Il tempio dell’alba

Con molto, molto ritardo rispetto alle mie intenzioni ed alle previsioni iniziali, finalmente mi accingo a scrivere qualcosa su Il tempio dell’alba, terzo romanzo della tetralogia del Mare della fertilità (Hōjō no umi 豊饒の海). Per molti motivi, che cercherò di affrontare almeno in parte nel post, questo terzo romanzo si è rivelato più faticoso (e, se posso permettermi, meno riuscito) dei precedenti.

All’inizio del romanzo troviamo Honda Shigekuni (本多繁邦, “Paese rigoglioso”), divenuto consulente legale per grandi aziende e clienti facoltosi, a Bangkok per un viaggio di lavoro (siamo nel 1941). Qui incontra la giovanissima principessina Ying Chan, figlia del principe Pattanadid che era stato ospite dei Matsugae per qualche tempo (in Neve di primavera); considerata un po’ tocca dalle dame di corte per la sua convinzione di essere la reincarnazione di un giapponese, incontrando Honda Ying Chan si scusa per essersi suicidata senza salutarlo, e prova di conoscere alcuni fatti relativi alle vite di Kiyoaki e di Isao. Honda vorrebbe mettere ancora alla prova la principessina, e controllare se il suo corpo porti il segno distintivo dei tre nei allineati come le Pleiadi, ma le possibilità di comunicare sono piuttosto limitate, complice l’etichetta di corte e la necessità di un interprete.
Honda approfitta del soggiorno in Thailandia per un breve viaggio in India, di cui gli rimarranno impressi il sacrificio di un ovino, a cui assiste a Calcutta, ed i riti funebri sui ghat di Benares, in riva al Gange: la presenza quasi opprimente del senso del sacro, che intride fango e cenere e sangue, sgretola via il materialismo razionalista che aveva informato la vita di Honda fino a quel momento, o perlomeno fino alla scoperta della prima reincarnazione di Kiyoaki in Isao (Cavalli in fuga).
Dopo il suo rientro in Giappone il romanzo compie un salto di sette anni: siamo nel 1952, Honda è entrato in possesso di una considerevole fortuna grazie alla quale si sta costruendo una villa fuoriporta alla cui inaugurazione ha invitato un po’ di personaggi in vista – alcuni superstiti della nobiltà d’anteguerra, qualche intellettuale che si crogiola nel gusto di dare scandalo, e Hisamatsu Keiko (久松慶子, “Giuliva”), vicina di casa nonché amica di Rie. Honda aveva invitato anche Ying Chan, cresciuta in una avvenente diciottenne in Giappone per studio. La giovane principessa però rimane sfuggente; e forse proprio per questo, più ancora che per la sua femminilità prorompente, Honda rimane soggiogato dal suo fascino esotico. Prima briga per farla sedurre da un ragazzo, ma in un secondo momento, spiandola in camera da letto, capisce che la ragazza non potrà mai essere sua.

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Innanzitutto devo premettere che si è trattata di una lettura assai più faticosa rispetto ai due romanzi precedenti; anche solo scriverne una sinossi è stato faticoso! Diversamente dagli altri tre romanzi della tetralogia, Il tempio dell’alba non ha una struttura narrativa unitaria ma si compone di vari blocchi pressoché indipendenti.
Nella prima parte, fra Bangkok e le città spirituali dell’India, Honda è il nostro solito uomo di legge, pur nutrendo una crescente sfiducia nei confronti della propria professione – o forse solo cogliendone con maggior chiarezza i limiti – tormentato da numerose domande sulla natura dell’anima e sul suo destino, sulla sostanza del mondo e sul ruolo dell’uomo all’interno di esso, del tempo e della storia. Ciò offre a Mishima il destro per dilungarsi in speculazioni verbosissime intorno alle varie teorie della trasmigrazione: naturalmente alle scuole buddhiste è riservata la gran parte dello spazio, ma non mancano accenni a Pitagora ed agli umanisti italiani. Ying Chan invece non è che una bambina, certo particolare per la determinazione con cui protesta la propria essenza giapponese.
Undici anni più tardi, nel Giappone in lenta ricostruzione, la cospicua fortuna ricevuta da Honda l’ha trasformato in un signore eccentrico attaccato ai suoi denari; neanche il radicale cambiamento di stile di vita che gli consente però basta a spiegare la sua metamorfosi in un guardone – un’aggiunta alla galleria di “depravati” che Mishima mette in fila per rappresentare la società bene del Giappone postbellico.
Si tratta forse di una deriva della natura del personaggio di Honda, passivo osservatore delle vicende di Kiyoaki prima e di Isao poi – anche se per Isao cerca di farsi avanti, compiendo quello che in seguito ricorderà come il primo e l’ultimo gesto altruistico della sua vita. Osservatore dell’intensità con cui Kiyoaki e Isao avevano bruciato le loro vite, osservatore della passione di giovani amanti che si danno convegno nel parco, osservatore degli intrallazzi fra gli ospiti della sua villa.
Quando Ying Chan arriva in Giappone, una ragazza dalla carnagione ambrata maturata al sole tropicale del suo paese di origine, Honda rimane preda di desiderî ambivalenti. Al di là del desiderio carnale per una creatura desiderabile, Honda rimane avvinto da una sorta di desiderio metafisico di lei. Più di ogni altra cosa Ying Chan è misteriosa, sfuggente, inaccessibile. Attraverso di lei, della sua vitalità non ancora addomesticata, Honda sogna di liberarsi degli stretti limiti imposti alla sua conoscenza dalle facoltà sensoriali; ma lui stesso sa che vedendola intrappolerebbe anche lei nella rete dei suoi sensi. L’unico modo per soddisfare questo desiderio sarebbe morire, e nell’istante della liberazione dalla carne e dalla mente finalmente rivolgere lo sguardo su di lei.

