Elizabeth and Essex

Elizabeth and EssexElizabeth and Essex è il secondo libro di Lytton Strachey che ho la fortuna ed il grande piacere di leggere. La scorsa estate mi ero concessa la sua biografia della regina Victoria, che avevo trovato incantevole nonostante lo scadimento nella prosaicità dopo la morte di Albert – ma era dovuto alla clausura della vita di Victoria più che ad un deterioramento della scrittura.

Anche Elizabeth and Essex è una biografia, ma non ripercorre l’intera vita di Elisabetta I (1533-1603); si concentra invece su una singola dimensione: il suo intricato rapporto con gli uomini, ed in particolare con uno dei suoi favoriti: Robert Devereux, Earl of Essex (1565-1601).
I Devereux erano stati elevati a conti di Essex dalla stessa Elisabetta, e la loro appartenenza alla nobilità titolata datava appena dal secolo precedente; tuttavia la loro ascendenza poteva risalire fino a John of Gaunt, della casa dei Plantageneti. Si trattava, di fatto, di una famiglia che era ascesa grazie al favore dei Tudor, cosa che Elisabetta, a differenza di Robert, non dimenticò mai.
Robert Devereux approdò a corte appena diciannovenne al seguito del patrigno, Robert Dudley, Earl of Leicester, che raccomandò alla regina il figliastro. Elisabetta, cinquantunenne, si compiacque delle attenzioni del giovane, ed in breve tempo ne fece un proprio favorito. La loro relazione continuò a giocare su questi medesimi binari per anni: da un lato Elisabetta, gratificata dal corteggiamento à la mode di Essex, gli conferiva favori e rendite, cedendo ai capricci di Essex, ma non gli concesse mai una autorità indipendente né favori che non potessero essere revocati; dall’altro Essex cercava di fare uso del proprio ascendente amoroso sulla regina per prendere le redini del governo del Paese, attività per la quale riteneva che la regina, in quanto donna, non fosse qualificata.
Lo squilibrio di potere fra i due fu determinante durante tutto il corso del loro tempestoso rapporto: Elisabetta voleva essere adorata incondizionatamente, mentre Essex in cambio di questi omaggi avrebbe voluto un sostegno politico incondizionato che Elisabetta si guardò bene dal concedergli. In contrasto con la prudenza a volte persino esasperante della regina, Essex aveva un carattere impetuoso ed un atteggiamento sicuro di sé e sfrontato che Elisabetta trovava affascinante in un ammiratore, ma inadatto in un politico. Voleva che stesse presso di lei a corte, a venerarla e dedicarle versi, mentre lei affidava gli incarichi di governo a personaggi meno galanti, ma più competenti e deferenti al suo volere.
Era inevitabile che Essex trovasse la situazione profondamente frustrante, e periodicamente si arrivava alla rottura, con Essex che si ritirava dalla corte fumante di rabbia ed Elisabetta che dopo qualche tempo lo richiamava, incapace di resistere alla sua assenza, con la promessa di qualche beneficio. Le cose andarono peggiorando col tempo e si verificarono episodi sempre più gravi che videro Robert contravvenire agli ordini della regina durante una spedizione militare nonché, da ultimo, un tentativo di rivolta armata per rovesciare il governo della corona che gli costò la vita.

Come già per Vittoria, anche nel caso di Elisabetta, Lytton Strachey compone un ritratto complesso nel quale trovano posto dovere, temperamento, visione e debolezza. La regina è dipinta come un’opportunista, una temporeggiatrice astuta, vanesia ma sempre capace di non lasciarsi abbagliare dai successi di oggi e spingere verso il domani uno sguardo disincantato. Elisabetta emerge come una politica scaltra e prudente, ed una donna desiderosa di affascinare; una regina che vuole essere obbedita come un re e vezzeggiata come una principessa. A colpirmi maggiormente di questo ritratto è stata la libertà con la quale Lytton Strachey l’ha concepito: si avverte un intenso rispetto nei confronti della regina in quanto materia di studio e scrittura, ed al contempo una totale assenza di riverenza.
Con la medesima onestà LS descrive la corte elisabettiana come un luogo in cui essenzialmente coesistevano sonetti e clientelismo, tortura e contraddanze. È forse una nostra deformazione vedere in tutto ciò una contraddizione: per gli elisabettiani, la coerenza di insieme di questi elementi diversi era un dato di fatto. O forse questa compattezza è un’impressione trasmessa dalla prosa composta, elegante e sottilmente ironica di Lytton Strachey. Perché LS scrive veramente bene. Mostra un controllo della materia, della parola e delle emozioni sorprendente.

Il libro di Lytton Strachey era un saggio storico per il pubblico del suo tempo, ma siccome dal 1928 ad oggi i criteri che definiscono un saggio storico riconosciuto dagli specialisti del settore sono cambiati, oggi farlo rientrare nella categoria della saggistica è diventato assai più problematico. Per dirne una, nel testo non c’è una sola nota a pié di pagina. LS non cita le sue fonti, il che sarebbe inaccettabile in un saggio contemporaneo. Eppure si è ben documentato, come dimostrano i riferimenti alla corrispondenza fra i vari personaggi. C’è da chiedersi se al suo tempo un certo livello di squisitezza stilistica della scrittura fosse considerato, per la composizione di saggistica di alto livello, un requisito più necessario della notazione puntuale delle fonti.

