A Lucky Day (운수 좋은 날)

A lucky day(운수 좋은 날)Ancora un classico della letteratura coreana in edizione bilingue che ho trovato in biblioteca. La scoperta di questa collana è stata proprio un raro regalo del caso. Devo cercare di leggerne il più possibile fintanto che posso accedere alla biblioteca.
Quello della fortuna, o meglio il destino cinico e baro, è un tema cardine della poetica di Hyŏn Chin-gŏn, autore ventiquattrenne di questo racconto breve di miseria e malasorte.
Per l’occasione ho fatto un esperimento di adattamento fumettoso della storia. ^_^

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Lecturer Kim and Professor T

Lecurer Kim and Professor T

Un altro classico coreano moderno di cui ho sentito tanto parlare e che é stato pubblicato con il testo a fronte da Asia Publishers. Ne sto leggendo diversi in questo periodo, perché mi interessano e sono perlopiù brevi, quindi comodi da portare in giro e gratificanti da finire in questo periodo di lavoro molto intenso.

Il lettore Kim ed il professor K è ancora un’altra storia scritta e ambientata nella Corea della colonizzazione sotto l’impero giapponese.
Seoul, metà Anni Trenta. Al termine di un percorso accademico brillante, Kim viene assunto come lettore di tedesco presso un college prestigioso. Si tratta del primo ed unico coreano di un corpo docente composto esclusivamente da giapponesi, e sin dal suo arrivo è un osservato speciale. Gli studenti (giapponesi e coreani) imparano ben presto a rispettare la sua conoscenza della materia; i superiori osservano da presso il suo comportamento, per sincerarsi che non alimenti sentimenti anticoloniali; i colleghi invece perlopiù lo ignorano, non sapendo bene come trattarlo. Solo uno fra loro lo avvicina e gli presta una qualche attenzione: il professor T.
T è un tipo con le mani in pasta: annusa nell’aria chi farà carriera, conosce le ruote da ungere, cerca di crearsi un suo giro. T e Kim sono come la notte e il giorno dell’universo scolastico, e capiscono ben presto di trovarsi su campi opposti. Il professor T cercherà in tutti i modi di farlo cacciare, ed il lettore di tedesco Kim farà del suo meglio per resistere.

Il lettore Kim ed il professor K può essere visto come una storia di maneggi, di incapacità degli insegnanti di incarnare la loro professione di educatori per dedicarsi invece a giochi di potere ed intrallazzi vari (mi viene in mente Bocchan di Natsume Sōseki). Ma non è questo il punto; Kim e T non giocano ad armi pari, questo è il punto.
Lo scontro fra i due avviene su un campo per nulla neutrale: siamo nella Corea coloniale, le istituzioni scolastiche sono gestite da giapponesi per studenti giapponesi e per un numero di stretto di coreani con i mezzi o i meriti per accedervi. Essere coreani è motivo sufficiente di sospetto, e la nomina di un coreano nel corpo docente è vista quasi come una mossa ardita.

Il punto è proprio che a determinare l’opinione che dirigenti e colleghi si fanno del lettore Kim non sono tanto le sue capacità didattiche, quanto la sua origine. E questo avviene in un ambiente in cui si dà talmente per scontato che essere coreano sia una patente di inferiorità, di minore civiltà rispetto all’essere giapponese, che persino fra gli insegnanti girano storielle e battute razziste.

«”Ho scoperto perché le coreane hanno la pelle così morbida e liscia: la sera prima di andare a dormire si lavano la faccia con l’urina. Devo provare a farlo fare anche a mia moglie, aha ha ha”
Contagiati dalla risata fragorosa del Professor T, anche gli altri docenti fecero qualche risatina. A Kim invece prudevano le mani. Moriva dalla voglia di prendere il Professor T a ceffoni, ma  non poteva fare o dire niente. Niente a parte un debole “Dove l’ha sentito dire? Non ho mai sentito parlare di un’usanza simile.”
Il Professor T e gli altri docenti si voltarono a guardarlo come se lo vedessero per la prima volta. L’aria nella sala professori divenne gelida in un istante.» (p. 79/93)

Un sistema coloniale si basa su due assunti: che ci siano sistemi sociali intrinsecamente superiori, e che questi abbiano il diritto (se non il dovere) di assimilare gli altri.

