Il Sergente nella neve

Il Sergente nella neve - www.anobii.comSin dall'inizio avevo deciso che sarebbe stato questo il mio libro per l'inverno; ero anche convinta che ne sarei stata entusiasta. L'entusiasmo atteso però non è arrivato, e parlare di questo libro è diventato strano e difficile. Certo, mi è piaciuto, ma l’asciuttezza quasi scorbutica delle frasi ha reso l’avvicinamento problematico, quasi fosse sgradito al narratore. Come se avesse voluto dire: immagina e compatisci in un altro momento; adesso ascolta.

Il Sergente nella neve ripercorre la disastrosa ritirata della disastrosa spedizione dell'esercito italiano in Russia, durante la Seconda Guerra Mondiale. Rigoni era un sottufficiale di collegamento negli Alpini, distaccato in un avamposto in prima linea; la prima parte del libro è dedicata alla guerra di posizione del suo reparto: il cibo da trovare, a volte un po’ fortunosamente, lavarsi e radersi, tenere sufficientemente in ordine l’artiglieria, ed adoperarla talvolta per ricordare la propria presenza, né silenziosa né quiescente, ai russi sullo schieramento opposto. Si tratta di una situazione di stallo in cui la guerra non emerge come prova di forza di diverse posizioni ideologiche, e nemmeno come partita strategica aperta fra le forze in campo, ma solo sotto forma di condizioni molto particolari in cui vengono inseriti degli uomini per lo svolgimento delle loro litanie quotidiane.
La seconda parte del libro invece inizia con la ritirata resa necessaria dallo sfondamento delle linee da parte dei russi: rimanere all’avamposto avrebbe significato rimanere accerchiati senza più alcuna speranza di tornare. Così Rigoni ed i suoi si mettono in marcia, portando con sé artiglieria, vettovaglie e quant’altro fossero in grado di portarsi dietro; questa zavorra viene abbandonata per via man mano che la situazione disperata richiede la piena attenzione degli uomini nella semplice, eppure estenuante ed essenziale impresa di poggiare i piedi uno davanti all’altro, per km e km, giorni e giorni, tanti e tutti uguali che non è più nemmeno possibile contare. Rigoni smarrisce e ritrova i suoi più volte in mezzo al biancore che divora ogni cosa. Ogni tanto raggiunge un gruppetto di case e si ferma in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti, od a guardarsi le spalle dalle colonne russe al loro inseguimento.
È proprio in uno di questi villaggetti che ingaggia battaglia con una pattuglia russa: lo scontro dura l'intera mattinata, senza esclusione di colpi. Fattasi ora di pranzo, Rigoni si arrischia fuori, nei viottoli che si insinuano fra le casupole in abbandono, e dietro ad una delle porte sconnesse trova ospitalità: delle contadine stanno servendo la zuppa ad un gruppetto di uomini seduti tutt'intorno alla tavolata. Rigoni li guarda bene, e vede che sono i soldati russi. Essi a loro volta lo guardano, e vedono che si tratta di un soldato italiano. Nessuno proferisce motto. Rigoni riceve il suo piatto di zuppa, si siede e la sorbisce in silenzio, quindi si alza e se ne va. Nessuno lo ferma, tutti con gli occhi rivolti verso la zuppa calda.
Questo è uno degli episodi più famosi del libro, che credo abbia trovato spazio in quasi tutte le antologie per le scuole del Regno. Non immeritatamente, a mio modesto parere.

Vorrei leggere altro di Rigoni Stern. Fortunatamente ha scritto parecchio, e credo che non mancherà occasione, specie ora che la sua scrittura secca e condensata non costituirà più una sorpresa spiazzante.

Autore: Mario RIGONI STERN
Editore: RCS Quotidiani / Il Corriere della Sera Anno: 2003 (Edizione originale: 1953) 139 pagg.
ISBN: 978-88-7285-578-9 (edizione Einaudi)

Annunci

Autunno

Autunno - www.anobii.comQuest'anno mi sono preoccupata per tempo della lettura autunnale, ma ho procrastinato parecchio il relativo post. Ho avuto un po' di sfortuna e qualche vicissitudine, ma la colpa è soprattutto mia, ahimé.
Nel corso delle ricercuzze per la sfida delle stagioni, ho scoperto che le stagioni godono di popolarità editoriali molto diverse. I libri estivi e primaverili sono in testa alla hit parade, quelli invernali non se la cavano male, grazie alle tematiche natalizie, mentre le storie autunnali languono senza speranza in fondo alla classifica.
Chissà perché.  L'autunno, con il suo tripudio di colori soffuso di malinconia, è decisamente la mia stagione preferita. Mi piace camminare per le vie del centro scaldandomi le mani con un cartoccio di caldarroste, e mi piacciono i piatti che richiedono l'accensione del forno; mi piace l'odore della legna che brucia nel camino e rifugiarmi sotto il piumone. Da piccola mi piaceva riprendere la scuola (ora sono meno entusiasta di riprendere università e lavoro). Insomma, ai miei occhi l'autunno possiede un fascino indiscutibile.