Ogni volta che mi imbatto in uno di questi autori non di primo piano, ma che magari fra i contemporanei furoreggiavano (e quindi evidentemente capaci di catturare lo spirito del tempo), mi chiedo perché siano ignorati quando studiamo storia della letteratura. Ma forse questo dipende dalla definizione di letteratura, e dunque dalla delimitazione del suo campo: nel nostro ordinamento scolastico, per letteratura si intende puramente il culmine del gesto artistico di scrittura, e quindi è comprensibile che la presenza di autori come Galileo, Darwin o Lytton Strachey entro il florilegio letterario sia oggetto di controversia; ma se per letteratura si intende invece la produzione di testi all’interno di un contesto in cui si intersecano le istanze di autori, lettori e mercato, l’inclusione dei “minori” diviene una conseguenza naturale.
Certo, non tutti i minori scrivono con la sicurezza comme il faut di Lytton Strachey, ma per capire il panorama letterario del Novecento Liala è forse più necessaria di Joyce. (Per quanto la lettura di Dubliners mi dia i brividi di piacere, mentre sulla Liala è meglio sorvolare. Ma si aprirebbe un discorso sul gusto, e su chi abbia i titoli per dettarlo, ed il post di oggi – già lunghissimo – non finirebbe più).

Autore: Giles LYTTON STRACHEY
Editore: University of Adelaide ebooks [qui]

Versione cartacea:
Editore: Penguin   Anno: 2009 (Edizione orginale: 1928)  312 pagg.
ISBN: 9780141390253

L’età dell’ansia

E così eccomi arrivata in fondo al quarto volume della serie della Storia degli Stati Uniti de il Mulino. Avevo in animo di leggerlo con calma il prossimo autunno, ma la partenza mi ha scombussolato parecchi piani, non ultimi quelli di lettura (nonché di gestione del blog).
Il libro di Parrish si occupa del ventennio lungo interbellico americano – un periodo decisivo che ha ridelineato la fisionomia della società, della politica ed anche dell’immaginario americani saldando Ottocento e Novecento. Mi limito a mettere in ordine qualche idea, qualche punto particolarmente interessante.

Gli statunitensi erano emersi dalla Guerra (dalla prima) piuttosto provati. L’economia era in espansione, non c’era penuria di cibo o altro, ma era ormai prevalente un sentimento di stanchezza nei confronti della mobilitazione. Pareva a molti che, approfittanto delle necessità di gestione e coordinamento dello sforzo bellico, il presidente Wilson avesse dilatato la sfera d’intervento del governo ben più di quanto non fosse desiderabile; così, nel 1920 e nelle due tornate elettoriali successive, prevalsero candidati repubblicani che promettevano il ritorno alla normalità ed il rientro nei ranghi del governo federale, ovvero cospicui tagli al bilancio pubblico e maggiore libertà d’azione per le imprese.
L’interventismo pubblico progressista fu sostanzialmente abbandonato, ma persino i presidenti repubblicani degli Anni Venti sostenitori dello Stato minimo come Warren Harding (un pacioso gentiluomo dedito al gioco ed alle donne più che alle beghe fiscali che succedette a Wilson) e Calvin Coolidge (all’opposto del suo predecessore, competente ed austero) si giovarono dell’accresciuto coinvolgimento dell’esecutivo nei processi legislativi lasciato in eredità dal progressismo, sebbene se ne siano serviti soprattutto per ridurre le interferenze del pubblico in campo economico.
E in effetti, nei Ruggenti Anni Venti, le cose sembravano andare a gonfie vele: in tutti i settori la produttività continuò a crescere, ed il mercato fu inondato di beni e servizi alla portata un po’ per tutte le tasche. Fu in questi anni che prese avvio lo sfruttamento su larga scala del petrolio, la distribuzione capillare dell’energia elettrica, la commericalizzazione degli elettrodomestici, la diffusione della pubblicità (fra le proteste dei piccoli esercenti) e delle radio, su cui andavano in onda programmi di informazione, di carattere religioso ma anche puramente di intrattenimento.
Il sogno americano era innanzitutto una promessa di benessere materiale, misurato sulla base dell’accesso al consumo.

Sotto questa crosta di prosperità però l’economia statunitense iniziò a soffrire di una serie di problemi strutturali che la politica di lassez-faire non contribuì in alcun modo a correggere. Tanto per cominciare, gli imprenditori, specialmente quelli agricoli, tendevano a produrre al massimo delle loro capacità, ed in un periodo di produttività crescente, questo significò una rapida disponibilità di beni superiori alla capacità di assorbimento del mercato, con un conseguente crollo dei prezzi ed il fallimento di molte aziende. Gli impiegati nell’industria e nel terziario poterono giovarsi dei cali dei prezzi, anche grazie agli aumenti generalizzati delle loro retribuzioni, il cui andamento però seguì un tasso inferiore a quello della crescita della produttività, mentre le tutele di cui avevano goduto durante la guerra per intervento del governo venivano progressivamente erose dalle aziende.
D’altro canto, c’era anche chi rigettava la cultura urbana e dei consumi ed il tipo di società apertamente più materialista ed edonista che si andava conformando: da un lato gli intellettuali liberal stigmatizzavano l’atteggiamento crasso e compiaciuto dei nuovi piccolo borghesi; dall’altro presso le comunità che vedevano nell’ondata di modernità un’aggressione allo stile di vita al quali erano legati sorsero come funghi associazioni che si prefiggevano come scopo la difesa dei valori “tradizionali”. La più famosa di queste associazioni è il Ku Klux Klan, originariamente fondata negli anni turbolenti della Guerra di Secessione, quindi dissolta riportata in vita nelle comunità rurali wasp del sud e dell’ovest, dove contava milioni di iscritti, fra i quali non mancavano esponenti delle istituzioni ad ogni livello; fu grazie a questi agganci che membri del KKK poterono farla franca nonostante il coinvolgimento in numerose aggressioni ai danni di neri (pare che prendessero di mira in particolar modo i veterani della Prima Guerra Mondiale) e cattolici (ricordo in particolare l’assassinio a sangue freddo di un prete in chiesa). Sarebbe un errore però isolare il KKK dal contesto complessivo: associazioni simili si diffusero ben presto anche presso altre comunità, non ultimi gli immigrati cattolici italiani ed irlandesi (sarei interessata a capire che relazioni ci furono fra queste ultime e l’IRA, molto attiva in quegli anni).