Yu era un modernizzatore e credeva nella necessità per la Corea di “civilizzarsi” adottando saperi ed istituzioni occidentali moderni, magari seguendo l’esempio del Giappone nella loro appropriazione limitando la perdita di identità. Tuttavia la sua esperienza di coreano “modernizzato” con successo gli aveva mostrato i meccanismi perversi che si venivano a creare in ambito coloniale fra colonizzatori e colonizzati.

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Dal lato dei colonizzatori, l’asimmetria strutturale nelle relazioni con i colonizzati li rendeva riluttanti a riconoscere la parità dell’altro. In altre parole, se essere giapponesi assegnava loro una sorta di superiorità nei confronti dei coreani, col cavolo che vi avrebbero rinunciato, a prescindere dalle qualità della persona che si trovavano davanti. Anzi, benvenuti stereotipi e pregiudizi sui coreani, se andavano a costuire una barriera difensiva del loro prestigio sociale di giapponesi, visto che la loro identità era basata sulla discriminazione.
Ne Il lettore Kim e il professor T, gli insegnanti non sanno per che verso pendere Kim, elemento di perturbazione della loro aula docenti in precedenza popolata di soli giapponesi. Perlopiù lo schivano, operano la rimozione di qualcosa che li mette a disagio: un coreano loro pari. Il più intraprendente fra loro, il professor T, addirittura si attiva per liberarsene.

Dal lato dei colonizzati, il sistema faceva sì che il colonizzato avesse sempre qualcosa da dimostrare. Per questo, quando la necessità di adeguarsi al modello di comportamento del colonizzatore veniva interiorizzata, il colonizzato finiva per perdere se stesso nel tentativo continuo di aderire alle richieste del colonizzatore.
La colonizzazione raccontata da Yu è un processo alienante. Kim e gli altri coreani che cercano di emanciparsi sono costretti ad un esercizio di contorsionismo sociale nel quale rischiano di smarrirsi, come individui (e come gruppo aggiungo io).

«Fra tutti, gli intellettuali erano obbligati ad avere non due o tre, ma otto o nove personalità. L’importante era che, nel loro intimo, sapessero quale fra le tante fosse quella autentica. Alcuni avevano avuto l’accortezza di capirlo, e cambiavano personalità a seconda delle circostanze. Altri invece rimanevano incantati dal gioco delle molte maschere, e finivano per non riuscire più a riconoscere quella vera.» (p. 23/24)

Abbiamo un gruppo dominante (i giapponesi), abbiamo un gruppo dominato (i coreani), ed abbiamo istituzioni preposte ad integrare i secondi fra i primi. Yu mostra come in realtà quelle medesime istituzioni riproducano l’asimmetria fra i due gruppi. Per questo imho Il lettore Kim ed il professor T è un apologo affascinante sul tema dell’integrazione.
Le differenze con l’oggi sono molte, ma non così tante da non riconoscere la spirale perversa che può essere innescata dalla creazione di un gruppo sociale connotato come intrinsecamente inferiore.

Autore: YU Chin-o (hangŭl: 유진오; hanja: 兪鎭午)
Editore: Asia Publishers   Anno: 2015 (Edizione originale: 1935)   124 pagg.
Collana: Bi-lingual Edition Modern Korean Literature #092
Titolo originale: Kim kangsawa T kyosu (hangŭl: 김강사와 T교수)
Traduzione del titolo: Il lettore Kim ed il professor T
Traduttore: Sohn Suk-joo
ISBN: 979-11-5662-069-3

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Altri grovigli
Diversamente da Hyeongjun, che ha una presenza carsica nel romanzo, Bopu compare e scompare come una fiamma al fosforo, occupando la scena per intero per poi ritrarsi nell’ombra delle stanze interne di Casa Bak. La cogliamo a sgattaiolare furtivamente per andare a vedere il volto del suo promesso, a poco meno di un’ora dalle nozze. Le hanno detto che è un figlio di Bak Seonggwon, ma quale? Quello che aveva visto di sfuggita un giorno e su cui aveva fantasticato tanto a lungo? Scottata dalla delusione, Bopu non può che sciogliersi in lacrime. Quindi si ricompone, indossa il suo abito da sposa, si rifà il trucco e va incontro allo sposo nella stanza in cui trascorreranno insieme la notte per la prima volta senza esitare nemmeno per un passo.

