Scenes from the Enlightenment /1

scenes-from-the-enlightenment-%eb%8c%80%ed%95%98È una strana condizione, quella di “italiana all’estero”. Sempre con la testa in due posti, sempre divisa fra la volontà di immergermi in questo paese, nel qui e adesso finché quest’adesso dura, e la nostagia di casa. Anche con la lettura funziona un po’ così: da un lato vorrei fare il pieno di letteratura del luogo (gran parte della quale in Italia sarebbe pressoché irreperibile); dall’altro sento acutamente lo sfasamento rispetto al tempo dell’editoria italiana. Pur sapendo che si tratta di una sensazione ingannevole, perché anche a casa un po’ sfasata lo sono sempre stata.

Comunque. Questo sproloquio era per introdurre un romanzo coreano inedito in Italia, che ho letto in traduzione inglese. Non è il primo libro coreano di cui parlo su Asaki, ma in questo caso come non mai si tratta di un titolo sconosciuto, entrato nei radar di un pugno di specialisti, forse. Un peccato! Il romanzo è bellissimo. E siccome è improbabile che qualcun altro ne parli, bisogna proprio che lo faccia io. Continua a leggere

Conan il ragazzo del futuro

conan-il-ragazzo-del-futuroQuella di Conan il ragazzo del futuro è una lettura che desideravo fare da un bel pezzo. Amo molto l’opera di Hayao Miyazaki e ho letto diversi dei libri a cui si è ispirato per i suoi lavori. Inoltre da un po’ di tempo a questa parte mi sono innamorata del mare, dei grandi panorami aperti e azzurri. E in Conan, di mare, ce n’è in abbondanza.
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Il romanzo infatti è ambientato in un futuro in cui lo scioglimento delle calotte polari ha provocato l’innalzamento dei mari su tutto il pianeta. Questo sconvolgimento, ribattezzato poi “Cambio”, ha spinto i non numerosi superstiti sulle alture, trasformatesi in isole. Anche Conan è un sopravvissuto: il Cambio l’aveva separato dai suoi cari appena dodicenne, gettandolo su un’isoletta dalla quale non si vedeva anima viva. E su quell’isola era rimasto, imparando a pescare ed a costruirsi ciò di cui aveva bisogno, con la sola compagnia dei gabbiani di Lanna (ci torneremo) e dell’esortazione imperativa a resistere di una voce misteriosa.

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Questa vita di isolamento era durata cinque anni, fino al giorno in cui Conan era stato catturato da una solitaria nave di passaggio. Veniamo così a sapere che i superstiti di una delle superpotenze che esistevano prima del Cambio si sono riorganizzati nel Nuovo Ordine, un impero tecno-industriale che ambisce al dominio planetario.
Ma il Nuovo Ordine, che basa la sua potenza sull’industria, ha due punti deboli: il primo è il bisogno continuo di materie prime e manodopera giovane; il secondo è la dipendenza dagli scarsi scienziati e ingegneri sopravvissuti. Per questo motivo il Nuovo Ordine da un lato trama per conquistare High Harbor, un’isola su cui i giovani abitanti hanno coltivazioni ed allevamenti, dall’altro pattuglia i mari in cerca di Briac Roa, geniale inventore scomparso durante il Cambio.

Conan, prigioniero del Nuovo Ordine, viene marchiato con una croce rossa sulla fronte e obbligato a lavorare alle dipendenze di un vecchio ingegnere navale burbero e scostante soprannominato “Orbo”. Le sue intenzioni sono di scappare e di raggiungere High Harbor, dove vive ancora Lanna, la sua più cara amica d’infanzia, ammaliatrice di gabbiani e nipote dell’Insegnante, e da lì combattere il Nuovo Ordine.
Ma come fare a scappare? Come contrastare la superiorità tecnologica del Nuovo Ordine? E come ricostruire un nuovo rapporto con la natura?

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È interessante notare come il tema della catastrofe ecologica si intrecci a quello della guerra: il Cambio infatti è stato provocato dall’uomo, non attraverso l’inquinamento e l’effetto serra, come saremmo portate ad immaginare oggi, bensì attraverso l’uso di di un’arma di potenziale distruttivo superiore alla capacità umana di controllo nel corso di un conflitto fra superpotenze. (Visto che il conflitto era fra un impero totalitario e gli Occidentali, e visto che il libro è del 1970, il riferimento alla Guerra Fredda è piuttosto trasparente).