«Incitato dalle sue percezioni, sognava la beatitudine dell’attimo del suicidio, quando Ying Chan, mai vista così da nessun altro, gli sarebbe apparsa in tuttala sua fulgida, pura e ambrata nudità, come una luna che si levi splendente nel cielo.» (p. 304)

Più ancora che nei precedenti romanzi, ne Il tempio dell’alba la scrittura di Mishima vive soprattutto nella dimensione visiva; scenari spettacolari e tuttavia privi di profondità, scenografie teatrali per un dramma che si svolge altrove – nei tortuosi tormenti metafisici di Honda.

«Sulla riva opposta il sole calava dietro il Wat Arun, il Tempio dell’alba. Un immenso tramonto riempiva il vasto cielo sopra la piatta veduta della giungla di Thon Buri, interrotta solo da due o tre alte pagode che si stagliavano all’orizzonte. Simile a cotone, il verde della foresta assorbiva l’intenso bagliore e lo tramutava in smeraldo. I sampan si incrociavano sull’acqua, i corvi si raggruppavano numerosi, e sulla superficie del fiume galleggiava una sudicia patina rosa.» (pp. 19-20)

Autore: MISHIMA Yukio (三島由紀夫) pseudonimo di HIRAOKA Kimitake
Editore: Feltrinelli Anno: 2011 (Edizione originale: 1970) 343 pagg.
Titolo originale: 暁の寺 (Akatsuki no tera)
Traduttore: Emanuele Ciccarella
ISBN: 978-88-07-72238-7

Sudditi

Sudditi - www.anobii.com(- Dov’eri finita? Sei caduta nella tana del Bianconiglio ed hai perso la voia del ritorno?
- Ho semplicemente avuto tanto da fare, purtroppo.
- Ancora saggistica? E la narrativa?
- Sto incubando qualcosa su Mishima. Ma è molto, molto difficile.)
Negli ultimi tempi ho iniziato ad interessarmi un po’ di più di politica, spronata soprattutto dalla situazione tragica ma non seria in cui versiamo. Essendo piuttosto ignorante in materia ho sentito l’esigenza di cercare delle coordinate di riferimento, e siccome il comunitarismo è un orientamento trasversale che sta informando i discorsi e le proposte di un numero crescente di attori politici, ho pensato che hey!, non ci fosse occasione migliore per emanciparmi dalla mia disabilitante ignoranza che leggere la breve (ma densa?) trattazione in proposito di uno dei suoi esponenti italiani più noti.

A Massimo Fini la democrazia rappresentativa di matrice liberale non piace un granché, per vari motivi. La sua tesi principale (e l’unica per la quale fa almeno il tentativo di sviluppare un’argomentazione) è che il sistema democratico rappresentativo sia intrinsecamente incoerente: che i suoi portati siano in stridente contraddizione con finalità e principî ispiratori.

