Orizzonti progressisti. Crisi di un progetto e necessità di un nuovo umanesimo

Orizzonti selvaggi_159x250Era uno di quei pomeriggi uggiosi così tipici dell’autunno milanese, in cui la pioviggine contro i vetri appannati e lo sferragliare sui binari isolano completamente dal mondo, e ci vuole una certa dose di consuetudine, o d’intuizione, per scendere dal tram alla fermata giusta. Nessuna delle due mi è stata di grande aiuto, ma sono riuscita lo stesso ad infilarmi in via Pierlombardo ed a prendere posto in teatro giusto in tempo per non perdere l’inizio della presentazione del libro.
Sebbene non abbia condiviso ogni argomentazione o punta polemica, ho ascoltato la presentazione di Carlo Calenda un senso generale di sollievo. Sollievo perché finalmente qualcuno si era deciso ad affrontare di petto il problema della debolezza di visione del progressismo. Un problema che è andato suppurando da almeno due decenni e che, inspiegabilmente, non è stato in cima all’agenda della classe dirigente (politica, intellettuale, giornalistica, imprenditoriale) di quello che resta del centrosinistra.
All’uscita da teatro i lampioni ormai erano accesi, le auto sfrecciavano sulle pozzanghere di viale Monte Nero, e io non vedevo l’ora di cercare confronto e conforto nel libro.

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