A Lucky Day (운수 좋은 날)

A lucky day(운수 좋은 날)Ancora un classico della letteratura coreana in edizione bilingue che ho trovato in biblioteca. La scoperta di questa collana è stata proprio un raro regalo del caso. Devo cercare di leggerne il più possibile fintanto che posso accedere alla biblioteca.
Quello della fortuna, o meglio il destino cinico e baro, è un tema cardine della poetica di Hyŏn Chin-gŏn, autore ventiquattrenne di questo racconto breve di miseria e malasorte.
Per l’occasione ho fatto un esperimento di adattamento fumettoso della storia. ^_^

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La caduta
Il tema centrale del romanzo è quello della caduta della protagonista: non solo la sua perdita di status sociale, ma anche – anzi, soprattutto – la sua perdita di statura morale.
Per capire meglio la faccenda della caduta, occorre tenere presente che la società coreana è stata divisa per secoli in un sistema piuttosto rigido di classi sociali: la posizione più alta era occupata dagli studiosi confuciani, seguiti dai contadini, da artigiani e commercianti, e infine da schiavi e fuoricasta. La famiglia di Poknyŏ è formata da studiosi impoveriti e divenuti contadini; la ragazza invece, sposata ad un fannullone, percorre in breve tempo l’intera piramide sociale in discesa, passando da contadina a lavoratrice a servizio, e infine a fuoricasta.
Avrebbe potuto essere la storia patetica dell’umiliazione di una donna costretta dalle circostanze materiali a tradire i valori in cui crede; Kim Tong-in invece prende una strada più complessa. Quello che colpisce di Patate, infatti, è il pervertimento del sistema di valori di Poknyŏ: l’accettazione di comportamenti che l’educazione confuciana impartitale in famiglia le aveva insegnato a rigettare. Poknyŏ trasgredisce, una dietro l’altra, a tutte le norme che avevano delimitato il suo mondo, e lei stessa esce trasformata da questo processo.
Le patate del titolo simboleggiano proprio i bisogni materiali, modesti ma indispensabili, che fungono da incentivo alle trasgressioni di Poknyŏ. La caduta di Poknyŏ corrisponde quindi allo spostamento del centro del suo mondo morale dagli imperativi appresi in famiglia al cesto di patate, ovvero al soddisfacimento dei bisogni materiali.

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Nella postfazione, Bruce Fulton presenta due letture critiche della parabola discendente di Poknyŏ; la lettura tradizionale sottolinea la subalternità di Poknyŏ rispetto ai ruoli previsti per le donne dalla società del tempo (padrona di casa, serva, prostituta); Fulton invece sottolinea il suo ruolo attivo nel disporre strategicamente di se stessa in faccia alle circostanze contingenti.
Non so fino a che punto abbia senso cercare di definire il personaggio di Poknyŏ come subalterno o proattivo (dopotutto, a quali donne era concesso di emanciparsi dai suoli sociali canonici? e d’altro canto, l’intrapendenza di Poknyŏ non è forse parte integrante della sua caduta?), e ho qualche dubbio che fosse questo l’intento dell’autore.
A me sembra che la questione centrale del racconto sia la trasformazione sociale e morale del personaggio. Il bilancio di questa trasformazione dipende dal valore attribuito dal lettore al cesto di patate: se si pone l’accento sui valori, Poknyŏ è vittima di una perversione dettata dalle circostanze; se invece si assegna il primato alla sopravvivenza, quella di Poknyŏ è una emancipazione da norme oppressive.

Vale peraltro la pena di ricordare che Kim Tong-in, riprendendo il tema della donna caduta, rivisita un grande classico del Naturalismo francese (vedi il già citato Germinie Lacerteux dei fratelli Goncourt, o Gervaise ne L’Assommoir di Zola).

Porta dei Sette Astri (Ch’ilsŏngmun) di P’yŏngyang [fonte]

Geografie dell’esclusione
Prima di concludere il post, volevo prendere nota di due cose segnalate da Fulton; ad una non avevo fatto caso, mentre l’altra non mi era sfuggita.
La prima riguarda la geografia del racconto. Non è casuale il fatto che che Poknyŏ e suo marito risiedano fuori dalle mura di P’yŏngyang. Kim lo sottolinea sin dall’incipit:

«Rissa, adulterio, omicidio, furto, detenzione… i bassifondi fuori della Porta dei Sette Astri erano un terreno da cui nascevano ogni tragedia e violenza di questo mondo. Prima di andare ad abitare lì, Poknyŏ e suo marito erano stati contadini.» (p. 8/9)

L’esclusione geografica di Poknyŏ e suo marito dalla città potrebbe alludere alla loro esclusione dalla società civile. Ci si può poi dividere se questa esclusione abbia una valenza negativa (ostracismo dalle relazioni comunitarie “normali”) o positiva (liberazione da strutture sociali rigide, simboleggiate dalle mura). Secondo me Kim Tong-in avrebbe propeso per una lettura negativa.
La seconda riguarda la geografia sociale del racconto: l’amante fisso di Poknyŏ, Wang, infatti è cinese, ed a giudicare dalle somme pagate a Poknyŏ in cambio dei suoi favori, è anche benestante – o lo è al confronto degli abitanti del quartiere della Porta dei Sette Astri. Sarebbe interessante saperne di più sugli “stranieri dell’Impero” residenti nella Corea coloniale, sui loro rapporti con coreani e giapponesi, e sulle loro sorti dopo il 1945.