«diventa sempre più evidente che la democrazia rappresentativa non solo non rispetta i suoi presupposti e i suoi roboanti principi, ma non è assolutamente in grado di farlo né mai lo farà.» (p. 30)

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A questo punto mi aspettavo che la trattazione fosse articolata intorno a due temi: 1) Quali sono i presupposti della democrazia rappresentativa? 2) Quali sono invece i suoi portati?
In merito al primo, consultando un po’ di letteratura già esistente Fini scrive:

«La democrazia è un metodo, una serie di regole e di procedure per determinare, attraverso elezioni rette dal criterio di maggioranza, chi devono essere i governanti cui spetta prendere decisioni valide per l’intera collettività.» (p.89)

Secondo la rappresentazione di sé diffusa presso i sistemi democratici (di cui Fini fa un unico fascio, e che anzi riduce agli Stati Uniti in quanto capofila, massimo modello e potenza egemone: tutte cose ormai passibili di contestazione), i punti qualificanti delle regole del gioco democratico si potrebbero condensare in: principio “un uomo un voto”, libertà del voto stesso, trasparenza dell’attività di governo, rispetto di norme e leggi, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ricusazione della violenza nella soluzione dei conflitti. (Anche qui ci sarebbe molto da dire, ma perderemmo il filo del discorso principale, ovvero la coerenza del sistema).
Orbene, scrive Massimo Fini, queste norme sono regolarmente violate dai rappresentanti eletti perché il sistema non consente ai cittadini né di scegliere né di controllare l’operato dei governati, i quali formano una casta chiusa la cui unica finalità, omertosamente condivisa ed ipocritamente negata, è quella di esercitare il potere usurpando il popolo della sua sovranità per accumulare favolose quanto immeritate ricchezze.
La questione è tutt’altro che banale e meriterebbe una disamina attenta: consorterie, gruppi di interesse e lobby di vario genere che esercitano sul processo decisionale una influenza non sancita da alcuna investitura effettivamente limitano l’esercizio del potere espresso dalla sovranità popolare. Il problema del modo in cui la pone Massimo Fini è che la loro formazione è associatata alla democrazia rappresentativa eludendo alcuni interrogativi non secondari: a) La formazione di oligarchie è un portato strutturale del meccanismo rappresentativo? Si dà il caso di paesi ad ordinamento democratico in cui questo fenomeno è assente o limitato? b) È possibile introdurre norme correttive che limitino il fenomeno senza abbandonare in toto l’ordinamento democratico? c) Si tratta un fenomeno proprio delle sole democrazie rappresentative o appartiene anche ad altre, se non a tutte le forme di amministrazione del potere?
Quello di Fini tuttavia è un argomentare estremamente povero: si limita a denunciare con toni aspri l’esistenza di oligarchie, ma non le inquadra come oggetto di critica, non ne svela i meccanismi di formazione e funzionamento evidenzandone le eventuali connessioni con l’ordinamento democratico (ciò che sarebbe dopotutto l’oggetto principale del suo discorso), trovando forse più utile, più agevole, più remunerativo servirsene come bandiera e strumento retorico, ed in definitiva tirare l’acqua dell’indignazione al proprio mulino. Il discorso procede in maniera piuttosto nebulosa fra argomenti circolari e vigorosi richiami ad un passato immaginifico (Ancien Régime soprattutto: perché una volta certi soprusi i nobili non potevano permetterseli, mica come oggi, e «in fondo nei Promessi Sposi Don Rodrigo finisce per perdere la partita», p. 95) od a mondi esotici idealizzati (Nuer).

Argomenti secondari non dichiarati/sviluppati/argomentati
Ci sono altri motivi, ancillari rispetto alla tesi principale, per i quali Massimo Fini non gradisce la democrazia rappresentativa: ad alcuni accenna solo, su altri si spende un po’ di più; talvolta sono presentati sotto forma di preterizioni (ovvero: “Non voglio dire che la tal cosa sia così e cosà” …ma intanto l’hai detto). Una carrellata:

3. Liberaldemocrazia e capitalismo industriale vengono strettamente associate, ed i danni del secondo liberamente attribuiti alla prima. Su un piano storico penso che l’argomento sia fecondo, ma attribuire al sistema democratico rappresentativo in quanto tale gli effetti di certe politiche di redistribuzione della ricchezza mi sembra piuttosto azzardato. E risulta tantopiù seccante in quanto Fini non si assume direttamente la responsabilità dell’associazione: è tutto un «In Occidente si è convinti che» (p. 11), un ammiccare per incisi.
Oggigiorno poi fioccano modelli di sviluppo in cui il capitalismo industriale non si accompagna ad un ordinamento liberaldemocratico, nemmeno i sostenitori più sfegatati del libero mercato hanno più il coraggio di dire che produce democrazia.

4. Il capitalismo industriale avrebbe sfibrato l’uomo, l’avrebbe privato di vigore: per ritrovare se stessi la ricetta per tutti è tornare a zappare.