Alla fine del decennio delle notizie allarmanti giunte da New York catapultarono gli Stati Uniti in un’altra epoca.
[continua]

Titolo completo: L’età dell’ansia. Gli Stati Uniti dal 1920 al 1941
Autore: Michael E. PARRISH
Editore: il Mulino Anno: 1995 (Edizione orginale: 1994) 624 pagg.
Titolo originale: Anxious decades: America in prosperity and depression 1920-1941
Traduttori: T. Bonazzi e M. Innocenti
ISBN: 978-88-15-04782-3

Come nasce una dittatura /2

Oltre all’opposizione esterna, rappresentata dai partiti socialisti, dal partito popolare e dalle testate che facevano riferimento ad essi, Mussolini doveva tenere a bada anche la sua maggioranza composita: il listone che aveva la maggioranza in parlamento era composta da fascisti, destra storica, nazionalisti e varie altre forze coalizzatesi in funzione anticomunista che non erano certo desiderose di promuovere la violenza.
Non solo: Mussolini doveva tenere insieme anche il Pnf, di cui Borgognone ricostruisce le due anime: da un lato lo squadrismo di provincia, incarnato da ras come Roberto Farinacci ed intellettuali come Curzio Malaparte, per i quali la timidezza del duce nel rivendicare l’assassinio e proteggere gli assassini era un segno del rammollimento prodotto dai palazzi romani; dall’altro i «revisionisti», nazionalisti sostenitori dello stato centralizzato e dei principi di legge e ordine, che da tempo chiedevano a Mussolini di arginare i raid violenti e l’esaltazione dell’illegalità e del “me ne infischio” degli squadristi.
Tenendo insieme la sua coalizione dando a intendere a ciascuna delle sue componenti di condividerne le istanze, manovrando le fughe di notizie sulle indagini in corso per controllare l’entità dello scandalo che ne sarebbe scaturito, ed alternando minacce alle opposizioni e promesse che la giustizia avrebbe fatto il suo corso, Mussolini riuscì a traghettare la sua compagine attraverso le acque agitate della crisi prodotta dallo scandalo, sempre presentandosi come l’unica figura unificatrice del fronte antisocialista.
In quel semestre anzi colse l’occasione per tutelarsi: in novembre emanò un decreto che consentiva alle forze dell’ordine di ritirare i giornali riportanti notizie atte a turbare l’ordine pubblico ed a fare multe salate; gli attirò le critiche delle componenti moderate del Parlamento, che però preferirono ancora appoggiare Mussolini piuttosto che unirsi alle forze socialiste.
Il tempo passava e Mussolini era ancora al suo posto: il decretò che sospendeva di fatto la libertà di stampa passò, il governo incassò varie volte la fiducia della Camera, ed il 3 gennaio del 1925 si sentì abbastanza forte da uscire dall’angolo passando al contrattacco: nel suo discorso denunciò le violenze dei socialisti, presentò il fascismo come l’ultima sponda del patriottismo e ne rivendicò sprezzantemente la guida.
Iniziò in quel momento la dittatura? Giovanni Borgognone ricostruisce un quadro ancora fluido ed incerto. Le opposizioni erano impotenti perché le istituzioni statali si schierarono con il governo prima ancora dell’approvazione delle «leggi fascistissime». Rotto un tabù con l’omicidio Matteotti, altri esponenti di primo piano delle opposizioni furono pestati ed uccisi; i galantuomini della vecchia classe politica – Giovanni Giolitti, Vittorio Emanuele Orlando ed Antonio Salandra – che avevano continuato a costituire un punti di riferimento, erano ormai decrepiti e morirono di vecchiaia uno dopo l’altro.

Il libro di Borgognone è ottimo: ricostruisce gli eventi con puntualità ma senza perdersi dietro ad ogni virgola e starnuto (l’approcio adottato invece da Renzo De Felice nella sua monumentale biografia, che avevo trovato stroncante), e fornisce di volta in volta informazioni di contorno per contestualizzare il tale evento spicciolo o la talaltra dichiarazione.
Oltre a ricostruire il delitto Matteotti ed i successivi sei mesi di crisi, Come nasce una dittatura compie almeno altre due operazioni:

  1. Restituisce volto e spessore alla figura di Giacomo Matteotti, oggigiorno ingiustamente ricordato solo sotto forma di cadavere propedeutico all’avvento della dittatura fascista o di nome per vie e corsi. Si trattò invece di un uomo onesto, disinteressato e coraggioso, che misurava le parole ma andava in fondo a ciò che intraprendeva. È un peccato che sia ricordato per il modo in cui è morto e non per il modo in cui è vissuto.

