitori e/o fratelli morti in circostanze drammatiche, abbandono, abuso di alcol e droghe).
♀ Il sogno della PF è uno di tranquilla normalità: il grande amore, una bella famiglia non disfunzionale, una casetta con giardino, vita di comunità.

La PF di Diana Palmer è una elegia dell’eccellenza nella medietà: una ragazza della porta accanto, attraente ma non di una bellezza appariscente, le cui aspirazioni si limitano ad una migliore integrazione nella comunità di cui fa parte.

[continua]

A proposito del rosa | Diana Palmer /1

Nel febbraio dell’anno scorso lessi alcuni romanzi rosa sparsi. Avevo vagamente intenzione di parlarne qui su Asaki, ma con la ripresa del semestre la pigrizia ebbe la meglio.
Questo mese ne ho letta un’altra manciata (febbraio potrebbe diventare il mese del rosa XD), ed ho messo a fuoco una caratteristica del rosa scritto in serie di cui non mi ero ben resa conto: le differenze fra autrici sono molto più significative di quelle fra i romanzi della medesima autrice. Le autrici tendono a sviluppare uno stile personale distintivo – ovvero ad usare nei romanzi una certa serie di tropi. Anzi, si potrebbe dire che le autrici di successo sono quelle che sono riuscite a trovare la formula vincente – una combinazione di tropi riconoscibile, che diviene il loro marchio di fabbrica.
In fondo, pensandoci un attimo questa ripetitività dei tropi non deve sorprendere, considerata la prolificità delle autrici di questo genere, che spessissimo anno all’attivo decine e decine di romanzi. Sarebbe impensabile perseguire l’originalità mantenendo questi ritmi.

Quindi, piuttosto che dei romanzi singolarmente, ho pensato che avrebbe più senso parlare di un’autrice e dei suoi lavori presi nell’insieme, e così oggi parlo un po’ della scrittrice statunitense Diana Palmer, oltre un centinaio di titoli dal 1979 ad oggi. Mi sono divertita a cercare la sua formula vincente: cosa caratterizza i suoi libri? Come si distingue dagli altri? A cosa deve il suo successo?

Il protagonista maschile
Il protagonista maschile (PM) ha un ruolo essenziale per il funzionamento della storia, anche più importante della sua controparte femminile. Le autrici lo sanno, e quelle che quelle che sono riuscite ad affermare un proprio stile nel panorama del rosa generalmente hanno studiato attentamente la costruzione della loro tipologia di PM.

rosa_dp_stetson200x150

L’immancabile cappello da cowboy di marca Stetson del PM

♂ Il PM è un cowboy. Cioè a volte fa tutt’altro nella vita, ma molto spesso è anche un cowboy: se non alleva vacche per professione o nel tempo libero, fa il rodeo (e in tal caso, ha vinto un botto di trofei). Non sto scherzando: il rodeo.
♂ Va detto però che il PM non è un vaccaro qualsiasi, i jeans toppati ed i calzini con l’alluce bucato: nonnonnò, è straricco. Che li abbia fatti allevando bovini, dirigendo un’azienda, o esercitando una libera professione, ha quattrini a palate: vive in un ranch di nonsoquanti acri e guida automobili di grossa cilindrata; magari possiede perfino un jet privato. Per quanti siano, però, se li è guadagnati da solo: la sua ricchezza è una manifestazione del successo sul lavoro.
♂ Non solo è un uomo di successo nella sua professione, ma ha anche studiato bene (è da non credere quanti cowboy con un master ad Harvard galoppino per l’America profonda!)

Virilità2

♂ Fisicamente imponente: il PM è alto e ha un fisico solido grazie all’attività all’aria aperta; il dettaglio che non manca mai è un petto muscoloso e villoso. (Curiosamente, oggidì il pelo è un elemento di appeal celebrato nell’estetica gay. D’altronde quando si insiste molto sulla mascolinità, lì si arriva.)
♂ Il PM ha un carattere duro, con molti spigoli, esigente con se stesso e con gli altri. Sotto questo rivestimento adamantino, però, ha un cuore di panna.
♂ È un uomo di poche parole, e quelle poche taglienti, ma sotto sotto è sensibile e “non si vergogna di piangere”.