Un argomento tema presente è quello di conflitto e alleanza generazionale. Gli adulti del romanzo infatti sono incapaci di guidare le comunità umane: sono avidi e meschini, come gli affiliati del Nuovo Ordine, oppure sono inetti, cone Shann di High Harbor. Gli unici che possono prendere in mano la situazione ed imprimere un nuovo corso sono i ragazzi, che possiedono ciò che agli adulti manca: energia e purezza (Conan, Lanna). Ma i ragazzi non possono essere lasciati a loro stessi, o corrono il rischio di inselvatichirsi: per questo motivi occorre che stringano alleanza con la generazione degli anziani (come Insegnante) e farsi guidare dalla loro saggezza e lungimiranza.

Fra l’altro, il rapporto fra giovani e anziani, spesso in contrapposizione agli adulti ed alla loro aridità, è un tema molto caro ad Hayao Miyazaki, e ritorna spesso nel suo lavoro sia di regista che di mangaka.
Per quest’ultima osservazione devo ringraziare l’input di Yupa, con il quale ho avuto il privilegio ed il grande piacere di discutere di questo aspetto del lavoro del maestro. 😊

🔖 Colgo l’occasione per una micro-segnalazione: Yupa, che è un apprezzato traduttore di manga, ha dedicato saggio breve e denso alla riflessione di Hayao Miyazaki sul rapporto fra uomo e natura, intitolato Nausicaä e la Natura. Una presentazione del libro si può leggere [QUI] ed il libro si può acquistare in formato digitale [QUI]) 🔖

Tornando a Conan, un punto che mi ha convinto poco è la faccenda delle voci. Non ho capito perché mischiare la storia delle comunicazioni fra telepati al problema della coscienza/voce divina… senza un po’ di contesto l’effetto finisce per essere “Ho visto la luce!” mentre qualche cenno in più su telepatia eccetera l’avrei gradito.
Comunque nel complesso: soggetto notevole, impianto interessante, esecuzione non altrettanto brillante. Sono contenta della lettura e sono impaziente di leggere altro fantastico.

Autore: Alexander Hill KEY
Editore: Kappa Edizioni   Anno: 2007 (Edizione originale: 1970)   171 pagg.
Titolo originale: The Incredible Tide
Titolo in italiano: La grande onda di marea
Traduttore: M. Carpino
ISBN: 9788874711673

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La caduta
Il tema centrale del romanzo è quello della caduta della protagonista: non solo la sua perdita di status sociale, ma anche – anzi, soprattutto – la sua perdita di statura morale.
Per capire meglio la faccenda della caduta, occorre tenere presente che la società coreana è stata divisa per secoli in un sistema piuttosto rigido di classi sociali: la posizione più alta era occupata dagli studiosi confuciani, seguiti dai contadini, da artigiani e commercianti, e infine da schiavi e fuoricasta. La famiglia di Poknyŏ è formata da studiosi impoveriti e divenuti contadini; la ragazza invece, sposata ad un fannullone, percorre in breve tempo l’intera piramide sociale in discesa, passando da contadina a lavoratrice a servizio, e infine a fuoricasta.
Avrebbe potuto essere la storia patetica dell’umiliazione di una donna costretta dalle circostanze materiali a tradire i valori in cui crede; Kim Tong-in invece prende una strada più complessa. Quello che colpisce di Patate, infatti, è il pervertimento del sistema di valori di Poknyŏ: l’accettazione di comportamenti che l’educazione confuciana impartitale in famiglia le aveva insegnato a rigettare. Poknyŏ trasgredisce, una dietro l’altra, a tutte le norme che avevano delimitato il suo mondo, e lei stessa esce trasformata da questo processo.
Le patate del titolo simboleggiano proprio i bisogni materiali, modesti ma indispensabili, che fungono da incentivo alle trasgressioni di Poknyŏ. La caduta di Poknyŏ corrisponde quindi allo spostamento del centro del suo mondo morale dagli imperativi appresi in famiglia al cesto di patate, ovvero al soddisfacimento dei bisogni materiali.