«Il ritorno alla terra non viene quindi inteso semplicemente come cambio radicale dell’indirizzo produttivo (…) ma come recupero, in senso non solo simbolico, di energie vitali. Noi veniamo dalla terra e alla terra ritorniamo. Siamo suoi figli. Il contatto con la terra ci rigenera psicologicamente e fisicamente.» (pp. 133-4)

Insomma, l’abbondanza avrebbe debosciato l’uomo moderno (anzi, a giudicare dalle metafore sessuali ricorrenti, l’avrebbe proprio svirilizzato). Come argomento contro la democrazia rappresentativa mi pare penosetto anzichéno.

5. L’attività politica democratica, che si svolge e risolve su un piano dialettico, è esteticamente insoddisfacente per Fini che invece predilige l’azione (una posizione un po’ alla Mishima e un po’ alla D’Annunzio).

«Il potere democratico si basa, più di chiunque altro, sulla parola. Il condottiero deve conquistare città e territori o difenderli. Il capo carismatico avrà alle spalle azioni con cui ha costruito il proprio prestigio. Il dittatore prende decisioni che sono direttamente riferibili alla sua persona. Il potere di origine divina o semidivina è invece silenzioso per non usurare con la parola la propria sacralità e credibilità. (…) L’uomo politico democratico invece parla. Non fa che parlare. E’ la sua attività principale e quasi esclusiva. “La politica moderna – scrive Weber – si serve della parola in misura quantitativa enorme”. E la parola è inganno, frode, menzogna. “Il tuo dire sia sì sì no no, il resto viene dal Maligno” è scritto nel Vangelo.» (pp. 67-8)
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6. L’assenza di valori intrinseci alla democrazia porta ad una perdita di identità dell’individuo. Penso che fondamentalmente non sia vero che la democrazia sia priva di valori intrinseci: i suoi valori sono stati decontestualizzate, astoricizzati ed apostatizzati sotto forma di “diritti universali dell’uomo”: in questo caso “universale” è un’aggiunta retorica. (E comunque di questa storia dell’identità avrei le tasche piene).

«In questo appiattimento naufraga la nostra identità. Anche perché nella società premoderna e predemocratica l’uomo di ieri trovava proprio nei legami e nei limiti in cui era circoscritto la propria individualità e soggettività, quello di oggi, democraticamente sciolto da quei vincoli, tecnologicamente svincolato da     quei limiti territoriali e riversato nel mondo globale, perde ogni punto di riferimento. È anonimo e solo.» (p. 97)
«L’uomo non è mai stato così condizionato, fin nelle ultime fibre, come nell’odierna società democratica di massa, di cui fa parte come semplice ingranaggio dell’onnipotente meccanismo che la sovrasta, fingibile e sostituibile come gli oggetti che produce, senza valore, senza identità, senza dignità e senza onore.» (p. 99)
«Infine, e soprattutto, il cosiddetto benessere provoca nevrosi, depressione, angoscia, frustrazione, perdita di senso e ha precipitato l’uomo in una disperazione e in un’infelicità diffusa quale nessuna epoca che ci ha preceduto, per quanto brutale, ha mai conoscuto?» (p. 130)

Quando ci si lascia andare a fantasie pastorali ci si dimentica della miseria nera e della cappa di oscurantismo e pressione al conformismo che hanno oppresso la vita rurale. L’immagine dell’individuo libero ed indipendente immaginata da Fini è una finzione romantica tutt’al più appannaggio di una élite che non aveva preoccupazioni materiali immediate e poteva permettersi di vagheggiare un “ritorno alla natura ed all’istinto” proiettando altrove l’ansia prodotta dalla vita sociale.
Quanto alla mancanza di senso, visto che ci sono nata e non conosco altra condizione, ci sto piuttosto bene dentro. Mi rincresce che Fini ci soffra (mi pare che in qualche modo se ne sia fatta una ragione ed un suo ruolo se lo sia ritagliato), ma la mancanza di senso è la dimensione della mia libertà individuale, e in una certa misura anche della mia felicità. I miei massimi sussulti di appartenenza li ho quando vedo qualche straniero mangiare gli spaghetti con coltello e forchetta e/o condirli con il ketchup.
Sono uno specimen antropologico che Fini non conosce, ma è anche un uomo di un’altra epoca. E chissà cosa ci riserverà l’avvenire.