Quindi il PM di Diana Palmer è un fustacchione, un tipo ruvido ma sotto sotto anche tenero, membro di spicco della comunità grazie alla direzione di un’attività di successo ed all’istruzione superiore.

[continua]

Love in the Afternoon

Love in the afternoonA febbraio di quest’anno mi sono lanciata in un ardito esperimento di lettura: uno dopo l’altro, ho letto una valanga di romanzi rosa, in prevalenza americani con qualche titoli britannico. Avevo intenzione di condensare tutte queste letture in un paio di post dedicati al genere rosa, ma l’inizio repentino del semestre ha messo sottosopra le mie priorità. Riprendendo in mano appunti e romanzi però mi sono detta che archiviare tutto senza scrivere neanche un rigo sarebbe stato un vero peccato. Così ho scelto cinque romanzi di cui, per motivi diversi, secondo me vale la pena parlare. Ma mi conosco e non credo di avere tempo e costanza di scrivere di tutti e cinque. Inizio con uno; per gli altri si vedrà poi.

Il fortunato è un romanzo uscito in Italia nel 2013 con il titolo Pomeriggio d’amore. Ehm. rabbit-1-smiley-061 Si tratta del quinto e ultimo romanzo della serie degli Hathaway (alla buon’ora mi sono accorta che molti romanzi storici sono organizzati a grappoli con in comune personaggi, ambientazione, e talvolta alcuni problemi che creano la tensione drammatica nei romanzi; ad esempio, nella serie La leggenda dei quattro soldati di Elizabeth Hoyt, il problema centrale è un episodio della guerra fra inglesi e francesi & nativi nelle colonie del Nuovo Mondo, episodio misterioso in cui i quattro protagonisti maschili erano rimasti coinvolti).
La nostra protagonista è Beatrix, la più giovane delle quattro sorelle Hathaway. Tutti gli Hathaway prendono con distacco giocoso le convenzioni sociali del tempo (siamo nel 1856, in pieno periodo vittoriano), ma Beatrix è particolarmente insofferente all’affettazione delle signorine, alle loro chiacchiere di maniera ed al destino di donnina domestica. Alle occasioni mondane non fa mistero di preferire la compagnia degli animali, tanto da spingere qualche gentiluomo della zona a commentare sprezzantemente che sarebbe dovuta rimanere nelle stalle. Tutto il contrario della graziosa Prudence, anche fisicamente: tanto è alta e mora la prima, quando è minuta e bionda la seconda; tanto esuberante e diretta Bea, quanto a modo e scaltra Pru.
L’intreccio inizia ad imbrogliarsi quando uno dei giovanotti sprezzanti di cui sopra, il capitano Phelan, inizia una corrispondenza con Prudence dal fronte della guerra di Crimea, dove presta servizio come fuciliere. Prudence in realtà non ha troppa voglia di rispondere, ma l’intensità delle lettere di Phelan toccano una qualche corda del cuore di Beatrix, che gli risponde a nome di Pru. Inizia così una corrispondenza che si fa via via più intensa e personale per entrambi, motivo per cui Beatrix decide infine di troncarla. Phelan ha ormai deciso di chiedere la mano della sua adorabile corrispondente al rientro in Inghilterra; prima di convolare a giuste nozze, tuttavia, dovrà rendersi conto dell’inganno, perdonare Beatrix, e conciliarsi con la prospettiva di legarsi alla più matta di una famiglia di spostati.