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Nella postfazione, Bruce Fulton presenta due letture critiche della parabola discendente di Poknyŏ; la lettura tradizionale sottolinea la subalternità di Poknyŏ rispetto ai ruoli previsti per le donne dalla società del tempo (padrona di casa, serva, prostituta); Fulton invece sottolinea il suo ruolo attivo nel disporre strategicamente di se stessa in faccia alle circostanze contingenti.
Non so fino a che punto abbia senso cercare di definire il personaggio di Poknyŏ come subalterno o proattivo (dopotutto, a quali donne era concesso di emanciparsi dai suoli sociali canonici? e d’altro canto, l’intrapendenza di Poknyŏ non è forse parte integrante della sua caduta?), e ho qualche dubbio che fosse questo l’intento dell’autore.
A me sembra che la questione centrale del racconto sia la trasformazione sociale e morale del personaggio. Il bilancio di questa trasformazione dipende dal valore attribuito dal lettore al cesto di patate: se si pone l’accento sui valori, Poknyŏ è vittima di una perversione dettata dalle circostanze; se invece si assegna il primato alla sopravvivenza, quella di Poknyŏ è una emancipazione da norme oppressive.

Vale peraltro la pena di ricordare che Kim Tong-in, riprendendo il tema della donna caduta, rivisita un grande classico del Naturalismo francese (vedi il già citato Germinie Lacerteux dei fratelli Goncourt, o Gervaise ne L’Assommoir di Zola).

Porta dei Sette Astri (Ch’ilsŏngmun) di P’yŏngyang [fonte]

Geografie dell’esclusione
Prima di concludere il post, volevo prendere nota di due cose segnalate da Fulton; ad una non avevo fatto caso, mentre l’altra non mi era sfuggita.
La prima riguarda la geografia del racconto. Non è casuale il fatto che che Poknyŏ e suo marito risiedano fuori dalle mura di P’yŏngyang. Kim lo sottolinea sin dall’incipit:

«Rissa, adulterio, omicidio, furto, detenzione… i bassifondi fuori della Porta dei Sette Astri erano un terreno da cui nascevano ogni tragedia e violenza di questo mondo. Prima di andare ad abitare lì, Poknyŏ e suo marito erano stati contadini.» (p. 8/9)

L’esclusione geografica di Poknyŏ e suo marito dalla città potrebbe alludere alla loro esclusione dalla società civile. Ci si può poi dividere se questa esclusione abbia una valenza negativa (ostracismo dalle relazioni comunitarie “normali”) o positiva (liberazione da strutture sociali rigide, simboleggiate dalle mura). Secondo me Kim Tong-in avrebbe propeso per una lettura negativa.
La seconda riguarda la geografia sociale del racconto: l’amante fisso di Poknyŏ, Wang, infatti è cinese, ed a giudicare dalle somme pagate a Poknyŏ in cambio dei suoi favori, è anche benestante – o lo è al confronto degli abitanti del quartiere della Porta dei Sette Astri. Sarebbe interessante saperne di più sugli “stranieri dell’Impero” residenti nella Corea coloniale, sui loro rapporti con coreani e giapponesi, e sulle loro sorti dopo il 1945.

Sono davvero contenta di questa lettura. Finché mi trovo qui cercherò di approfittare della biblioteca universitaria perciò chissà, in una forma o in un’altra la letteratura coreana troverà di nuovo spazio qui su Asaki. ^_^

Autore: KIM Tong-in (hangŭl: 김동인; hanja: 金東仁)
Editore: Asia Publishers   Anno: 2015 (Edizione originale: 1925)   68 pagg.
Collana: Bi-lingual Edition Modern Korean Literature #086
Titolo originale: Gamja (hangŭl: 감자)
Traduzione del titolo: Patate
Traduttore: Kevin O’Rourke
ISBN: 979-11-5662-060-0

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potatoes-%ea%b0%90%ec%9e%90Questo libretto mi è capitato in mano mentre gironzolavo fra gli scaffali della biblioteca universitaria in cerca di tutt’altro. È stata una casualità entusiasmante, perché questo racconto, con la sua fama di essere una delle opere fondative della letteratura coreana moderna, è stato fra i miei desiderata per un sacco di tempo.