Tamakatsura contro il comunitarismo
Massimo Fini auspica l’avvento di «un regime comunitario della terra, com’era in epoca preindustriale, una sorta, per dirla molto alla grossa, di feudalesimo senza feudatari.» (pp. 131-2). Il suo ideale è quello di un’economia basata largamente sull’autoproduzione agricola organizzata in piccole comunità in cui le decisioni rilevanti siano prese di concerto.
Gli propongo un gioco. Fini stesso, discutendo del principio “un uomo, un voto” (oggidì va per la maggiore la sua formulazione “uno vale uno”) ne evidenzia i limiti, dal momento che un gruppetto organizzato è più incisivo di una moltitudine dispersa. Si tratta di un meccanismo dal funzionamento assodato e pressoché inevitabile, a meno che non si abolista la libertà di associazione.
Se sotituiamo i voti con le clave, che situazione si verrà a creare? Il meccanismo di formazione di gruppi organizzati verrà meno, o si manifesterà sotto altre forme?
(E per le decisioni che investono una dimensione più ampia, che si fa?)

Letture e riletture che consiglio a me stessa, a Massimo Fini ed ai miei affezionati lettori
William Golding, Il signore delle mosche, Carl Schmitt, Il concetto del ‘politico’ e Karl Polanyi, La grande trasformazione (il quale nella bibliografia di Sudditi inaspettatamente compare).
Contro la dicotomia Natura/Cultura (che, ahimé, Fini spolvera usando addirittura le maiuscole): Glifford Geertz, L’impatto del concetto di cultura sul concetto di uomo (in Interpretazione di culture) e Tim Ingold, Come eliminare le distinzioni tra corpo, mente e cultura (in Ecologia della cultura).

Titolo completo: Sudditi. Manifesto contro la Democrazia
Autore: Massimo FINI
Editore: Marsilio Anno: 2004 147 pagg.
ISBN: 978-88-317-8412-2

Maggio 2013

Libri del mese:
Inter-University Center for Japanese Language Studies (acd NISHIGUCHI Koichi e KONO Tamaki), Kanji in context [ Workbook Vol. 1 ] ―中・上級学習者のための漢字と語彙, The Japan Times
MISHIMA Yukio, Il tempio dell’alba, Feltrinelli
Jan Jacob SLAUERHOFF, La rivolta di Guadalajara, Iperborea

Libri iniziati e abbandonati:
Ambrose BEIRCE, Tutti i racconti vol. II. Racconti di guerra, Fanucci
Renzo DE FELICE, Mussolini e il fascismo vol. I Mussolini il rivoluzionario, Einaudi (sono arrivata a pagina 305 prima di sventolare bandiera bianca)

Musica del mese:
Air, Moon safari
The devil OST
Brian Eno, Music for airports
Franz Schubert, Sonata in La minore per violoncello e pianoforte D 821 “Arpeggione”
K-Pop misto

La nascita di una potenza mondiale /2

La campagna elettorale del 1912 vide contrapporsi a Theodore Roosevelt ed al suo “Nuovo nazionalismo” il democratico-progressista Woodrow Wilson con un programma di “Nuova libertà”. A marcare una distinzione fra i due programmi c’era la diversa attenzione alla composizione sociale statunitense: gli Stati Uniti stavano cambiando, e le sue varie minoranze erano sempre più attive e visibili. Wilson era più consapevole della crescente frammentazione culturale accelerata dalle ondate di “immigrati nuovi” non più provenienti dall’Europa nordoccidentale bensì da Europa orientale e Italia, che realisticamente non si sarebbero assimilati; delle tensioni create da segregazione razziale e discriminazione messe in atto dagli stati dietro la formula pudica «separati ma uguali»; delle rivendicazioni del diritto al’istruzione, alla proprietà e dei diritti politici da parte dei movimenti femministi; del ruolo di sostegno e sprone da sinistra dei progressisti giocato dai movimenti socialisti.
Wilson fu più capace di interpretare e mediare fra queste diverse istanze, ed ebbe la meglio.