La Guerra di Crimea
Della Guerra di Crimea (1853-1856) non sapevo granché, salvo il poco che avevo sentito a scuola, tutto dal nostro punto di vista italocentrico: la prima occasione in cui il Piemonte riuscì a giocare un ruolo internazionale, e anche una campagna grazie alla quale di determinò quella vicinanza militare con la Francia di Napoleone III che fu determinante per il buon fine della Seconda Guerra di Indipendenza.
Mentre leggevo il romanzo però questa cosa della Guerra di Crimea mi ha incuriosita non poco. Ho guardato qualche documentario, spulciato qualcosina, scoprendo che esiste una miriade di punti di osservazione. Si tratta del teatro in cui Tolstoj ha ambientato I racconti di Sebastopoli, scritti mentre prestava servizio come militare presso la città assediata; fu la prima guerra ad essere coperta da reportage di inviati speciali indipendenti sulla stampa britannica; questi reportage, che potevano essere molto critici dei vertici del governo e dell’esercito, e molto crudi nei loro resoconti delle atrocità della guerra di posizione, ebbero come effetto immediato quello di suscitare l’interesse di Florence Nightingale, e più a lungo periodo quello di portare l’opinione pubblica ed il governo britannici a  ripensare l’organizzazione dell’esercito, i cui ufficiali, fino a quel momento, erano reclutati esclusivamente presso i nobili, ed a prescindere dalla effettiva preparazione militare. Insomma, da approfondire ci sarebbe moltissimo.
Ci sono almeno due documentari inglesi che vale la pena di guardare: The Crimean War (UKTv History, 1997), in tre puntate, che ripercorre le fasi della guerra ed il suo impatto sulla società inglese, [qui]; e la seconda puntata della serie The Victorians (BBC, 2009), intitolata Having it all, nella quale ci si concentra invece sulla trasformazione del modo di raffigurare la guerra attraverso i dipinti del periodo immediatamente successivo: dai toni eroico-trionfali allo straniamento ammutolito dei dipinti di Elizabeth Thompson.

Elizabeth Thompson, Balaclava

Dietro ad ogni grande uomo…
Un altro aspetto interessante del romanzo è la costruzione del protagonista, e dimconseguenza, il suo rapporto di coppia con la protagonista. In linea con la poetica della Kleypas, la mascolinità si identifica con una intensa attività nel mondo. Dice la Kleypas:

He possesses innate strength of character and is self-made or has risen above difficult circumstances.

Siamo dunque lontani dal dandy che si bea della sua nullafacenza, tipico dei protagonisti dei romance storici della generazione precedente, à la Georgette Heyer, per intenderci. Ma non è finita: questa vita activa mondana, naturalmente preclusa alle donne in quel periodo storico, è controbilanciata da una forma di dipendenza dell’uomo nei confronti della compagna.

I loved the notion that a man who was very fierce and powerful could be tamed by the love of a woman.

Questa dipendenza affettiva si coniuga anche sotto forma di una ispirazione al perfezionamento di sé.

And this is the most important quality to me:  I have to feel that the heroine will be able to develop and improve as a person because of his presence in her life. In other words, he and she will encourage each other to achieve individual goals.

Nel caso di Love in the Afternoon, questo sostegno emotivo si traduce in un caso nel sostegno di Phelan all’attività di accudmento degli animali di Beatrix; e nell’altro, nel sostegno di Beatrix al riadattamento alla vita civile di Phelan, ed in particolare al superamento dello stress post traumatico manifestatosi al rientro in Inghilterra.
{Le dichiarazioni di Lisa Kleypas sono estratte da una intervista del dicembre 1998 [qui].}

Traumi del reduce
Tra l’altro, mi chiedevo se questo interesse per i postumi psichici dell’esperienza di uno scenario di guerra potesse essere ricondotto alla cultura popolare statunitense. Negli Stati Uniti, stagioni di intensa attività bellica hanno sempre coinciso con stagioni di riflessione sull’esperienza bellica nella narrativa popolare (romanzi, cinema, fumetto). Una di queste stagioni belliche è iniziata nel 2002, perciò mi chiedo se l’interesse per la guerra che traspare in questo romanzo (come pure nella già citata serie La leggenda dei quattro soldati della Hoyt) non possa rientrare nella conseguente stagione di fascinazione narrativa per la guerra.
Inoltre è interessante che la Kleypas si focalizzi sul privato: non sulle motivazioni che hanno condotto alla guerra, non sulla (disastrosa) gestione strategica, non sugli elementi di modernità introdotti dalla tecnologia bellica e delle comunicazioni; bensì sui traumi del reduce, sulle abitudini e sulle ferite riportate a causa dell’esposizione prolungata alla vita in un contesto di guerra. La Kleypas si concentra su un aspetto della guerra con il quale entrano in contatto anche le donne, ovvero la sofferenza del loro compagno. Beatrix legge della Guerra di Crimea sui gornali, ma entra realmente in contatto con il significato umano della guerra tramite le lettere e poi la convivenza con il capitano Phelan.
Con la sintesi pragmatica, talvolta tacciata di faciloneria, degli anglosassoni, la Kleypas offre anche una formula di auto-aiuto per superare il trauma:
«The trick was forgetting about what she had lost… and learning to go on with what she had left.»(p. 197)
Ovvero: quel che è fatto è fatto, occorre accetare le perdite ed imparare a vivere serenamente lo stesso.