  2. Borgognone riporta svariati stralci di discorsi parlamentari e di articoli di giornale, aprendo così una finestra sul discorso pubblico del tempo: sono rimasta affascinata dagli argomenti a cui i vari attori politici facevano ricorso ed ancora di più dalla lingua italiana, che al confronto è invecchiata assai più rapidamente, mentre si potrebbero ritrovare argomentazioni piuttosto simili anche in tempi recenti. Anche uno scribacchino in fez nero si esprimeva in un lessico piuttosto variegato e flamboyant.

Allora, come nasce una dittatura? Perché il fascismo riuscì ad attecchire? Quali furono le condizioni del suo successo? Traendo spunto dalla lettura di Borgognone (ed altri autori) provo a fare qualche ipotesi:

  1. Innanzitutto una crisi economica sufficientemente grave da provocare un arretramento significiativo dello stile di vita e delle prospettive della classe media.

  2. Una grave crisi economica è già di per sé un elemento destabilizzante, ma diviene dirompente in presenza di un sistema politico debole, peggio ancora se infestato da clientelismo, lobbismo ed opacità.

  3. La presenza di un gruppo organizzato che faccia leva su questi due elementi critici proponendosi come “unica soluzione” alternativa ad ogni altro agente politico.

Il fascismo fece esattamente questo: produsse una narrazione conveniente della crisi in corso e si propose come unico movimento politico capace di unire le energie della nazione e proiettare l’Italia in un futuro di prosperità, potenza e normalità; allo stesso tempo fece un uso sia sistematico che istintivo della violenza per annientare ogni opposizione.

«Il regime democratico italiano, secondo i fascisti, aveva dato al popolo l’illusione di essere sovrano, lasciando però di fatto il potere a forze irresponsabili e segrete e respingendo la gente comune ai margini dello Stato. Il fascismo si proponeva pertanto come un movimento politico in difesa del popolo e contro quelle oligarchie di politicanti che, falsando la volontà delle masse, avevano sino ad allora governato a proprio esclusivo vantaggio. Si riteneva giunto il momento in cui la sovranità sarebbe dovuta passare a chi sapeva «decidere» in nome del popolo.» (p. 15)

L’unica vera mancanza del libro è l’assenza di una bibliografia strutturata. Ho preso nota di un paio di titoli (uno, La rivoluzione liberale di Piero Gobetti, l’ho da parte da leggere già da qualche tempo) ma avrei gradito assai di più una bella biografia ragionata. Anche in sua assenza, una lettura ottima.

Titolo completo: Come nasce una dittatura. L’Italia del delitto Matteotti
Autore: Giovanni BORGOGNONE
Editore: Laterza Anno: 2012 265 pagg.
ISBN: 9788842098331

Come nasce una dittatura /1

Un altro incontro del tutto casuale. Durante una breve assenza del commesso della libreria, sceso in magazzino a recuperare i libri che avevo ordinato, il mio sguardo, mai inappetente in prossimità di uno scaffale, si è posato sulla massa giallo zafferano delle costine dell’universale economica Laterza, e questo mi ha subito incuriosita. Ho preso nota di titolo & autore per cercarlo poi in biblioteca, anche se purtroppo l’edizione che ho trovato non era l’economica bensì quella nera e meno sobria della collana in cui è uscito inizialmente.

Me l’avevano sempre raccontata così: il 10 giugno 1924 l’on. Giacomo Matteotti fu rapito e assassinato da un piccolo plotone di squadristi ed il suo cadavere scaricato nella periferia di Roma. Chiamato a riferire in Parlamento, il Pres del Cons Benito Mussolini aveva pronunciato le famose parole «Se il fascismo è stato una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinguere!», assumendosi di fatto ogni responsabilità dell’accaduto; ai parlamentari dell’opposizione, impossibilitati a far valere i più elementari diritti e libertà, non restò che prendere atto dell’inizio della dittatura.
In realtà le cose furono parecchio più complesse di così. Il famoso discorso di Mussolini fu pronunciato solo il 3 gennaio 1925: fra delitti e discorso trascorsero sei mesi – sei mesi pieni di eventi nei quali la maggioranza che sosteneva il governo fu più di una volta sul punto di squagliarsi. Come andarono le cose?

La campagna elettorale del 1924 si era svolta in un clima esasperato: c’era la continua intimidazione delle squadre fasciste, che rompevano comizi ed organizzavano spedizioni punitive contro giornali ed associazioni socialisti; la stampa socialista riportava gli episodi alzando i toni dello scontro, mentre giornali fascisti, conservatori e liberali ridimensionavano gli incidenti come risposte alle provocazioni, come azioni di mantenimento dell’ordine e contenimento del rovinoso radicalismo delle sinistre. Ci furono numerosa violenze anche ai seggi, e la coalizione delle destre stravinse.
Il 30 maggio l’on. Matteotti denunciò alcuni di questi soprusi in un discorso alla Camera con il quale chiese che le elezioni fossero invalidate; sì attirò invece lo sdegno dei parlamentari della maggioranza che degenerò presto in una rissa (niente di nuovo…). Ma la denuncia dei brogli non era l’unico modo in cui l’on. Matteotti costituiva una spina nel fianco per i vertici del Pnf.