La giovane Poknyŏ vive insieme al marito, un nullafacente molto più anziano di lei, in un quartiere malfamato sorto fuori dalle mura di Pyŏngyang. Patate è il racconto della caduta di Poknyŏ, un graduale degrado morale innescato dalla miseria e dall’incapacità della ragazza di mantenersi ligia agli imperativi etici ai quali era stata educata anche al mutare delle circostanze.
Poknyŏ infatti proviene da una famiglia di studiosi confuciani caduti in disgrazia e ridottisi a tirare avanti come contadini. L’infelice matrimonio combinatole dalla famiglia ad un uomo cronicamente incapace di tenersi un lavoro è lo scivolo che conduce entrambi ad una condizione di sempre maggiore indigenza. Finiti sul lastrico come contadini, cercano prima di lavorare a servizio, e sono infine costretti a trasferirsi fuori dalle mura di Pyŏngyang.
Poknyŏ alterna l’accattonaggio e qualche lavoretto saltuario, quindi finisce per prostituirsi on gli altri mendicanti del quartiere; infine ricorre al furto, e quando viene colta sul fatto a rubare un cesto di patate, il proprietario dell’orto, un cinese di nome Wang, ne fa la propria mantenuta con il beneplacito del marito.

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Émile Zola a P’yŏngyang
Il motivo per cui Patate occupa un posto non di secondo piano nella storia della letteratura coreana moderna è che si tratta della prima opera letteraria del Naturalismo coreano.
Il Naturalismo è un movimento nato in Francia nella seconda metà dell’Ottocento sull’onda dei progressi della scienza e della sua promessa positivistica di riuscire un giorno ad afferrare e spiegare la realtà nella sua interezza. Ciò che i naturalisti si proponevano di fare era di introdurre il metodo scientifico in letteratura: quindi di raccontare storie aderenti alla realtà, utilizzando un metodo di scrittura che mirava all’analisi minuta delle vicende e riduceva ai minimi termini gli interventi del narratore. Il risultato sono stati romanzi corposi, terribili, e bellissimi (ricordo ancora la lettura di Gérminale di Zola come un graffio di indicibile splendore – seguito dalla decisione di non leggere più di un Zola all’anno).
Ora, questa idea – e le opere nate sulla sua scorta – ebbe tanto successo che fece presa anche fuori dalla Francia. Normalmente alle superiori si accenna alla sua diramazione italiana – il Verismo – e lì ci si ferma. Ma ci si perde il bello! Le opere dei naturalisti (soprattutto di Zola) infatti arrivarono fino in Giappone, prima in traduzione inglese ed in un secondo momento nell’originale francese; qui, nei primissimi anni del Novecento, furono ripubblicate in traduzioni giapponesi variamente infedeli (per renderle più accessibili al grande pubblico a personaggi furono dati nomi giapponesi e così via). Fu proprio una di queste traduzioni di Zola a finire in mano a Kim Tong-in mentre era in Giappone a fare l’università, a folgorarlo, e a spingerlo a cimentarsi lui stesso nella scrittura di un racconto naturalista: si tratta di proprio di Patate, che nel 1925 introdusse il naturalismo anche in Corea.
Fra la pubblicazione di Germinie Lacerteux (1865) e di Patate (1925) trascorsero sessant’anni: tanto il tempo impiegato da un’idea per coprire la distanza fra Parigi e P’yŏngyang. Sessant’anni sono un sacco di tempo. Mi piace pensare a questa idea che si mette in cammino, che cambia abiti e parlata dopo aver incontrato gente diversa ed averne accettato l’ospitalità, e ogni volta si rimette in viaggio. Un giorno lo studente Tong-in la incontra sulla bancarella di una libreria di Tōkyō, le offre ospitalità, la invita anche ad accompagnarlo a casa.
Si tratta di un pensiero che funge da contravveleno all’ansia da velocità da cui siamo afflitti: un’idea sufficientemente potente arriverà ovunque ci siano orecchie disposte ad ascoltarla, e questo indipendentemente da tempo e distanze.

[continua]

At the Mountains of Madness

Oggi mi sono imbattuta in questo brano di Graham Plowman ispirato al romanzo Le montagne della follia. Fa parte di un album interamente dedicato alle opere ed alle atmosfere evocative di Lovecraft: The Horror of H. P. Lovecraft [anteprime dei brani si possono ascoltare qui]. Non si tratta della colonna sonora di un film tratto dai racconti Lovecraft, ma di una colonna sonora dei racconti e del suo immaginario.
Lovecraft è una delle mie grandi lacune. Cthulhu, la Miskatonic University, l’orrore cosmico sono tutti entrati nella cultura narrativa condivisa, ma non mi accontento più che rimangano riferimenti intertestuali vaghi. A maggior ragione dopo gli incontri ravvicinati con angoscia privata e collettiva degli ultimi mesi. Ho già molte letture in programma fino all’estate, fra dovere e piacere; ma il momento giusto per Lovecraft arriverà.