Fu proprio Wilson a guidare gli Stati Uniti nella partecipazione al primo conflitto mondiale, ma meno noti sono i precedenti di politica estera statunitense. Fino alla prima guerra mondiale gli USA non furono particolarmente attivi; in Europa erano considerati un attore politico di second’ordine. Una agenda politica espressamente imperialistica trovò sostegno negli Stati Uniti solo verso la fine Ottocento, quando gli stati dell’Europa occidentale avevano ormai consolidato i loro imperi coloniali penetrando in profondità in Africa ed Asia; secondo Thomas, questa spinta verso l’esterno in parte convogliava le energie rimaste prive di una direttrice dopo la chiusura della Frontiera.
All’interno dell’opinione pubblica statunitense si erano andate definendo due diverse correnti: coloro che erano favorevoli ad una politica estera imperialistica (per sostenere politicamente gli interessi economici statunitensi, per diffondere la democrazia, la civiltà cristiana e/o la libera impresa – e sarebbe stato interessante approfondire il legame di coimplicazione che alcuni assumevano esistesse fra essi) e chi, rifacendosi ai principi repubblicani, avversava su basi morali l’imposizione di un sistema di governo su un altro popolo.
Fosse per egoismo economico o per attivismo altruistico (oggi diremmo “umanitario”), in definitiva a prevalere fu l’approccio interventista, come si manifestò in occasione della crisi di Cuba, ancora formalmente parte dell’impero coloniale spagnolo. Nel 1895 scoppiò una sommossa che assunse progressivamente caratteri rivoluzionari. La Spagna mandò un contingente per sedare la rivolta, ma tre anni più tardi gli Stati Uniti inviarono a loro volta truppe a sostegno dei rivoltosi. La Spagna non era più che l’ombra della potenza che era stata tre secoli prima (a proposito: sarei curiosa di leggere qualcosa su questa involuzione) e di lì a breve firmò una resa con la quale rinunciava alla sovranità su Cuba (in cui fu istituita una repubblica formalmente autonoma), Portorico (annessa agli SU come territorio speciale amministrato da un governatore di nomina presidenziale), Guam (che divenne una stazione navale entro la giurisdizione della marina – nemmeno del governo – statunitense) e sulle Filippine (che di fatto divenne una colonia americana, sebbene dotata di una ridotta autonomia amministrativa). A questo punto l’impero c’era, e le divisioni si aprirono sulla sua gestione.

I lasciti di Theodore Roosevelt, che dopo aver condotto la spedzione statunitense a Cuba era diventato fortunosamente Presidente, furono essenzialmente il corollario alla dottrina di Monroe con il quale si affermava l’esistenza di una sfera di influenza esclusiva statunitense all’interno della quale era incluso l’intero continente americano; e la secessione di Panama dalla Colombia (1902) realizzata da un gruppo insurrezionale finanziato dai futuri investitori nell’impresa del canale.
Il suo successore, Taft, si fece invece promotore di una “diplomazia del dollaro“: una intensa penetrazione dei capitali privati in aree la cui stabilità sarebbe stata garantita da un successivo intervento del governo federale; funzionò solamente in America latina, dove un intervento militare diretto era effettivamente nel novero delle possibilità.
Wilson era un anti-interventista ed intendeva promuovere l’arbitrato internazionale come strumento di soluzione delle controversie.

«Nel 1914 era diffusa fra gli intellettuali progressisti una salda fede nell’imminente avvento di un’era di armonia internazionale.» (p. 189)

Tuttavia, per ironia della sorte o per un fondamentale errore di calcolo, la presidenza Wilson fu una delle più interventiste della storia americana fino a quel momento: impegnativo fu l’intervento in un Messico agitato da successivi colpi di Stato (1911-16) ed ancora di più lo fu quello in Europa, nella quale nel frattempo era scoppiata la prima guerra mondiale.
Wilson avrebbe preferito mantenere la neutralità americana, ma la sua pretesa e rivendicata neutralità non contemplava in realtà equidistanza fra i due blocchi: gli Stati Uniti rifornivano e facevano credito all’Intesa, mentre non faceva che montare l’irritazione per gli affondamenti indiscriminati condotti dai sottomarini tedeschi (il caso più famoso fu quello del Lusitania nel 1915). Quando divenne evidente che la guerra totale stava erodendo le possibiltà dell’Intesa di sostenere l’economia di guerra, gli Stati Uniti entrarono in guerra.