Sono davvero contenta di questa lettura. Finché mi trovo qui cercherò di approfittare della biblioteca universitaria perciò chissà, in una forma o in un’altra la letteratura coreana troverà di nuovo spazio qui su Asaki. ^_^

Autore: KIM Tong-in (hangŭl: 김동인; hanja: 金東仁)
Editore: Asia Publishers   Anno: 2015 (Edizione originale: 1925)   68 pagg.
Collana: Bi-lingual Edition Modern Korean Literature #086
Titolo originale: Gamja (hangŭl: 감자)
Traduzione del titolo: Patate
Traduttore: Kevin O’Rourke
ISBN: 979-11-5662-060-0

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potatoes-%ea%b0%90%ec%9e%90Questo libretto mi è capitato in mano mentre gironzolavo fra gli scaffali della biblioteca universitaria in cerca di tutt’altro. È stata una casualità entusiasmante, perché questo racconto, con la sua fama di essere una delle opere fondative della letteratura coreana moderna, è stato fra i miei desiderata per un sacco di tempo.

La giovane Poknyŏ vive insieme al marito, un nullafacente molto più anziano di lei, in un quartiere malfamato sorto fuori dalle mura di Pyŏngyang. Patate è il racconto della caduta di Poknyŏ, un graduale degrado morale innescato dalla miseria e dall’incapacità della ragazza di mantenersi ligia agli imperativi etici ai quali era stata educata anche al mutare delle circostanze.
Poknyŏ infatti proviene da una famiglia di studiosi confuciani caduti in disgrazia e ridottisi a tirare avanti come contadini. L’infelice matrimonio combinatole dalla famiglia ad un uomo cronicamente incapace di tenersi un lavoro è lo scivolo che conduce entrambi ad una condizione di sempre maggiore indigenza. Finiti sul lastrico come contadini, cercano prima di lavorare a servizio, e sono infine costretti a trasferirsi fuori dalle mura di Pyŏngyang.
Poknyŏ alterna l’accattonaggio e qualche lavoretto saltuario, quindi finisce per prostituirsi on gli altri mendicanti del quartiere; infine ricorre al furto, e quando viene colta sul fatto a rubare un cesto di patate, il proprietario dell’orto, un cinese di nome Wang, ne fa la propria mantenuta con il beneplacito del marito.

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Émile Zola a P’yŏngyang
Il motivo per cui Patate occupa un posto non di secondo piano nella storia della letteratura coreana moderna è che si tratta della prima opera letteraria del Naturalismo coreano.
Il Naturalismo è un movimento nato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento sull’onda dei progressi della scienza e della sua promessa positivistica di riuscire un giorno ad afferrare e spiegare la realtà nella sua interezza. Ciò che i naturalisti si proponevano di fare era di introdurre il metodo scientifico in letteratura: quindi di raccontare storie aderenti alla realtà, utilizzando un metodo di scrittura che mirava all’analisi minuta delle vicende e riduceva ai minimi termini gli interventi del narratore. Il risultato sono stati romanzi corposi, terribili, e bellissimi (ricordo ancora la lettura di Gérminale di Zola come un graffio di indicibile splendore – seguito dalla decisione di non leggere più di un Zola all’anno).
Ora, questa idea – e le opere nate sulla sua scorta – ebbe tanto successo che fece presa anche fuori dalla Francia. Normalmente alle superiori si accenna alla sua diramazione italiana – il Verismo – e lì ci si ferma. Ma ci si perde il bello! Le opere dei naturalisti (soprattutto di Zola) infatti arrivarono fino in Giappone, prima in traduzione inglese ed in un secondo momento nell’originale francese; qui, nei primissimi anni del Novecento, furono ripubblicate in traduzioni giapponesi variamente infedeli (per renderle più accessibili al grande pubblico a personaggi furono dati nomi giapponesi e così via). Fu proprio una di queste traduzioni di Zola a finire in mano a Kim Tong-in mentre era in Giappone a fare l’università, a folgorarlo, e a spingerlo a cimentarsi lui stesso nella scrittura di un racconto naturalista: si tratta di proprio di Patate, che nel 1925 introdusse il naturalismo anche in Corea.
Fra la pubblicazione di Germinie Lacerteux (1865) e di Patate (1925) trascorsero sessant’anni: tanto il tempo impiegato da un’idea per coprire la distanza fra Parigi e P’yŏngyang. Sessant’anni sono un sacco di tempo. Mi piace pensare a questa idea che si mette in cammino, che cambia abiti e parlata dopo aver incontrato gente diversa ed averne accettato l’ospitalità, e ogni volta si rimette in viaggio. Un giorno lo studente Tong-in la incontra sulla bancarella di una libreria di Tōkyō, le offre ospitalità, la invita anche ad accompagnarlo a casa.
Si tratta di un pensiero che funge da contravveleno all’ansia da velocità da cui siamo afflitti: un’idea sufficientemente potente arriverà ovunque ci siano orecchie disposte ad ascoltarla, e questo indipendentemente da tempo e distanze.

[continua]