A proposito del rosa | Diana Palmer /4

Ambientazione
Diana Palmer è americana, e i suoi romanzi sono ambientati negli Stati Uniti, di preferenza  in Texas, Wyoming, Montana – stati con grandi pianure -, ma anche, in misura minore, in Georgia, Lousiana e Florida. Quello che hanno tutti in comune è la prevalenza di un ambiente rurale in cui il lato selvaggio della natura è domato dall’uomo. Quindi ranch e centri urbani piccoli, o che comunque sono spiccatamente locali. Ciò che manca interamente è il cosmopolitismo delle coste nordorientale e pacifica.
Quello che trovo molto interessante dei libri della Palmer è proprio la rappresentazione di questo tipo di ambiente. La sfumatura morale di cui lo tinge. Perché per le PF questa dimensione locale è rassicurante, e capace di contenere tutte le loro aspirazioni.

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Benché sia la politica che la cultura siano bandite dai dialoghi fra i personaggi (a onor del vero, in un libro viene citato un romanzo, letto in spagnolo dal PM alla PF convalescente, ma è un caso più unico che raro), nel corso delle loro interazioni, capita che diano voce a qualche preoccupazione o scontento sullo stato del mondo. Sono una sintesi interessante delle minacce percepite da PF e PM alla loro way of life:
▶ Gli unici riferimenti alla politica sono sporadiche esclamazioni spazientite del PM nei confronti del politically correct e di Washington D.C., sorta di palude di ipocriti palinciapèt.
▶ Per quanto riguarda società e costumi, la PF biasima fermamente le ragazze che hanno una vita sessuale prima del matrimonio, mentre il PM vede sfavorevolmente le donne con ambizioni di carriera, a maggior ragione se non vengono messe da parte con l’arrivo dei figli. Siamo in piena sindrome da angelo del focolare quindi… (Per un uomo invece saltare la cavallina ed essere assorbito dal lavoro sono sinonimi di successo).
▶ Il problema di attualità che preoccupa maggiormente PF e PM è quello della droga – ma fortunatamente sceriffo e compagnia difendono la comunità a suon di retate di trafficanti messicani.

Il mondo dei romanzi della Palmer è una specie di fantasia retrò Anni ’50. Tutti i rosa sono messe in scena di fantasie, e trovo questa cosa affascinante. Non so resistere ad uno scorcio su un altro modo di guardare le cose. Alla fine leggere storie che attingono ad un certo immaginario è come farci dentro un viaggio. La casalinghitudine ranchera favoleggiata dalla Palmer è anche un po’ inquietante e offensiva, certo, ma aver soggiornato per un po’ in quell’immaginario mi ha fatto conoscere qualcosa di diverso.
Tra l’altro i romanzi di Diana Palmer hanno venduto più di 42 milioni di copie: vuol dire che c’è una nutrita platea di lettori che questa sua fantasia retrò la visita periodicamente. Mi piacerebbe parlare con qualcuno a cui questa fantasia effettivamente piace, che ci si sente a proprio agio, laddove io la trovo limitante.