Ora, sono così abituata all’edificio di memoria prodotto dalle ricostruzioni nostrane della prima guerra mondiale – in cui sono cristallizzati i film di Rosi e Monicelli, le pagine di Lussu e Hemingway, luoghi miti e narrazioni commemorative nazionalpopolari da Redipuglia al milite ignoto alle puntate speciali della Premiata Divulgazione Angela – che la scoperta di un punto di vista affatto diverso ha contribuito a scrostare la patina di polvere e vecchiume di cui si era incrostato, lasciando emergere materia viva di assoluto fascino.
Come già era accaduto in occasione della Guerra civile, negli Stati Uniti la mobilitazione bellica fornì un’occasione per attuare decise politiche di centralizzazione altrimenti mal digerite da un’opinione pubblica sempre diffidente nei confronti delle autorità federali. Le esigenze organizzative del “fronte interno”, assai estese nell’ottica di uno sforzo bellico che avrebbe investito la vita collettiva ad ogni livello, incontrarono una classe politica che, ormai educata da un ventennio di efficientismo progressista, le colse come un’opportunità insperata per accelerare il programma di intervento governativo scientifico e riforma sociale. Si teorizzò persino che le le politiche di mobilitazione «avrebbero promosso la virtù morale e la purezza civile sia fra i soldati che fra i civili» (p. 203).
Il punto sta proprio qui: se da un lato l’esecutivo compì vari sforzi per istituire organismi di coordinazione e gestione centralizzata delle risorse (derrate, cantieri navali, traffico ferroviario, produzione industriale) in collaborazione con la grande industria, dall’altro l’armonizzazione efficientistica applicata sul piano ideologico si tradusse nella diffusa repressione del non conformismo – ovvero di tutte le opinioni, i comportamenti, le espressioni artistiche (come l’arte degenerata europea che tanto aveva dato scandalo a New York: Matisse, Picasso, Brancusi, Duchamp) che, per la loro devianza carica di destabilizzazione, finivano per essere considerate manifestazioni di antipatriottismo. Il governo degli Stati Uniti si fece carico dell’omogeneizzazione morale della società elevando a modello unico il benpensare.
Quel che più mi ha colpita non è stata l’iniziativa governativa, bensì la diffusione di quella locale: un associazionismo spontaneo di vigilantes autoconvocati che organizzavano spedizioni punitive, autodafè patriottiche e linciaggi contro sindacati, pacifisti e lavoratori in sciopero.

«Lo strumento progressista del governo amministrativo, che aveva come scopo di liberare i responsabili dell’esecutivo dalla costante interferenza del legislativo, aveva i propri meriti; ma quando lo si applicava alle idee e opinioni dei cittadini, anziché alle procedure amministrative, il nuovo procedimento rivelava i mali di un’azione governativa separata da responsabilità e controllo.» (p. 211)

Ed ecco che ci resta in mano con una questione di cui, a distanza di un secolo, vale ancora più che mai la pena di discutere.
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Titolo completo: La nascita di una potenza mondiale. Gli Stati Uniti dal 1877 al 1920
Autore: John L. THOMAS
Editore: il Mulino Anno: 1988 (Edizione orginale: 1985) 272 pagg.
Titolo originale: The Great Republic: A History of the American People
Traduzione del titolo: La Grande Repubblica: Storia del Popolo Americano
Traduttrice: Nadia Venturini
ISBN: 88-15-01267-2

Aprile 2013

Libri del mese:
Louis-Charles FOUGERET DE MONBRON, Margot la rammendatrice, Casa Editrice Le Lettere
Marcel PROUST, All’ombra delle fanciulle in fiore, Einaudi

Musica del mese:
Oasis, Heathen chemistry
Oasis, Be here now
Franz Schubert, Sinfonia n°8 in Sol minore “Incompiuta” D. 759
Gustav Mahler, Sinfonia n°9 in Re maggiore
Gustav Mahler, Sinfonia n°3 in Re minore

Film del mese:
NISHITANI Hiroshi, Yōgisha x no kenshin (Giappone 2008)
BANG Eunjin, Yonguija X (Corea del Sud 2012)

La nascita di una potenza mondiale /1

Sono arrivata alla terza puntata, evviva! XD La Storia degli Stati Uniti de il Mulino è davvero una miniera di scoperte. Questa volta mi ha schiuso un punto di vista deangolato su un meccanismo economico del quale so davvero poco e su un evento storico del quale invece si conosce fin troppo. O forse si studiano tante cose tralasciandone altre più controverse?