Il matrimonio è un pensiero costante per tutti i personaggi, una volta che raggiungono l’età pubere. Per Ssangne è un fulmine a ciel sereno. Bobu lo attende con curiosità. Daebong, compagno di scuola e di scorribande di Hyeonggeol, invece continua a sperare che gli impegni presi dal padre con la famiglia della sua promessa non arrivino a nulla, che per qualche ragione il matrimonio vada a monte. Così passa le sue serate irrequiete a zonzo con l’amico, oppure a casa di Chilsung, quando è sicuro che lui non ci sia, per giocare a carte e chiacchierare con la sua di moglie, la ragazza di P’yŏngyang.

Benché non ci sia un protagonista vero e proprio del romanzo, fra tutti i personaggi uno dei maggiori catalizzatori dell’azione è Hyeonggeol. Diciannovenne irrequieto a cui sta stretta la vita di paese,  è la personificazione dei sommovimenti dell’epoca in cui è ambientata la storia. Hyeonggeol si taglia i capelli corti (mentre tradizionalmente gli uomini tenevano i capelli lunghi legati in una crocchia), si oppone al matrimonio, appare sempre alla ricerca di qualcosa, anche se forse non sa bene cosa.

La grande corrente
Se è vero che l’attenzione di Kim Namch’ŏn per le vicende dei singoli personaggi crea una narrazione frantumata, è vero anche che il romanzo non è privo di unità. Daeha racconta la storia di due generazioni di una famiglia attraverso gli occhi dei suoi vari membri, ed attraverso di essa mette in scena la storia di una comunità. Ma in Daeha c’è anche un’altra narrazione, legata al momento storico in cui è ambientato il romanzo: è la storia dell’avvento delle “cose moderne” in Corea, dell’infiltrazione di merci e istituzioni moderne che si fanno strada attraverso le crepe della tradizione – una partita di calzini di foggia occidentale, un innario, un taglio di capelli, un torneo di atletica interscolastico.

La grande corrente allora può essere quella della vita del villaggio, che va avanti più forte dei drammi privati dei singoli personaggi.
Oppure può essere quella dei tempi moderni, e dell’ingresso del piccolo villaggio nell’alveo del grande fiume in cui scorre il resto del mondo.

Anche stilisticamente, il romanzo è molto bello. Ogni personaggio ha la sua temporalità, perciò l’effetto complessivo è di duttilità del tempo, di perdita di assolutezza del tempo collettivo.
L’inflenza del modernismo si sente – anzi, a questo punto mi piacerebbe capire meglio quale sia stata la formazione letteraria di Kim Namch’ŏn. Non so nemmeno quanti studi ci siano, perché per via della sua biografia tormentata (nel ’45 scelse il Nord comunista, dove però si rese inviso alle autorità prima di morire nei primi anni ’50) le sue opere sono state oggetto di censura fino al 1988 al Sud, mentre al Nord non so.

Mi piacerebbe rileggerlo. Dico di più: mi piacerebbe leggerlo in originale. Chissà se lo trovo alla mia libreria dell’usato di fiducia. Potendo esprimere una velleità totale, sarebbe bello provare a tradurlo.
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Autore: KIM Namch’ŏn (hangŭl: 김남천; hanja: 金南天)
Editore: Dalkey Archive Press   Anno: 2014 (Edizione originale: 1939)   254 pagg.
Titolo originale: Daeha (hangŭl: 대하; hanja: 大河)
Titolo in italiano: Il grande fiume, oppure La grande corrente
Traduttore: Charles La Shure
ISBN: 978-1-62897-068-5

Scenes from the Enlightenment /1

scenes-from-the-enlightenment-%eb%8c%80%ed%95%98È una strana condizione, quella di “italiana all’estero”. Sempre con la testa in due posti, sempre divisa fra la volontà di immergermi in questo paese, nel qui e adesso finché quest’adesso dura, e la nostagia di casa. Anche con la lettura funziona un po’ così: da un lato vorrei fare il pieno di letteratura del luogo (gran parte della quale in Italia sarebbe pressoché irreperibile); dall’altro sento acutamente lo sfasamento rispetto al tempo dell’editoria italiana. Pur sapendo che si tratta di una sensazione ingannevole, perché anche a casa un po’ sfasata lo sono sempre stata.

Comunque. Questo sproloquio era per introdurre un romanzo coreano inedito in Italia, che ho letto in traduzione inglese. Non è il primo libro coreano di cui parlo su Asaki, ma in questo caso come non mai si tratta di un titolo sconosciuto, entrato nei radar di un pugno di specialisti, forse. Un peccato! Il romanzo è bellissimo. E siccome è improbabile che qualcun altro ne parli, bisogna proprio che lo faccia io. Continua a leggere