E' una malinconia diversa, allusiva al sonno che prelude alla morte, quella scelta da Delerm per rappresentare l'ideale estetico di Dante Gabriel Rossetti. Sebbene Autunno ambisca a raccontare le vicende del movimento preraffaellita nel suo complesso, con un'attenzione particolare alla trasformazione dell'effervescenza giovanile in riconoscimento consolidato, istituzionalizzato, i protagonisti assoluti rimangono Rossetti e la sua modella e musa: Elizabeth Siddal. Gli altri personaggi, da John Everett Millais a John Ruskin, rimangono dei comprimari ai limiti del macchiettismo, nonostante lo sforzo di Delerm si staccare pagine di lirismo anche per loro. Si segnala per inutilità e superficialità la comparsata allocchita del reverendo Charles Dogson, piuttosto imperdonabile per Delerm.
Curiosamente il personaggio più intrigante è proprio quello di Elizabeth Siddal, modista diciottenne diventata modella quasi per caso; affascinata dal mondo dell'arte e dalla propria immagine dipinta con le sembianze di santa, eroina, ideale intangibile e sfuggente, rimane imprigionata nel gioco dell'immaginazione di Rossetti al quale si era coscientemente prestata. Decide di incarnare quegli ideali crepuscolari che ispirano il suo artista e di vivere per sempre attraverso le sue tele, rinunciando in cambio ad ogni possibilità di essere amata per se stessa. Dante Gabriel Rossetti invece rimane enigmatico dal principio alla fine: forse dovrebbe incarnare un prototipo di artista maudit, ma non si capisce per quale ragione debba esserlo. Di lui si dice che beve, gira per bettole ed abusa di sostanze, ma non si accenna ai motivi di tanto turbamento. Il personaggio è interessante, anche coerente, ma manca interamente di movente. O forse è proprio questa assenza di motivazioni per vivere a costituire la ragione del suo malessere?

Non saprei, il libro mi ha lasciata perplessa. Delerm prende un periodo e dei personaggi di per sé interessanti, li impacchetta ben bene nella bambagia infiocchettata del suo stile di scrittura decisamente votato al lirismo, ma sin troppo spesso gli interventi di questo o quel personaggio sembrano artati per giustificare una nuova giravolta di metafore, orpelli, trine e bellurie stilistiche.

"Autunno il talento, l'amore, la solitudine, l'amicizia, e l'acre nostalgia per tutti gli impossibili. Autunno la sera che scende, che avvicina l'ombra e la luce. Autunno il passato, l'odore dolceamaro delle foglie cadute. Due uomini in Hyde Park. Gli alberi hanno il loro colore. La nebbia li confonde." (p. 241)

Autore: Philippe DELERM
Editore: Frassinelli   Anno: 2002 (Edizione originale: 1990)  243 pagg.
Titolo originale: Autumn
Traduttrice: Alessandra Emma Giagheddu
ISBN: 978-88-7684-702-8

La bella estate

La bella estate - www.liberonweb.itSfida delle stagioni, Primavera-Estate (150x148)

Mi sono accorta d'imporvviso che manca assai poco ormai all'equinozio, e che ancora non figurava nel mio palmares la lettura dell'Estate! Presa com'ero dalla preparazione degli ultimi esami, mi sono lasciata guidare dalla pigrizia nella scelta di un libro a portata di mano, che attendeva pazientemente a scaffale solamente di essere letto.