«Non solo egli [l’on. Matteotti] intrerpretava il proprio ruolo di oppositore con grande coraggio, ma era anche scrupoloso nel raccogliere informazioni sui traffici in cui erano coinvolti diversi membri dell’esecutivo, incluspo il primo ministro, e le più alte sfere del Pnf. Era pertanto al corrente di aspetti rilevanti dell’affarismo fascista di quegli ultimi anni. Il gruppo dirigente del partito e lo stesso presidente del Consiglio avevano preso parte a operazioni finanziarie che implicavano la distribuzione di tangenti, talvolta finalizzate all’arricchimento personale, più frequentemente a rimpinguare le casse del Partito fascista, quelle del giornale di famiglia dei Mussolini «Il Popolo d’Italia», nonché i fondi segreti del governo. Il deputato socialista da tempo stava seguendo queste piste.» (p. 64)

Non fece in tempo a completare le sue indagini e a denunciare il malaffare prosperato all’ombra del governo fascista: il 10 giugno fu rapito in pieno giorno, malmenato, ucciso e seppellito maldestramente in un sobborgo della periferia di Roma. Gli esecutori non furono una squadraccia fuori controllo, bensì cinque membri della Ceka coordinati da un rispettabile faccendiere del Pnf.
L’immediata denuncia della scomparsa del marito da parte della signora Matteotti fu minimizzata dalla stampa vicina al Pnf, che in un primo momento provò a sgonfiarla descrivendo l’abitudinario on. Matteotti come un tipo strambo con abitudini eccentriche, e successivamente, quando lo scandalo divampò, cercò di presentare il caso come un complotto per diffamare il fascismo.
All’indomani della scomparsa Mussolini aveva promesso all’aula di Montecitorio il pieno appoggio del governo alle indagini per chiarire l’incidente; le indagini condotte dalla magistratura e dalla stampa non filofascista però iniziarono ad indicare con insistenza in direzione di un gruppo di fascisti, quindi del partito, infine dei suoi vertici.
La reazione dei partiti di minoranza fu di abbandonare il Parlamento per manifestarne l’illegittimità e per spingere il re a prendere atto della totale opposizione dell’opinione pubblica al blocco di potere fascista.

«Tutto ciò non riuscì a scalfire l’immobilismo politico e programmatico dell’Aventino, che preferì perseverare nella propria «protesta morale». Alla base di tale posizione vi era in particolare la fiducia negli effetti della pubblica denuncia delle malefatte e dei crimini del fascismo per mezzo dei giornali e nel processo giudiziario ai responsabili immediati e ai mandanti del delitto Matteotti.» (p. 126)
«Sennonché l’opinione pubblica italiana, al di là delle momentanee fasi in cui era attraversata da un forte senso di indignazione, non era mossa da «alte passioni», come invece le minoranze moralistiche dell’Aventino e parte del mondo giornalistico erano portati a credere. I sentimenti delle masse erano molto più opachi e non le sospingevano tanto verso rivolte quanto verso una sorta di «fatalistico quietismo». Esse erano molto più occupate dalle esigenze della vita quotidiana e preoccupate per i possibili effetti della congiuntura economica che interessate alla caduta del governo Mussolini. L’esistenza del comune cittadino, in altre parole, era ripiegata su se stessa e le opposizioni aventiniane erano molto lontane dal riuscirne a recepire i reali interessi.
Fra i difetti più gravi dei partiti antifascisti vi era, dunque, l’inconsistenza del rapporto reale con il paese, giudicato attraverso le reazioni e i sentimenti delle élites.» (p. 127)

[continua]

1938

Negli ultimi mesi, ispirata in parte dall’attualità politica, in parte da quella che è stata benevolmente definita come una mia peculiare forma di paranoia, ho rispolverato il mio antico interesse per l’oltranzismo e gli ordinamenti politici antidemocratici.
Vorrei capire meglio due cose soprattutto: per un verso, quali sono i gangli all’interno delle istituzioni democratiche facendo pressione sui quali è possibile riorientare l’operare dell’istituzione conservandone nella misura maggiore possibile l’assetto (rendendo la conversione dell’operato istituzionale pressoché impampabile dal punto di vista delle procedure ma sostanziale da quello degli effetti); per un altro, quali sono i discorsi pubblici, le teorie dello stato e le ideologie che preconizzano, indirizzano e giustificano tale conversione istituzionale. Terzo ma non ultimo, mi piacerebbe conoscere meglio le condizioni materiali (in particolare, ma non esclusivamente, quelle economiche) che hanno accompagnato questi passaggi storici.
Si tratta di propositi presuntuosi, ma non ho chissà quali pretese: mi basta leggere di tanto in tanto qualche libro di storia, qualche libro di filosofia politica, e rimuginarci su.