Nell’ultimo quarto del diciannovesimo secolo l’economia americana crebbe notevolmente, seppure in maniera discontinua: l’incremento di produttività consentito dalla meccanizzazione finiva per creare ciclicamente eccessi di offerta e crisi, superate da nuovi momenti di espansione e sovrapproduzione. Per ovviare a questo inconveniente, i produttori trovarono alcuni metodi per moderare la concorrenza e regolare la quantità (ed il prezzo) dei prodotti immessi nel mercato: le fusioni fra aziende, la creazione di cartelli, e la presenza dei medesimi amministratori nei cda di più aziende (mi ero fatta l’idea che si trattasse quest’ultimo di un fenomeno recente, dell’ultima ventina d’anni, e invece…).
L’agricoltura attraversò un processo simile: lo sfruttamento sempre più intensivo e meccanizzato dei terreni aveva aumentato significativamente la produzione, facendo al contempo crollare i prezzi sul mercato (e gli autori non parlano delle ricadute sull’agricoltura europea dell’arrivo di derrate alimentari a buon mercato dagli Stati Uniti). Gli agricoltori si unirono in cooperative e consorzi, e più ancora animarono vivaci proteste all’interno di “terzi partiti” (ovvero né democratici né repubblicani), in particolar modo nel partito populista, «che chiamò a raccolta gli scontenti con simboli di cospirazione e profezie di decadenza, facendo al tempo stesso specifiche richieste come gruppo d’interesse. Il populismo portò alla luce la profonda convinzione di essere stati traditi.» (p. 37).
Alcuni Stati approvarono leggi restrittive contro i trust, ma le associazioni più colpite furono (non senza coerenza, ma in maniera paradossale, dal nostro punto di vista europeo) i sindacati, colpevoli di turbativa della libera concorrenza sul mercato del lavoro.
Il partito populista finì per fondersi con il partito democratico, senza peraltro essere riuscito a realizzare il proprio programma; nello stesso periodo, sul finire dell’Ottocento, sorse e conquistò crescenti consensi e seguaci il movimento progressista, che si dispiegò (con modalità leggermente diverse) sia fra i repubblicani che fra i democratici.

I progressisti furono i primi, negli Stati Uniti, a promuovere l’adozione degli strumenti messi a disposizione della scienza (in particolare da demografia e statistica) al servizio dell’azione di governo. Il loro programma si proponeva di
1. Incrementare l’intervento governativo in materia di tutela sociale sociale, in un’ottica di salvaguardia del bene comune;
2. Sostituire agli elementi corrotti, incapaci e particolaristici della classe politica (presso cui era diffusa la raccolta di pacchetti di voti tramite capibastone/caporione) figure nuove caratterizzate da onestà, competenza e spirito di servizio;
3. Scardinare il sistema oligarchico in favore di una più ampia partecipazione (ovvero estendere l’accesso alle alte sfere della politica alla élite colta urbana, fino a quel momento esclusa).
Parallelamente al movimento progressista, si fece largo una nuova leva di giornalisti che ne sosteneva l’azione, lo spronava ad interventi più radicali ed invocava una moralizzazione della vita politica e socale del paese: i muckraker (“rastrella-letame”).

rabbit-emoticon-005«L’azione dei muckraker rappresentava (…) una tecnica pubblicitaria anziché una filosofia, uno stile giornalistico popolare piuttosto che un’analisi approfondita. (…) L’azione dei muckraker si rifaceva alla moralità tradizionale, mentre sfruttava il ruolo ormai consacrato dell’osservatore disinteressato: l’investigatore dallo sguardo acuto e dal muso duro, animato da un fiero desiderio di raccogliere tutti i fatti ed esporli ai raggi salutari della pubblicità. (…) Nella loro visione della politica americana vi era un forte pregiudizio contro il governo dei partiti, così come un’inclinazione alle interpretazioni cospiratorie. (…) Coscienza, dovere, carattere, virtù erano le parole d’ordine dei muckraker, come pure la misura della loro limitata comprensione dei problemi che si ponevano all’America progressista.» (pp. 103-4)

Laddove il governo degli stati fu conquistato dai progressiti (come in Winsconsin, governato dal repubblicano-progressista La Follette a partire dal 1900), si pose il problema della contraddizione interna fra due elementi del loro programma: la promozione di una maggiore partecipazione democratica e popolare all’azione di governo, ed al contempo il suo esercizio da parte di una élite tecnica competente. Senza contare che, per consolidare il consenso necessario a sostenere la loro azione di governo, adottarono i medesimi metodi di patronage già denunciati presso gli altri schieramenti. Il bilancio complessivo dei governi progressisti tuttavia fu interessante: ad esempio resero più efficienti i trasporti pubblici, ed approvarono qualche misura di stato sociale.

I progressisti che salivano alla ribalta erano in genere outsider che riuscivano a spuntarla entrando in contrapposizione con i rappresentanti più paludati ed istituzionali del loro partito. Fu questo il caso anche di Theodore Roosevelt (presidente dal 1901 al 1909), repubblicano sui generis che aveva fatto proprie alcune delle istanze progressistiche.
Con Roosevelt furono inaugurate delle politiche di rafforzamento del governo federale, per il quale teorizzava un ruolo da regolatore e mediatore delle varie istanze delle parti sociali in un’ottica di interesse pubblico, nel nome del quale approvò anche le prime norme di tutela ambientale.

[continua]