Segnali di stile
La prosa della Palmer è caratterizzata da tre “I”:
Inaffidabilità dei personaggi: la progressione della trama è talmente rodata che la Palmer non si preoccupa della coerenza di pensieri e comportamenti dei personaggi nel corso della storia. Ad esempio in The patient nurse il PM Ramon ce l’ha a morte con la PF Noreen perché la considera responsabile della morte prematura della sua amatissima prima moglie. A cinque anni dalla dipartita della defunta, però, tutto d’un tratto riconosce di aver sempre amato la PM alla follia, e ricorda che la defunta era meglio perderla che trovarla. Della serie: L’ho trattata come un’appestata per cinque anni, ma era tutto amore. Wtf? o_O
Iperrealismo visivo: la Palmer spezza ogni sequenza di azioni in singoli gesti (come altrettante inquadrature) e deve precisare il possibile significato e/o riferimento a stati interiori di ciascuno. Va bene che si tratta di rosa, va bene che la materia del racconto sono i sentimenti, ma questa iperdramatizzazione è assurda e pesante. Siamo ai livelli di: Omg omg omg, il PM ha inarcato un sopracciglio, si tratta di un gesto che ha un significato recondito e che potrebbe mettere a repentaglio la nostra relazione!!1!1
Infodumping: in generale le digressioni non mi dispiacciono, ma capita non di rado che la Palmer riversi la storia della vita dei suoi personaggi in lunghe parentesi esplicative o, peggio ancora, in dialoghi senza senso. In A man of means, l’autrice informa il lettore di una serie di eventi relativi al fratello della PF in un dialogo fra PF e PM; la stranezza è che lui ne parla a lei, benché lei sia già a conoscenza di ogni cosa, e lui sappia che lei sa: un dialogo illogico, ingiustificato e artificioso. L’impressione che la Palmer che copincolli nel testo i suoi appunti sul personaggio, invece di sforzarsi di integrarli nella storia in qualche maniera significativa.

Come nota finale però devo dire che mi è venuta voglia di vedere dal vivo i paesaggi maestosi di Montana e Wyoming (quando? mai, probabilmente, ma sognare non costa niente). Ho degli amici con la fissa degli Stati Uniti, mentre nel mio caso i sogni dell’Altrove hanno preso molto presto la via dell’Oriente. Infine però ho avvertito il fascino delle grandi pianure, dei paesaggi aperti, dei cortei di nuvole che volano al di là del profilo dei monti, in lontananza.

E così sono arrivata in fondo a questo lunghissimo post su Diana Palmer. Ci sono altre autrici di cui mi piacerebbe parlare prima o poi: Georgette Heyer, Betty Neels, eventualmente Mary Balogh o Lisa Kleypas. Ma chissà quando. Ho raggiunto la saturazione da rosa per un bel po’. 😄

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Febbraio 2017

Libri del mese:
Matteo BUSSOLA, Notti in bianco, baci a colazione, Einaudi
Ursula LE GUIN, Il mago, Mondadori (Saga di Terramare, #1)
Diana PALMER, Winter Roses, Harlequin (Long, Tall Texans Series #32)
Diana PALMER, Callaghan’s Bride, Silhouette (Long, Tall Texans Series #16)
Diana PALMER, Coltrain’s Proposal, Harlequin (Long, Tall Texans Series #13)
Megan BRYCE, To Catch a Spinster, Kindle Edition (The Reluctant Bride Collection #1)
Diana PALMER, After the Music, Mira Books
Mary BALOGH, The Temporary Wife, Signet
Diana PALMER, A Man of Means, Harlequin (Long, Tall Texans Series #21)
Mary BALOGH, The Wood Nymph, Signet
Mary BALOGH, A Matter of Class, Signet
Mary BALOGH, The Lady with the Black Umbrella, Signet
Diana PALMER, The Patient Nurse, Silhouette
Diana PALMER, Diamond Girl, Mira Books
Diana PALMER, The Wedding in White, Silhouette (The Men of Medicine Ridge Series #2)
Miranda LEE, The Millionaire’s Mistress, Harlequin — che potrebbe aver già vinto la palma di peggior libro dell’anno. O del decennio.
KIM Tong-in, Potatoes (감자), Asia publishers (Bi-lingual Edition Modern Korean Literature #86)
KIM Namcheon, Scenes from the Enlightenment: A Novel of Manners, Dalkey Archive Press (Library of Korean Literature #14)

Libri comprati/ricevuti:
Dopo la sbornia degli ultimi mesi, pausa.

Musica del mese:
Un altro mese di grande casino musicale
Chuck Berry, You never can tell
Queen, I was born to love you (Queen forever version)
Marilyn Manson, The dope show
Ronnettes, Elvis, Beach Boys, Ermal Meta
Pet Shop Boys

Film del mese:
Sally WAINWRIGHT, To walk invisible (UK, 2016)

TV del mese:
Gazebo (Rai3)
Real Time with Bill Mayer (HBO)
Last Week Tonight with John Oliver (HBO)
Late Night with Seth Meyers (NBC)
The Late Show with Stephen Colbert (CBS)

Radio del mese:
Wikiradio