Questo libro fa parte della collana “Storia narrata”, concepita con una finalità divulgativa che privilegia la leggibilità alla profondità di analisi; nondimeno si è trattato di una lettura sorprendente e ricca di spunti interessanti. 1938 ha cambiato in molti modi l’immagine che avevo del Terzo Reich, ricavata soprattutto dalle due principali fabbriche della memoria storica condivisa che sono educazione scolastica e divulgazione ad ampia diffusione.
Il libro è diviso in capitoli che ripercorrono mese per mese gli eventi del 1938 (un anno in cui Hitler divenne capo delle forze armate, fu consumato l’Anschluss, si tenne la Conferenza di Monaco e fu orchestrata la Reichkristallnacht); questo andamento cronachistico offre un punto di vista un po’ insolito, perché nell’inquadratura entrano anche numerosi avvenimenti secondari che solitamente sarebbero esclusi dalla narrazione degli eventi che portarono alla costruzione del Reich.
Retrospettivamente, il percorso di nazistizzazione della Germania sembra talmente lineare, da parere quasi un disegno unitario e coerente tracciato con intenzione sin da principio; tuttavia se si includono i provvedimenti della cancelleria all’interno di un contesto fatto di piccoli scandali, contrasti all’interno del gruppo dirigente tedesco, pettegolezzi, campagne di stampa denigratorie, ed una economia arenata nelle secche di fallimenti industriali a catena e di una disoccupazione dilagante, ci si rende conto del ruolo del caso. Le circostanze mettevano le persone di fronte a delle strade alternative da percorrere, tutt’altro che obbligate ma più banalmente contingenti.
Ad esempio, l’assunzione del comando delle forze armate da parte di Hitler sembrerebbe precisamente il caso di una di quelle mosse strategiche di avanzamento dell’influenza nazista su settori decisivi dello Stato: in realtà, quando si pose il problema del rinnovamento dei vertici, Hitler aveva in mente un candidato proveniente dalle fila dell’esercito, e più precisamente da quella sorta di élite militare di ascendenza prussiana che non si nazistizzò mai. Il candidato di Hitler finì però in mezzo alla faida continua delle varie fazioni che componevano l’entourage di Hitler: la Gestapo montò contro di lui un finto scandalo a sfondo omosessuale per promuovere un altro generale, che altri seguaci di Hitler affossarono rivelando i trascorsi moralmente discutibili della di lui consorte. Solo dopo che i suoi collaboratori ebbero eliminato i due candidati in pole con un fuoco incrociato, il sosia di Chaplin decise di chiudere la questione senza lasciare altro spazio per i contrasti assumendo lui stesso l’incarico.

Questo episodio mi ha dato parecchio da pensare. L’esercito, ed in particolare la sua élite prussiano-guglielmina, rimase legato ai valori aristocratici di integrità ed onore e non digerì mai del tutto la presa del potere da parte del piccolo borghese nazismo; i generali non nutrirono mai particolare rispetto per Hitler, e per quanto ne sappiamo la diffidenza fu contraccambiata (non a torto, visto che il celebre attentato andato a vuoto nacque proprio in seno allo Stato maggiore). Eppure il regime nazista non riuscì ad epurare l’esercito, mentre l’esercito non oppose resistenza all’ascesa nazista.
Quando si parla di nazistizzazione della società, di costruzione di uno stato totalitario, temo che spesso si rimanga vittime da un lato dell’immagine di sé che il nazismo ha cercato di accreditare, dall’altro della narrazione del nazifascismo prodotta dai suoi oppositori dopo la fine della guerra. Mi sorge il dubbio che, complice il desiderio di magnificare la grandiosità del nuovo impero o, per converso, sotto la spinta dell’urgenza di esprimere una condanna senza appello, si sia prodotta un’immagine titanica del regime nazista: quasi si fosse trasposta la compattezza messa in scena dalle adunate di Norimberga con le loro coreaografie pieni di nero, di croci uncinate e di fiaccole sull’intera organizzazione statale; che presentando l’ascesa nazista come una rivoluzione invece che come una conversione si rischi di oscurare invece l’estesa conservazione dell’esistente, il fallimento della penetrazione ideologica all’interno degli apparati statali, e dunque quei punti nevralgici delle istituzioni intervenendo sui quali fu possibile convertire la Repubblica di Weimar in un regime fascista senza sovvertire le istituzioni. I nazisti ne modificarono obiettivi, prerogative e dirigenza; talvolta ne cambiarono anche il nome; ma non le azzerarono per sostituirle con qualcosa di competamente nuovo. Utilizzarono quegli apparati, in cui non di rado continuarono a lavorare addetti personalmente contrari al nazismo, per perseguire le proprie politiche.
Allora mi chiedo quali siano quei punti nevralgici: quegli snodi dai quali dipende l’orientamento democratico o dittatoriale di un apparato burocratico.
Faccio anche un’altra riflessione: basta relativamente poco per passare dall’uno all’altro. Anzi, forse la linea di demarcazione fra i due è sfumata, e di può parlare di orientamento, tendenza, concetto-limite? Con questo non intendo affatto dire che non ci sia differenza fra i due, ma al contrario che bastano interventi limitati per balzare dall’uno all’altro.

«Ogni mezzo adatto per realizzare la volontà del Capo è considerato legale, anche se dovesse confliggere con procedure preesistenti.» (pp. 219-20)

