La crisi dello Stato liberale /2

O Fiume o morteL’Italia usciva dalla guerra con un debito estero mostruoso nei confronti dei Paesi dell’Intesa, una classe politica screditata e la diffusa percezione che ai sacrifici sopportati per sostenere l’azione bellica non fosse stata corrisposta una ricompensa adeguata né sul piano interno, con l’impoverimento del ceto medio e la mancata distribuzione delle terre ai contadini promessa dall’esecutivo negli ultimi mesi di guerra, né sul piano internazionale, con l’indifferenza nella quale era caduta una serie di rivendicazioni territoriali (oggettivamente esorbitanti) avanzate dall’Italia.

È in questo frangente che si situa l’ “Impresa di Fiume”, ovvero l’occupazione della città di Fiume (che nel corso della disgregazione dell’impero asburgico fu assegnata alla Croazia) da parte di un un contingente di ex-soldati e soldati in servizio guidati da Gabriele D’Annunzio nel settembre 1919. Continua a leggere

La crisi dello Stato liberale /1

Visto che quello che oggi è diventato il primo partito del paese propone la dissoluzione della democrazia parlamentare, mi son detta che non guasta fare un po’ di ripasso. Non per gridare o fare allarmismo, ma giusto per rimpolpare la mia cassettina degli attrezzi concettuali.

Giovanni Giolitti

In attesa di procurarmi testi selezionati in maniera più mirata, ho rispolverato dallo scaffale su cui giaceva quasi dimenticato questo librettino che raccoglie cinque lezioni risalenti al 1991 nelle quali il Prof. Alatri ripercorre il disfacimento dell’architettura liberale dello Stato.
Si parte da Giovanni Giolitti, che diede la propria impronta (e il proprio nome) alla linea politica seguita nel periodo compreso fra il 1901 ed il 1914 (durante il quale ricoprì vari incarichi di governo). La sua visione politica interpretava il ruolo del governo come arbitro mediatore fra le diverse istanze provenienti dalle categorie sociali: si convinceva gli uni e gli altri ad accettare un compromesso, rinunciando ad alcune rivendicazioni ma vedendone soddisfatte altre. Sotto un politico di politique politicienne, questo atteggiamento prevedeva un continuo allargamento della compagine di governo; oggi si direbbe che perseguiva una politica delle larghe intese. Continua a leggere

Espansione e conflitto /2

Espansione e conflitto[prima parte]

Una volta separate, ad Unione e Confederazione bastò una piccola scaramuccia sul confine per essere trascinate nella Guerra Civile (1861-1865). Oggigiorno pensiamo al Nord vincitore come assai più potente e meglio equipaggiato contro un esercito confederato improvvisato, ma in realtà la situazione iniziale fu di stallo, e di grande confusione. A fare la differenza fu la mobilitazione economica ed una serie di misure centralizzatrici (come l’unificazione dello scartamento dei trasporti ferroviari, l’emissione di una valuta unica, e l’istituzione di uno Stato Maggiore per coordinare più manovre e campagne militari contemporaneamente). Continua a leggere

Espansione e conflitto /1

The Great RepublicDopo un inizio in salita, la lettura di questo corposo libro di storia mi ha inaspettatamente appassionata: ho seguito con sorpresa, apprensione, sconcerto e speranza le giravolte della politica, dell’economia e della società statunitensi della metà dell’Ottocento; un certo sconforto nel constatare il ripetersi, attraverso le innumerevoli variabili di eventi multiformi, della costante della stupidità umana. Se la storia è una grande maestra, forse insegna solamente a riconoscere le avvisaglie dello sfacelo ed a misurare la propria impotenza. Forse anche ad intuire la relatività delle categorie di ordine e rovina.

Nel periodo compreso fra il 1820 ed il 1860 gli Stati Uniti conoscono una fenomenale espansione sia demografica che economica.

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Uomini comuni

Uomini comuni.jpgUno degli aspetti del regime nazista e della Seconda Guerra Mondiale che ho sempre trovato più stimolanti (come sfida intellettuale intendo!!) e più carichi di mistero è la partecipazione ad esso delle persone normali, come potremmo essere voi od io. Si sente spesso dire che Hitler fosse pazzo; anche mettendo da parte le mie riserve sul termine, potrei anche convenire che lo Stato Maggiore nazista fosse una sentita di estremisti preda di una serie di convinzioni tanto lontane dalla realtà da sfiorare il lucido delirio. Qui però parliamo di milioni e milioni di persone che hanno cooperato all’assassinio di milioni e milioni di altre persone. La repressione delle opposizioni operata dal regime era intensa, ma non sono mancati episodi clamorosi, a tutti i livelli della società (entro la galassia della resistenza tedesca sono particolarmenter noti il movimento della Rosa Bianca, il tentato assassinio di Hitler) – indici di un movimento carsico ma reale di insofferenza rispetto al regime stesso.Cristopher Browning ripercorre l’attività svolta nelle retrovie polacche, in qualità di Corpo Speciale, da parte del Battaglione 101, ponendosi esattamente il medesimo interrogativo. Continua a leggere

La persecuzione nazista degli zingari

La persecuzione nazista degli zingariStavo curiosando fra gli sconti di in una libreria veneziana, quando questo ponderoso volume mi ha irretita; tuttavia, essendo sullo scaffale dei libri a prezzo pieno, ho preferito affidarmi alla biblioteca vicino casa.Quando si parla delle persecuzioni naziste contro fette della popolazione, in genere il pensiero corre a scene alla Schindelr’s list: famiglie della piccola e grande borghesia bollate d’infamia dall’oggi al domani, private dei beni, costrette a vivere segregate nei ghetti prima di essere spezzate e mandate nei lager. Tutte immagini forti, che raccontano un odio maniacale, sadico ed inspiegabile.
Questa rappresentazione delle vittime è riuscita a coinvolgere empaticamente i fruitori (viene quasi da dire: “il pubblico”) più di ogni altra, ed altre categorie di perseguitati sono caduti nel dimenticatoio: malati di mente, disabili, vecchi. omosessuali e nomadi. È di questi ultimi che si occupa il saggio di Lewy, molto puntuale, circostanziato e ben documentato.

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Così triste cadere in battaglia

Così triste cadere in battaglia.jpgMea culpa, mea culpa, mea maxima culpa: gli aggiornamenti del blog si stanno facendo via via più saltuari mentre il ritmo di lettura, se possibile, più indiavolato di prima. (In compenso splinder si diverte a cambiarmi i tag di sua iniziativa…)
Tra un mattone e l’altro però mi sono concessa qualche diversivo di alleggerimento e Così triste cadere in battaglia rientra proprio in questa categoria. Devo ringraziare la gentilissima bibliotecaria che me l’ha dato nonostante il (cronico) sfondamento del tetto massimo di libri prendibili in prestito.

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Parigi 1789

Parigi 1789«L’allegro arcobaleno di sete che riluceva dalle riviste di moda non aveva già più alcun seguito; si portavano tinte discrete ed incerte, instabili marroncini e verdi diluiti. È l’unico terreno in cui la corte faceva ancora scuola: i colori alla moda erano i capelli della regina, un grigio cenere, il caca Dauphin, il marrone medio delle feci del Delfino, e il color pulce, tra il viola e il bruno, caro al re, e che le riviste specializzate distinguevano in coscia, ventre e dorso di pulce.» (pag. 98)

  A me sembra abbastanza per fare una rivoluzione.

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