Nel complesso, Love in the Afternoon è stato una lettura gradevole e interessante. Non colpisce per la bellezza, certo, ma l’autrice ha mestiere, scrive in una prosa scorrevole, ed è consapevole dell’importanza del ritmo.
L’impressione che mi ha dato è di rispetto nei confronti del lettore. La Kleypas sa che chi compra un suo libro vuole trascorrere un paio d’ore di evasione in un mondo di fantasia fatto di bei vestiti, buone maniere e struggimento romantico, il tutto insaporito da una spolverata di sesso, senza però scadere nel cattivo gusto (su cosa costituisca il buono e il cattivo gusto nel sesso del romanzo rosa si potrebbe discutere a lunghissimo); dopotutto, è il tipo di storia che lei stessa legge ed apprezza. Non guarda dall’alto in basso i lettori con queste aspettative. Sa di non essere né Proust né Joyce, ma non se ne cruccia e confeziona per i suoi lettori storie nel complesso ben strutturate e ben raccontate. Si tratta anche questa di una forma di integrità, penso.

Titolo: Love in the Afternoon. The Hathaways 5
Autrice: Lisa KLEYPAS
Editore: St. Martin’s   Anno: 2010   342 pagg.
ISBN: 9780312605391

Edizione italiana
Titolo: Pomeriggio d’amore
ISBN: 9788852038938

Cinquanta sfumature di grigio

Fifty Shades of Grey - anobii.comÈ parecchio tempo che non posto niente: questo perché è da parecchio tempo che non scrivo. Il trasferimento quaggiù mi ha scombinato molte abitudini, fra cui quelle di lettura e scrittura. Per dirne una, la sostituzione dei libri cartacei con l’e-reader è stata una scelta senza alternative, ma la perdita dei riferimenti visivi e materiali della pagina continua a disturbarmi.
Però il mio leggere, prendere appunti e, talvolta, scrivere mi manca, e così, cercherò di approfittare delle scintille di giocosa polemica scaturite durante alcune chiacchierate con delle amiche per sforzarmi di scrivere qualcosa su un libro che, già solo per le dimensioni della platea dei suoi lettori (e soprattutto lettrici) merita di essere guardato più da vicino.

Ma partiamo dall’inizio: di cosa parla il romanzo? Tutto comincia con l’incontro fortuito fra l’innocente Anastasia, universitaria alle prime armi nelle relazioni con l’altro sesso, ed il prestante ventisettenne megapresidente globale di un vasto impero imprenditorial-finanziario non meglio delineato, ovvero il Signor Grey del titolo. L’incontro è un colpo di fulmine per entrambi, e superate rapidamente le mezze resistenze di ciascuno (Anastasia, intimidita dalla posizione di lui, stenta a credere di poter essere interessante ai suoi occhi, mentre Christian, vedendola tanto inesperta, è riluttante a coinvolgerla in una relazione torbida con lui), i due prendono a rotolare fra le lenzuola ad ogni pié sospinto, sperando entrambi di trasformare quelle rotolate in una relazione stabile: nella classica cenerentolata lei, in un rapporto bdsm lui. Le rotolate continuano fino a che Anastasia non prende atto dell’incompatibilità delle reciproche aspettative e repentinamente si allontana da Christian.

La trama non dice granché, lo spessore letterario della prosa è inesistente, ed i personaggi riprendono i tratti stereotipici del genere rosa di consumo: ingenua e romantica lei, lui straricco e fin troppo esperto in materia di sesso, ma sotto la scorza di uomo di mondo emotivamente vulnerabile. Tutto già visto e sentito.
Questo non vuol dire che nel romanzo non ci sia niente di interessante: cose da osservare ce ne sono parecchie. Ho cercato di isolarne solo alcune, quelle che saltano maggiormente all’occhio.