Il post mi sembra già abbastanza lungo e non vorrei sbrodolarlo in una sorta di fenomenologia complessiva del nazismo (senza averne minimamente le capacità). Ci sono un paio di punti che vorrei annotare lo stesso. Leggendo le pagine che ricostruiscono con grande attenzione l’Anschluss, ho scoperto che, prima dell’unione con la Germania nazista, l’Austria già era uno stato corporativo di carattere fondamentalmente fascista, il cui governo già aveva perseguitato le sinistre ed aveva avuto anche qualche frizione con la Chiesa cattolica. Non lo sapevo, non ne avevo idea. Ma in realtà sono stati molti gli Stati europei che si diedero un’organizzazione fascista nel primo dopoguerra (e movimenti populisti di estrema destra che premevano in quella direzione ce n’erano in ogni paese): purtroppo non se ne parla quasi mai.
Infine, c’è un aspetto al quale il libro fa allusione ma che, per non deviare dal suo piano di ricostruzione cronachistica, non ricostruisce compiutamente: lo stato dell’economia tedesca sotto il nazismo. Passa spesso l’idea che il regime totalitario fu oppressivo e negò le libertà fondamentali però consentì al governo di concentrare le energie e di risollevare l’economia nazionale dallo stato disastroso in cui versava: dittatura in cambio di un po’ di benessere. Be’ no, non fu così, la cronaca del libro registra come l’obiettivo primario del riarmo svenò le risorse statali, come l’espansionismo ai danni dei paesi circumvicini fosse certo motivato dalla rivendicazione dell’unità dei popoli di lingua tedesca ma anche, più pragmaticamente, dalla necessità di appropriarsi delle risorse altrui per sostenere l’industria tedesca ormai esangue, e come inizialmente i nazisti vessarono gli ebrei incoraggiandone l’espatrio all’atto del quale venivano spogliati interamente dei loro beni (si parla degli ebrei della media e alta borghesia: quelli poveri potevano solo sperare in collette o nella conversione al cristianesimo che rendeva assai meno disagevole ed onerosa la fuga, senza considerare che quasi tutti gli Stati del mondo in quegli anni chiusero le frontiere agli ebrei).

P.S. Perché niente bilancio di novembre? Perché è su un computer dal quale in questo momento non posso recuperarlo. Quando avrò aggiustato l’aggiustando lo potrò postare.

Titolo completo: 1938. L’anno cruciale dell’ascesa di Hitler
Autore: Giles MacDONOGH
Editore: Bruno Mondadori Anno: 2013 (Edizione originale: 2009) 324 pagg.
Titolo originale: 1938. Hitler’s Gamble
Traduttrice: Luna Orlando
ISBN: 978-88-61597-86-0

La nascita di una potenza mondiale /2

La campagna elettorale del 1912 vide contrapporsi a Theodore Roosevelt ed al suo “Nuovo nazionalismo” il democratico-progressista Woodrow Wilson con un programma di “Nuova libertà”. A marcare una distinzione fra i due programmi c’era la diversa attenzione alla composizione sociale statunitense: gli Stati Uniti stavano cambiando, e le sue varie minoranze erano sempre più attive e visibili. Wilson era più consapevole della crescente frammentazione culturale accelerata dalle ondate di “immigrati nuovi” non più provenienti dall’Europa nordoccidentale bensì da Europa orientale e Italia, che realisticamente non si sarebbero assimilati; delle tensioni create da segregazione razziale e discriminazione messe in atto dagli stati dietro la formula pudica «separati ma uguali»; delle rivendicazioni del diritto al’istruzione, alla proprietà e dei diritti politici da parte dei movimenti femministi; del ruolo di sostegno e sprone da sinistra dei progressisti giocato dai movimenti socialisti.
Wilson fu più capace di interpretare e mediare fra queste diverse istanze, ed ebbe la meglio.

Fu proprio Wilson a guidare gli Stati Uniti nella partecipazione al primo conflitto mondiale, ma meno noti sono i precedenti di politica estera statunitense. Fino alla prima guerra mondiale gli USA non furono particolarmente attivi; in Europa erano considerati un attore politico di second’ordine. Una agenda politica espressamente imperialistica trovò sostegno negli Stati Uniti solo verso la fine Ottocento, quando gli stati dell’Europa occidentale avevano ormai consolidato i loro imperi coloniali penetrando in profondità in Africa ed Asia; secondo Thomas, questa spinta verso l’esterno in parte convogliava le energie rimaste prive di una direttrice dopo la chiusura della Frontiera.
All’interno dell’opinione pubblica statunitense si erano andate definendo due diverse correnti: coloro che erano favorevoli ad una politica estera imperialistica (per sostenere politicamente gli interessi economici statunitensi, per diffondere la democrazia, la civiltà cristiana e/o la libera impresa – e sarebbe stato interessante approfondire il legame di coimplicazione che alcuni assumevano esistesse fra essi) e chi, rifacendosi ai principi repubblicani, avversava su basi morali l’imposizione di un sistema di governo su un altro popolo.
Fosse per egoismo economico o per attivismo altruistico (oggi diremmo “umanitario”), in definitiva a prevalere fu l’approccio interventista, come si manifestò in occasione della crisi di Cuba, ancora formalmente parte dell’impero coloniale spagnolo. Nel 1895 scoppiò una sommossa che assunse progressivamente caratteri rivoluzionari. La Spagna mandò un contingente per sedare la rivolta, ma tre anni più tardi gli Stati Uniti inviarono a loro volta truppe a sostegno dei rivoltosi. La Spagna non era più che l’ombra della potenza che era stata tre secoli prima (a proposito: sarei curiosa di leggere qualcosa su questa involuzione) e di lì a breve firmò una resa con la quale rinunciava alla sovranità su Cuba (in cui fu istituita una repubblica formalmente autonoma), Portorico (annessa agli SU come territorio speciale amministrato da un governatore di nomina presidenziale), Guam (che divenne una stazione navale entro la giurisdizione della marina – nemmeno del governo – statunitense) e sulle Filippine (che di fatto divenne una colonia americana, sebbene dotata di una ridotta autonomia amministrativa). A questo punto l’impero c’era, e le divisioni si aprirono sulla sua gestione.