Siamo in estate ed a Ginia i suoi sedici anni e le serate fatte apposta per uscire con le amiche danno un po' alla testa, infondendole una sorta di smania di ridere e divertirsi. In realtà Ginia guarda un po' dall'alto in basso certi modi di fare delle sue amiche, soprattutto le scarse resistenze con le quali paiono concedersi ai morosi, il loro alludere a qualcosa da cui lei è esclusa: per sé sogna qualcosa di diverso. È sull'onda di questa sete di novità che inizia a frequentare Amelia, una ragazza più grande che fa la modella di nudo, ha accesso agli studi di pittore e sembra saperla lunga.
Inizia ad accompagnarla nei suoi giri e così facendo conosce Guido, di cui presto di infatua e per il quale "si spreca", finendo per fare proprio ciò che rimproverava alle compagne, per quanto si giustifichi. Ginia si lascia trasportare, crogiolandosi nel deisderio di essere amata con passione e tenerezza, quasi fosse una realtà e non una speranza di cui lei stessa avverte a tratti l'esilità. Quando, piccata e gelosa di Amelia, si offre di posare nuda per Guido facendo un affronto al proprio pudore, si rende conto di suscitare solamente l'ilarità sia del pittore che dell'amica, la disillusione è bruciante ed il grande amore le appassisce fra le mani.
Qualche settimana nel freddo dell'inverno ormai caduto sulla città leniscono la sua offesa, facendo sì che accetti di essere ormai indistinguibile da tutte le altre.

Ho un'osservazione estremamente sciocca da fare a proposito della letteratura italiana pubblicata tra gli anni '30 e '40: perché mai l'onomastica è così sgraziata? I nomi dei personaggi che abitano nelle pagine di Pavese, Moravia e compagnia mi suonano sempre troppo materiali, troppo mesti, troppo vili. Non so se un'impressione unicamente mia, o se fosse avvertita l'esigenza di "avvicinare i personaggi al popolo" o chessòio…
Chiusa questa parentesi di spudorata superficialità, la cosa che mi ha maggiormente colpita del romanzo breve (o racconto lungo che dir si voglia) è la messa a fuoco molto stretta sui personaggi, i quali sono totalmente privi di orizzonti sia temporali che spaziali: non indugiano in ricordi, non fanno anticipazioni per il futuro (se si esclude qualche sporadico vagheggiamento da parte di Ginia di una felicità nebulosa, che però è solamente un'estensione del suo trasporto presente); anche l'ambientazione è priva di spazi, ed i personaggi si spostano da un piccolo interno all'altro, senza che di alcuno si dia una qualche descrizione. Ne ho ricevuto l'impressione di un presente claustrofobico, opprimente.
Non è il primo libro di Pavese che mi capita di leggere, ed ancora una volta l'ho trovato la sua scrittura attanagliante. Mi chiedo come farò ad arrivare in fondo al volumone di "tutti i romanzi", tornato ad appollaiarsi sullo scaffale.

Autore: Cesare PAVESE
Editore: Einaudi   Anno: 2005 (Edizione originale: 1949)   125 pagg.
ISBN: 978-88-06-17300-5

Un incantevole aprile

Un incantevole aprile - www.bollatiboringhieri.itSfida delle stagioni, Primavera-Estate (150x148)

Dopo uno stagnante impigrimento per colpa del quale ho ignominiosamente trascurato il gioco delle letture in tema stagionale, mi sono finalmente impegnata a riprendere e per questa Primavera mi sono concessa un breve romanzo traboccante di fiori e profumi, tenuto da parte apposta per l'occasione.

Quattro signore diversamente infelici decidono di concedersi una vacanza e lasciano l'uggiosa Londra marzolina alla volta di un maniero italiano immerso in un tripudio di petali colorati, con vista sul golfo spezzino.

Grazie allo stacco dalla quotidianità che ormai davano per scontata, tutte e quattro avranno tempo e spazio per riflettere sul senso delle proprie vite, sulla felicità, sull'amore, e di stringere un'amicizia indissolubile.

Iniziato come una storia deliziosa, in cui la scoperta di sé si intreccia a quella dell'amicizia, e le descrizioni dei paesaggi interiori a quelle della primavera che fiorisce, a poco a poco Un incantevole aprile scivola verso una ricerca del lieto fine simmetrico (tutte eleggono un'amica del cuore, tutte trovano o ritrovano l'amore), quasi una ricetta della felicità fac simile. Per questo man mano che procedevo con la lettura mi sono sentita meno entusiasta, fino alla conclusione che mi è sembrata un po' sbrigativa.
Ad un certo punto del libro una delle quattro riflette sulla bontà dello zucchero, e sul fatto che mangiarlo in continuazione ne rovinerà irrimediabilmente il sapore. Forse l'autrice avrebbe dovuto seguire il suo stesso consiglio.
Non si può però negare la presenza di tocchi realmente pregevoli: ad esempio,  il trasparire in sottofondo degli anni Venti, con la loro instabilità e l'aggrapparsi della buona borghesia alle abitudini, nella convinzione che sia loro il merito di averla traghettata sana e salva fuori dalla buriana della guerra. Solo un lieve accenno, sullo sfondo, nascosto dalle fronde lussureggianti e dai grappoli di fiori odorosi del castello di San Salvatore.