Giochi di potere
Partiamo da quello che imho è senza dubbio IL tema centrale del romanzo. Non l’amore, non il sesso, non la trasgressione, ma il gioco di potere che si dispiega nella relazione fra i nostri, in tutta la sua ambivalenza.
Christian vuole instaurare con Anastasia un rapporto di dominazione bdsm; i rapporti bdsm si basano sulla cessione volontaria e consapevole da parte di un contraente della signoria sulla propria persona all’altra parte; questo dovrebbe gratificare il senso di controllo dell’uno e rilassare l’altro scaricandolo da ogni responsabilità tramite l’esperienza di una completa passività.
Tuttavia nel rapporto con Chirstian, che in realtà non giunge mai a questo punto, Anastasia prova una forma di empowerment inverso (non nuovo a tanta narrativa rosa/erotica femminile): Anastasia trova la propria affermazione nella coscienza di suscitare in Christian piacere e desiderio.

«…this is my power, this is what I do to him, and it’s a hedonistic, triumphant feeling.» (p. 349)

Parla addirittura di una «inner goddess», una specie di personificazione della sua libido, che risponde all’eccitazione dell’atto, ne anticipa il piacere, si abbandona ad esso incondizionatamente, e si compiace del potere di dispensarne a propria volta.
È invece al di fuori delle pratiche sessuali che Christian esercita maggiore controllo sulla vita di Anastasia: la fa tenere sotto controllo per timore che possa capitarle qualcosa, o che possa attirare le attenzioni di qualcun altro; inoltre provvede ai suoi pasti, alla sua salute, e la riempie di regali costosi (penso che tocchi l’apice quando le vende il maggiolino e le fa dono di un bolide sportivo, senza nemmeno lo scrupolo di interpellarla). A tutto questo Anastasia risponde con crescente inerzia: in un primo momento a parole fa fuoco e fiamme, ma un istante più tardi è pronta a godersi i vantaggi materiali del tenore di vita che lui, un multi-multi, può e desidera offrirle.
Quando le converte un biglietto aereo da economy a prima classe, la prima reazione di Anastasia è: «Damn Christian Grey, interfering control freak – he just can’t leave me well enough alone.» Ma poche righe più in basso si corregge: «With each sip of Moet, I feel slightly more inclined to forgive Christian and his intervention.» (p. 388)

Il sesso
Il sesso è una componente quantitativamente signficativa del romanzo: fra i due protagonisti c’è subito una forte attrazione fisica che, dopo qualche schermaglia, trova sfogo e sollievo nella consumazione di rapporti via via più esuberanti, in ogni luogo e in ogni lago. X,,D
La James si trova a questo punto ad affrontare il dilemma di tutti gli autori di erotica: titillare il lettore rendendo in certa misura straordinario l’ordinario, ma allo stesso tempo conservare un qualche senso di credibilità, per non rischiare di scadere nell’assurdo. Non si tratta di un’impresa banale, ma siccome la James non sa scrivere e non se ne rende conto, non si pone il problema e non fa che accumulare descrizioni meccaniche, talvolta risibilmente velate dai pudori della voce narrante di Anastasia (cose del tipo «mi tocco là»: attenta ragazza, potresti andare all’inferno per tanta trasgressione) alla quale però basta la minima iniziativa di lui per toccare i vertici dell’eccitazione. Continuamente.
rabbit-1-smiley-064
A proposito di Anastasia, incarna a tal punto il binomio stereotipico donna angelicata/prostituta da avere un rapporto quasi schizofrenico col sesso: adora il sesso spinto con Christian («This is not making love, this is fucking – and I love it.» p. 372), ma questo stesso desiderio in lui le sembra sbagliato, perverso e malato, e coltiva la speranza di riuscire a guarirlo, salvarlo; e quando questa missione le sembra infine al di sopra delle sue possibilità, lo pianta in asso dandogli del perverso, ma le esce di mente quanto le piacesse farsi frustare e scopare bendata.
(Ah, e ovviamente lui è superdotato. Una precisazione che la James avrebbe potuto risparmiarsi, perdipiù considerando che viene da una fanciulla alle prime armi e che quindi non dovrebbe avere in teoria molti termini di paragone. Ma che è sensata se non si pensa a Christian come ad un personaggio, bensì come ad una fantasia.)

