Armi, acciaio e malattie

Armi, acciaio e malattie - www.anobii.comHo già letto e parlato di un altro libro di Diamond (post), ma questo lo precede sia cronologicamente che sotto il versante del metodo.
La domanda da cui nasce la corposa elucubrazione di Diamond è molto semplice ed è la seguente: perché proprio ne lcontinente eurasatico si è avuto uno sviluppo culturale e tecnico più rapido che altrove? Perché sono stati gli Europei a sbarcare per i primi in America e non viceversa?

La risposta di Diamond è ricca ed articolata, e naturalmente vale la pena di soffermarcisi.
Curiosamente, si può cominciare da un'osservazione di antropologia politica in merito all'organizzazione che si possono dare le varie società: la banda, ovvero un gruppetto autonomo che può comprendere all'incirca una quarantina di individui, è quello meno diversificato al proprio interno e quello che si incontra più frequentemente presso i popoli cosiddetti "primitivi"; ciò che si osserva è che generalmente si riscontra presso società che si sostentano grazie a caccia e raccolta, ovvero che non praticano l'agricoltura stanziale né l'allevamento. A cambiare tutto, a consentire la nascita di organizzazioni sociali più articolate e differenziate al proprio interno, sarebbe stato il surplus del prodotto agricolo (un traguardo raggiunto dopo svariate generazioni di contadini, dato che inizialmente l'agricoltura era sorprendentemente poco produttiva). Il surplus consentiva di liberare un certo numero di braccia dal lavoro nei campi e di impiegarle altrove: per formare un esercito, una classe politica, dei burocrati per la gestione di un apparato sempre più complesso.
La domanda però rimane: perché in Eurasia sì ed altrove no? Dati archeologici alla mano, Diamond risponde con semplicità: perché in Eurasia c'erano migliori condizioni materiali. Esistevano allo stato selvatico il maggiore numero di specie animali e vegetali più adatte alla domesticazione presenti sul pianeta. Gli antenati di mucche, cavalli, polli, riso, frumento e molti altri sono originari dell'Eurasia, mentre piante ed animali presenti altrove si prestavano allora e si prestano ancor oggi assai poco all'allevamento ed alla convivenza con gli uomini (basti pensare alle difficoltà presentate dal tenere in stalla iene ed ippopotami).
Inoltre l'allevamento, con la convivenza di uomini e bestie che comportava, ha fatto sì che le popolazioni del Vecchio Mondo siano state continuamente flagellate da insidiose malattie di origine animale (vaiolo, influenza e morbillo, per citarne qualcuna), alle quali divennero molto più resistenti; mentre la scarsità di ostacoli interni alla comunicazione ed al commercio (relativa scarsità, se confrontata con altri continenti) avrebbe consentito la diffusione, appropriazione e rielaborazione di idee, capacità tecniche, e non ultimo malattie, ad ampio raggio, cosa che non poté avvenire altrove.
In breve, Diamond sostiene che se gli Eurasiatici sono riusciti storicamente a prevalere, non è stato perché fossero più belli o più bravi, ma perché – nel complesso – hanno saputo sfruttare le condizioni materiali più favorevoli che l'ambiente aveva messo loro a disposizione.

Una delle critiche in cui il libro di Diamond si è imbattuto è di "determinismo geografico", ovvero di sostenere l'esistenza di una stretta relazione di causa-effetto fra caratteristiche ambientali e tratti socio-culturali dei popoli che vi abitavano, ma non credo che si tratti di un'accusa fondata. Richiamare maggiore attenzione all'indagile sulle condizioni materiali che hanno consentito il determinarsi di eventi storici o fenomeni culturali non equivale ad instaurare un rapporto di diretta filiazione fra questi ultimi ed i primi. Non bisogna dimenticare che la presenza di certe condizioni comporta la possibilità che i fenomeni abbiano luogo, non l'assoluta certezza: le società umane sono entità complesse, e non basta certo la presenza di un fiume o di una montagna per determinare in maniera univoca il modo in cui si configurerà in conflitto intergenerazionale, od il modo in cui sarà rappresentato il male. Peraltro, non è questo ciò che Diamond sostiene, e credo che tenere in considerazione anche i fattori materiali ci aiuterebbe a disintossicarci dal malinteso hegelismo che ci viene implicitamente propinato a scuola quando si studia storia. Insomma non pensiamo solo allo spirito, ma anche allo stomaco.
Un altro mito di cui Diamond aiuta a liberarsi è quello del buon selvaggio in armonia con la natura (ed ancora meglio lo fa nel suo libro Collasso): non si contano infatti le specie animali sterminate dalle bande di cacciatori-raccoglitori nel corso della Preistoria ed anche in seguito, con effetti deleteri sugli sviluppi successivi. Basti pensare che in Centro e Sud America si conosceva la ruota ma non la si usava per il trasporto, perché non c'erano animali abbastanza grandi e docili a cui attaccare un carro, e visto che non c'erano nemmeno i cavalli, tutti gli spostamenti dovevano avvenire a piedi.
La lettura è consigliatissima, assai gradevole grazie allo stile spumeggiante dell'autore, mentre i vari argomenti, come in Collasso, sono ben circostanziati. C'è solo un punto che mi ha lasciata veramente perplessa, a pagina 196, quando, nel presentare i fattori socio-culturali che incoraggiano l'innovazione tecnica e tecnologica, cita il sistema dei brevetti (mentre io sono del tutto persuasa che l'appropriazione di novità intellettuali e tecniche è più rapida se non deve pagare pedaggio, come peraltro no nha fatto fino all'Ottocento) ed il capitalismo avanzato, «organizzato in modo tale da rendere redditizio l'investimento in ricerca e sviluppo»: non so se sia lui od una larga fetta dell'imprenditoria italiana ad avere ragione, ma in questo tessuto socio-economico capitalistico avanzato (sempreché lo sia) ricerca e sviluppo non figurano esattamente fra le priorità.
Che altro dire? Leggetelo, merita senz'altro e le pagine voleranno.

Titolo completo: Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni
Autore: Jared DIAMOND
Editore: Einaudi   Anno: 2006 (Edizione originale: 1997 e 2005)   400 pagg.
Titolo originale: Guns, Germs and Steel. The Fates of Human Societies
Traduttore: Luigi Civalleri
ISBN: 978-88-06-198354-7