Ho sentito accostare Elizabeth von Arnim a Jane Austen, ma quest'ultima lavora di cesello molto più finemente, e con un'ironia più sottilmente perfida della prima; l'attenzione ai vissuti ed alle piccole cose invece mi ha ricordato Alice Munro, sebbene quest'ultima lasci emergere il racconto con apparente spontaneità, mentre von Arnim non nasconde di tenere la barra del timone. In definitiva mi ha incuriosita, e dal momento che ha scritto moltissimo e che Bollati Boringhieri sta poco alla volta pubblicando tutto quanto, non è improbabile che prima o poi mi conceda qualcos'altro.

«"In vita tua, sei mai stata così felice?" chiese Mrs Wilkins, prendendola per un braccio.
"No", disse Mrs Arbuthnot. Non lo era mai stata, proprio mai, neppure nei suoi primi tempi dell'amore con Frederick. Perché quella felicità era sempre stata minacciata dal dolore, pronto a torturarla con i dubbi, persino col suo troppo amore; mentre questa era autentica felicità, armonia completa con la natura circostante, la felicità che non ha bisogno di nulla, che semplicemente accetta, respira, esiste.» (pag. 61)

Autore: Elizabeth VON ARNIM (Pseudonimo di Mary Annette BEAUCHAMP)
Editore: Bollati Boringhieri   Anno: 1993 (Edizione originale: 1922)   234 pagg.
Titolo originale: The Enchanted April
Traduttrice: Luisa Balacco
ISBN: 978-88-33-90791-8

Addio all’estate

Addio all'estate - www.liberonweb.itNon avrei bisogno di motivi strampalati per leggere altri romanzi, ma per qualche ragione me li cerco lo stesso. Su anobii sono iscritta ad un gruppo di lettura i cui partecepanti leggono libri legati alle stagioni. Ho colto la palla al balzo per leggere il mi primo Bradbury (le mie lacune sono spaventose), ed eccomi qua.

Doug è un marmocchio di quasi tredici anni, a capo di una banda di ragazzini che scorrazza per una sonnacchiosa cittadina di campagna. Calvin C. Quatermain è un vecchio atrabilioso che detesta i ragazzini e che una sorte ironica ha posto a capo del Comitato scolastico o giù di lì.
Il chiodo fisso di Doug è di vincere la guerra contro la vecchiaia, personificata dal tignoso Quatermain; l’ossessione di Quatermain è sbaragliare i ragazzini, primo fra tutti quell’impudente di Doug.
Le offensive dei ragazzi vanno a colpire di volta in volta gli oggetti che ai loro occhi simboleggiano l’oippressione dei vecchi, per convergere infine sul grande orologio cittadino che scandisce con i suoi rintocchi lo scorrere del tempo. Farlo saltare in aria congelando il tempo in una estate senza fine sembra la mossa in grado di decidere le sorti del confitto.
Tuttavia è proprio il tempo, che tesse la propria tela indipendentemente dai desideri dei singoli, a cambiare le carte in tavola nel campo dei due opponenti: Doug e Quatermain prendono coscienza della reciproca temporalità – l’uno invecchierà proprio come l’altro è stato giovane -. e da quel momento non potranno che lasciarsi scivolare verso la fine dell’estate.

Più che dipanare una trama, Bradbury sembra voler raccontare un momento; lascia che le piccole avventure dei vari personaggi si susseguano fino a rendere quel momento non più rimandabile, quasi necessario.
La struttura del romanzo mi ha un po’ disorientata. Il filo del discorso si ingarbuglia, si attorciglia intorno a qualcosa – una parola, un oggetto, un’emozione – mentre altre volte pare sfilacciarsi inspiegabilmente. Non riuscivo a capacitarmi di tanta disunità, quasi che Bradbury non si fosse preoccupato di dare forma ad un intero coerente, eppure il racconto sta insieme.
Nella postfazione Bradbury scrive di aver lasciato i personaggi liberi di fare quel che volevano. Non credo che sia andata così. Piuttosto, immagino che ormai abbia acquisito un tale mestiere da non doversi più preoccupare di cose come la costruzione narrativa per raccontare quel che gli preme.

Non mi ha convinta del tutto, ma riconosco come punto a suo favore la brevità.

Autore: Ray BRADBURY
Editore: Mondadori   Anno: 2008 (Edizione originale: 2006)   176 pagg.
Titolo originale: Farewell Summer
Traduttrore: Giuseppe Luppi
ISBN: 978-88-04-58428-5