Il principe azzurro
Cinquanta sfumature non ha un ette di credibilità, ma a ben vedere non è questo ciò a cui aspira: quello che cerca di fare è risponde ad una fantasia precisa. Non si tratta semplicemente dell’aspirazione a trovare l’anima gemella, bensì del desiderio di essere scelta e di compiere una scalata sociale: trovare il Principe Azzurro. Christian è un principe azzurro dei nostri tempi: giovane, bello, straricco, protettivo, è un virtuoso del sesso e si preoccupa della fame nel mondo; poteva mancare il Pisello d’Oro? No che non poteva, e la James puntualmente glielo fornisce.
Ora, se il pubblico femminile ha accolto le Cinquanta sfumature con tripudio, significa che la fantasia di una relazione fortemente impari in cui il maschietto possiede tutti gli atout riscuote ancora un certo successo; la James non ne ha colpa, non fa che sfruttare ciò che già c’è, ma è sconfortante.
Sconfortante a maggior ragione considerando che tanto Anastasia quanto i lettori di Christian in realtà sanno poco e nulla: non sappiamo che senso dell’umorismo abbia, se preferisca i cani o i gatti, cosa lo faccia ridere di cuore e che impressione dia in quel momento, cosa non manchi mai nel suo frigorifero, quali erano i gruppi musicali che amava di più da ragazzo, non sappiamo come sia diventato amico del suo migliore amico alle elementari, se i genitori lo portassero in chiesa da bambino e con che stato d’animo attendesse la marea del parentado alle feste comandate. Non sappiamo se i film dell’orrore gli facciano paura anche da adulto, o se ci sia una cravatta che gli piace ma non metterebbe mai in ufficio. Non lo sappiamo noi e non lo sa Anastasia. Il personaggio di Christian non è che un fantoccio di bell’aspetto, e né noi né Anastiasia possiamo provare per lui un’attrazione che non sia superficiale.

L’eros sta tutto nelle fantasie e nei desideri dei lettori, e o si entra in risonanza con quel tipo di immaginario lì, del fustacchione straricco, focoso e possessivo, o le Cinquanta sfumature non saranno altro che un romanzaccio scialbo concepito male e scritto peggio.
ConiglioPazzo040

Titolo: Fifty Shades of Grey
Autrice: Erika Leonard JAMES
Editore: Arrow Books Anno: 2011 514 pagg.
ISBN: 978-0-09-957993-9

Il gioco degli equivoci

Da qualsiasi parte lo si guardi, sembrerebbe proprio uno di quegli oggetti da diporto altrimenti chiamati “libri”. Ha una copertina con gli spigoli lievemente smangiati, pagine ingiallite ed ammorbidite dal tempo, caratteri a stampa allineati in buon ordine. Niente di sorprendente, a prima vista. Bisogna aprirlo ed immergersi nella lettura per scoprire che in realtà si tratta di un wormhole editoriale: ero appena salita in metropolitana e dopo un batter di ciglia erano passate quasi cento pagine e non so quante fermate! In capo a due giorni ho sperimentato diverse sparizioni di tempo ^^’ ed ho finito il romanzo.