I lasciti di Theodore Roosevelt, che dopo aver condotto la spedzione statunitense a Cuba era diventato fortunosamente Presidente, furono essenzialmente il corollario alla dottrina di Monroe con il quale si affermava l’esistenza di una sfera di influenza esclusiva statunitense all’interno della quale era incluso l’intero continente americano; e la secessione di Panama dalla Colombia (1902) realizzata da un gruppo insurrezionale finanziato dai futuri investitori nell’impresa del canale.
Il suo successore, Taft, si fece invece promotore di una “diplomazia del dollaro“: una intensa penetrazione dei capitali privati in aree la cui stabilità sarebbe stata garantita da un successivo intervento del governo federale; funzionò solamente in America latina, dove un intervento militare diretto era effettivamente nel novero delle possibilità.
Wilson era un anti-interventista ed intendeva promuovere l’arbitrato internazionale come strumento di soluzione delle controversie.

«Nel 1914 era diffusa fra gli intellettuali progressisti una salda fede nell’imminente avvento di un’era di armonia internazionale.» (p. 189)

Tuttavia, per ironia della sorte o per un fondamentale errore di calcolo, la presidenza Wilson fu una delle più interventiste della storia americana fino a quel momento: impegnativo fu l’intervento in un Messico agitato da successivi colpi di Stato (1911-16) ed ancora di più lo fu quello in Europa, nella quale nel frattempo era scoppiata la prima guerra mondiale.
Wilson avrebbe preferito mantenere la neutralità americana, ma la sua pretesa e rivendicata neutralità non contemplava in realtà equidistanza fra i due blocchi: gli Stati Uniti rifornivano e facevano credito all’Intesa, mentre non faceva che montare l’irritazione per gli affondamenti indiscriminati condotti dai sottomarini tedeschi (il caso più famoso fu quello del Lusitania nel 1915). Quando divenne evidente che la guerra totale stava erodendo le possibiltà dell’Intesa di sostenere l’economia di guerra, gli Stati Uniti entrarono in guerra.

Ora, sono così abituata all’edificio di memoria prodotto dalle ricostruzioni nostrane della prima guerra mondiale – in cui sono cristallizzati i film di Rosi e Monicelli, le pagine di Lussu e Hemingway, luoghi miti e narrazioni commemorative nazionalpopolari da Redipuglia al milite ignoto alle puntate speciali della Premiata Divulgazione Angela – che la scoperta di un punto di vista affatto diverso ha contribuito a scrostare la patina di polvere e vecchiume di cui si era incrostato, lasciando emergere materia viva di assoluto fascino.
Come già era accaduto in occasione della Guerra civile, negli Stati Uniti la mobilitazione bellica fornì un’occasione per attuare decise politiche di centralizzazione altrimenti mal digerite da un’opinione pubblica sempre diffidente nei confronti delle autorità federali. Le esigenze organizzative del “fronte interno”, assai estese nell’ottica di uno sforzo bellico che avrebbe investito la vita collettiva ad ogni livello, incontrarono una classe politica che, ormai educata da un ventennio di efficientismo progressista, le colse come un’opportunità insperata per accelerare il programma di intervento governativo scientifico e riforma sociale. Si teorizzò persino che le le politiche di mobilitazione «avrebbero promosso la virtù morale e la purezza civile sia fra i soldati che fra i civili» (p. 203).
Il punto sta proprio qui: se da un lato l’esecutivo compì vari sforzi per istituire organismi di coordinazione e gestione centralizzata delle risorse (derrate, cantieri navali, traffico ferroviario, produzione industriale) in collaborazione con la grande industria, dall’altro l’armonizzazione efficientistica applicata sul piano ideologico si tradusse nella diffusa repressione del non conformismo – ovvero di tutte le opinioni, i comportamenti, le espressioni artistiche (come l’arte degenerata europea che tanto aveva dato scandalo a New York: Matisse, Picasso, Brancusi, Duchamp) che, per la loro devianza carica di destabilizzazione, finivano per essere considerate manifestazioni di antipatriottismo. Il governo degli Stati Uniti si fece carico dell’omogeneizzazione morale della società elevando a modello unico il benpensare.
Quel che più mi ha colpita non è stata l’iniziativa governativa, bensì la diffusione di quella locale: un associazionismo spontaneo di vigilantes autoconvocati che organizzavano spedizioni punitive, autodafè patriottiche e linciaggi contro sindacati, pacifisti e lavoratori in sciopero.

«Lo strumento progressista del governo amministrativo, che aveva come scopo di liberare i responsabili dell’esecutivo dalla costante interferenza del legislativo, aveva i propri meriti; ma quando lo si applicava alle idee e opinioni dei cittadini, anziché alle procedure amministrative, il nuovo procedimento rivelava i mali di un’azione governativa separata da responsabilità e controllo.» (p. 211)

Ed ecco che ci resta in mano con una questione di cui, a distanza di un secolo, vale ancora più che mai la pena di discutere.
rabbit-emoticon-023

Titolo completo: La nascita di una potenza mondiale. Gli Stati Uniti dal 1877 al 1920
Autore: John L. THOMAS
Editore: il Mulino Anno: 1988 (Edizione orginale: 1985) 272 pagg.
Titolo originale: The Great Republic: A History of the American People
Traduzione del titolo: La Grande Repubblica: Storia del Popolo Americano
Traduttrice: Nadia Venturini
ISBN: 88-15-01267-2