Siamo nei primi dell’Ottocento, e la giovane Arabella Tallant, figlia maggiore di un modesto pastore (nel senso di sacerdote) dello Yorkshire viene spedita a Londra per cercare marito. Visto che la famiglia non è ricca dovrà fare un buon matrimonio, per poter frequentare la buona società e soprattutto farla frequentare alle sue sorelle e consentire anche a loro di sposarsi (cosa che non era affatto scontata ai tempi).
Durante il viaggio la sua carrozza si guasta ed è costretta a chiedere ospitalità per qualche ora in una casa delle vicinanze. Siccome è una fanciulla graziosa e ammodo, il padrone di casa la accoglie di buon grado. Qui Arabella fa la conoscenza di un altro ospite: Robert Beaumaris, senz’altro un personaggio in vista del Bel Mondo londinese, ma piuttosto sgradevole nei modi nei confronti della ragazza. Per prendersi una piccola rivincita, Arabella si spaccia per una ricca ereditiera, e dopo averlo trattato dall’alto in basso a propria volta riparte per Londra.
A Londra però l’aspetta una scoperta raccapricciante: la prima, che Robert Beaumaris non è semplicemente un personaggio in vista, ma IL personaggio più in vista del Bel Mondo, soprannominato l’Ineguagliabile per la sua immensa ricchezza, estrazione sociale e ruolo riconosciuto di arbiter elegantiarum in ogni aspetto della vita mondana; si trattava quindi dell’ultima persona al mondo che le sarebbe convenuto insolentire. La seconda scoperta è che tutta Londra sembra aver sentito parlare delle sue favolose ricchezze, ed in men che non si dica si trova tallonata da presso da tutti i nobilastri spianati ed i cacciatori di dote della città. Un bel ginepraio per una ragazza che puntava tutte le sue carte su un matrimonio conveniente.
Curiosamente Beaumaris non sembra essersi offeso per il trattamento subìto durante il loro primo incontro, ed anzi prende a frequentare Arabella, apparentemente determinato a renderla alla moda, ma più probabilmente per prendersi gioco di lei. Inizia così la stagione londinese di Arabella, da un ricevimento a un ballo, da una passeggiata al parco ad un’esposizione di quadri, alla difficile ricerca di un marito.

Letta così, la trama non sembra sufficiente a spiegare l’effetto-aspirapolvere del romanzo, che risucchia il lettore in maniera irresistibile. Non so spiegarmelo del tutto, ma deve avere a che fare con la miscela di tensione e divertimento, una trovata della Heyer che funziona a meraviglia.
Nel narrare la sua storia, è come se la Heyer tenesse il piede in due staffe: per un verso segue le avventure di Arabella e partecipa dei suoi dubbi, delle sue apprensioni e del suo divertimento a contatto con la vita mondana londinese; per un altro si prende gioco di lei e di tutti i personaggi che si muovono nella società della Reggenza: quasi tutti infatti paiono dei figuranti intrappolati inconsapevolmente in una grande messa in scena. La Heyer ne sembra affascinata, sembra compiacersi dell’eleganza, del garbo, della delicatezza, di cappellini, nastri, panciotti e carrozze, ma allo stesso tempo sorride sorniona delle incoerenze, delle piccole ipocrisie, della stupidità dei personaggi che vi si muovono.
Il personaggio che più di tutti incarna questa duplicità è Beaumaris, al tempo stesso damerino azzimato che detta gusto in materia di nodi di cravatta ed un osservatore scettico della fatuità da cui è circondato.

Sebbene i romanzi della Heyer siano stati accostati spesso e volentieri a quelli della Austen, imho si tratta di un’associazione non del tutto calzante. E’ vero che la Austen fa uso di una sottile vena ironica, ma i suoi personaggi, così come lei stessa, rimangono strettamente legati a certi principi di buon costume e di morale. Da questo punto di vista la Heyer si dà molti meno vincoli: segue i suoi personaggi quando giocano d’azzardo, fanno calcoli interessati e si comportano deplorabilmente, e consente loro di ingannare deliberatamente la persona amata per secondi fini tutt’altro che commendevoli. La Austen lascerebbe mai entrare Anne Elliot in una casa di tolleranza, o Fanny Price in una bisca? Jamais. A qualcuno consente delle trasgressioni, ma gli riserva poi un trattamento severo.

Una chicca a parte sono le note a pié di pagina della traduttrice, Anna Luisa Zazo, che dissemina la storia dei suoi commenti aggiungendo ironia all’ironia della Heyer. Non so se si tratti di un comportamento ortodosso da parte di un traduttore, ma ho ghignato così tanto che sarei incline alla clemenza, in ogni caso.

Autrice: Georgette HEYER
Editore: Mondadori Anno: 1980 (Edizione originale: 1949) 226 pagg.
Titolo originale: Arabella
Traduttrice: Anna Luisa Zazo
ISBN (di un’edizione più recente): 978-88-60616593